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Full text of "Storia della ragioneria italiana [microform] : premiata al Concorso della Società Storica Lombarda"

MASTER 

NEGATIVE 
NO. 94-821 79- 2 



COPYRIGHT STATEMENT 



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infringement. 

The Columbia University Libraries reserve the right to refuse to accept a 
copying order if, in its judgement, fulfillment of the order wouid involve 
violation of the copyright law. 



Author: 



Bariola, Plinio 



Title: 



Storia della ragioneria 
italiana premiata al... 

Place: 

[Milano] 

Date: 

[1897] 



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MASTER NEGATIVE # 



COLUMBIA UNIVERSITY LIBRARIES 
PRESERVATION DIVISION 

BIBLIOGRAPHIC MICROFORM TARGET 



ORIGINAL MATERIAL AS FILMED - EXISTING BIBLIOGRAPHIC RECORD 




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Bario! a, Plinio. 

• •• Storia della ragioneria italiana preiniata 
al concorso della Gociet& storica lombarda. 
Parte !• Storia dell' aritmetica mercantile. 
Parte 2. Formazione storica della ragioneria 
italiana. Parte 3. La professione. ^Milano, 
Cavalli, IB973 

xiii, 701 p. 25 om. 

At head of title: Plinio Bariola. 

■Ponti dell' .^ opera", p. [Xij-xiii. 







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Plinio Bariola 



STORIA 



DELLA 



premiata al Concorso della Società Storica Lombarda 



PARTE PRIMA 

Storia dell' Aritmetica mercantile 

PARTE SECONDA 

Formazione storica della Ragioneria italiana 

PARTE TERZA 

La Professione 







in-i^^^'èì 



p 



Proprietà Letteraria 




Tip. Ambrosiana di Cavalli, Salmini e C. — Milano 



SOCIKTA storica I^OIvIBARIDìL 



TÓ 



CONCORSO ad una STORIA della RAGIONERIA ITALIANA 



'vse;- 



La Società Storica Lombarda, apre 



cor.co'.'jo co. yre/mo 



di Lire 1200, die sarà assegnato al rràglior lavoro sulla Storia 

della Ragionerìa Italiana. 

La Storia della (Ragioneria Italiana dx)vrà intendersi estesa 
all'evoinedio ed al moderno, avendo anche di mira a dJ,mO' 
strare le origini della (t^rofessior^^ di ^Ragio'niere, in quanto 
venne distinguendosi da. qualsiasi altra professione liberale. 

I co7zcorrenti dovrajino conseg7iare allo^ Segreteria, di questa 
Società i propri lavoH non pia tardi del 30 giugno iSgó, ac- 
compagnati da ima scìieda. suggellata, die esternamente porti 
un ^notto e TtielVintemo il no^ne delVaut-ore. 

Una Co77imissio7ie di cinaue membì'i nominati dalla (Pre- 
sidenza della Società e nella quale prendieranno parte due Ra- 
gionieri, giudichet^à sui lavori dei concorrenti nei sei nwsi suc- 
cessivi alla preseiztazione. 

La (Presidenza ne prenderà atto e disporì'à pei' il pagame'nto 
del preìnio ad vincitore; pubblicìierà nelV Archivio della Società 
stessa la (Relazione della Commissione sul Concorso e potrà 
pvhblicare relV Archivio stesso il lavoro pi^e7r.iato smiza ulteriore 
compenso in denaro air Autore, il quale avì'd diritto però a 
cento copie estratte dalV Archivio. (Resta all'Autore il diritto 



di propìHetii ìau-vciria del pròpiio lavoro e la facoltà di pub- 
bucarlo immediatamente, qualora la Società non ne intrap^'e^ida 
la pubblicazione entro sei mesi dal conferimento del pi'emio. 

I lavori 7:on premiati saranno restituiti agli Autori, pur- 
ché richiesti entro ire :::ej:. 



Milano, lo Dicembre 1894. 



W 



IL PRESIDENTE 

filSAEl CAMTif 



ESTRAHO della RELAZIONE 

presento dalla Coinmissione noiniiiala dalla speltóbile Società Storica Lombarda 

per r aggiudicazione del premio. 



11 lavoro distinto dal motto < pede » . è opera di mole, 
compilata con ordine, erudizione ed acutezza di critica. 

Incomincia con una Introduzione alquanto nebulosa nei 
concetti e nelle definizioni, nella quale l'Autore, partendo dai 
primordi della creazione, si diffonde più del necessario sulla 
spiegazione dell'idea della cimltà, riportando anche alcune pa- 
gine del lavoro di F. Conti, «Schiavitù e servaggio nella 
storia della civiltà > , nonché sulla formazione del diritto e 
sulle origini del pensiero economico-amministrativo-computi- 
stico. 

Dà inoltre la definizione della Bagioneria, esponendo i 
motivi per cui essa debba chiamarsi scienza e non arte. 

La Storia è divisa in iìg parti principah: Storia del- 
V Aritmetica — Storia della Bagionei 'a — Frofessione. 

Nella prima parte l'Autore, partenc'o dal concetto che 
^V Aritmetica mercantile sia parte integrante della Ragioneria 
ritenne opportuno redigerne una speciale storia, la quale per 
naturale coesione, divenne una storia di tutta l'Aritmetica 
dalie origir.i fino ai nostri giorni. 



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IV 



BBIAZtONB BELLA. COMMISSIONE 



V 



STORIA DEIiLA SAGTONEBIA ITALIANA 



M 



Ci sembra però che si sarebbe potuto evitare di scrivere 
una apposita storia dell'Aritmetica affatto distinta da quella 
della Ra«4Ìoneria, incorrendo con ciò nell'inconveniente di 
ripetere in alcuni punti le stesse cose, mentre sarebbe stato 
più logico ibndcn'le insieme, seguendone il movimento nelle 
varie epoche, in modo che appunto si vedesse come la Ra- 
gioneria sia venuta man mano svihippandosi, valendosi del 
progresso dell'aritmetica. 

Se noi dovessimo considerare questa prima parte come 
opera a sé, dovremmo certamente lodarla per i molti suoi 
pregi, ma considerandola invece come parte integrante della 
Storia della Ragioneria, a tenore del concorso, dobbiamo de- 
plorare che l'Autore, come del resto fece qualche voltii anche 
nelle altre parti del lavoro, siasi lasciato toghere la mano 
<lalla materia in trattazione, 'e quindi, procedendo per asso- 
ciazione di idee, siasi diffuso troppo sulla numerazione greca 
e romana, sull'origine dei numeri, degli alfabeti e delle cifre 
dette arabiche, sull' aritmetica presso i Greci, gU Arabi, gli 
Indiani, i Fenici e gli Ebrei, ed abbia consumato un capitolo 
intero nell'indagare come i Romani eseguissero le operazioni 
fondamentali: indagini che per quanto ingegnose e logiche, 
procedono pur sempre per via di sole induzioni. 

Il tempo impiegato in questa parte, fece poi difetto in 
ultimo all'Autore, in modo che non potè presentare al con- 
corso il lavoro completo. Manca infatti qualche paragrafo in 
alcuni capitoh, e mancano per intero i capitoli seguenti: 

La computisteria nel XIX secolo^ 
Condizioni attuali della Ragioìieria italiana^ 
Movimento professionale moderno, 

dei quali è evidente l'importanza capitale. 

L'Autore ne dà però il sommario, ed accenna ai criteri 
coi quali li avrebbe sviluppati, promettendo di presentarli più 
tardi a richiesta della (-om missione. 



Nella seconda parte. Storia della Ragioneria, l'Autore 
prende le mosse, come in quella dell' Aritmetica, dalla più 
remota antichità; esamina il formarsi della proprietà indivi- 
duale, le obbligazioni che ne derivano, e l'origine giuridica 
del credito, e dopo aver parlato dei popoli orientali, si arresta 
per due lunghi capitoli, (60 pagine) sui romani, sviluppan- 
done am|»iamente gli ordinamenti politici, civili, giuridici, fì- 
nanziarii e contabili, con particolare menzione e disamina dei 
hbri computistici e principalmente del Codex accepti et ex- 
pensi che, ritenuto da molti un giornale o libro di cassa» 
viene dall' Autore (pagina 151-452) considerato col Voigt 
come un giornale delle operazioni letterali (in certo qual 
modo paragonabile ùWattuale libro delle cambiali)^ di valore 
essenzialmente giuridico più che contabile. 

La formazione storica della Ragioneria italiana è de- 
scritta benissimo in tutte le sue fasi e specialmeuto nel medio 
evo, dove « Fede > abbandona, a ragione, la divisione pura- 
mente cronologica dei capitoli, per adottarne una più razionale 
esaminando partitamente, dopo un breve cenno dell'epoca 
barbarica, l'influenza della Chiesa sullo sviluppo del pensiero 
computistico; l'origine degli enti economico-amministrativi, 
la formazione delle banche e gli ordinamenti amministrativi 
e contobili delle repubbliche del medio evo, e dividendo poi 
il ])eriodo moderno della letteratura computistica in tre distinti 
cich: il primo dal Cotrugli al Paciolo (1458 al 1558), (1) il se- 
condo dal Paciolo alla fine del secolo scorso, ed il terzo com- 
prendente il secolo nostro, diviso però anche questo in due 
periodi: nel primo dei quali si occupa dei tentativi fatti dalle 
teorie francesi ed inglesi per imporsi a noi e della resistenza 
che vi si oppose, per opera specialmente dell'Accademia dei 
Ragionieri di Bologna; nel secondo prende le mosse dal 
Marchi fino ai nostri giorni. 

Ma l'Autore ha rivolto le sue maggiori cure alle inda- 



(1) Qui la Relazione dovrebbe dire : u il primo dal Cotrugli al Casanoca, e il secondo 
<ial Casanova alla fine del secolo scorso. » (N. d. A) 



VI 



STORIA DELLA BAGIONEBrA ITAUANA 



RELAZIONE DELLA COMMISSIONE 



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gini sulle origini e sullo sviluppo della scrittura doppia. Dopo 
di aver esaminato le opere di tutti coloro che in tempi di- 
versi ne vennero ritenuti gli inventori (il Cotrugli, il Pietra, 
il Paciolo), confuta razionalmente l'opinione ch'essa sia stata 
inventata da una sola persona, ammettendo invece che sia 
il prodotto di miglioramenti successivi apportati alle antiche 
scritture, e che sia venuta a perfezione prima di tutto nelle 
agenzie mercantili di Venezia, d'accordo in ciò col Resta, 
senza escludere però che l'origine ne possa essere piti remota, 
e facendo anche intravvedere la possibilità che i Romani 
stessi avessero avuto una forma di jjartita doppia, ciò che 
non crediamo esatto. 

Le forme primitive della scrittura doppia sono accura- 
tamente esaminate colla scorta dei documenti rinvenuti finora 
e delle opere dei trattatisti succedutisi nelle varie epoche, 
ciascuno dei quali è giudicato a seconda del merito intrinseco 
delle sue opere in relazione ai tempi, lincile, attraverso le 
moditìcazioni dell'età moderna, si arriva alla forma attuale 
collo sviluppo e la discussione delle teorie materialistiche e 
personalìstiche. 

Larga parte è poi fatta all'apparire della logismografia, 
della quale « Fede » si mostra convinto sostenitore, senza 
però mai oltrepassare la misura dell'imparziahtà di tanto da 
costituire difetto nella storia. La quale storia, per l'Autore, 
in questa parte del suo lavoro, esiste quasi esclusivamente 
in quanto essa fu svolgimento, progresso ed applicazione dei 
metodi scritturali, con riguardo speciale alle aziende pubbhche; 
sicché « Fede > potrebbe a miglior ragione intitolarla Storia 
dei metodi scritturali. 

Dove effettivamente la misura non è ben conservata è 
nell'ultima parte : La Professione, di sole venti pagine cir- 
ca, nelle quali l'Autore si occupa specialmente di dimostra- 
re essere una trovata sentimentale la missione del professio- 
nista ; e in queste pagine (1004-1006) cade in una esagera- 



zione di rettorica che noi lo consigliamo a mitigare molto, 
prima di intraprendere la publ)licazione del suo lavoro. 

Il dimostrare come la professione del ragioniere sia ve- 
nuta distinguendosi dalle altre professioni lil)erali, doveva es- 
sere oggetto dell'ultimo capitolo mancante, essendo ciò avve- 
nuto negli ultimi tempi, giacché, secondo « Fede > « in tutta 
«la sua storia il Ragioniere apparisce sempre impiegato o 
< docente, per cui ne viene che, oggi come oggi, ancora non 
« esiste il tipo del Ragioniere professionista > . Il che è vera- 
mente curioso in bocca di un concorrente, obbligato dal tema 
a dimostrare le origini della professione di Ragioniere ! 

Egli dichiara però, subito dopo, che anziché fare una 
Storia del Ragioniere, ripetendo inutilmente il lavoro del 
Campi, intende dimostrare le ragioni per cui esso trova oggi 
difficoltà ad esplicarsi nel campo delle professioni lib3rali: 
ma il capitolo manca. 

L'Autore si e reso padrone di tutti i lavori affini, ap- 
parsi in quest'ultimo periodo, e specialmente di quelli del 
Bonalumi, Campi, Cerboni, Boncompagni, Rigolx)n, Guglielmo 
Libri, ecc. ; ha esaminato parecchi documenti antichi; riporta 
quasi per intero le Bet/oluzze di Mastro Paolo daW Abaco e 
il Libro della Tavola di Jacopo Riccomaìio (1272) già pub- 
blicati dal Narducci e da Carlo Vesme, e riporta pure pa- 
recchie pagine dei Mastri dei Veneti Soranzo (1400) e Bar- 
barigo (1436) e diversi frammenti d'altri lavori. 

In complesso le citazioni letterali costituiscono buona parte 
del lavoro ; noi però siamo d'avviso che si dovrebbero lasciare 
nel contesto soltanto le citazioni brevi, necessarie all'anda- 
mento logico del discorso, riportando le altre, e specialmente 
le riproduzioni di documenti, in apposita appendice alla fine 
dell'opera. 

Il ragionamento è condotto con molta efficacia, la lingua 
è quasi sempre pura, lo stile è corretto, salvo forse nella 
parte terza del lavoro « La Professione > . in cui l'Autore, 



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VII! 



STORIA DELLA BAGIONEBIA ITAJ.IANA 



RELAZIONE DEIJA COMMISSIONE 



IX 



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sembra quasi talvolta smarrire quella piena j)adronanza di 
sé stesso, la quii le nel rimanente del lavoro si manifesta 
sempre sovrana. 

Nonostante tali mende i meriti del lavoro nell'insieme 
sono tali che, ove sia condotto a termine con criterio suUe 
tracce accennate dall' Autore stesso, e questi si rassegni a 
seguire i suggerimenti ed eseguire le modificazioni che indi- 
chiamo, l'opera « Fede » . che si distingue da tutti gli altri 
lavori per l'erudizione seria, la chiarezza dei ragionamenti, 
l'efficacia dell'analisi, l'acutezza, la sobrietà e la serenità im- 
parziale della critica, potrebbe presentare i requisiti che si 
richiedono ad una buona Storia della Rayloneria Italiana, 

La Commissione dopo ciò, ad imanimità di voti, ha 
deciso di accordare al manoscritto segnato col motto FEDE 
il premio di L, 1200 stanziato dalla Società Storica Lom- 
barda, facendo però obbligo ali* Autore: 

a) di presentare i capitoli mancanti entro il 30 g:iugno 1897. 

h) di modificare razionalmente la parte che riguarda la profes- 
sione del Ragioniere, in modo da togliere tuite le esagerazioni 
retoriche che sono sfuggite all'Autore nelle pagine 1004-1006, 
in special modo parlando della missione del professionista. 

La Coramissione raccomanda poi all'Autore di cercar 
modo di diminuire la mole del lavoro, sia facendo due pub- 
blicazioni distinte della Storia dell'Aritmetica e di quella 
della Ragioneria, sia riducendo a più giuste proporzioni le 
lunghe citazioni di testi e di autori e sfrondando il libro 
delle parti di storia politica che non hanno stretta attinenza 
co//' Aritmetica e colla Ragioneria. 

U aggiudicazione del premio non sarà definitiva fno a 
quando FEDE non avrà presentato il suo manoscritto così 
completalo e raodificato, e la Commissione, dopo averlo esa- 



minato, Vavrà riconosciuto in tutto conforme al programma 
di concorso. 



}filano, 31 dicembre 1896. 



Rag. Eugenio Banfi 
Rag. Gaetano Bolter 
Rag. Paolo Cardani 
Avv. Emanuele Greppi 
Prof. Francesco Novati 



Milano, 29 marzo 1897. 

In seguito al deliberato della Commissione l'autore del 
manoscritto portante il motto « FEDE >, signor rag. PHnio 
Bariola, presentò il complemento del suo lavoro e precisa- 
mente il capitolo sulla computisteria nel secolo XIX e la 
parte terza intitolata « La Professione > rifatta a nuovo. 

Il modo con cui venne trattato questo capitolo risponde 
alle condizioni del concorso ed armonizza bene col rimanente 
del lavoro tanto da costituirne il naturale epilogo. 

L'Autore si è mostrato disposto ad accettare tutte le 
raccomandazioni fattegli e in parte le ha già apphcate; cosi 
ha posto in appendice i documenti riprodotti nella parte 
< Professione > ed offre di mettere in pratica questo sistema 
per tutto il lavoro prima di darlo alle stampe. 

La Commissione perciò, preso atto che il sig. rag. Plinio 
Bariola ha soddisfatto a tutte le condizioni impostegli, dichiara 
definitiva l'aggiudicazione a suo favore del premio di L. 1200, 
istituito da codesta Società Storica Lombarda. 

Rag. Eugenio Banfi 
Rag. Gaetano Bolter 
Rag. Paolo Cardani 
Avv. Emanuele Greppi 
Prof. Francesco Novati. 



Ini OT.A. - BE isr E 



ponti dell' opet«a 



-wy/w« — 



Ossequente ai preziosi consigli dell'onorevole Commissione, che m'ay- 
giudicò il premio, ho ridotto a quasi pia della metà la Storia dell'Arit- 
metica ; ma proprio non mi bastò l'animo di sopprimerla del tutto^ né 
di fonderla con la Storia della Ragioneria , alterando così V economia 
del lavoro. 

Non lo feci per due motivi : 

1°. perchè i propri figli, anche se nascono con dei difetti fisici, non 
si ha il coraggio di torturarli per torglieli; 

2^. perchèj se ho la conoinzione che V Aritmetica mercantile faccia 
parte integrante della Ragioneria, non credo però che questa debba in 
modo assoluto il proprio sviluppo ai progressi dell'Aritmetica . 

Ed invero^ le Regoluzze di Mastro dell'Abaco, costituiscono la più 
importante opera aritmetica del li"*, secolo; e sono miserissima cosa. 

Pure, nel 1340 a Genova, si faceva della buonissima scrittura doppia; 
forse migliore di quella che fanno certi moderni , i quali hanno fatto 
anche molti studi aritmetici! 

Affido quindi al giudizio del pubblico il mio lavoro così ridotto^ 
come — in proporzioni maggiori — l'avevo affidato al giudizio del 
concorso per cui fu fatto. 

E m' auguro pari fortuna. 



> Accademia dei Ragionieri di Bologna — Cenni Storici, Statuti, Memorie 

— Bologna 1888. 

J> Archivio Storico italiano — Tomo XVICr. Anno 1873. — Firenze. 
Alfieri prof. Vittorio — Li partita doppia applicata alle scritture delle 

antiche aziende mercantili veneziane — • Torino 1891. 
Accademia dei Ragionieri dì Milano — Bullettino degli Atti — Anno IL 

1870. Voi. IL fas. IIL 

Bersezio Vittorio — Trent'anni di vita italiana — Il regno di Vittorio 
Emanuele - Libro V. — Torino 1889. 

Boccardo Gerolamo — Economia politica — Torino 1879. 

Bonconcompagni Baldassare — Di alcune opere di Leonardo pisano. — 
Roma 1854. 

Bonalumi F. A. — Sullo svolgimento del pensiero computistico in Italia 

— Novara 1880. 

Cusumano prof. Vito — Storia dei banchi di Sicilia — Parte Prima 

I banchi privati — Roma 1887. 
CIbrario Luigi — L'economia politica nel M. E. — Torino 1839. 
Cessa Luigi — - Guida allo studio dell'Economia politica — Milano 1878. 
Gerboni Giuseppe — La Ragioneria scientifica — Roma 1886. 

idem — Cenni bibliografici intorno ad alcuni lavori di con- 

tabilità e Ragioneria, presentati a S. M. Umberto I. — Roma 1890. 

Campi Vincenzo — Il Ragioniere — Appuntì Storici — Roma 1879. 

Corradini Mauro — Origini e sviluppo degli ordinamenti contabili e fi- 
nanziari nella Monarchia di Savoja — Modena 1889. 

De Angeli Dott. Felice — Compendio di Storia Universale. V. Ediz. — 
Milano 1879. 






XII 



STOMA DELLA. RAGIONERIA ITATJAN.V 



FONTI DELL OPEBA. 



XUT 



m ' 



D'Amico Papa Avv. L. — [ titoli di credito — Catania 1886. 
Enciclopedia Metropolitana - alla voce « Aritmetica. » 
Elenco cronolopco delle opere di computisteria e ragioneria venute in 
luce in Italia dal 1202 al 1888 - IV Ediz. — Boma 1889. 

Enciclopedia popolare italiana — alle voci « Aritmetica - Finanza » e 
biografie diverse. 

Ghisleri Arcangelo — L'agricoltura nella storia — Napoli 1885. 

Gitti prof. Vincenzo — Sulla storia della Ragioneria — Discorso — 
Torino 1878. 

Gitti prof. Vincenzo — Ristampa del Trattato de'Computi e delle scrit- 
ture di Fra Luca Paciolo — Torino 1878. 

Gentile Rag. Antonio — Cenni storici intorno alle vicende dell' Ammi- 
nistrazione del Regno d'Italia dal i860 innanzi — Como 1878. 
Gitti e Massa — Trattato completo di Ragioneria — Novara 1883. 
Hallam Enrico — L'Europa nel M. E. — Lugano 1829. 

Libri Guglielmo — Histoire des sciences mathémaiiques en Italie — Pa- 
ris 1836. 
Larousse P. — Grande dictionnaire universel du XIX siede. 
Lampertico Fedele — Economia dei popoli e degli stati — Milano 1874. 

Mengotti Francesco — Del Commercio dei romani e il Colbertismo — 
Venezia 1803. 

Massa prof. Giovanni — La Ragioneria all'Esposizione Nazionale di 
Torino del 1884 — Novara 18t<4. 

Montucla Giuseppe — Histoires des Mathématiques — Paris 1758. 

Pùtz Guglielmo — Elementi di Geografia e Storia Universale V. Ediz. 

— Toritio 1875. 

Palmieri Gregorio — Introiti ed Esiti di papa Nicolò HI. (1279-1280) 

— Roma 1889. 

Pagliani C. e Arno C. — Corso di Aritmetica analitica — Modena 1842. 
Ricotti Ercole — Breve storia d'Europa XII Ediz. — Torino 1876. 

Ravasio Pietro— Nozioni di Storia Antica, Media e Moderna. Vin. Ediz. 

— Torino 1885. 

Rota Pietro — Storia delle Banche — Milano 1874. 
^ Rigobon Pietro — La Contabilità di Stato nella Repubblica di Firenze 
e nel Gianducato di Toscana -- Girgenti 1892. 

Ravenna Emilio — Trattato Elementare di Contabilità di Stato — 
Novara 1884. 



^ 



Rivista d'Amministrazione e Contabilità — Como — (periodico) — Studi 
Storici diversi pubblicati dal 1881 in poi. 

Ragioniere (II) — (periodico) — Milano — Studi Storici diversi pubbli- 
cati dal 1879 in poi. 

Rambelli Gianfrancesco — Lettere intorno alle invenzioni e scoperte 
italiane — Modena 1844. 

Rossi Giovanni — alla voce « Aritmetica » nell' Enciclopedia d' Indu- 
stria Amrainistraz. e Commercio. Voi. I. 
Settembrini Luigi — Lezioni di letteratura italiana — Napoli 1877. 

Tartaglia Nicolò — La prima parte del General trattato de' numeri 
et misure — Venezia 1556. 

Tannary Paul — alla voce « Arithmétique » nella Grande Encyclopedie. 

Voigt Maurizio — I banchieri, la tenuta dei libri e l'obbligazione let- 
terale dei romani (trad. G. Carnazza) — Catania 1891. 

Viglezzi Vitaliano — La Ragioneria — Milano 1878. 

V^eber Giorgio — Compendio di Storia Universale. IV Ediz.^ — Milano 1874 

Lattes E. — I banchieri pubblici e privati dell' Antica Grecia — 
(Politecnico 1878). 

Zangheri V. — Il fallimento — Torino 1893. 



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J/ POI, figli adoratissimi 

Aldo, Fede, Enzo, Gino, 

che col vostro affetto immutabile, mi avete dato la forza di 
superare le maggiori tristezze della vita, dedico queste pagine 
solo perchè da esse apprendiate, nei momenti del dolore o delle 
disillusioni , a perseverare nel grande sollievo del lavoro e 
dello studio. 

E se mai n' accadesse, che il mondo, questa 

« gabbia d'armeggioni 

Di gnilljf di sonnambuli e d'avari » 

volesse un giorno prendervi di mira e giudicarvi, voi, nella vostra 
coscienza con fortata dal lavoro e dallo studio, potrete serenamente 
ridergli in faccia, ricordandogli queste parole di Leopardi : " se 
quei pochi uomini di valor vero che cercano gloria, conosces- 
sero ad uno ad uno tutti coloro di cui è composto quel pubblico 
dal quale essi, con mille estremi patimenti, si sforzano di es- 
sere stimati, è credibile che si raffrederebbero molto nel loro 
proposito, e forse V abbandonerebbero. Se non e he 1' animo no- 
stro non si può sottrarre al potere che dà neW immaginazione 
il numero degli uomini ; e si vede infinite volte che noi ap- 
prezziamo, anzi rispettiamo, non dico una moltitudine, ma dieci 
persone adunate in una stanza, ognuna delle quali da sé re- 
putiamo di nessun conto. „ 

Lavorate e studiate sempre ; amate la vostra famiglia; 
fuori di essa diffidate di tutti ; e ricordatevi sempre di vostro 
padre, che vi ama sovra ogni bene. 

Milano, Aprile 1897. 



HI 



INTRODUZIONE 

alla Stoma della t^agionema 



I. La comune origino crea un'attinenzi fra tutto lo scienzo. — li. Ogni scienza ri- 
mane poro autonoma — 111. Li, sciunza della ilagionerla — IV. Sua funzione — V. Ge- 
nesi ilei pensiero eoonomio-ainraiaisfcr^tivo-cD.nputiitico — VI. Scienza economica «* 
Amministrazione -il pensiero computistico nell'Antichità — VII. Induzioni sull'origine 
della Ragioneria, e considsrazioni sulla sui storia— Vili. Ordinamenti amministrativi 
e ordinamenti contabili — La schiavitù e il servaggio, loro influenza sul pensiero com- 
putistico — IX. Ragioneria e Computisteria; loro estensione scientifica- la funzione cal- 
colatrice nel controllo economico — X. Porcliò comprendemmo nella Storia della Bagio- 
neria anche «quella .teli' Aritmetica. 



f . — La scoperta o raffennazioiio dei vcìn che costituiscono una 
scienza, altro non sono che il prodotto di tentativi empirici susseguitisi len- 
tamente, in modo da formare un'indefinibile stratificazione di esperienze, 
sulle quali soltanto può sorgere Tedilìcio scientifico. 

I tentativi empirici scaturiscono spontaneamente dalle esigenze fisi- 
che intellettivo e morali dell'uomo, e si manifestano sotto forma di 
hisogni. 

L'applicazione industriosa dell'uomo nel soddisfacimento di questi 
bisogni, crea i primi arnesi, scopre i rudimentali principi atti ad aju- 
tarlo ed a guidarlo nelle contingenze della vita. 

L'applicazione delle sue facoltà intellettive e morali, gli fornisce il 
discernimento, la cognizione del più utile e del meno utile, da cui na- 
sce la prima idea speculativa. 

In progresso di tempo, le due applicazioni, ajutate dall'esperienza, 
si sviluppano, si perfezionano, e arrivano cosi a creare ciò ciie dicesi 
Arte e Scienza. 

Nella congerie delle operazioni rivolte al soddisfacimento dei biso- 
gni umani, vanno ricercate adunque le origini del commercio, delle in- 
dustrie, delle arti, delle professioni ; e da tutto l'assieme di esperienze 
in tal modo formatesi, venne estrinsecandosi un mondo intellettuale, da 
cui scaturirono quelle leggi fondamentali dell'umana sapienza, che 
coordinate e rivolte alla scoperta e all'atìermazione di determinate X)e>i- 
tà, gettarono le basi delle diverse dottrine. 



2 



STOTIA PEfJA RAGIONFKIA ITATJANA 



E che altro è mai ormi scienza — sì domanda il Ghisleri (1) — se 
non esperienza formulata in lejrui ? 

Tutto adunque, procede dalla natura dell'uomo. Se, ad esempio, la 
scuola del diritto naturale, dimostrò clie la lot/cfc, per non essere l'espres- 
sione doll'ar! itrio, deve scalurire dalla ragione, e quindi è dall'uomo, 
dalle sue facoltà essenziali ch'essa desume il (IìììUp, ciò vuol dire — 
come osserva il Lampertico ('2) — che la matv-^ia del diritto è sommini- 
strata dallo svol«rersi della vita umana ; vuol dire in somma, che Toj?- 
getto della ragione civile è determinato dalle condizioni economiche del- 
la società. 

Ed infatti, come iiotrebbe il codice contemplare ini (xmtrattx), che 
non 5i fof^se mai tv'^plicato nei divei*si ra[)porti sociali ? 

Quest'oi'ijjrine comune a tutte le scienze — Tuomo — doveva (piindi 
creare una certa attinenza fra le diverse dottrine ; attinenza che si 
rivela spesso in campi comuni, senza che per questo non si possa affermare, 
<!he opni dottrina va diritta al suo scopo, cioè alla scoperta e airalìer- 
mazione di quelle rrrfin cho no sono la meta i)rerissa. 

II. Francesco Mengotti (3j parlando dei primi cinque secoli di Roma, 
dalla sua fondazione, faceva queste considerazioni : <^ Quali arti, quaKin- 
dustrie, quali manifatture potevano avere i Romani senza coltura, senza 
lettere, senza scienze ? Le arti tutte e le scienze si prestano un vicen- 
devole soccorso e riflettono, per dir così, la loro luce le une sulle altre. 

& Tutte le cognizioni hanno un legame ed un' a(hnità fra di \ovi\ 
Qiiiildi quel detto, che sembra un paradosso, del celebre Ihime, uno dei 
più solidi rairionatori di commercio che siano stati Un ora : non può es- 
se9^'i una fabbrica di panni ridoifa a perfezione in un popolo che 
ifjnòri l'ash'onomia. 

<.<• Non perchè l'astronomia abì)ia veruna inmiediata relazione con 
un lanifìcio, ma perchè dove si coltiva l'astronomia, lìoriscono le mate- 
màtiche, e dove sono queste si conoscono lo proporzioni, le proprietà 
«■iella luce e dei colori, e gli strumenti della meccanica, che rendono più 
agevole e più esatto il lavoro, dall' aggregato delle quali cose dipende la 
}>erfezione del lanifìcio. » 

Ora, ciò che l'Hume asseriva in forma paradossale i)er l'arte del la- 
nifìcio, piK') ripetersi per tutte le ar-ti e le scienze in genere. Se una in- 



di Arcangelo (ihisleri — L'Ajfricoltura nulla Storia - Napoli 188f> 

(2) Fedele Lampertico — Kcuuoniia dei popoli e de>fli stati. 

(3) F. Meng'otti — Del Commercio dei Romani e il Colhcrtismo Venezia isu:!. 



INTRODUZIONE 



vade il campo dell'altre, non lo fa con altro bisogno airinfuori di quel 
vicendevole ajuto, che, come vedemmo, trae la sua oriiine dal comune 
punto di partenza che hanno tutti i rami dello sciHle; l'invade perchè 
« la scienza, riguardata nella sua universalità è una come il pensiero 
da cui promana, e il creato che contempla. » (1) 

L'astronomia ha bisogno della matematica; la chimica, della fìsica e 
della matematica; la meccanica, della matematica e della fìsica ; ma ciò 
non toglie che ciascuna scienza resti in un campo ben determinato d'in- 
dagine, ccm meto<li propri d'investigazione; che insomma ciascuna sia una 
scienza autonoma. 

Ili. — Poco meno di un quarto di secolo é trascorso, dacché, la 
Scciefà dei rafjirnieri di Firenze^ presieduta "dal l'cnor. Cam' bray-Iigny, 
nella relazione con cui dava conto degli studi istituiti in quegli anni di 
ammirevole risveglio computistico, dopo di aver affermato che « oggi 
com'ogjri vi è un'arte di tenere i conti, un'arte che come tutte le arti li- 
berali è afìatto intellettuale, che ha per base pochi e semplicissimi canoni 
fondamentali » concludeva, che <^ come non si può contrastare al povero di 
divenir ricco, all'idiota sapiente, così ad un' arte che si alimenta d'in- 
fìnite cognizioni, che ha un' azione sua propria sopra un campo per 
gran parte impraticato, nrn può dirsi reppur col pensiero: il tuo confìne è la! 

« È naturale per altro che la si giudichi per ciò che presentemente è 
non per quello che sarà, » 

E continuava con queste parole: « Che abbiamo noi fatto per ele- 
vare l'arte di tenere i conti a dignità di scienza? Che abbiamo fjitto 
l)er applicare i facili principi con sicurezza di metodi, unità di forma 
e di linguaggio alle grandi amministrazioni generate dalla nuova vita 
italiana ? Del resto, al punto che si trova oggi la Contabilità in mano 
dei teorici e dei pratici, noi vi cerchiamo invano formolo positive ed 
universali all'infuori di una, la quale ha dato spirito e corpo alla scrittu- 
ra d()i)pia, ed è che non vi ha partita di debito senza la corrispondente 
di credito. Questo è principio fondamentale: ma disgraziatamente è rima- 
sto l'unico, né al bastanza svolto dai meccanismi dell'applicazione. Onde 
la Ragioneria non può ora classificarsi come scienza, benché essa possa 
addivenirlo in seguito, quando cioè sarà perfezionata ed arricchita di 
quelle formolo universali e di quei metodi logici, di che oggi difetta, » 

Ed oggi, mercé gli studi profondi delle varie scuole sorte in questi 



(1) Fabio Besta - Introduzione al corso di Ragrioueria per ranno 1881-82 nelle R. Scuola'sup- 
di Comin. in Venezia. * 



STORIA DELIA RAGTO>'EBIA ITALIANA 



INTRODUZIONE 



I 



"a- 



ultiriii anni, niun dubbio può esservi, che qiiesVaaHe» rivesta tutti ì 
requisiti di « scienza ». 

Giuseppe Gerboni (1) prendo dal Siciliani ^Sfn?^'a aiOca delle teo- 
rie vednnnpichej queste tre condizioni indispensabili ad un complesso di 
notizi? perché possano nel loi'o assieme meritare il titolo di scienza: 

1°. — una serie di dati forniti dalla of-sorvazione, o da principi for- 
niti dalle scienze aflini ; 

2°. — un fine da raf^jxiunjiere, sia poi d'ordine teorico o pratico, net- 
tamente distinto dal fine di ojnii altra scienza; 

3<*. — un metodo rijroroso, circospetto e reso sicuro dalla scorta di cri- 
teri positivi, cioè jruarentiti dall'esperienza o lejrittimati dall'analisi sog- 
},'etti\a sulla base di essa. 

Quindi esamina se la Ragioneria, nel suo complesso, risponde a que- 
ste tre condizioni, e trova che « essa ha jrià in fatto raccolto un ricco 
materiale di dati forniti da una esperienza di oltre duemila aimi, non- 
ché un tesoro di principi somministrati da altre scienzo aflini, quali il 
diritto, l'economia, il calcolo, ecc. 

« Ha poi un fine suo proprio e peculiare, cui mira, né può mirare 
nessun altro ramo del sapere, qual ò quello d'illuminare la volontà operante, 
nell'interesse dell'azienda ergonomica. 

« P:ila infine si vale nelle sue investijrazioni di metodi comuni a tut- 
te le discipline della sua specie, friovandosi specialmente dei criteri esat- 
ti del calcolo, sul quale fonda grandissima parte delle sue conclusioni. » 

IV. — E qual'è lafunzi(me della Ragioneria, modernamente intesa? 

Se noi stiamo colle definizioni date dai più autorevoli scrittori ita- 
liani ed esteri, come il Resta, il Bonalumi, lo Schrott, dobbiamo concludere 
che la Ragioneria é la menza del controllo economico (2), ne l'ogget^ 
to di essa deve parer insufilciente al titolo di scienza. 



(1) O. Gerboni — Lu Ragioneria Soientitica — Roma 18»5. 

(2) Il Beata scrive, che funziono della Ragioneria, è di * studiare ed, enunciare le 
leggi del controllo economico nelle aziende di ogni natura, e trarre da quelle le norme 
a seguirsi arciocchó col fatto controllo possa essere veramente efficace, persuadente, com- 
piuto r, (Prolusione al Corso di Ragioneria 18«MJ1, Scuola Sup. di Comm. Venezia). 

Il Bonalumi dice che tale funzione consiste nell' u applicare il lume della ragione 
alle operazioni di tutto il sistema delle funzioni amministrative nel duplice intento d'il- 
luminare sui suoi e/Tetti econo mici-gin ridici quanti vi hanno interesse ed azione » (La 
Nuova Ragioneria — 1883) 

E lo Schrott così afferma u La registrazione e il controllo sono intimamente legati fra 
loro, servendo la prima di base alla revisione dell' Amministrazione, ed essendo essa stessa 
una parte del controllo.... l'uno non può sussistere senza l'altra, e viceversa.... Per 
questa stretta relazione, fornuino un tutto organico, chiamato con la parola del linguaggio 
comune e tecnico. Ragioneria. « (Trattato dì Ragioneria - trad. prof. E. Sperotti - 
Novara IHSk . 



Anche l'albero non è che il prodotto di un seme quasi impercetti- 
bile, eppure quanti frutti può dare quell'albero, quanti servigi può ren- 
dere all'uomo il legno del suo tronco ! 

Quando si consideri, che il controllo sta sWammini strazi orto, come 
la jrrcedvra al diruto ; quando poniam mente, che la procedura è 
semplicemente un complesso di operazioni, che traducono in atto e ap- 
plicano il pensiero del diritto ; e pur tutlavia fu elevata a dignità di 
scienza, per opera siìocialmente del celebre giureconsulto tedasco Sa- 
vigny (1779-1864; fondatore della scnnl% storica del diritto-, se teniam 
conto, ad esempio, che non ultima delle cause che determinarono lo sfa- 
celo dell'Impero Romano, fu la mancanza di un chiaro e ordinato con- 
cetto del controllo amministrativo e giudiziario ; si dovrà pur conclude- 
re che l'oggetto della Ragioneria è di troppo capitale importanza nello 
svolgimento della vita economica d'ogni popolo, d'ogni nazione, perchè 
non debba essere insufficiente al titolo di scienza. 

Questo controllo tanto può svolgersi nell'ambito degl'interessi privati, 
quanto in quello degl'interessi pubblici. 

Ma il controllo segue PAmministrazion^ e l'Amministrazione a sua 
volta segue l'organismo dell'ente cui si riferisce. 

Ne consegue, che quanto più Vento è progredito nell'aspetto sia eco- 
nomico, sia politico, che morale e intellettuale, tanto meglio riesce oi^ 
ganizzata l'Amministrazione e tanto più perfezionato risulta anche il 
controllo. 

V. — Francesco Bonalumi, che può dirsi il poeta della moderna 
Ragioneria, per l'eleganza della forma, per la fervidezza delle immacrini 
adoperate ne'suoi scritti di valore incontestabile, in uno studio sulla for- 
mazione del pensiero economico — amministrativo — computistico, comin- 
cia dal descrivere un bambino ancora poppante, che vedendo un ogget^ 
to qualunque fa sforzi inauditi quanto inutili per prenderlo, e nella sua 
incoscienza vorrebbe averlo per distruggerlo, spezzarlo, quand'anche fos- 
se per far del male a sé stesso. 

E piange, e strilla quel bambino, perchè gli vien contestato queste» 

suo capriccio, che potrebbe risolversi in tutto suo pregiudizio. 

Quegli strilli, quelle grida, sono la più semplice espressione del senso 
del min. 

Quel bambino si fa grandicello, e il Bonalumi lo ripiglia quando ha 
fatto i primi studi, ed è ormai cresciuto in seno d' una buona famiglia; 
e ce lo fa figurare davanti a una vetrina di balocchi, mentre chiede 
al babbo che gliene acquisti uno. Il padre si rifiuta; e il bambino s'al- 



6 



STORIA PETXA R\GTONEBTA ITAT.IANA 



IKTRODUZDNE 



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lontana mandando uno sjniardo angoscioso airo;?!?8tto desiderato; ma 
china il capo, tace e s' adatta ai voleri paterni. 

Ora quindi, eh' ej?li è cresciuto, e si troverebbe in condizioni da po- 
ter prond"»re da sé ciò che desidera, non lo fa, ma si limita timidamsntt' 
a chiedere. 

Al senso del /w'o s'è a-x-^iunto il sonso del t'fo, cioè al senso pura- 
mente animale è subentrato un sontimento morale. 

E (junsto cambiamento nella rivelazione di un identico pensiero, il Bona- 
lumi lo deriva dalla radone, svilnppat;u<i con T età, coni ut^ata coi l' istru- 
zione e c(m r educazi(me ; e in questo connubio ritrova l'ori^^ine del 
penai ero econnniiro. 

Ma qui non s' arresta, e quel j^iovanetto lo seprue, finché fatto uom<» 
è ricco di scienza e d'esperienza, e padre di famiijlia. 

E in tale nuovo stato il sMitimmto del nin e d^l 1m è così p3rfe- 
zìonato, che queir uomo si sottopon'» anche a saj^rinci p-^r noa sciupare 
e possibilmente per risparmiare qualche cosa a vantiJTJrio dei propri fi- 
gli ; e con la roba propria ejjli risp?tta la roba altrui, la custodisce e 
la froverna. 

E i sajrrifici continui, le fatiche, anche le privazioni, non lo fanno più 
pianirere e strillare, che anzi egli si sente soddisfatto d* aver compiuto il 
proprio dovere. 

Da che tanta rivoluzione di sentimenti ? 

Tal connuVio della ra'jrione coli' istinto, di cui furon pronube l' edu- 
cazione e r esperienziì, e dal quale sortì il pensiero eaonojuico aiìum- 
niairiiicr. 

Ma il pensiero economico, e quello amministrativo da soli, sono due 
ciechi che si danno la mano : nel loro svolgimento essi vanuf) intrecciando 
una tal rete di rapporti di dire ed acere tra i membri della società, da 
smarrirvisi se non sapessero rendersi conto di ciò che fanno. 

Ed ecco, che accanto a loro sorge il pensivi cojaim/fstf'c^, che 
trachrendo in cifre tutti i nostri atti, ccmfrontando tra di loro le cose 
che ne sono l'oggetto, ci dà campo a districare i nostri interessi da 
quelli deorli altri, e ci illumina nelle nostre operazioni economiche am- 
ministrative (1). 

Ora, ciò che avviene per l'ente individuale uomo, nello sviluppo gra- 
duale delle sue facoltà intellettuali e morali, avviene pure per l'ente 



(1) P. A. Bonalnmi — 11 pensiero econoniioo-aiuiuinistrativo-oomputistioo — (Rivista 
d'ainminidtrazione e contabilità — N. 2. — Como — Febbraio 1882. 



collettivo socfetà ;c\ò che nel primo è istruzione ed educazione, nel se- 
condo è cfm'lfà « che è un grande organismo di idee e di azioni » come 
dice il Settembrini ; e con lo sviluppo progressivo di questo, si sviluppa 
progressivamente anche il p^.nv'eri It^fs ntlij/ci^ sintesi del triplice 
pensiero economico-ammlnistrativo-computistico. 

Ti. — Vi sono fatti economici, che si svolgono e si compiono in- 
dipendentemente dallo Stato; ve ne sono di quelli che sorgono soltanto 
con r esistenza di esso. Il commercio , per esempio, abbisogna dello 
Stato, perchè provvegora all'osservanza dei patti: ma necessariamente non 
presuppone lo Stato, ed anzi non si contiene n3m;neao nei limiti di esso. (1) 

jSe consegue, che dove lo Stato interviene arbitro nello svolgi .nento 
economico di un popolo, quanto maggiore è lo spirito di libertà che 
ne informa il redime, altrettanto maggiore è lo sviluppo che può avere 
lo svolgersi de'le sue istituzioni economiche. 

Nelle antiche società, la scienza economica non si estrinsecava in 
leggi fondam 'untali, anzi può dirsi che non la si presupponeva neppura 

Tutto dipendeva dall'arbitrio di chi conanìava. Il pregiudizio, fo- 
mentato dalle varie scuole filosofiche e dalle dottrine religiose, che cioè 
le arti prò lutti ve, toltane l'agricoltura, preT:iudichino la salute del corpo 
e la salvezza d^lla patria, in3)poa lo svoIgi:n3ato normale della prodii- 
zione. 

I 

3^ È solo nei libri sacri — come dice il Cossa (2) — che in antico le 
norme economiche si compsndiano in precetti morali sulla virtù del 
lavoro, della temperanza e del risparmio. , ; 

Non è quindi la scienza economica che si estrinseca per leggi natv^ 
rali ; è l'amministrazione che si appalesa in ordinamenti creati dalla 
volontà di chi comanda, cio'^ dall'opportunità o dall'arbitrio. Di conse- 
guenza, anche certe legislazioni subivano l'influenza di questo stato di 
cose; come ne potrebbe essere esempio la lei^ore Sleìsachihe a, promulga- 
ta da Solone, con la quale allo scopo di facilitare i pagamenti per 
l'accrescimento dato al valore del denaro (circa il 27 o/o) venivano all^ 
viati i debitori dai loro debiti. 

Gli ordinamenti amministrativi quindi non sorgevano sul comples^^o 
di leggi economiche e giuridiche, quali scaturiscono dalla ragione .e quali 
si affermano nelle moderne scienze dell' economia e del diritto ; ma 



(1) F. Lampertico - op. cit. 

(2) Luigi Cussa - Guida allo studio dell'Economia politica 



8 



STOBIA DELLA BVGIOXEBIA. ITàLlANA. 



INTRODUZIONE 








orano orfrnTÙsini a<lattaii alla volontà dol principe, ch(^ si mutavano col 
variare dolio moniontanee nrfrenti necessità. 

Ma se il pensiero oconomico-amininistrativo doveva per consepruenza 
trovar ostacolata Ja via ad uno svolpfiniento lo<iico o ,ad un assetto ra- 
zionale deirorjranismo stesso delle anticln^ società, il pensiero compu- 
tistico doveva pur rivolarsi necessario e svoljjrersi ade«j:uatamento, qua- 
lunque si fossero jxli ordinamenti annninistrativi, per tradurre in cifre 
e ricordare jjli atti nascenti dallo svoljrorsi di quelle amministrazioni. 

Questa netessità lo<rica, naturale ed evidente, che ad ojjni Ammini- 
strazione comunque ordinata, deve corrispondere un complesso di anno- 
'tazioni, che ne tenera in evidenza e ne ricordi i fatti, sia perchè la 
mente umana tutto non può ricordare e quand'anche ricordasse, sparisce 
con lo scomparire dell'uomo, doveva o deve far concludere, che la con- 
tabilità esisteva anche in antico e dovunque eblx^ro sviluppo ordinamen- 
ti di Stati, di couimorci, d'industrio. 

In uno de' libri di Sacro scritluro, ueWEtX'leumsfCy lasciati da Sa- 
lomone (970 av. Cr.) è prescritto: ^< iMtnnque negozi, verifica e pena .' 
rlaconirnlo ghislo e acceffnio, dcsvrm rgrti cosa » flj e tale ammo- 
nimento al popolo d'Israel lo, collo«rato all'impulso che Salomone diede 
al commercio terrestre fondando la città di Tadmor o Palmira, ed al 
commercio marittimo ponendosi in relazione c(m Hirain re di Tiro, è la 
f)rova più persuadente che jrià da nulle anni prima di Cristo, un'arte, 
un modo di tenere i conti, per quanto semplicissimi, doveva esistere. 

Tanto \m\ lo sì deve ammettere, se si considera che è nell'antichità 
dove trova orifrini documentate l'ausiliaria più potente e intellettuale 
della moderna llafiionoria, V Aiif melica , e mejilio se si pon mente al 
fatto che esistevano particoiaii classi di persone, cui erano demandati 
gl'incarichi dell' junministrazione e della Contabilità. 

Se allo storico ojjjii non si offrono documenti da cui rilavare come 
si svolgf^sse e fosse applicato nello sue prime manifestazioni il pensiero 
computistico, non riesce però dillicile alla critica storica, mettendo a 
l^t-ofitto r esperienza e il discernimento dedotti dai risultati cui si per- 
venne nella lenta evoluzione della scienza, cioè risalendo col pensiero 
dal suo stato attuale e sejruendola reoressivamente in relazione sempre 
hWq condizioni economico-sociali entro cui veniva svoljrendosi, non 
f riesce difficile, diciamo, di stabilire approssimativamente ciò che la man- 
canza di documenti non dà per certo. 



VII. — Ma air infuori di quest'induzione, che cioè la contabilità 
doveva esistere perchè esistevano ordinamenti amministrativi, industrie, 
commerci, patrimoni, di più non sappiamo formulare; documenti non ce 
ne pervennero, e la storia, a questo ri<:uardo, è più storia delle con- 
(lizirri ecrrrmico-sociali di alcuni popoli, che della loro contabilità. 

Induzione é quella di F. Orsini, quando nella sua opera « Sui ijro- 
g?^ess? (Iella Ragicncria » scrive : « Nata in antichissima epoca in mezzo 
ai Fenici allora quando tutte le arti e le scienze mancanti di osserva- 
zioni e di ricerche Irancolavano lentamente con mal sicure pratiche, la 
prima forma di tenere i rejxistri di Commercio andò con essa vagabonda 
presso i popoli nelle loro navigazioni visitati, ed ebbe il suo primo ri- 
cetto sulla nuda pietra, sui mattoni e simili cose dove si usava scrivere 
da quelle pronti primitive; ed in sonfuito sul piombo, sul rame, su la cor- 
teccia dojrli alteri, su tela di lino. » 

Induzione ó ])ur quella di Vincenzo Campi, quando nel suo « Ra- 
girnia e » scrive : « dolendo per altro fissare una data in sejruito alle 
opinioni riportate più sopra dal Gojruet (Ij e di altri, conviene accettare 
che la introduzione di una reprolare tenuta di rajiioni sotto qualunque 
foTma, dobha essere avvenuta prima di ojxni altro in Ejritto dal 1388 al 
1322 avanti Cristo, sotto il reprime di Faraone Ramse III il Grande — 
Sesostris — il quale condusse l' Ejritto all'apice della sua potenza, e 
fiotto il quale le arti, l' industrie e il commercio fiorivano per modo che 
fu principiata la costruzione di un canale di conjriunjximonto fra il Mar 
Rosso ed il Nilo, e perciò fra il Nilo e il Mediterraneo. » 

E induttiva ancora è l' argomentazione di Vincenzo Gitti, quando 
nel suo « Discorso sulla sfuria della Ragionieri a » dice : « La Ragi(v 
noria è ,secondo la mia opinione, una scienza molto vecchia. La sua vec- 
<hiozza io la deeun o dallo scopo principale eh' essa si propone. Voi lo 
capete meglio di me quale esso da : registrare tutti i fatti amministra- 
tivi che si compiono in un'azienda, qualunque sia la sua natura, qua- 
lunque sia il suo scopo. La necessità di queste registrazioni, come di 
leggieri si può capire, dev' essere sorta da ben lungo tempo, fin da quan- 
do nel mondo degli affari fece la sua prima comparsa il credito. » 

Ed altri ancora ne potremmo citare, e tutti arrivano sempre ad una 
conclusione sola, che si può sintetizzare così : l' antichità ebbe ordina- 
menti amministrativi, commerci ed industrie, dunque deve aver posse-/ 
duto anche una Contabilità. 



(l) Quoloumiue traile», numera et appoiul»': «latum vero ol jioooptum, oinn« «losoribo. 



(1) Cioè, insegnandooi la storia come l'aritmetica sia nata fra gli egizi ed i fenici, 
viuesti popoli hauno portato ad un certo grado di precisione la pratica di unire i nu- 
meri e di calcolarli. 



^^^^^^ 



10 



STORTA DRLT,A RAGION ERTA ITATJANA 



INT RIDUZIONE 



11 






I 



* 



4 



Noi non crediamo che acrin zendosi a scrivere la storia di una scienza, 
si poFsano ri'^orosamente risp3ttaro i diritti cho il duca di Grammont 
concede alla Storia e adempiere ai doveri che impone allo storico. 

S3con!lo lui, è, diritto dilla Storia di non accojjliara nel suo dominio 
se non i fatti completi e accertati ; di gettar via da' suoi archivi docu- 
menti incerti ed inesatti; ed è dovere dello storino di sceverare la verità 
da tutte le nubi che l'offuscano, e di porla nella storia al posto che le 
spetta. 

Como potrohho lo storico, volendo risalire allo ori<jrini di una scienza 
accettare i soli fatti completi e bandire tutto ciò ch9 il sem;)!ic3 ragio- 
namento il buon senso intravve;;j:ono anche fra le nubi che offuscano 
la verità certa? 

Così, volendo risalire alle ori'jrini di quelle norm^^ e dottrine fonda- 
mentali che rejTLrono o rp^oluno il mondo aziendalo, e che nel loro tutt<> 
orjianico costituiscono la scienza della Raixioneria, lo storico dovrebbe 
limitarsi ed affermaro che T Aritmetica emise i suoi primi va'jriti coli' Avi- 
sena, col Bhascara, con Abramo ebreo, col Fiììonacci ; e l' arti delle scrit- 
ture con Benedetto Cotru<rhi, con fra laica Paciolo, e con Giovanni An- 
tonio Tai^liente, solo perché nessun altro lia scritto sullo stato della 
scienza dei numeri e dei conti, che sia precedente a questi scrittori. 

Ma questo sarebbe assurdo l'ammettere, puerile raffermare. 

Per quanto il pensiero lojxismolon:ico sia venuto formulandosi netta- 
mente soltanto con la moderna Ra'^ionoria, nella sua j^enesi questo pen- 
siero è antico quanto la civiltà umana. 

Se o«?<jri esso afTermasi in lej^xì che assurgono a di|:?nità di scienza 
rej^olando l'ente a;^iendale, nell' uomo primitivo ò insito nella natura 
stessa di lui, n^W aunn-iz/enii, che n;isc3 con lo stimolo dei bisogni 
cui sopp3risci col capitale dell' Intel Ii;j:enza e del lavoro acuiti al sol- 
disfaeim3nto di questi Msojjrni. 

E per siffatte considerazioni, e di fronte alle notizie storiche accer- 
tate dagli eruditi, che ci svelano istitu^ioaì ecr>nomich3 tali nelle anti- 
che civiltà da gareggiare con simili della civiltà moderna, com3 il si- 
stema decimale di p3si e mi«;ur3, gli orlini!n3ati amninistrativi, la di- 
visione dei poteri, i controlli catastali e via dicendo, e facil cosa navi- 
gar nel mare delle induzioni. 

VHf. — Si potrebbe, è vero, osservare che non sì devo confondere 
la storia de zìi ordinaminti computistici, con la storia della Contabilità 
che li rispscchia ; inquantochè, se gli uni si collegano all' altra, Ammi- 



nistrazione e Contabilità sono pur tuttavia fra loro affatto diverse nella 
essenza e nella forma, 

E l'osservazione — più che giusta — ripeterebbe né più, n*^ meno, 
in altri termini, l'appunto che il Cessa muove al Blanqui, il quale, nel- 
V « Iffstv're de r Eijonom'f! polfff'jae en Enripe de;)itfs l'*s Ancfens 
jusnt' fi nos Joìirs» deduce direttamente l'antichità d3lla dottrina 
economica, da quello degl' istituti e-ionomici, confondendo la scienza con 
gli ogg?tti che essa pijrlia a studiare. 

« Asserire — dice il Cossa — eh? dove trovansì gli scambi, le mo- 
nete, le i'iiposte, deve pure trovarsi la scienza economica, vali quanto 
l'affermare che l'astronomia e la fisiolooria furon senz'altro cont3mpora- 
nee al moto degli astri ed ai fenomini dslla respirazione e della nutri- 
zione. » 

Ma a tale osservazione si potrebbe rispond3re, che come là dove sono gli 
astri e' è moto, e dove e' è respirazione e nutrizione, e* è vita; così dove 
sono ordinamenti amministrativi, industrie e commirci, deve pur esservì 

Né devesi confondere questa con la So/'enza dei confi, perchè allo 
stesso modo che nel campo economico, teorie isolate su ili scambi, sulle 
monete, sulle imposte, quali si riti'ovano anche nell'antichità, non costi- 
tuiscono un corpo di dottrina, così tanto meno si può arrischiare 1' afferà 
mazione, che un corjiplesso qualunque di registrazioni, di cui s'ignorano 
la forma, l'organismo e l'evidenza dovessero costituire una sreizi^ se 

— come vedemmo — or fa appena un quarto circa di secolo, una schie- 
ra d' insigni ragionieri a Firenz3,amm3tteva l' esistenza di un' zrfe ma 
non di una sn enza de? conff. 

Gli è bensì vero però — come osservava F. Conti (1) — che « la bel- 
lezza dille forme esterne — ha fatto dimenticare troppo spesso l'interno 

— la sostanza — » 

Noi, nel campo delle induzioni, ci spingiamo ancora più in là di 
quello cui siano arrivati altri scrittori. Ed arrivereno ad am.nìttire 
perfino che la scrittura doppia potesse essere conosciuta anche dall' an- 
tico mondo romano. 

SouLriunge il Conti : « Ellora colle sue grotte, le sponde dell'Eifrate 
e del Tijjri colle loro Metropoli, gli splendidi colonnati dì Karnak e le 
moli di Cheope e Mìcerino, il Partenone, il Panteon, le ardite e mistiche 
cattedrali e i castelli echeggianti la serventesi d3l trovatore — furono 
fatti che si imposero a vicenda come prove di civiltà. 

(1) F. Conti — Soliiavitù e servaggio neUa storia della Civiltà — Politecnico 183S — Voi. a« 



12 



INTRODUZIONE 



1 '> 
I o 



STORIA DELTiA BAGUINKBIA ITAUANA 




' iffc V 




« Ma, e le intere ^generazioni di Indiani che spesero, costretti, la 
vita a scavarlo quello «grotte? e le intere popolazioni spostate e consu- 
mate ad elevare Ninive e Babilonia? e schiatte intere forzate a rizzare 
le piramidi di Gizeh ? e jrli schiavi considerati appena come uomini dai 
«concittadini di Pisistrato e di Pericle? e i Tebani venduti schiavi da 
Alessandro? E i due terzi di non patrizi, cioè di sofferenti, dei sudditi 
di Aucrusto? e tanti popoli che gemettero ai piedi delle splendide dimore 
feudali, nelle vie tortuose e scure, in poveri tujxuri di sabbia, pietre e pa- 
y:lia ?... Dì costoro, e sono i tre quarti dell" umanità, si dovrà credere 
t;he non siano venuti sulla terra che per soffrire ? E non potreì)bero, per 
avventura, aver lavorato in sejrreto a produrre più di quel che pensiamo? » 

II concetto che ci spinse nelle nostre induzioni, fu questo appunto. 

La schiavitù, il serva^^j^no, le caste avranno bensì ostacolato il pro- 
!/resso delle masse o ritardato la formazione di quelle lejxori desunte da 
fatti <renerali, dal complesso delle quali dovevan scaturire le scienze; ma 
chi pu(S dirci che nella mente di qualcuno di quepP infelici, fossero ix)i 
ì?li schiavi del mondo orientale, o i servi romani o i liti dei frermani, e 
via dicendo, non si formulasse qualcuno di quei concetti pratici, che, po- 
sti poi m esecuzione, dovevan essere il «lerme di metodi e sistemi futuri? 

Non stiamo quindi a nejiare — come taluni fanno a priori — che 
l'antichità abbia assolutamente sconosciuto taluno de' nostri processi 
meccanici in fatto di scritture computistiche. 

Limitiamoci solo ad ammettere, che lo sviluppo e l' affermazione 
delle scienze dovevan ossero diflicoltate ma non rese impossibili in modo 
assoluto, dalle restrizioni che importavano gli antichi ordinamenti sociali. 

J\ — Su ciò che sia la Ra<?ioneria e sulla sua estensione scientifica, 
ci fu ed A ancora diffusissimo l' equivoco. Imperocché molti, conftmdendo 
la professione del Raprioniere, quale ojjui ancora si presenta per molte- 
•plici cause, racchiusa fra confini ristretti, con la scienza di Raprioneria, 
quale si affaccia sull'orizzonte intellettuale e cui spetta senza dut)bio il 
più glorioso avvenire, molti, — diciamo — fanno e credono consistere 
la Ragioneria nella così detta fomfa dei Wn-i, e al di là di questa che non 
è tutta la scienza, ma soltanto una delle funzioni di essa, l' opera del 
ragioniere h creduta semplicemente una materiale applicazione di altre 
scienze quali quelle dell' Amministrazione, <lel Diritto, dell'Economia, della 
Statistica, della Matematica. 

Ma noi domandiamo : esiste forse una scienza dell' avvocatura, del- 
l' ingegneria, della medicina, del notariato ? o queste non sono che sem- 



plici professioni le quali applicano i principi e le leggi sancite da scienze 
che so 'corrono chi quella, chi questa, chi tutte quelle professioni ? 

Su quest' argomento ci riserbiaìno di trattare diffusam-ìnte nell' ul- 
tima parto di questa Storia, nella quale verremo facendo anche un 
po' di fisiologia della professione, opperò credsremmo inopportuno dilun- 
garci ora su tale argomento. 

Piuttosto, quella su cui ci sofr3rm9reìno ora, è un' opinione troppo 
generalizzata anf.he fra gli stessi Ragionieri ; e ciò'» che 1' Arìirn iica 
lìirrcnniilc sia una cosa a parte, che non ha nulla a che vedere con la 



Ragioneria. 



Quella è una scienza, e questa è un'altra, dicono moltissimi. Ve- 
diamo, 

Il Paciolo (1) fra le tre cose st3condo lui indispensabili « a chi vuole 
con debita diligentia mercantare ^> pone questa : che il mercante sia « buon 
raginniere e pronto coraimUdn. » 

Certamente sarebbe desiderabile che cosi fosse ; ma ancor oggi, dopo 
400 anni dacché il buon frate da San Sepolcro formulasse questo suo 
apprezzamento, chiunque può constatare, che non soltanto la massima 
parte de' nostri commercianti non sono né ragionieri*, né computisti buoni 
né mediocri, ma che il commercio ruzzola avanti con mezze misure, e anche 
senza le altro due cose indispensabili (sempre secondo il Pacioloj cioè la 
pecxinia mulinata, o r ordine nelle proprie faccende. 

Per quanto riguarda il nostro argomento, sta pertanto la distinzio- 
ne netta e precisa ammessa dal Paciolo per il primo, fra ragioniere e 
computista. 

Ma qui dobbiamo constatare un altro guajo : e cioè, che dopo 40f> 
anni circa da frate Luca, i ragionieri non si sono ancora messi d'accor- 
do né sui nomi, né suirestensione scientifica, né sulle correlazioni fra 
Ragioneria e Computisteria, considerate come materia del ragioniere. 

Francesco Honalumi, scrive (2) : « Le due funzioni del calcolo eco- 
mico-amministrativo originarono per tanto X Aritmetica mercantile e 
la tenuta dei libri. Grandissima é la differenza che passa fra l'una e 
l'altra. L'Aritmetica mercantile ha per iscopo di tradurre in cifre 
ogni maniera di fatti amministrativi, nell'intento di misurare e di con- 
frontare gli effetti che essi producono sul nostro stato economico. 



(1) Luca Paciolo — Trattato di computi e scripture — Veuetia 14&4. 

(2) F. A. Boualumi — Un po' di storia — Rivista d'amministrazione ^'. contabilità — 
Como — 1881. 



■^^?^35^^ 



14 



STORIA. DET.LA KVGIONEBIA ITALIANA 



INlTlOnUZIONE 



15 





« La tenuta dei lihri o la Cmnimtt'sterfa é ben altra cosa ; gene- 
ralmente essa è l'arte di trasportare con \ene voi mente sui registri i fatti 
previamente decifrati dall'xVritmetica commerciale. 1/insieme delle due 
arti fu detta professione del ragioniere. » 

Per contro il prof. V. Gitti nell'Introduzione al pregevolissimo suo 

Mavvri/r ai Cdifj vthfctia (Ij scrive: <\ 11 cimpo della Ccnijutifteria 

ncn (u finora e5 atti mente deteimìnnto. V'hanno taluni, che diedero 

questo n( me alla Ragioneria, altri chiamò Computisteria i primi ele- 

tnenti di quolln. » 

E dopo di aver dichiarato di non accettare queste idee, non capa- 
citand(si — ed a ragione — <^ perché alla stessa scienza si debbano 
dare due nomi che etimologicamente denotario due cose diverso » né 
« come le prime nozioni di una scienza deblano costituire una scienza 
speciale » conclude col definire la Computisteria « l'applicazione delle 
regole della matematica a tutti i prolkmi che nelle difierenti aziende 
possono occorrere nella determinazione del valore dei fjitti amministra- 
tivi. » 

Come si vede quindi, il secondo scrittore denomina l'Aritmetica 
mercantile con lo stesso vocabolo adoperato dal primo per la tenuta dei 
libri ; e si parla di due scienze distinte, che fuse assieme costituirebbero 
una terza scienza : la Ragioneria. 

Già il Villa (2] aveva im po' meglio messo a posto le cose, dicendo 
che la Ragioneria deve albracciare tre ordini distinti di cognizioni 
teorico-pratiche « perchè possa in un'Amministrazione prendere il posto 
che le c(mpete ed esserne, non l'umile dipendente ma la illuminata 
ausiliaria e consigliera » e cioè: j.^ 

1°. gli elementi delle scienze esatte (aritmetica e algebra), 

2°. la teoria della tenuta dei libri, g 

3°. la cognizione dei principi teoric(vpratici, dedotti dalle scienze 
ecorcniche che reggono e guidano le diverse categorie di Amministra- 
zioni ed aziende. "^ 

A quei?ti tre ordini di cognizioni, noi crediamo che un quarto del> 
t)asi aggiungere : la cognizione del dhitto che regge e governa quelle 
aziende. 

Koi però ora non vogliamo, né saprennuo ampiamente svolgere 
questo importantissimo argomento, al quale tuttavia abbiamo creduto 
necessario di accennare, in quanto che cominciando la nostra storia 



(1) Prof. O. Vitti — Mimualo di romputisteria — Milano HoeplI 18%. 

(2) Prot. Francosoo Villa — EL^'aen.i d'ani luinistraaione e contabilità — Milano 1878. 



precisamente con quella dell'Aritmetica, abbiamo voluto prevenire l'even- 
tuale aftpunto che alcuno potrebbe muoverci, e cioè che uscimmo dal- 
l'argorrento trattando la storia di una materia, che ajuta bensì la Ra- 
gioneria, ma non è parte di essa. 

Ci si dirà forse, che a questa stregua dovremmo fare la storia del Diritto, 
dell'Economia , e di tutte le altre scienze cui attinge la Ragioneria. Ma 
a noi sembra che se VArilntciwa jtna perticne alla matematica, VArif- 
moticn ma con tu e y che applica quella ai hisogni dell'arte aziendale, 
appartiene e forma parte integrante della Ragioneria ; epperò, a \olerne 
studiare dal punto di vista storico, l'origine, lo sviluppo e i perfeziona- 
menti in inalazione ai progressi della scienza aritmetica, delle condizioni 
economico-sociali, dei commerci, delle in\enzioni, delle scoperte, noi 
non sapremmo quale miglior i)osto assegnarle se non nella storia della 
Ragion ori a. 

X- — Scrisse Vincenzo Campi fi) sui numeri : « Si comprende age- 
volmente, che la causa prima della loro invenzione doveva essere il bi- 
sogno estremo, assoluto, indispensabile dei numeri per il miglioramento 
della scienza, ma forse più di ogni altro per tener conto della proprie- 
tà, dei crediti e dei debiti e <li quanto altro potesse conteggiarsi nell'in- 
teresse sociale 
^ « La proprietà, i crediti ed altro espresso con queste cifre, costi- 
tuivano e continuano naturalmente a costituire un diritto, ed ogni par- 
tita di cifre forma una partita di diritto. Laonde, siccome il diritto ma- 
nifestasi colla esposizione delle projìrie ragioni cosi, ammettendo per 
) ase le ragioni aritmetiche, fu chimiata ragione il diritto medesimo, la 
partita di diritto espresso' in cifre, il calcolo di quelle cifre, il debito ed 
il credito, il dare e l'avere. » 

E Giuseppe Gerboni (2) parlando dt^lbi nuova Aritmetica divulgatasi 
ih Occidente per opera specialmente del Fibonacci nel 1202, scrive : 

« Questo potente sussidio della ragioneria si sostituì ben presto ai 
metodi diflicili degli antichi, e trovato terreno adatto per il suo pro- 
gresso e sviluppo in causa dei commerci e delle industrie de' nuovi co- 
muni, fece sì che la ragioneria risorgesse, e con essa l'ulfìcio di ragio- 
niere, che in Italia si chiamarono ragionati al Noi-d, maestri razionali 
al Sud, Computisti o Sindaci dei conti al Centro, » 

Se i numeri quindi furono adoperati ad esprimt^re le ragioni ; se 
TAritmetica nuova portò un nuovo e potente impulso alla Ragioneria, 



kX) op. cit. 
(2) op. cit. 



id 



STOKfA DEIJA RAGTONKaLV ITATIANA 



INTRODUZIONE 



17 



perdi'' non dobbiamo cercane n^lla storia «V^irAT-itmetica quanto pii('. 
interessare ancbe la R\f^ion(^ria ? 

Ejjli è evidente, die com 9 qm^ta scÌ9ii;5a andò gradatamente amplian- 
dosi e prò rr? bado col pro.'ra lira dalla so-j3tà,d^'li ordinamenti eco- 
nomici, dezli istituti «riuri.lici, così non poco sviluppo deve aver tratto 
dai progressi dalla scienza Aritinatica, olla qu ile ha diverse attinanza; 
e possiamo dire anzi, che V Aritmatica m-^rcantile, più che un'applica- 
zione delle matamatiche allenta aziendale, è un elemanto organico del- 
l'ente stesso. 

Il solfo, l'arsenico, il ferro, sono sostanza studiate dalla Chimica; 
eppure nessuno potrà dire che l'acque solforosa, arsanisalì, ferru.?inose 
siano il prodotto dell'applìcaziona dalla s>Jf?nzi chimica airidro;?raria 
sotterranea ; ma è l'acqua stassa un prodotto chimico, che non cessa per 
questo di fornir stulio speciale dall'idro^rala sotterranea. 

E così la funzione del calcolo applicata al controllo economico, 
scaturisce dalle esigenze insite nalla natura stessa deiruomo e della so- 
cietà ; e prima ancora che la speculazione scientifica scoprisse le for- 
molo generali, da queste esiganza era scaturita la materialità del cal- 
colo, l'empirismo aritmetico. 

Senza far torto ai modem: scrittori, possiamo quindi dire che fino dal 
1610 Giovanni Antonio Moschetti, nalla sua op ara « Dcir (law'rs^Uraf- 
frifo d3' If'tri dipiìì » aveva dalle idea forse un po' più precise, per quanto 
barocdie, quando faceva questa comparazione : « Orì)ene, l'Aritmetica 
non è che la ministra del Libro doppio in quella guisa appunto che 
ministro del Principe si chiama quel Giudice, il quale da esso Principe 
vien preposto a giudicare et definir alcuna lite. Onde per applicar la 
comparatione acciò sia intellegibile, diremo che il Principe è il Libro 
doppio, il quale pregato dal Mercante come litigatoro, si determina di 
dare il suo ad ognuno, et però con leggi proprie et particolari del Regno, 
cioè con l'Arte del Quaderno, commette questa lite all'Aritmetica comp 
Giudice et ministro suo, la quale udite le ragioni dell'una et dell'altra 
parte, cioè del dare et dell'havere, dia la sentenza in favore di chi si 
spetta, cioè chi dee dar vada, et si chiami debitore, et chi deve aven^ 
riconosca per creditore. » 

E del resto, anche la stessa Accademia dei ragionieri di Bologna, 
mcaricata dello studio per l'applicazione della scrittura doppia alla pub- 
blica Amministrazione dello Stato, così esprimeva il suo giudizio : « Senza 
qudla (cioè la p. d.) voi avrete dei conti, ma non una Contabilità la 
quale è figlia delle matematiche ed ha bisogno di provare la verità col- 
l'esattezza del calcolo. » 



Spetta ora all'indagine storica di vedere, come — iie!]'&mMto azien- 
dale — venne esplicandosi la funzione calcolatrice, considerata coma 
elemento di controllo economico, fimzione che dovette necessarianienta 
prcìgre<lire coi progressi della scienza dei Numeri, così come la funzione 
scritturale progrelì coi prograssi dalle scienze amministrative. 

E ciò faremo in questa prima parte della Sti^Hx della. Racfinnerli', 
risprbandoci, nella seconda, l'indagine sulla formazione storica del con- 
trollo economico; e nella terza, quella sulla professione del ragioniere. 




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I 



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Papte Ppima 



Storia 
<ieii «Aritmetica mercantile 



"=N^)(^" 



Capitolo Frimo 



APPUJ^TI STORICI SUI NUMERI. 
SULLA NUMERAZIONE E SUL CALCOLO ANTICO. 



1. Sull'origine dei Nameri - ». Mezzi fonici e grafici per la riproiuzione del pen- 
siero — 83. Sistemi nunierali pentenario e derimale — Kumerazioiii letterali antiche — 
-». Numerazioni ^er somma e sottrazione - Di altri sistemi numerali antichi - ». I 
Numeri «oi.siaerati sofetettix amente dalle antiche scu. le - il sistema Sierimentale ddll» 
s«uola ^recn-italita - OLLiezioui al pi incipio sOfe^ettivo dei numeri - Sesto l'Kmpiriio - 
1 elle irojrielà 60jrBnnturi.li uttril uite ai > i ntri an< L. dafcli Arabi - e. L'espai.sione 
de^li Arabi projata in Occidente anele la loro coituia - la Numerazione indo-arabii-a — 
'S, Itzzì meccanici antichi ler coniaie — S. 11 calcolo antico e di una sup^osizicne 
sul calcolo dei romani - O. Obbiezioni di F. Chasles sull'origine della numerazi-uie 
iiido-arabi-a - IO. Del calcolo mentale e di alcuni strumenti ^er ajutarlo - AbachUti 
e Algoricmidti. 



■ • — I^rima ancora che I*uomo potesse supporre una scienza dei nu- 
meri, dovette sentire la necessità di contare. 

Non fosse che per stabilire il numero degli on^getti posseduti, dei 
compafmi nelle conquiste, dei nemici da combattere e via dicendo, questo 
» ÌM)pno di contare dovette nascere col discernimento, col criterio del- 
l'uomo socievole. 

I numeri scaturiscono dall'idea; sono quindi un prodotto intellettuale 
che trova la propria definizione nella filosofìa; e puerile a nostro avviso 
^ voler rintracciare a chi dehhasi attribuire Vinoeazione dei numeri, 
sombrandoci che tanto varrebbe voler cercare chi inventò il modo di 
sentire, di vedere, di comprenlere. 

Ad oirni modo, fra le varie leg^ande cui si può accordare un'im- 
portanza storica, la più propria sarebbe quella che attribuisce a Crisn/i, 
una delle incarnazioni della Trimurti o Trinità indiana (3000 av. Cr.) 
l'invenzione delle dieci cifre fondamentali della numrTazione. 



m 






e5?s^;5^jfiS^C!isn 



22 



STORIA DELLA BAGIONBBTA ITALIAI^A 



CAPITOLO PEIMO 



2f^' 



E diciamo la più propria, in quanto che la Trimurti caratterizzava 
la Deità conservatrice o riparatrice. Quinrli racchiufleva in se l'idea del- 
l'ordine, della giustizia, dell'asattezza, che sono il fondamento della scienza 
dei numeri. 

Ma all' infuori di questo nostro apprezzamen<^o riteniamo che coinè 
valore di verità storica, tanto valjra attribuirne l'invenzione a Crisna, 
quanto a Palamede come volle Platone, od a Minerva come asserivano 
i romani, o ad E Iris, come ancor oggi affermano i maomettani. 

Etimologicamente la parola nunii^rn deriva dal latino nunieros, che 
taluni fanno derivare da narmis, moneta; altri dal greco vsasoj, di- 
strihuire. 

La numerazione scritta dovette essere posteriore a quella parlata, 
giacche il bisogno di rappresentare graficamente un numero, è meno sentito 
di quello che non sia il bisogno per cui lo si concepisce e lo si esprime. 

Naturalmente siffatta considerazione va intesa riferibilmente alle 
origini, astrazion ftitta da ogni scienza ed arte dei numeri, in cui è 
ovvio dimostrare il bisogno impellente della grafica rappresentazione 
dei numeri. 

2. — Due mezzi adoperarono gli uomini, fino dai più remoti teuìpi, 
per riprodurre il pensiero, conservarne 1' espressione e comunicarlo agli 
altri: la rappresentazione diretta dell'idea fideofjraflsmoj e la riprodu- 
zione del suono ffonctisìnnj. 

L'ideografìsmo riproduce il pensiero col mozzo di una figura conve- 
nuta, e fu quindi fìff arativo o simbolico. 

Il fonetismo lo ripro<luce col mezzo di gruppi <li sillabe, o di carat- 
teri semplici, e fu sillabico o alfaheflco. 

Più antica di tutte fu la scrittura ideografica, che fu il mezzo più 
naturale e primitivo di tutti i popoli per rappresentare graficamente i 
propri pensieri. 

Ma col progredire dei tempi, con lo sviluppo delle arti, dei com- 
merci, seguì il bisogno di una scrittura più spedita; e quel metodo pri- 
mitivo subì delle alterazioni, che poco a poco lo portarono a segni con- 
venzionali fonetici. 

Così ad esempio, gli egiziani avevano tre diverse specie dì scrittura : 

lo. la ffeì^ofjlipca, usata parte su rotoli (che formavansi col papiro, 
pianta acquatica) e parte sugli obelischi. Essa componevasi di quattro 
specie di segni, che scrivevansi indifferentemente da destra a sinistra, 
o viceversa; e questi segni erano: 



aj figurativi, coi quali rappresentavansi gli stessi oggetti che- vo- 
levansi indicare. Cosi per sold%to rappresentavasi un uomo con fréccia' - 
ed arco; per pregare, un uomo che si curva; per vedere, occhi e pupille. 
bj simbolici, ossia figurativi, ma osprinienti più parole. Così p»r' 
allattare, 7iiifrire, educare, rappresentavasi una donna che allatta; per' 
stringere al seno, riunire, rappresentavasi un torso con braccia. 

cj alfabetici, che nei tempi antichissimi erano 25 per 15 lettere;^ 
ma nel nuovo regno e nell'epoca romana furono accresciuti, in modo 
che per quelle 15 lettere si ebbero più di cento sexni. * 

rfy misti, cioè figurativi o simbolici, in unione ad alfabetici. 

2°. La scrittura Jeratica, ch'era un'abbreviazione della geroglifica, e ' 
veniva adoperata soltanto dai sacerdoti ne' loro scritti, e scrivevasi 
unicamente da destra a sinistra. 

3°. La demotica era là scrittura usata comunemente, e componevasi * 
di soli segni alfabetici. 

Della scrittura sillabica il più antico sistema che sì conosca è quello 
de' Caldei, dai quali lo appresero gli Elamiti, gli Assiri e iMedo-Persiani.* 

Di questa scrittura, detta cuneiforme, da cuneo o punta di freccia 
con cui si vergava, devesi la conoscenza alle pazienti e dotte ricerche" 
di Grotofend, Lassen, Burnouf e altri, che aprirono in tal modo una 
nuova via agli storici studiosi dell'antico oriente. 

Ma gli Assiro-Caldei s'arrestarono alla scrittura sillabica. 

De Rougè ha dimostrato che ai Fenici deresi l'invenzione dell'alfabeto 
fonetico. Come lo formarono essi ? » 

Per le loro relazioni commerciali con gli Egizi, i Fenici conobbero/ 
al tempo della dominazione degli Hyk-sos, la lingua e la scrittura egiziana.-' 

Dalla scrittura jeratica tolsero un certo numero di caratteri corri- 
spondenti alle articolazioni fondamentali della loro lingua, e formarono' 
il proprio alfabeto di 22 lettere, che conservavano il prototipo egiziano. ' 

Questo alfabeto fu tosto adottato in Oriente dagli Aramei e dagli 
Ebrei, e più tardi pervenne in occidente, importato dai mercanti di Si-) 
done e di Tiro, subendo naturalmente delle modificazioni dove le esi- 
genze fonetiche delle diverse lingue dei varj popoli l'esigevano. 

Così, per esempio, i Greci vi aggiunsero due nuove lettere e trar 
sformarono le gutturali dolci e le semi vocali delle lingue semitiche in' 
vocali. 

Comunque vogliasi accettare la dimostrazione di De Rougé, egli .è' 
certo che dai tempi più remoti i Fenici furono l'anello di congiunzione 
tra le civiltà orientale e occidentale. - • , •• -. 



j' 



84 



STOB'A DRr.-A BAOtOKEBIA ITALUNA 



«tituf p,u importanti d«in„civil™ento. tei a.1 e.si si attribui,^„o a 

fillt ; T ; " ""'"'■''• '=*'^ '"^'^ «^-' probabilmente prT^ d 
BabUonesi; Vasfro«^,n,o. che si deve ai Caldei; la rMricazione Z 
teO-r,che assai probabilmente appresero daHi I^Wziani 

In quanto all' ,^/./../„. alcuni vogliono negarne IN-nven^ione ai Fé- 
me. asserendo ohe essi lo presero .la un popolo Aram*.,. 

Ma siano o non siano i Fenici pPinventori dollalfabeto. non «aremo 

ro^ '* ~ *^"^ ^^^''^"'" *"^"'" "PP""-"""" di accennare succintamente 
come premessa atta a dare un'idea del mo,lo con cui venne forrudotl 
la numerazione scritta, che anticamente fu letterale. ""•'"''"'•os. 

Il mezzo più naturalmente comodo che si offriva alPuomo per con- 
tare erano le dita della mano, donde ebbe origine il primiUvo . sZa 
rnf„ rti numerazione dei Oreci e dei Romani, nonché della m^ 
«ima parte dei popoli del nuovo mondo. 

w« J! "'""'""* ""'^ '"'■'""• '■"'' '" ^'"•''■'■'•« fioralmente il rumerò 

IZ "^T?"' """ ''"^•^ '^""'■■' '■'"' '^'^■"■"^'^ "•«-/ e un r- 
icontro simile fece nella liniua persiana. 

,„ì " ^T' ''!"' ""''" '"'" ' P"P"" adottarono come sistema di num,v 
razione la scala profr,^.ìva numerica per dieci, dimostra in.lubl iam n^ 

£ :rz rr '^^^^ '- ^-^ "^-- "'*' '-<> ^^ -'«- -" 

..^ \\ ^PP^^^^-ntazIone prartca dei numeri se<rna a sua volta «n accorrlo 
completo ne uso che tutti i popoli fanno originariamente delle eT^ 

TZme , ''"'•'""'" ''""" '•'^P'""'~'« "" '""terminato v ^ 

per tnZ" l"""." '■""^" ""^ '^"""'"'''^ '«""■•«'«. nella qual 

S^ iwir Le de""""' r" '""' " """'"'•'""' '" P'-™^ ""ve lettera 
de^l alfabeto. Le decine o le centinaia esprimevansi con le lettere «uc 

I. alfabeto ebraico conta 22 lettere soltanto, delle quali perA .5 p,^n. 
dono forma diversa quando son collocate in (ine dì parola. Perciò pU 
Ebrei, impiesando anche qu<^te .^ otten„en> le 27 lettere occon^nti ad 
esprimere le 9 unità, le 9 decine e le 9 centinaia. °<=«'"^"t' ^ 

^ev?r!er"''™'w "V*^ '""""'■' •^^" '^'^'"- " 'oro alfabeto po.^ 
i^eva 24 lettere soltanto; ve ne aggiunsero tre nuove, la epmJi:) 



CAPITOLO F&IMO 



25 



la k^j)pa (i:) e la sanii (s), arrivando cosi ad ottenere le 27 lettere 
neceFFarie. 

Per le mijrliaia adoperavano le prin^e 9 lettere o accentandole o 
sottosftpmandole con una jota a forn^a d'apice. 

Le decine di nìip:liaia indicavanei Folloponendo la lettera M, ini- 
ziale della parola I\ vpia {i, ,r;o = dicnnìila) a quei nrmeri che po- 
tevanpi Fcrivere Ferondo il FiFtema; oppure scrivendo le due iniziali Mv, 
alla sinistra di detti numeri. 

In tal nnrdo il ninnerò n^aFsinno che i preci arrivavano a scrivere, 
era il r. r?/-! tnili'^rn\ 

dW Ftessi AraM, in oriirìne, impiegarono per la numerazione, le lettere 
del loro alfaVeto, le quali erano 28, e la ventottesima l'adoperavano ad 
indicare il numero niiU . 

K facile c( mprendere, rhf con la numerazione letterale, il modo di 
scrivere un numero è facoltativo, cioè tanto da destra a sinistra come 
viceversa. 

}vS?\\\. se \cv \w fffrffr, ff'ffrifno ?lla lettera r il valere di 3 
e alla lettera « il valore di 40, per scrivere 43, tanto si potrà fare €•«» 
quanto «»« , giacché ogni lettera possiede un valore assoluto e non di 
posizìon'*. 

Tuttavia i preci usarono scrivere i numeri da destra a sinistra. 



4. — la superiorità del Tari tn etica attuale sull'antica, sta essenzial- 
mente nel valore di posizione che hanno le cifre nella composizione dei 
numeri, sicché con nove Foli sepni si può scrivere qualunque numero 
per quanto infinitamente grande. 

Pepmo di nota è pertanto, che anche i Chinesi possedevano un'arit- 
metica decimale con un valore di posizione; aritmetica però che non sì 
sa se fosse loro arrivata daprindiani, o dagli europei, o se creata dai 
chinesi st'^si. 

Caratteristica è la numerazione romana conosciuta ancora oggidì, 
perdi '^ adoperata in parecchi casi. 

Pare che questa numerazione pervenisse ai romani dagli etruschi, i 
quali però la scrivevano capovolta; certo è pertanto ch'elsa trae ori- 
gine dal primitivo sistema pertenario, lasandosi sul numero \ (cinque), 

I suoi segni fondamentali sono infatti 

T. V. X. 
la cui formazione taluni vorreblero rintracciare nel modo primitivo di 
contare e che ancora oggidì si usa nelle nostre campagne con le cosi dette 
taglie o tacche. 



26 



STOBIA DBM>A BAGIOXEIUA ITALIANA 



CAPITOLO I^RIMO 



27 



\ 



Su asticelle di le^o si fanno succBssivammte tanti se-ni intacrliati 
dividendoli in gruppi di 5 in 5, precisamente così : ^ ' 

lliiviiiiXiiiiviiiiX..... 
Cile questo sistema di numerazione si basi sul numero cinque (V) è 
palese; mfat i il se,no X (dieci) rappresenta due V uniti a rovescio ; 
XV (quindici) è compos*^ di tre V; XX (venti) di quattm V; e anche 
L (cinquanta) doveva essere in ori-ine, un V inclinato ( ^) 

monelrr''"' "^ ' """""'""'"^^^ ^' ^^^^^^^ ' '"''■'''' '^'^ ""^^à 
I latini non adoperarono, dell'alfabeto, che la sola lettera €, e preci- 
samante per indicare le centinaia, malto pr3.umihilm3nt3 parche iniziale 
dele parole .../.... cenf.nu. Per cinque centinaia usarono ,^ im- 
bolo che SI trasforma poi in un 0; e le migliaia indicavansi ^n CIO 
che SI trasformò prima nel segno CO e poi in M ' 

Così pure per cinque, dieci, cinquanta e cento migliaia, si segnava: 

100 = 5.000 

ccioo = 10.000 

1000 = 50.000 

ccciooo = 100.000 

ZTe ailrrr ? """"""■"' '' ^^°"'' '"^ «^«""«^'^ ««■"pu- 
ntare, fc allora s'introilussero queste abbreviazioni 

pia M^r'" """ " ''""""•' " "'"'^^'' " ^^'°^« ™"« -"« 

X = 10.000 
L. c'^ntinaia di migliaia s'indicavano racchiudendo il simbolo in 
un quadrato aperto da un lato; così 

ITI = 1.000.000 
Il quale numero però potevasi scri^rere anche così: 

M = 1.000.000 
e leggeva^-i decies centena milia, cioè dieci cento miìa 

La composizione dei numeri seguiva per somma e sottrazione- 
d-cevas. duo de v.ginti, ,mde,nyinti, u^detriginta ecc. cioè due da venti 
per 18; uno da venti per 19, tmo dt 30 per 29 .ce.; e scrivevasi 
come SI sa, tali numeri aggiungendo i rispettivi simboli a destra o a 

fra'tn) ""' '^'"'*^^''^ '''""'^' '^' ^"^'^^''' ''"^"^"'^ ^ '^^''^''^ 
Kra quindi un valore di posizione relativo. 
Nella Tabula alimentaria di Veleja trovansì queste cifre- 

JXVi] per 1.600.000 
|X[ CLXXXDC =r per 1.180.600 



Tale sistema di notazione, come si vede, esigeva una grande esat- 
tezza d'indicazione, per non creare false interpretazioni o alterazioni. 
Un legato esposto da Livia nel suo testamento nella forma Hb|I)t, 
cioè 50 milioni di sesterzi, potè essere ridotto da Tiberio a ESD^ cioè 
a 500 mila sesterzi soltanto, col pretesto che la somma legata non 
era stata indicata in linguaggio ordinario, e ch'eravi perciò dubbio 
sulla volontà della testatrice. 

Il sistema di composizione dei numeri per somma e sottrazione 
lo si ritrova presso altri popoli. 

In Sancrito per esempio, i nomi dei numeri diciannove, ventmove, 
trentanove ecc. si formano rispettivamente dei numeri venti, trenta, 
quaranta ecc. per sottrazione. 

In Wolof le parole henne^ niare, nintte, nlan^tfe^ dhlouroum signi- 
ficano uno, due, tre, quattro, cinque. Le parole dhloiirnum henne, dhiiu- 
routn niare ecc. (cinque e uno, cinque e due) significano sei, sette. 

In generale, nel sistema pentenario, si scriveva la prima lettera 
della parola che esprimeva uno dei numeri 1. 5. 10. 50. 100. e con 
tali numeri si formavano tutti gli altri intermedi. 

Dalla numerazione basata sulle dita di una mano sola, si passò 
a quella basata sulle dita delle due mani, ossia dal primitivo sistema 
pentenario si passò al decimale. 

In seguito, presso taluni popoli, si arrivò anche a una numera- 
zione per 20, la quale doveva evidentemente esser pre<a dal numero 
delle dita delle mani e dei piedi; come lo proverebbero i numi dei 
numeri compresi fra uno e venti in diverse lingue americane. 

Gli At^sechi del Messico avevano geroglifici semplici per tutte le 
potenze del numero 20, e la loro aritmetica era vigesimale. 

Altri sistemi ancora furono però usati nell'antichità, diversi da 
quelli basati sul 5, sul 10, sul 20. 

Così si ebbero i sistemi quaternario, ternario e dodicesimale, ba- 
sati sul 4, sul 3 e sul 12; e quest'ultimo specialmente deve aver 
avuto una certa diffusione. 

Fu osservato infatti che in quasi tutte le lingue d'Europa, esiste 
una certa anomalia nei nomi de' num-^ri compresi fra 10 e 20; ano- 
malia che lascerebbe supporre come la base 10, cui tutti gli altri nu- 
meri si riferiscono, sia stata introdotta solo più tardi. 

Difalti in tedesco, undici e dodici, si dicono e'f e ztcolf, voci che 
non sembrano formate da ein, zwei e zehn (uno, due e dieci) come lo 
sono invece dreizeìm^ vierzehm, ecc. (tredici, quattordici). 



28 



STORIA DBLFA BAOrONEBiA ITAHANA 



CAPITOLO PRIMO 



29 




ìM, 



ti '' 



4 
* 



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*'"^'_'""7"/';«n«-s^.»« e . </„„.« .... fl„o a ,.„-,. „on indicano 
" ''"'' '"""« '"'*>"> ' sil.-c«ssiv. .Ihsepl, dirh.it ecc 

[l jcrm. e il l»trm pr-s- .t* ,o h .onulie ,IbII.. steso genere- in- 
▼•ce ni sanscrito e nill'aralK. non risultano. 

■>. - Cara-t-ristira s,... iale .lell'an-i.-hità. fu ,,„e!la di ponsi<ler-re 
pi-pn-, a tnb,i,vi l„v. ,,ro|,r,eta s..|.ri.iat.nrali e i i.l,.H,„|,i|i 

>1 n,o.,.1o .1, s..p. rsnz „n,, n-ll.. quali , „,,.,„ vi pn.n.lono si' niHca- 
z,o.. s.r.,.e n,a ..OSI rad, at., ..1... aneor o,.. ,„..ss!ln.„ ...ov..;, I 

4.nav.,,-. or..d..vad.ele s,.rt, de,l'u.,m„ fossero presagite dalU 

(«imlMiHZIuMH (|«| ini||,..,i. 

!<■ .loMiM,,. pil„p„i,l,e(I, si p,..pa„„,,,„„ « vm-cn. -sporte an- 
ci- Pù .a,d. .,a Ar.st.Ue (..«4.2. a. V.) „..lla sua .Met.,i i.a al e 
JH.J-..Mtr,ue„,,,,o,sea„.l.,^.,.^ (,,9.,,, ,. ,,, ,„„.,.:„": 

e d.'/rp,'!'; '"'*"""''r r''^ '"* '"'"'" ""•"•""""•" -• * ^«"n! ...usicali 

:.. .:.H .ir::„:r^' '* ""^ ^""^ ^■■^'*' "•• '""•'•""-' -"• 

MHl,-ra lo ,,u,.Ma base tuet^tisica nelle proprie ,.„,-,e, la s. noia 

la sM ^a d ,.ss.rva.,o„e e d, s-.n.ir.- .„„!„ sperin, ,„aV ■ e ad 

c^a d.bl,ons, , pnm, s.ud, ..| espine,,.- fi^id.-, .,u.li ,a nrm-a snile 
vd,ra.on, de, corpi, sulla sfcricu e sulla ro.azo.e d Ila Ur a s, U 



(l) Era dottrina di Pitagora la seguente- 

se.uare il «nit. e perreW,-\ Z^'hwiu Un" ^ numeri e delle c.e; i nu.aeri rf..p„., 
di tutti i nu.aeri; U ^uuJ LerVtT. ''^P'^reUo: la no.neuie oi uot.. origine 

te.a o di separazione o iti one la ^^arrtr; " m '^^'^''' i'-oro.nento. « a F uà 
--ere da ue.te due . parte ^re'de^r^fr^ru^ar ^ Z ""ll^^l ''''' ''^''^ '^- 
^^'^'^^"-o;^'^ aerane o fetrarme, so.a.a^ W yruai m^^.trT nu n^rf .Tk ""'"'" *'"''"'■ 
pr.po..onl «.ubicali ed arit.otio.e e Per6^i.ej:;e [l rir^;l'::2:r '^''^ '' 



miììm del sole; né alcuno potrA contrastHre allo stesso Pitai'ora la 
scoperta «lei quadralo <l( ll'ipolenusa, né l*r.v. r intravvcduto quel si- 
steiu.i astronomico al quaie (JopHniico «lava pù tarli il proprio noine. 
Furono bensì s'-ili in.lur.rivj^ affTinazioni vaglie, s^nza pr.ivt> « 
ta'volt^ oscuie; ma ciò i.uUavia è iii<liil»iia o che il niem.lo s^p rimon- 
tale tonfato dalla scuola italica contiiimi fortemecte ai pn»gressi delia 
g'*«»uiRtia e d«iraritm»^t.ica. 

K'I a proposilo del principio pha^uico e plati.niano, di ronsidnrare 
V uniid ed i pumen cernie cose a sé, quasi esseri propri, up-rita accen- 
nale Cime il filoso'V) scettico e muliro, Sento r Km/tiri o, fimi dal u". 
SHcolo dopo Cr. scrivesse un trattato Contro '/li Arihuetici, diretto ap- 
pu Ito a cornhatt^^re tale prinrip o. E<pos o sui-rin temente il sistema pi- 
ta«r«>rico d^i numeri e la teoria platoniana d« Ile i len, fa se^rmi-^. nia 
critica sottile, veramente greca, alla quale sottomette T esistenza o^-'geL- 
tiva dei numeri. 

Eirli osserva : nient»^ U'dtà, ni^nt»^ numero. Ora, in sé l'uda, 
non può ess^^re |)Pnsat^. Di e che certe e .se p.rtHcipano «lelP //wo, è 
dis^niL^^re V unità dell' /<«.., è cadere nella contraddiziou". La com- 
posizione del numero, non è più chiara dell* esistenza dHiruiità: mer.- 
tele Vuno accanto alTMwo, non otterrete il due, né supp.»nendo eh' sso 
costituisca qualche cosa di nuovo venendo ad agiriuuirersi a qu-^ste due 
unite, né supponen lo che qualche cosa è loro sottratto; dunque il due 
non è una cosa a sé, è una parola, una convenzion , una finzione delia 
niente. 

Questo piccolo trattato, é unito ad altri dello stesso genere (coiiro 
i grammatici e i retori, contro i geometri, contro gli astrolojihi, conti o 
i musicisti) nell'opera intitolata Contro i Matemtici, che fu tradticto 
in latino da Gentitn G^rvet nel 15H9. 

Ma la coltura greco latina che brJlò degli ultimi suoi ntggi con 
la scuola d Alessan» ria, cadde e ad essa doveva sul)entrare quella 
degli Arabi. 

Dal misticismo, dalle potenze occulte, che gli antichi attribuivano 
numeri, sì da avvolgere financo le sciiize positive quali T astrono- 
mia e le matematiche, non andarono però immuni nemmeno gli Arabi, 
i quali al pari de' pitagorici davano ai numeri un' esistenza propria. 

Un'idea del concetto che gli Arabi avevano dei numeri, si può 
fermarsela leggendo il frammento d'un' opera (1) di Avisena, il più 

(1) Nell'introduzione dell'opera; " Lettera che apre le poì^e ih;W Accfnlemia pcrtneszo^ 
delle radiri del ralr-olo e dell' Aritmetica. ., 



Eri 



30 



STOBfA DELLA RVGIONEBIA ITAIJANA 



CAPITOLO PBIMO 



ai 



illustre medico e uno de' primi Aritmetici arabi, nato nel 980 e morto 
nel 1037. 

Comincia così : 

" In nome di Dio clemente e misericordioso. Lode a Dio che ha 
n croato l'universo, e tutti gli esseri, che ha regolato per pesi e per 
n unsure tutte le sue creazioni. Egli ha creato, e ad un tempo fatto 
» uscire dal nulla i nwneri e le cose, il tempo e lo spazio, e le diverse 
« influenze dei numeri che modificano lo s|azio ed il tempo. 

r> Egli ha dotato 1' uomo, figlio d' Adamo, della scienza dei numeri 
y> affinchè coi nuuieri egli potesse conseguire la potenza delle cose, e 
" ch^ iiominasse il tempo e lo spazi'», questi due abissi senza limiti, lui 
» che occupa su questa terra uno spazio così limiuto, lui che il tempo 
» d' a]>p.inzione in questa vita è racchiuso fra confini così ristretti 
» n^l m'zzo del mare immenso dei secoli, rincorrentisi gli uni su-li 
« altri. E che la benedizione di Dio ultissimo, di Dio, di cui il numero 
- e UNO, sia caro sul profeta, su Maometto, di cui la missione non si 
» e compiuta che nel tempo prestabilito, detcrminato irrevocabilmente 
« da. calcoli sublimi della Provvidenza unica, e il di cui nome ha 
« chiuv) il numero de' profeti eletti da Dio. Or dunque comprendendo, 
y che al dissopra dell'uomo esiste una potenza sopra naturale e inde- 
r finibile fra i tiumeri, io ho voluto comporre questo opuscolo. 

« Che Dio faccia misericordia al povero autore di questo piccolo 
" libro, come a coloro che lo leggeranno e ne faranno buon uso. « 

G. — Gli Arabi, popolo fiero d'indipendenza e di civiltà, ricco per 
commerci estesissimi, fu amante sempre della coltura e della poesia. 
Spinti anche dalla loro fede religiosa, che eccitava al valere ebbero 
un' espansione tale nelle loro conquiste, che per poco non divenneiro 
padroni dell'Europa intera. 

Battuti i Greci, sottomessa Persia, Egitto, India e Spagna, arri- 
varono neir Italia meridionale d' onde passarono conquistatori di tutte 
le isole del Mediterraneo e s' avanzarono sempre vittoriosi verso il 
Bosforo. 

Ciò spiega come, data la natura di questo popolo propenso agli 
studi, gli Arabi assorbissero tutte le cognizioni dell' antico Oriente e 
le diffondessero poi in Occidente. ' 

Fu j)erò solo nel IX secolo dell' èra nostra, che gli Arabi pre- 
sero dall' India i caratteri che ora sono chiamati numeri arabici e che 
gli stessi Arabi denominavano cifre indiane. Il loro sistema di numera- 



zione è il nostro attuale, e differenzia da tutti gli altri precedente per 
questi tre caratteri : 

1°. cifre speciali per indicare i primi nove numeri. 

2". principio di posizione. 

3°. introduzione dello Zero, che segnavasi con un punto (.). 

Come siasi venuto formando questo sistema presso gli Indiani, gli 
studi e le ricerche degli eruditi non poterono stabilire esattami nie; 
sebbene abbiano assodato che presso quel popolo con fu mai in uso 
l'impie^'o dell'alfabeto in luogo delle cifre per indicare i numeri, le 
quali cifre perciò debbonsi ritenere d'uso immemorabile presso gl'Indiani. 

Gli Arabi stessi resero sempre giustizia a questo popolo, cliianiando 
il loro sistema decimale di numerazione col nome di Hendes-séh o 
Hiudosi, che significa appunto scienza indiana. 

Se si considera però — come osserva il Libri (1) — che qualche 
spgno speciale per indicare i numeri pur si ritrova presso diversi po- 
poli dell'antichità; è d'uopo ritenere che la numerazione indiana, come, 
la più perfetta fra tutte, altro non sia che il prodotto degli sforzi di 
molti popoli e di molteplici generazioni. 

Diremo più innanzi, come da taluni abbiasi voluto ammettere che 
gli antichi conoscessero le cifre o il sistema di numerazione indiano. 

Ma se le ricerche bioriche hanno ormai assodato, che i pitag(ìrici 
introdussero delle abbreviazioni per esprimere i numeri composti, come 
ne introdussero più tardi anche i romani, è però d'uopo convenire col 
Libri stesso, che constatate ed ammesse queste abbreviazioni, è neces- 
sario arrestarci perchè non abbiamo alcun mezzo di risalire a questa 
specie di stenografia numerica degli antichi, per stabilirne la portata, 
l'importanza, il valore. 

I più antichi manoscritti di Boezio (n. 470 d. Cr.) non contengono 
le cifre indiane, le quali furono introdotte ne' suoi testi successiva- 
mente dai copisti, solo dopo che gli arabi recarono in occidente la 
nuova numerazione. 

Lo stesso Fibonacci (1202) afferma che l'aritmetica dei pitagorici 
non è quella da lui introdotta in Italia, ed attribuita agl'Indiani. 

H — Come l'industria istintiva dell'uomo aveva trovato il modo 
di fabbricare gli arnesi più necessari ai primi bisogni della vita, do- 
veva troyare anche il modo che meccanicamente facilitasse il bisogno 

(l) Guglielmo Libri — Histoire d«>i* scienccs math.iaati iiu-s .u Itulir — 



32 



STOBIA BEILA BAGIONEBTA ITAIJANA 




ih contiti, stiiitrtchè ledila Ielle mail non potevano in ni.xlo facle 
eorri.>i)ofHlervi. 

Liii^'i b^i^ulep nel suo libro r/avm '»W</i/://>., pHrlamlo i|-g!| schvì 
futi libila irroLfa <li A«ipi.,mic (ilti Gir.rna) e deirli oir^^ati trovatisi 
risahiiii iiirtntPinrio che all'è/,) d'olii niHr.i^ descrive fra 
ra'r.ni u ma Uiiina acci leir.aliiieiii.e spazzala ai due cnpi, 
ovp una d'Ile faci-ì**, porfetianunte lisciala presenta due 
s-rie di liii-e trasversali e«,nulin'ìnte dist.' ti fra loro, e i 
cui marifini laterali soioninn-ati ila intaccai ure più pro- 
fonde, assai regolarmente dist.ribui'e. I^rt^t cndt-tre ve- 
d re iu qu -Ile àuee e in q ie^rri.ita«rli d'i segni di nume- 
razione', ma Steiidiauer suppose invece din fossoro dei 
controlli per la caccia. E jiossibile l'u la e l'altra di queste 
due ipotesi latito più che n.*u souo per nulla in co.itrad- 
dizione fra loro. « 

L'i'iduzi«).ie non è affitto fuori di luogo, se come 
già osservammo si ha riflesso chi quella iXy mnt,ire dovette essere una 
didle prime necessità delPuon o. 

Liscsa.iio p^rò i tempi prelst.)rici, e veniamo nel c>impo storico 
Gli o-ir.tti piccoli e più conuii, co;ue i sassi, furono cerUmenie 
pruni sussidiari delle dita nel comare. 

Plinio c'iniorma come presso i Traci scusava contare i giorni fe- 
lici ed infelici d'Ila vita, con piccoli sassi di vario colore. 

E il clami anndis de' romani era il chiolo di bwnzo che pian- 
tavasi nel tempio di Uiove per tener conto degli anni de/»Mnoi ,j^|,^ 
fondazione d^lla città. 

Antichissimo fra i popoli orientali è l'uso delle corde a nodi per 
facilitare i computi, e tale usanza trovasi esistere ancora ou-tridi m 
alcar.e parti della Russia. 

Pizzarro (1475-1541) nella conquista del Perù trovò in uso presso 
gl'indigeni arnesi denominati quipms per l'eseguimento del computi • e 
questi qalppos altro noa sono che corde a nodi. * 

In tale antico uso, trova la sua ori^Hne il rosario, venuto a noi 
col ritorno dei Crociati dalla Trina Santi. Ma il naturale perfeziona- 
mento, istintivo nell'uomo, doveva sostituir» ai primitivi oggetti rozzi 
Cd imperfetti, altri arnesi pii> proprii e perfezionati. 

Cosi dai sassi si passò alle pallottole adoperate dai greci che ne 
resero pratico l'uso con la costruzione di una cornice, la quale fisse 
nell'interno e In senso verticale, porteva dei fili su cui scoravano 
del le pallottole. 



CAPITOLO PRIMO 



.33 



Quelle del primo filo rapprosenavano le unità, quelle del sccotido 
le «lec.n-, qii-lle del ter^o le c-ntiiiain, e così di seguito. Volendo in- 
<licare un num-ro, si facevano scorrere tante pallottole di ciascun filo, 
qiaite erano le unità, le decine, le centinaia ecc. di cui coniponevasi 
il nuiiero da enu iciare. Tale strumento lu detto ubavo cnlcolatorio. 
Gì etruschi den.Huin ivano l'abaco a.^mr, i greci «è^/ar, i romani «6 «cms. 
E CJi tal noiUì desiiriiavasi parimr;nti la tavoletta di hgno su cui 
sp.tr^rovasi una Siibbia finlssinm, che veniva solcata col radius o sti- 
letto, per tracciare le lettere o mimeri. 

DiWArdinelira indìnna o I/damiti di Bhascara Acharya (1114) 
appr.Midcsi che anche gl'Indìard operavano su tavolette di 'à'ò cent, di 
iuiL'-hezza per 21 di larghezza; sulle quali una polvere cretosa fi.rmava 
ui fondo bianco Ad essa sovrappone vasi altra sabbia rossa, rh^-, smossa 
co I uno stilo p'?r tracciare i sngni, lasciava vedere il fondo bianco. 
Passili) la mi IO sulla sibbia rossa, si c^incellava Io scritto. 

Dall'uso della polvere che c.»n ><ntico nome dicevasi abak^ taluni 
voirliono trovar rori«rine del nome ab'ho-^ altri invece, ricavandola dal- 
l'use» della nuncrazione letterale, vorrebbero trarne Torigiiie dalle 
prime lettere «leiraTabi to gr- co «, P. y. 

Sebbene in forma alquanto «lìversa, trovasi presso i romani il 
priiniMvo ab'icn a lapilli e successivamente Vtibaco a b ttoni^ informati 
allo stesso sistema dell'abaco givco, tranne che invece di una con i.-.e 
a liti, erano tavolette con scanalature, entro cui facevansi scorrere la- 
pilli bottoni. 

Non èli caso di spiegare dettagliatamente come funzionassero que- 
sti due abachi. Basterà osservare che ancor oggi, nell'insegnamento pri- 
mario, intro lotti dall'Aporti, si adoperano arnesi consimili per inse- 
gnare ai bambini la numerazione. 

«. — Come procedevano in antico, con la numerazione letterale, 
senza sistema di posizione, e con le cifre composte, nelle operazioni 
del calcolo ? 

E facile supporre, che coi primitivi sistemi di numerazione, le 
op-razioni dov».vano essere conipl.catiss me. Ad eccezione della pratica 
di dividere i numeri in unità, decine, centinaia, ecc., il calc.do antico 
ditfTiva essenzialmente da qudlo moderno non solo nella grafica rap- 
presentazione dei numeri, ma pur nel modo di eseguire le operazioni. 

Gli antichi autori però tacciono completamente sui metodi tenuti 
per eseguirle, e solamente accennano ai risultati finali di esse, sicché 
nulla si conosce di certo, né come calcolassero per iscritto, né ed 
mezzo degli strumenti dell'abaco. 



mi 



34 



STOKTA DELLA BAGIONEBU ITATJCANA. 



CAPITOTI PBIHO 



35 



Euclide e Diofanto nei loro libri (rariln etica oiiimet tono qualsiasi 
regola fondameniale di calcolo: però Dio**anio si giustifica dicendo 
che tali regole le onimette supponendole già note al lettore. Si 
potrebbe quindi supporre che di libri elementari si>eciali sul morie 
di eseguire le opr^razioni ve ne fossero, e molti; ma in tale caso è 
strano che nemmeno uno di qu(sti libri al bla potuti» arrivare fino a noi. 

Ma potrebbesi anche spiegare tale fatto, con qucst'oss^-rvazione 
del Lampertico: che a i libri, come dironsi, ehmentari, non possono 
venire che dopo; quando cioè le dottrine siensi ben ventilate ed ac- 
certate. Può giovale la moneta spicciola, ma non sarebbe normale una 
circolazione metallica che prendesse la mon^-ta spicciola per base.... v 

Quanto possediamo su tAle interessante questione del calcolo an- 
tico, è ciò che hanno potuto stabilire le ric^^rclie del Wallis (1684) 
nel suo a Afgehroe tmctutus hisforicus et pmiòus y> e del Delembre (i8l7), 
che nella sua u. Histnire de rustrommie ancietine i> ha ricostruito il cal- 
colo letterale dei greci. 

Il Wa'lis riporta un frammento del 2° libro delle collezioni ma- 
tematiche di Pappo, dove si parla delle operazioni aritmetichn; ma Io 
fa in uhmIo oscuro e tale, che il MonLucla interpretandolo, come fece, 
non garantisce la spiegazi(me data. 

Ep[»eiò, a proposito dell'opera del Wallis, lo stesso Montucla os- 
serva (1) che <• quest'opera, considerata nel Iato matematico, è degna 
del suo autore; ma dal Iato storico, nulla havvi di più inesatto; e se 
ci si è data qualche importanza, è certamente perchè prima d'allora 
nessuno aveva intiapreso ricerche su questo soggetto. y> 

Il Delembre invece, illustrò l'aritmetica greca con indagini eru- 
dite, che lo portarono a concludere non avere i greci posseduto regole 
fisse per esprimere le quantità, usandone in un modo Eutocio, e in 
altri Diofanto e Pappo ; né potè stabilire come e con quali norme ese- 
guissero la sottrazione. ' 

Le riceiche fatte sull'Aritmetica dei romani, se portarono a far 
ritenere ch'essi eseguivano prontamente le operazioni fondamentali e 
che in Koma esistevano scuole speciali di Aritmetica, alle quali pre- 
siedeva piotettiice la Bea Numenn, a nulla però di concreto aipro- 
daroDo sul modo con cui si eseguivano quelle operazioni. E alle ricer- 
che s'aggiunsero perfino le supposizioni, la creazione dì ;>oss«è*7» modi. 
Così ad esempio, nel 1836 il prof. Filippo Schiassi cercò di a formar 

(1) Nella prefazione all' " JHstoire dee scienres mathénmlifiue^ .. l'a,is 175H. 



congetture — sono sue parole — se non come ciò facessero i romani, 
almeno come c'ò avrebbero (>otuto fare.» (i) 

E per ciò, suppone che si adoperassero i due soli segni fonda- 
mentali L e V per com|>orre le nove cifre delle uniti di qualsiasi classe, 
distinguendo q-iest€ chissi dalle diverso colonne in cui colloca i segni 
stessi. 

Per cui, mediante linee verticali, forma tab* colonne, nella prima 
delle quali sono le unità, nella secimda le decine, ecc. 

Cosi, il numero 1842 lo scrive cosi: 



Viti 



mi 



II 



e il numero 2040, cosi: 



II 



mi 



in cui le caselle vuote indicano lo zero. 

Quasi a suffragare l' ipotesi dello Schiassi, segui una scoperta di 
Filatete Chasles, che in un manoscritto di Boezio, trovò per il primo 
un abaco, disegnato appunto a f(»ggia di colonne, destinate ciascuna ad 
una classe di unità, come appare dalla s^^guente figura: 

m C X M C X I 



Entro queste colonne, tanto si potevano porre sassi, lapilli, bottoni, 
come pure scrivere cifre per eseguir calcoli; e pare anzi, che vi si scri- 
vessero non l'antiche cifre romane, ma segni speciali che si dissero 
apici, nei quali si vorrebbe da taluni rintracciare le prime nove cifre indo- 
arabiche, escluso lo zero. 

Il modo quindi immaginato dallo Schiassi, come uno dei possibil- 
mente praticati, non è affatto da escludere come forma ; aa nella so- 
stanza del metodo, nella tfiìettiva introduzione dello zero, con la casella 



(1) " Come oli Antichi romani usando delle loro lettere ad indicare i numr.i faceiuitru 
i loro computi. .. Dissortaziono letta il 17 Novembre 1836 all'Accademia di s ienze di Bo- 
logna — (nel Tomo VI. della " Continuazione delle memorie di Religione. ^ .Je e di L^t" 
teratura ,, — Modena) 



86 



8T0BIA DBMiA. BXOIONKBIA ITAUANA 



CAPITOI.O PBOfO 



37 



vuota, lascerebbe supporre nei rotiiani un proo-resso tale npìParte dei 
computi, che — coiìtrananiente a quanto gencraliiifiitH i f tti e la storia 



lnsH«jnaiio 



avrebbero, dovuto i^uperare i Greci, loro maestri. 



O. — Ma in fatto di supposizioni, lo Cbasles si spinse ancora più 
in là d Ilo Srhiassi. Nel 183: e^li pubblicava' un ^ A/,er(;u historiqae 
sur r origine et le dérefop,>euunt de< inéth des en ge.nnetrie « nel quiile 
y„lpva — fra l'abro — provare, cbe la nuova numerazione decimale 
è irorigine griera e non ar«bn, né indiat-a, e voleva riv<Dflicare alla 
Francia l'onore di aver propagato il nuovo me to(b' in Occid-nte, asse- 
rendo rlie molto prima del Fibonacci, ne irait^rono altii scntinii e 
specialmente Grrl.eito, un Ermanno, e Rodolfo vescovo di Laon, m .rto 
nel llii2. il cui trattato si cms^rva nella B.bliotcca reale di Pari^n. 
u Noi crwliamo — scriveva — di po'er conclulere eh.» il sistema 
di numerazione esiM»sto da lioezio è il sistema «U cimale, nel quale le 
nove cifre, li cui e^rli si serve, prendono il valoie di posizione cre- 
scente in pronai essi.. ne d.cup'a «vanzai do <la destra a sinntra, e infine 
cbe qUMsto sistema di numerazione e ra piecisamente queUo de^rrnidiani 
e dtì-li arabi, con questa legifera dffreiza, die nella pratica i p»»>ti 
dove noi inctMamo li zeri, restavano allora vu<iti, e cbe questa d.-rima 
fi^nna ausiliaria era supplita da '-olonne indicanti distintamente Pordine 
d Ile unirà, delle (beine e de Ile centiiaja, <cc. » 

Nel primo libro della sua Ceowetrin, pare rbo B(»ezio asseiisca 
aver i pitagorici trovati nove segni, ordinau i\f^\V Abaco o Mem»^ dal 
nome lon> delta pitxjoiar, e con la quale si ese«ruivano le opera/ioni 
ari'meticbe. Da e ò la suppo>izione, cbe i greci conoscessero le cifre ara- 
biche, e il Cbasles fu il più strenuo sostenitore di questa supposizione, 
combattnta invece dal Libri. 

Questi osserva infatti, cbe il passo di Boezio, da. cui Chasles trae 
le proprie argoment^z oni, come d'altronde i passi analo;rbi, che tro- 
vatisi in alcuni scrittori antichi, presentano molta oscurità, quando 
vo^rliansi interpretare direttamente ; e tutti coloro, comi)reso lo Chasles, 
che vollero penetrarne il senso, furono costretti a fare difl^renti sup- 
p«»sizioni ed a forzare la traduzione secondo la conclusione cui vollero 
arrivare. 

Qiel passo di Boezio — sempre secondo il Libri ^ prova sol- 
tanto che i pitagorici avevano impiegato delle abbreviazioni per scri- 
vere i numeri composti, ciò che si sapeva già da iscrizioni e note dei 
Tiri; abbreviazioni che. introdotte sncc^S'^ivamente anche nell'aritme 



tica indiana, complicarono apparentemente la qtiistiotie, allorché irli eru- 
diti vollero studiare le origini del nostro sistema n umerali vo. (1) 

1€>. — E stato detto che la mancanza di scritti i quali spieirhino 
il processo operativo ddle ant.ch^ aritmetiche letterali, deve far rite- 
nere che «.'li antichi inseirnassero soltanto il caIc»»lo mentale. E questa 
supp.jsizione è lu.dto att-n libile quaido si tenga presHute che lo stesso 
Fi'io lacci, chf^ fu tra i pr.nii scrittori d'aritmetica C(d sistema attuale, 
insegnò anz tutto a es'^.gnirti le quattro operazioni fon lamentali a me- 
moria, con rajutio delle dita. 

Per quanto possa a tutta prima sembrar dif'ficile il calccdo men- 
tale, pure è risajuito che la mmimnica trae il suo sviluppo, più che 
dalla inclinazione naturale «lei cervello umano, dal forte esercizio. 

In Orieut-, p^r esempio, dove si co'itinua ancora o^-gidi ad ado- 
p-^rare l'antico abaco calcolaiorio dt-i greci, riscontrasi una tale ]»nm- 
tezza di calcolo nell'uso di tale arnese, da superare l'abiliiàdei nostri 
più rapidi compu'isti. In China e nel Tibet viene a(b»p( rato un abaco 
a phllottole, d« nominato Sw^m/xm^ sul pronto uso del quale dicasi chft 
mentre uno pronuncia un certo numero di cifre o ii'iimri, un altro 
può farne l'addizione e darne il totale intanto che il primo finisce di 
leggere le somme parziali. 

Così pure i russi, che adoperano tuttodì un abaco denominato 
Scliote (numeratore) simile molto a quello chinese, hanno una pron- 
tezza e velocità tale nell'uso che ne fanno, dn d. mostrale che Tist rei- 
zio e la memena potevano, anch3 in antico, bastare all'aite di com- 
porre e scomporre i numeri. 

I primi calodatori o maestri d'abaco erano appunto cbianiati Aha- 
chsti, e fuiono i cultori del sistema letterale greco rmiano di nume- 
razione. I).>po la cmn pai sa d»'! sistema indo arabico, gli abacbisii a 
ptico a poco cedono il ca-iipo agli /l^^onVm'V/o cu'tiri dell'Ai oritmia, 
parola dnrivafci dall'arabo, significante rad ce. Questo vocabolo fu ado- 
perato più Urdi anche da qualche matematico tedesco, ma compren- 
dendo nella scienza dei numeri l'aritmetica e l'algebra assieme (2). 

Celebre abachista fu 6Vr^crto, divenuto poi papa Silvestri» il, vis- 
suto sul finire del X secolo, che lasciò un trattato De ubato o De 



(1) Veli Appenlif^e Parte I. — Nota N. 1. 

(2) Giav. WroQdihy (H/i-l8>t) u sa}L iUiepiU, chiamarono col noma di aljorttMta 
ogni forma partioolaru di (^enaraziona dei nameri. 

Codl a' è l'alcforlfcmo delie potenze. 



38 



STORIA. DBrjJL BAGIONEBU ITALIANA 



aritmetica, e un commento al « Libelli de mnltiplicnVone et divisione 
nutnerorwn » di Giuseppe Hi^imno, di cui non conosciamo l'epoca pre- 
cisa, ma evidentemente preesistito a Gerberto. 

Questi conobbe il sistema indo -arabico, avendo e^li fatto i suoi 
primi studi frequentando le scuole degli arabi a Barcellona e a Cor- 
dova; ma non lo divulgò né con gli scritti, né con Tinsegnamento, 
giacché Brrnelmus, uno d*»' migliori suoi discepoli, fu a sua vulU un 
continuatore della scuola greco romana. 




Capitolo Secondo 



L' ARITMETICA ANTICA E U ARITaiETICA INDIANA. 



11. Sulle origini e sull'oggetto dell'Aritmetica. — 10. Archimede e il suo Psammite 
o Arenario - Le modiiìoazioni di Apollonio al sidtema d'Archimede. — IO* L'Aritmetica 
prejso i rom:tai -Severino Bo3zia- Baia- Alcuino. — • l.-*, L'Aritmetisa indiana o « Li- 
lawatin di Bhascara Acharya ■• L'Aritmetica indiana presso gli Arabi - L'Aritmetica nel- 
l'XI e XIJ secolo. 



11. — Se obbiettivo de' primi scrittori aritmetici fu essenzialmente 
quello di venire in ajuto allo sviluppo delle scienza, è pur d' uopo rico- 
noscere che ra'jjione impellente e orio:inale del calcolo è principalmente 
quella di provvedere a^^F interessi materiali dell'uomo, traducendo in 
cifre tutti i fatti amministrativi che va compiendo, misurandone e con- 
frontandone gli effetti in relazione al di lui stato economico. 

Ay-ittnetica, da ariihinns numero e techae arte, significa precisa- 
mente: arie di comporre e sao/jijjorre i numeri; epperò quest'arte" 
dev'essere antica quanto la civiltà umana, perchè se l'uso speculativo 
dei numeri dev'essere sorto a dignità di dottrina soltanto col sorgere 
delle diverse scuole scientifiche, il biso;?no puro e semplice di comporre 
e scomporre i numeri si fa palese in una infinità di oparazioni comuni 
<lella vita. 

Non affermeremo tuttavia, che le orii^ini dell'Aritmetica risalgano 
ai primi computi che può aver fatto l' uomo primitivo ; ma è parò fuor 
d'ogni dubbio, che già fin da 3000 anni or sono, un calcolo aritmetica 
molto perfezionato doveva esistere, se Mosè nelle sue leggi trovò neces- 
sario di proibire agli Ebrei l'usura illimitata fra di loro, permettendola 
però fra Giudei e stranieri. 

Non è certamente il caso di parlar d'Aritmetica, laddove ai numeri* 
sì dà un valore soprannaturale, o un carattere simbolico, estraneo a qua- 



;m 



40 



STORIA DBr.LA BVGIONKarA ITALIANA 



tlAPITOl.O SECONDO 



lunque espressione di rapporto; perchè in tal caso rondine di quanta 
scienza s, porderebl^e addirittura, come .«ol dir.i, nella notte dei Lpi 

fr.i.ir^ 7T' '^"' ""'"'" ^"^'^""^ ^^'•"^''^ "" ^"^« caspite d'en- 
^fJZ^^ "^^ ^^^ "^^'"^"^^ '^^ ^"^ -^^"- ^ - -P^^^o 

e nrofond" 'T ' '"''''^ '^ ^^^'^ '' ''''''' ^^"^ ^' ^tu^i ^^P-iali 
e profondi, la storia non puA dirlo, seUene le notizie 5ulIo nilupro in- 

ellHttuale e commerciale di taluni popoli dell'antichità, quali i 'Liei 
e gii Enrizi, pof^sano lasciarlo intravvedere e supporre. 

Non si può tuttavia mettere in dubbio lo sviluppo che l'Aritmetica 

f'ntoTr ^r' ™^^^ '' ^"^^' "^'^^^-^ '^''^-^ Euciidtr;: 

mtf'nlh V k''^""'"' ^"™' -'"^ ^^"P^^'^^'-'' '^ arrivare attraverso la 
nome "'^" ''^"^ ''^^ ^ '^^^^ ^«° ^^ ^^P'-^-e ^el loro 

Ma nelP antica Aritmetica gi^ca, specialmente della scuola Pita^o- 
nra pratica e teoria si sviluppavano separatamente. La l^oMù.j era 
particolarmente la pratica del calcolo, cioò la parte operativfd '^..L 
-lenza; mentre soltanto alla scienza dei numeri, cioè alla teoricrd^ 
vasi propriamente il nome di Ay-f/^ne/wo 

Fu nfM, che taluni vogliono nate ad Alessandria nel 365 d. Cr 

r nd'o ""'-"---- (^*- non elbe però se...aci imm^iatij 

riunendo m un'unica opera alle no/ioni fondamentali della teorica de 

numeri anche questioni d'analisi indeterminata, applicate in problemi 

^o allora considerati di competenza della lor;fsrca; la quale probab:!- 

niente doveva comprendere - senza teoria alcuna - V inse^'namente 

della numerazione, delle quattro op3razioni, dell'estrazione delfa radice 

dagl Inter, .1 calcolo delle frazioni e la soluzione del problemi tipi. 

i.,./t J- estrazione della radice quadrata, è ancora il me- 

Sra "" '''"'''^'' matematico vissute nel I. secolo dell'era 

L'Aritmetica scientifica dei ^eci fu, per cosi dire, imbastita sui det- 
tati, le ricerche e le scoperte delle varie scuole da Talete a Diofante- 
epperò se .n Grecia la poesia, la filosofia, la steria, l'arte in .e„ reJ 

L te'ri"''rr7 " '•' ^''^ ''^''' «iena perfezione, pene scienze 
esatte mvece, quali la Geometria, r Astnmomia e l'Aritmetica, le op.re 

?uori"d7, ' '" """'""'' """^'"'•^ ^' ^«^'^^ -• ^«^i traspoi^ti 

il'!' ''" T' "''"' '"'' •''"' ' ^"'' alessandrini, quasi che il .e- 
nio greco avesse bisogno di contatto con elementi stranieri per svilup- 
parsi e produrre in siffatte materie. ■ ^ 



41 



m 



n che pertanto lascia suppon-e che la vera sua origine, la scienza 
aritn^etica deve rintracciarla nei frutti di civiltà preesistite all'ellenica; 
ed ecco perchè V wrevzùne (!) dell' Aritmetica fu attri^uita agli egi- 
ziani, cóme vollero Diogene laerzio e Platone; o agli Ebrei, come as- 
seri lo storico Flavio Giuseppe; o ai Fenici come dichiara Strabone; o 
ai caldei, agl'indiani, ai chinesi, come dissero e dicono tanti altri. 

■ »?. _ Se però l'antica Grecia ebVe il primato aritmetico, spettava 
ali* Italia il vanto di un genio delle matematiche, che doveva offuscare 
e la scuola jonira, e la greco-latina e quella d' Alessandria. E questo ge- 
nio fu il siracusano Archìt.ede. (nato verso il 287 av. Cr.), che non fu 
discepolo o continuatore di nessuna scuola, ma unicamente figlio del suo 
genio. 

Delle tante opere da lui composte, molte andarono smarrite; ma è 
celebre e si conserva ancora un opuscolo d'aritmetica, detto l^mmnile 
o Arenario, a)l quale volendo confutare alcuni che sostenevano non 
esser possibile rappra^entare in cifre il numero dei granelli di arena 
contenuti nel mare, arrivò a dimostrare, che supponendo i limiti dei 
mrndo molto al di là di quello che allora si ritenevano, il cinquanta- 
treesimo termine della progressione decupla geometrica era più che 
suflìfiente per esprimere il numero di grani che il mondo, considerato 
di forma sferica, poteva contenere. 

Questo immero, dalla scienza moderna, sarebbe dato dalla tormola 

X = 10»- 
cioè l'unità, seguita da 52 zeri. 

Ma siccome con la numerazione greca (?ià lo dicemmo) era possibile 
scrivere solo, come numero massimo, il 100 000 001 — Archimede per de- 
terminare il valore di x della suddetta formola, immaginò un mòdo ten- 
dente a perfezionare la numerazione greca. 

Egli prese per unità il maj^simo di questa numerazione, cioè 10000% e 
combinando il sistema antico crn questa unità, pervenne ad esprimere i 
numeri fino a 10000*, cioè a un numero di sedici cifre. 

Prendendo poscia questo numero come nuova unità, e progredendo 
con lo stesso metodo, pervenne ad esprimere i numeri fino a 10000», 
cioè fino a ventiquattro cifre: e così di sepuito. In tal modo Archimede 
diA ideva i numeri in periodi di otto cifre, arrivando con tal processo a 
esprimere qualunque numero. 

I a n-oltiplicità dei caratteri, che andava cosi a costituire ogni pe- 
riodo, rendeva evidentemente a«sai complicato e difficile un tal modo di 
rappresentare i numeri. 



■w-^^^j^^^^ 



42 



STORTA. DELLA BàOlONEOLA ITATJANA 



Pu in seguito AitoUrmio, filosofo della scuola Alessandrina, vissuto 200 
anni av. Cr. che nel sistema i(3eato da Archimede ridusse a 4 i periodi 
di 8 cifre, dei quali periodi, il primo era quello delle unità, il secondo 
delle miriadi o dacina di migliaia, il terzo delle doppie miriadi o centi- 
naja di milioni e così via. 

I due metodi d' Archimede e d' Apollonio rimasero però ai esclusivo 
uso de' dotti; che se invece i {rreci avessero parseverato nello studio di 
una questione così importante, continuando a ridurre il numero delle ci- 
fre il'o^rni periodo, fino a ridurle ad una sola, sarebbero pervenuti 
al più semplice sistema di nunaraziona qual è quello cui s' informi 
r indo-arabico ; ed invece di 36 se:^i, nove soli sarebbero bastati ad 
esprimere qualunque numero, con immenso vantaggio dell* Aritmetica 
stessa, 

E certo pertanto che se Archimede o Apollonio avessero conosciuto 
le cifre indiane, o quel metodo di numerazione, ne avrebbero per lo 
meno fatto cenno. 

Ut. — Nelle sue Ricerche sull'Aritmetica degli antichi, lasciò 
scritto il modenese Don Luigi Boschetti (1834) che « T Aritmetica, d'in- 
venzione antichissima e d' uso il più necessario, ebbe ad essere inse- 
gnata e praticata singolarmente all' ingrandirsi ed all' arricchirsi delle più 
colte società: che in effetto si trova molto esercitata presso i greci, 
come doveva pur accadere, stante il sistema loro numerico, di poco 
dissimile dal nostro. Che se questo non può da noi applicarsi alle lettere 
de' romani, non dobbiamo a primo tratto stimarli privi d'ogni maniera 
di computo, ma piuttosto attribuire la nullità de'no«;tri lumi alla per- 
dita d'ogni notizia relativa, coma altre se ne perderono, importanti par 
la fisica e per le arti : che all' incontro, se ai romani e ad altre nazioni 
eredi della loro grandezza, fu indispensabile l'uso dell' aritmetica, e se 
ne tennero aperte le scuole, convien trarne argomento favorevole all' e- 
sistenza presso loro di alcun metodo regolato ed agevole di numerare. » 

II fatto che scarseggiarono in Roma i cultori delle scienze esatte, 
vorrebbero taluni derivarlo dall' insufficiente sistema di numerazione, che 
mal si prestava a qualunque progresso dell' Aritmetica. 

Tuttavia le scienze matematiche ebbero cultori anche presso i romani; 
e l'Aritmetica, come quella che più si presenta indispensabile nelle fun- 
zioni della vita economica, ebbe oltre che scuole speciali, come già si 
disse, anche scrittori che la trattarono, con Sesto Pompeo, Lucio Papi- 
rio, Sulpicio Gallo, Giulio Cesare, Terenzio Varrone, Manlio, Albino, Fu- 
sizio, Vitruvio, Giulio Frontino, Plinio e Seneca. 



CAPITOLO SECONDO 



43 



tra r^'^T'"''"^ d' Archimede, scrisse nove libri, Delle Discipline, 

ii n! '-T ^"^ " ^^^^' '^' ™'°*''^ "^^'^^^ elementari sulle figura e 
«Il nom, dei numeri, sulle monete, sui pesi e misure in allora usate e! 

«e pervennero con scritti di Prisciaao, di Renaio Fannie, di Voi" 
Mesc.ano, d, Baldo, di Valerio Probo e d'altri, nessun autore abbia s" 
puto tramandarci notizie sul modo con cui i romani eseguivano le loro 
operazionu Eppure, dato l'organismo, il commercio e le scuole speciali 
t^T'' r ^'"'^ ^"^"^«ttere, che F Aritmetica doveva trovare 
pr^ di essi larga applicazione e sicuro maneggio nell' arte dei com- 

jc Moltissimi luoghi -- soggiunge il Boschetti - potrebben, citarsi 
^antichi autori latini, dove s'incontrano i vocaboli relativi all'arte del 
pioniere, ed allo studio dei conti. Ora egli è chiaro, che se vi erano i 
termmi, dovevano del pari conoscersi le operazioni corrispondenti. » 

Dopo Giulio Frontino, Plinio e Seneca, che fiorirono nel I secolo 
di Cristo, Roma non produce più alcuna opera notevole fino al V se'.olo 
nel quale comparisce Seoerino Boezio, nato in Roma verso il 470, e che 
fu, con Cassiodoro, ministro del re ostrogoto Teodorico 
n^^^'^V^^^^' compiesse i suoi studi ad Atene e certamente fu dalla 
Grecia che attinse gran copia di erudizione; e fu per opera sua che i 
latmi conobbero Euclide e le .Istituzioni Arim^tiche. di Nicomaco 
Cerasene, che - si può dire - furon la base dell'insegnamento dell' Arit- 
metica nel primo periodo del Medio-Evo. 

Fra le molte sue opere, havvi il De Aritmetica, della qual scienza 
Boezio aveva un alto concetto, come apparisce dal libro I Gap lo 
laddove dice: .hT^c qui spemit. iUest hxs semitas sapientiae, ei àe^ 
nuncto non recte philosophandum. y> 

.rifir ^"""^^'.f " °""^ ^* "«*«^«J« producono i cultori della scienza 
aritmetica m occidente, non potenr'osi dare un valoi^ di pratica utilità 

dirrcrll rl"'"/""^'"^ ^'''^ che appartenne alla schiera 
d. que. cronachisti, che ci lasciarono alcuni infelici tentativi d' incarnare 

m 'rZr^ '° ^''™' P^ane; né il di lui discepolo Alenino, maestro 

d Carlo Magno; e per consìglio del quale furono fondate le università 

.^Zr^nJ T ""' ^"''*" ""^'"^^^ ""'^«^ "«'«P«^ ^«titolata: 

« Propositrones antmeticae. ad amendos fuvenes. » 

Così in occidente l'Aritmetica restava stazionaria e costituita del 
poco matenale di cui disponevano gli Abachisti. 



•••» }• 



4» 



44 



STOBl\ DRLA BNGTONKBTA ITALIANA 



Gli arabi intanto, impossessatisi della sci?iza matematica dei Greci 
e dell* Aritmetica indiana, sviluppavano questa scienza che doveva pur 
prendere un nuovo indirizzo e un nuovo impulso anche in Europa. 

■ 1. — Che l'Aritmetica indiana fossa pria molto pro;?redita, lo 
dimostra la traduzione che John Taylor (Bombay ISlfij fece dal Sanscrito 
in inglese (\e\V ArH^/tcffun irnHana o Lil iwati di Bhascara Acharya, ma- 
tematico indiano nato nel 1114. 

QuoFt' opera, che rimonta fra il 1150 e 1160, dà un'idea esatta delle 
cognizioni matfniatiche dofil'indiani fino al XII secolo; e fu tradotta in 
persiano, in lingua murwar, e prolabilmente in quasi tutte le lingue 
dfiir Indostan, 

Secondo alcuni studiosi di cose orientali, e a puro titolo di curiosità 
accenniamo che questo sub-titolo di liliwali, sarebbe il nome della fi- 
glia di Bhascara, che il padre volle dare alla propria opera per ricor^ 
dare la figlia, che aveva attraversato dolorose peripezie matrimoniali ! ! 

Tenuto conto del t-^mpo in cui fu composta, quest' opera dà un si- 
stema d'aritmetica profondo, regolare e bene coordinato. 

Conti Bne anche parecchie proposizioni di Geometria e di Geodesia. 

Le reirole sono scritte in versi, con stile conciso. 

11 trattato comincia con tavole di monete, pesi, misure di terra, di 
grano, del tempo e con le divisi<mi d3llo zodiaco. 

Viene quindi questo principio fondamentale: ? nM/n^//< inno i?7/org 
crescente, in i,rni)Drzì^ne dcimida, secnrìdo il posfo che occupano. 
Topo di che, sono dati i nomi indiani delle diciasotte prima potenze del 
numero 10. 

1/ addizione vi ^ insegnata, cominciando dalla destra, come attual- 
mente si fa; ma altri processi semplicissimi sono insegnati, se vuoisi in- 
cominciare dalla sinistra. 

La sottrazione è come la nostra, 

Na^^^suna riga per separare la somma daorli addendi, o il resto dalle 
cifra dell* operazione. Nel capitolo della moltiplicazione non vi si trova 
la famo.<a tavola, che dic3si abbia portato Pitagora dall* India; e vi sono 
insegnati cinque modi por eseguire quest' op-jrazione. 

Nessun segno è adoperato par indicare V addizirme e la moltiplicazione. 

Invece, uno zero posto al dissopra di un numero, indica che si deve 
sottrarre dal precedente ; posto invece accanto ad una somma, significa 
che fu pagata. 

Nelle frazioni, il numeratore sta sopra il denominatore, s'ìnza lineetta 
intermedia. Per la divisione, si riduce il dividendo e il divisore, divi- 
dendoli pel fattore comune, quando ve ne sia uno. 



•'f^j^-WTf*':^/ f«*f**'''*^T^'^r7"TT«"??rfJ^^C^;^^ 



?f^?g^l^?«*^' 



|[''^T^?^'-^7^é^! 



C\PITOLO SFIONDO 



45 



L'estrazione di radice quadrata, vi è insegnata secondo il metodo 
di Teone. Finalmente, le regole del tre, l'estrazione della radice cubica 
e gran parte dell'altre regole dell'Aritmetica mDdenia, si ritmvano 
neir opera di Bhascara, dove è pure insegnata la prova del 9. Ma di 
questa prova è bene osservare ch'era già insegnata assai temo^ primi 
dal matematico persiano A'nu-A( -A/.-mH3 n. (nato nel 989 e morto nel 
1037} nella sua « Ks.josizlone delle radei dzl cilaoio e dell' Ard a-- 
tica. » 

Il trattato di Bhascara pertanto, dimostra in modo non dubbio che 
air India, prima ancora che all' Arabia, è dovuto lo sviluppo della scienza 
Aritmetica. 

II merito principale degli Arabi fu quello di sviluppare, col mato- 
naie mdiano, i prin-iipi di dimostra/Joni te )riclie dell' A-itmetici crr^,-A 
Ma di lavori veramente originali, fu scarsa la produzione scientifì^-à 
aritmetica di questo papelo, al quale però debbonsi le r-mle di ri'^i 
posizione, semplice e doppia, che dagli arabi stessi furono denominate 
regole d' Klcatiijn, 

Uno de' più antichi libri arabi d' Aritmetica, con notazioni ab-- 
briche e V Aln intuii di Alliowxr.^.zuif, scritto neir82); e celebri arit- 
metici furono pure AboaUmfe, il quale però fu più un continuatore della 
scuola greca, e specialmente della diofiitea; Ta)U/i bea C^rrih A^ih 
Mansour, e A'ìkU Wifi, tutti del IX seeolo. 

Ma il più celebre di tutti fu Aoicenni o Aniseni medico illustre 
(980-1037), che lasciò un centinajo di opere, tra cui la già aecaanati 
« Lettera che apre le pirte d 'W Acovleuva per mezzo delle r tdici d 'l 
calcolo e dHV Aritmetica r> nella quale sono ra-colte le varie opera- 
zioni aritmetiche e spiegati i caratteri di divisibilità dei numeri per 9 
sulla proprietà del qual numero l'autore sviluppa le prove di tutte ij 
operazioni fondamentali aritmetiche. 

Neir XI secolo appare uno serittore greco, Moh^le Psello. che n-1 
1008 compose un trattato sulle scienze costituenti il quadrioium sta- 
bilito da Cassiodoro ; questo trattato fu tradotto da Xylander e Moreno 
(Basilea 1556] col titolo Cim^eaiium quitaor Artium, Aritmeticae 
Musicae, GeoniUrixe, Astronomiae. 

Pure in questo secolo, Costmtino, monaco d'origine spagnuola 
ma dell'Abbazia di Monte Cassino, portò in occidente gran copia delle 
cognizioni apprese dagli Arabi, e probabilmente anche la loro aritmetica 
da lui conosciuta. 

L'Inghilterra, nel XII secolo, ebbe il monaco Athelard, che da' 
suo» Ma^ri in Egitto e Spagna riportò Euclide. 






Capitolo Terzo 



FIBONACCI MATEMATICO E RAGIONIERE 



nnovf r . . ."* ''''''^^^ ^^P** '^ *«* - C*"«« «^« ritardarono l'estendersi della 

nnovaAr,tn.etu.am occidente. - io. Leonardo Fibonacci e il suo « LiOer aC ! - 
1^. A tre opere d. ui e di un soprannon.e datoci da' suoi concittadini . Fibona ci* re- 
visore della contabilità del Comune di Pisa - Di un Libro Spese dato .lai vnlT t 
suo L^oer ^Oaci - X«. Oli scrittori del XIII secolo, anterio^rfe lottrlo:/ al Firccr' 



M 



,.^ *^' ~ ^^ """"^^^ Aritmetica non doveva però trovar subito lar-a 
diffusione e applicazione in occidente. '^ 

Gli avvenimenti ch'eran venuti svolr^endosi dopo il 1000, avevan dato 
un nuovo assetto alla società, un nuovo impulso ai commerci, un indi- 
rizzo nuovo alla coltura. 

Una falsa interpretazione del diritto romano (1) e le proibizioni della 
Chiesa relativamente alla produttività del danaro, avevano fino allora 
ostacolato lo sviluppo de^li affari, e specialmente il pra^tito ad interesse 
Ma <la quest'epoca, l'arte del banchiere assurj^e a grande potenza, e ,^li 
affari, le speculazioni, i prestiti, si sviluppano in onta ai canoni e dalle le-i 
■ In tanto sviluppo di commerci e di istituzioni commerciali, a 7ui* 
tenevano dietro parallelamente gli ordinamenti politici improntati a li- 
berta, dopo che il feudalismo era stato distrutto dai Comuni, è evidente 
che anche l'arte dei computi o meglio VAntmef^c^ pratica o appHca^ 
sentisse il bisogno di facili e pronti processi operativi. 



a) A. Fertile, nella Storia del Diritto italiano (Padova 187i\ «„.• 
usure centesime di Giustiniano importassero il cen o per ;enro c"è il \IT'^^ "'^^ '^ 
del capitale, e che per le ^..... e semisses, che orano frLiorden'ordinaril '^''''*"'°'" 
vesserò invece intendere frazioni del capitale istesso. onde e ne potesTo -""' " 
anno due terzi, una metà, o un quarto, a secon la d.i casi . ivlV^^^Tol 1^'" "^' 



48 



STORI V DB^LA RiGlOMERlA ITALIANA 



CAI'ITOLO TERZO 



L^antico sistoma, qual si fosse, mal doveva prcstirsi a soddisfare 
questo Liso^rno. Il primo, che prescindendo dalle puro speculazioni scien- 
tiHchesui numori, senti e riconobbe tale necessità, e raccolse le cojjnizioni 
aritmetiche sviluppate dalle scuole arabe, per rivolgerle precipuament3 
ai bisogni commerciali, fu Pitaliano Leonardi Fihnnirci nel 1202 col suo 
Libro d y/'/l^iic-^opera che delineò l'orizzonte della morlerna computisteria. 

Da che dipese questo ritardo nello estendersi delle coj?nizioni della 
nuova Aritmetica in occidente? Anzitutto dalla rarità dei libri, tutti ma- 
noscritii, e di prezzo altiss:m>. Poi, dal fatto che nessuno aveva prima 
d'allora raccolte e coordinate le regole della miova Aritmetica in alcuna 
lingua occidentale. 

Era per opera specialmente de' monasteri, che si trascrìvevano co- 
dici. I monasteri più repijtati avevano lo Sorìptoriuni, luogo destinato 
appunto per queste trascrizioni. 

Allo scopo di poter posselere qualche libro, anche fuori de' mona- 
steri, gh studiosi sobbarcavansi ad anni di 1 ivoro nella trascrizione di 
codici. 

Questo lavoro improbo, la scarsità di buoni copisti, il osto elevato 
de' papiri e delle pergamene, i lavori finissimi con cui usavasi fregiarie, . 
facevano de' libri oggetti preziosi. 

Molti arricchivano soltanto col cedere a tempo l'uso de' libri. 

Si m ìndiìvano ambasciatori per averne a prestito ; si facevano 
viaggi lunghissimi per poterli avere e studiare. 

E se taluno ne faceva dono. Tatto di liberalità era ridotto in pub- 
blico istrumeato. Così in principio dell' XI secolo, Tiboldo diacono, 
avendo donato al monastero d'Agauno un libro contenente gli Atti di 
S. Maurizio e d'altri santi, ebbe in compenso l'usufrutto di sei m^asf 
per sé e pei figli. 

Ma verso il 120f) venne il trovato della carta di bombicina, surro- 
gata poi dalla carta di strassi, inventata dagli Arabi che l'intraiu^sepo 
in Spagna; da dove, tra il 12 W e il 1250, se ne estese l'impiego anche 
presso gli altri popoli d'occidente. 

Ciò doveva facilitare la diffusione degli scritti, diminuendo la fatica 
e quindi anche la spesa; diminuizione, che portò fino alla possibilità di 
acquistare a' dì nostri la scienza anche a peso di carta. 

E se alla diffusione degli scritti, si aggiunge il coordinamento della 
materia per opera di una mento superiore, si comprenderà di leggieri 
come e perché la nuova Aritmetica si divulgasse soltanto dopo il 1202, 
cioè dopo che Leonardo si affermava col suo LH/ì^o dell' Abaco, il primo' 
aritmetico italiano o d'occidente. 



49 



■ «. — Leonardo, figlio di un Bonacci, notajo de' mercanti pisani 
alla dogana di Bugia (Barberiaj nacque in Pisa verso il 1170 ; ed egli 
stesso ci fa sapere ne' suoi scritti, che il cognome suo di Fibonacci, 
altro non è che una contrazione di ///ms Bonacci. 

Giovane ancora, si diede alle cure mercantili, che estesamente assor- 
bivano^ r attività de' pisani in queir epoche ; ed a scopi commerciali egli 
impiegò quasi tutta la sua giovinezza viaggiando in Africa, in Grecia 
ed in Asia. 

Dotato di un' intelligenza superiore, proclive alle matematiche, toc- 
cato il trentesimo anno di età, Leonardo abbandonava le cure mercan- 
tili per ritornare in patria col nobile scopo di portare a' suoi concitta- 
dini il frutto delle molte cognizioni raccolte ne' paesi da lui visitati. 

E primo frutto de* suoi studi favoriti, fu il Libro dell' Abaco. 

In esso Leonardo chiama figure i simboli adoperati per rappresentare 
i numeri. 

La parola cifra venfie assai più tardi, abbenchè, secondo taluni, de- 
rivi dall' arabo Sifr che significa Zero. Ma Leonardo crede che la pa- 
rola Zero venga dalla voce zephiruìn (1). 

11 Libri invece (2) deriva la parola zero, da una voce araba, che 
significa vuoto, e che non è se non la traduzione di Qunya degl' indiani. 
Leonardo è il primo autore che dia lo svolgimento delle operazioni arit- 
metiche; spiega altresì il metodo digitale, usitatìssimo fino al XVII se- 
colo, dopo la qual' epoca andò però gradatamente cessando nella pratica 
in seguito alla facilità dei metodi operativi scritti. 

L' addizione e la sottrazione le svolge con lo stesso modo d' adesso ; 
unica diversità, il totale e la differenza li nota ni alto anziché in basso, 
come si fa ora. 

La moltiplicazione è svolta, oltre che col metodo mnemonico, anche 
con quello scritto che fu poi detto a crocetta, e con 1' altro a scacchiere. 

Così pure la divisione e 1' estrazione di radice le insegna sia col me- 
todo mnemonico, sia per iscritto. 

^^on adopera segni, ma le operazioni le esprime con vocali ; invece 
nelle frazioni, adopera per il primo la lineetta per separare il divi- 
dendo dal divisore. 



(1) Egli scrive : n Novem figure indorum sunt 

9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 
Cum is itaiue novem figuris, et cum aigno 0, quod arabico zephirum appellatur seribitur 
quihbet numerus ut inferius demonstratur. Nam numerus est unitatum perfusa coUeotio 
8ive congregatio unitatum, qui per suaa in infinitum ascendit gradus. i. 

(2) Guglielmo Libri op. cit. 



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50 



STORLV DELLA. RAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO TERZO 



V impiego di questa lineetta è da taluni affermato «'"he usavasi j?ià 
dagli arabi ; altri invece ritengono che sia una deformazione del segno 
di divisione adoperato dagli egiziani, che rappresentavano quest'opera- 
zione con una linea arcuata. 

Leonardo chiama ces (cosa) la quantità incognita ricercata in una 
determinata questione; da cui derivò nel volgo quella denominazione 
data all' arte analitica di regola od arte della co^ay come avverti più 
tardi frate Luca Paciolo da S. Sepolcro. 

Tutto r Abaco è diviso in quindici Capitoli (1} tra i quali, cinque 
sono specialmente dedicati a questioni commerciali (dall' 8<» al 12'»). 



51 



(1) Ecco il Sommario dell'opera: 
Explicit prolugus: incipt capìtulum 



X* De cof/nitione ìiorem flguram yndo- 
ruin et qualiter cum eis omnis numeris 
scribatur, et qui numeri et 'lunlitcr reti- 
neri debeant in manibus et de introductionis 
abbad. 

%à» De moltipliratione integrum nume- 
rorutn. 

0« De addictione ipsurum ad ini'icem. 

-*• De extractione minortitn numerorum 
ex inajuribus. 

firn De divisione integrorum numerorum 
per integros. 

0« De inulti pìicatione integrorum nu - 

merorum cutn ruptis, atqne ruptorum sine 
òanis 

'Zt» De addinone et extrafione et divisione 
numerurutn integrorum runi ì'uptis atque 
partium immerorum. in singuìis partibus 
reductione. 

f^» De emptione et rendittoiie rerum ce- 
naliìim et simiiium. 

0« De barattis rerum venalium et de emp- 
tione bolsonaliae et quibusdam regolis sim.i- 
libus. 

IO* De societatibus factis inter consocios. 

I.X. Pe consolomine moneturuni atque 
eorum regulis quae ad consolamen pertinent 

ISB» De solutionibus muìtarum posita- 

rum quaestionnm quas erraticas apslla- 
mus. 

\i3» De regala elcataifn, qualiter per 
ipxum fere onines erraticae questiones sol- 
vantur, 

].-%• De reperiendis radicibus quadrafis 
et cubis et multipìicatione et divisione sen 
extratione eorum in se, et de trartatu bi- 
niotnoruni et racisorum et eorum radioium. 

XS» De regulis et propurtionibns geome- 
triae perii nentibns, de quaestionibus, alge- 
brae et almachabelae. 



Esposizione del prologo: tìtolo dei Capitoli 



1* Nozioni sulle nove cifre indiane, del 
modo che con esse si scrive qualsiasi nu- 
mero, qtiali numeri e in qual modo si pos- 
sano ricordare con Id dita e introduzione 
all' abbaco. 

SS* Sulla moltiplicazione dei numeri in- 
teri. 

23» Dell' addizione degli stessi tra loro. 

-9:» Della sottrazione del numero minorò 
dal maggiore. 

C%9 Della divisione di numeri interi per 
altri interi. 

^« Della moltiplicazione di interi con 
rotti, e di rotti senza interi. 

^. Dell'addizione, sottrazione edivisione 
di numeri interi con rotti e riduzione di 
rotti in altri rotti. , 

^^. Della compra e vendita di cose mer- 
cantili e simili. 

&m Di baratti mercantili, dblle compere 
bolsonaliae (come dice il testo) e di altra 
regole simili. 

IO» Delle società in uso fra associati. 

11» Della coniazione delle monete e delle 
regole clie appartengono a detta coniazione 

10* Della soluzione di varie questioni 
da noi proposte sparsamente. 

13» Della regola d' Elcatayn , e come 
con essa si possa risolvere qualsiasi que» 
stione. 

!-%• DeU' estrazione delle radici quadrate 
e cubiche, moltiplicazione e divisione ossia 
estrazione delle stesse, e trattato reoisorum 
(come dice il testo) e delle loro radici. 

IS* Delle regole e proporzioni pertinenti 
alla geometria, e delle questioni d'algebra 
e almuc:ibula. 



In Leonardo merita fra l' altro considerazione il fatto, eh' egli ban- 
disce tutto quel non so che di misticismo, di occulto, di superstizioso, 
che, come dicemmo, fu la caratteristica dell' antichità nei cultori delle 
matematiche, e che passò e si mantenne anche nel Medio-Evo, in scrit- 
tori che precedettero o che seguirono il Fibonacci. 

E tale merito è certamente quello che fa, di questo italiano, il più 
grande matematico del Medio-Evo, talché a lui solo devono gì' italiani 
la superiorità scientifica che all' epoca del Risorgimento ebbe la patria 
nostra nelle scienze esatte. 

Certo è, che quando in Italia si passò dallo scrivere latino al vol- 
gare, come osserva il Rambelli (1) « chi non valea ad accattar lode 
commentando Lionardo si vesti delle sue penne, fu allora che il merito 
di una rozza ed infedel traduzione porgea diritto ad appropriarsi 1' opera 
deformata e fu allora che Lionardo pati furti grandissimi e poco mancò 
che il suo nome non cadesse in dimenticanza ». 

Ed infatti per lunga pezza di tempo, le opere di Leonardo rimasero 
dimenticate nelle biblioteche, o, se adoperate, non citate. 

* '• — Fra le varie opere del Fibonacci, si conoscono la Pratica della 
Geometria (1220) il Liber quadratoruìn o Trattato dei numeri quadrati 
fl225) ed un Flos super solutionibus quarundam questionum ad 
numerum et ad geometriam vel ad utrumque periinentium » (1225). 

Fu ritenuto da taluni, come dallo Chasles e dal Libri, che il trat- 
tato dei Numeri quadrati tosse andato smarrito ; come pure si ritenne 
ignoto r anno che Leonardo lo compose. Ma il Boncompagni (2) osservò 
che non è vera né l' una né 1' altra affermazione, giacché due codici ma- 
noscritti (uno esistente nella Biblioteca Ambrosiana di Milano — segnato 
E. 75. Parte superiore — e l'altro nella Biblioteca Vaticana — codice 
Urbinate N. 291) precisano 1" anno in cui fu scritta quest' opera e danno 
anche la traduzione in lingua italiana d' una gran parte del trattato. 

Anche il Cossali, nel 1797, nella sua « Storia dell' origine, trasporto 
in Italia e primi progressi in essa dell' Algebra » raccolse con molta pa- 
zienza questi Numeri quadrati ordinandoli e raffrontandoli con quelli 
di Diofanto. 

Ma dall' aver affermato taluni che l'opera del Fibonacci andò per- 
duta, ne venne che altri, come il Guglielmini (3) e lo stesso Libri (4), 

(1) Gianfrancesco Hambelli • Lettere intorno alle invenzioni e scoperte italiane - Mo- 
dena 1844. 

(2) Baldags. Boncompagni - Di alcune opere di Leonardo pisano - Roma 1854. 

(3) O. B. Quglielmini - Elogio di Lionardo da Pisa - Bologna 1813. 

(4) Gugl. Libri - op. cit. 



52 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITALL\NA 



CAPITOLO TERZO 



53 



K .. 



esagerando la fallace affermazione, ritennero la perdita dell'opera come 
ima conseguenza della noncuranza e del poco rispetto in cui si tenne la 
memoria di Leonardo. E ne venne perciò, come conseguenza delle con- 
seguenze, che si volle dare un significato spregiativo al soprannome di 
higallone o bighellone dato al Fibonacci da' suoi concittadini, ritenendo 
che con tale epiteto volessero designare un uomo, che vivendo in una 
città eminentemente di traffico e di affari, d'altro non s'occupasse che 
d' astruserie scientifiche. 

Ma a proposito di quest' interpretazione, fin dal 1867 il Dott. Gae- 
tano Milanesi (1) escludeva che tal soprannome fosse in senso di scherno 
o spregiativo. Egli fa un po' di storia della parola e trova che higollo 
anche pigolio : pel frequente scambio del h in p) significò primamente 
la trottola o paleo. (2) Dal primitivo e proprio significato è facile pas- 
sare al metaforico. 

Considerando che la giovinezza e la virilità del Fibonacci furon 
tutte occupate in viaggi, è chiaro che ritornato in patria, avesse quel 
soprannome di higollo, che non è senza ragione volesse significare uno 
che gira, che viaggia sempre e molto. 

Se cosi non fosse, il Milanesi osserva che non saprebbesi spiegare 
come tale nome sia ripetuto in quella pubblica deliberazione riferita nel 
Costituto pisano, nella quale con parole magnifiche e di tutta lode, è 
stanziata a Leonardo l' annua ricompensa di 20 libbre per T onorato ed 
importarte ufilcio da lui sostenuto di rivedere tutti i libri delle ragioni 
delle entrate del Comune, fatto però obbligo a Leonardo di insegnare 
agli ufficiali del Comune, l'Aritmetica. 

Tale deliberazione fu scolpita in marmo, trovasi ancor oggidì nel- 
r archivio di Stato di Pisa e suona cosi : 

Consìderantes. nostre, cìvitatis. et. civium. honorem, atque. profectum. 
qui. eis. tam. per. doctrinam. quam. per sedula. obsequia. discreti, et. 
sapientis. viri, magistri. ieonardi. bigoili. in abbacandis. estimationibus. et. 



rationibus. civitatis. eiusque officialium et aliis quoties expedit. conferun- 
tur. ut. eidem, leonardo. merito dilectionis. et grafie, atque. scientie sua. 
prerogativa, in. recompensatione. laboris. sui. quem. substinet. in. audien- 
dis. et. consolidandis. estimationibus. et. rationibus. supradiotis a. comuni, 
et. camerariis. publicis. de. comuni, et. prò comuni, mercede, sive. salario, 
suo. annis. singulis. libre. XX. denariorum. et amisceria. consueta, dari. 
debeant. ipseque. pisano, comuni, et. eius. officialibus. in abbacatione. de. 
estero, more, solito, servat. presenti, constitutione. firmamus. 

Se teniamo conto (come vedremo nella Parte IIJ che la contabilità 
del Comune di Pisa era assai bene ordinata e presentava un giusto cri- 
terio di controllo economico, d'uopo è concludere che Leonardo fu, non 
soltanto matematico e aritmetico illustre, ma ben anco ragioniere insigne, 
almeno pei suoi tempi. Egli, nel suo Libro d'Abaco aveva già insegnate^ 
come si deve tenere un libro delle spese, con queste norme: 

« Intenda bene il camerario, o scriba, o annunciatore, quello 
che dicono le singole spese o contratti singoli di qualsiasi cosa; e 
descriva nella tabula lineata il prezzo d'ognuna di quelle cose, coL 
locando le lire sotto le lire, i soldi sotto i soldi, i danari sotto i da- 
nari delle spese, e di ognuna faccia con cautela; e allora fa bene 
quegli stesso che la spiegazione delle spese rinuncia abbreviare, ac- 
ciocché per avventura non iscriva errori sul registico. E correità nel 
registro la descrizione delle spese unisca tutti i danari e ne faccia 
soldi; tutti i soldi e ne faccia lire; e così per ordine unisca le spese 
per pagina e ad ogni pagina faccia la somma; dopo di che ri- 
porti nel registro le somme di tutte le pagine e ne faccia poi la 
somma di tutte le somme; e in tal modo potrà riunire ogni spesa...-» 



(1) Nel giornale Arcadico - tono CXCVII - LII della nuova serie. 

(2) Il Milanesi cita al proposito questa quartina d'un sonetto di Ceooo Angiolierl 
morto intorno al 1806: 

Qualunque giorno non veggio '1 mio amore 
La notte come sempre mi travollo, 
E si mi giro che pajo un bigollo: 
Tanta è la pena che sente il mio core. 




54 



STOBIÀ DELLA. BAOIOKEBIA ITALIANA 



CAPIPOLO TERZO 



E con le regole, dava il modello di tal libro, a questo modo: 



55 



Pro tali 20 libre LII et soldi IIII et denarii II 

Pro tali libre XII et soldi XV el denarii V 

Pro tali libre LUI 

Pro tali libre LXXX 

Pro tali soldi XV 

Pro tali soldi XVIII 

Pro tali soldi Villi et denarii X 

Pro tali denarii XI 

Pro tali denarii VII 

Pro tali libre V et soldi VI et denarii XI 

Pro tali libre Vili et soldi VII et denarii V 

Pro tali libre LXXXVII et denarii Villi 

Pro tali libre V^III et soldi VI 

Pro tali libre XXVII et soldi XV et denarii VI 

Pro tali soldi XIII 

Pro tali denarii VII 

Pro tali libre XXX et soldi Vili 

Summa libre CCCLXVIII et soldi II et denarii I 



Certamente dalla semplicità di questo modello, non devesi dedurre 
un apprezzamento qualsiasi sulla maggiore o mmore estensione dell'arte 
computistica in fatto di tenuta dei libri, all'epoca del Fibonacci. S'egli 
seppe rivedere la contabilità del Comune raccogliendo onori e lodi, scol- 
pite perfino in lapidi, vuol dire che le sue cognizioni in tale materia, 
dovevano necessariamente essere ben maggiori di quelle, che forse po- 
trebbe lasciar supporre la semplicità di questo modello. Nel quale per- 
tanto si vede, che Leonardo segue per l'addizione, il modo usato nel suo 
Liber Abaci per l'insegnamento di questa operazione; cioè il totale non 
lo nota appiedi della pagina (come si fa ora) ma in alto, nella testata, 
segnando in basso soltanto i riporti. 



368 


2 


1 


libre 


soldi 


denari 


52 


4 


2 


12 


15 


5 


53 






80 


15 

18 






9 


10 
11 

7 


5 


6 


11 


8 


7 


5 


87 




9 


8 


6 




27 


15 
13 


6 

7 


30 


8 




G 


6 





I totali sarebbero 

libre 362 soldi 116 danari 73 
ma siccome, 12 danari formavano un soldo, e 20 soldi una lira, cosi i 
totali sono 

libre 368 soldi 2 danari 1 
e i due sei segnati appiedi della colonna, sono appunto i 6 soldi compresi 
in 73 danari, e le lire comprese in 122 danari (116 + 6). 

II modo suggerito da Fibonacci, di eseguire le somme parziali 
d'ogni pagina, per riportarle in fine del registro e fare con esse la 
somma totale, lo troveremo praticato anche in un registro di Introiti ed 
Esiti, che rimonta nel 1279 (1) il che lascia supporre che tale uso fosse 
a quei tempi generale. 

18. — I meriti del Fibonacci sono tanto maggiori, in quanto che 
— come si disse — bandi da sé tutto quello che la sapienza antica 
aveva innestato nella scienza de' numeri, e che con essa non aveva 
rapporto. — La scuola pitagorica aveva creato l'aritmetica teorica; Pla- 
tone aveva dato impulso alla scieViza creando l'analisi; Euclide riduceva 
l'analisi a principi; Diofanto svolgeva i germi dell'aritmetica speciosa. 

Roma nulla produce di nuovo. 

La civiltà antica e l'antico sapere cadono, si sfasciano e si distrug- 
gono, non per opera dei barbari, come generalmente si afferma, che gli 
Arabi più barbari e più feroci dei Germani non distrussero ma raccol- 
sero il patrimonio intellettuale dove lo trovarono e lo portarono a noi. 
Ma si distrussero perchè era tutto un organismo vecchio che si sfasciava 
dinanzi al nuovo sole che sorgeva più caldo, più limpido, più bello; di- 
nanzi al soffio rigeneratore del cristianesimo. 

L'incendio prima, e la dispersione poi della biblioteca d'Alessandria, 
che cont^ fin 700 mila volumi, compì 1 opera demolitrice; e così l'igno- 
ranza regna sovrana, E d'uopo appigliarsi al sistema dell'Inglese impas- 
sibilo, che freddamente esclama: torniamo da capo. 

Ma — lo ripetiamo — tutto non è distrutto. Il popolo indiano è 
ricco d'un patrimonio intellettuale incalcolabile. L'arabo se l'acquisisce, 
e lo diffonde in Europa; Gerberto l'apprende, e - pare - che facesse' 
conoscere qua e là, in Francia e in Italia, la numerazione indiana. 

E un sole nuovo che apparisce sull'orrizzonte ; ma è d'uopo racco- 
glierne i raggi per fruirne della potenza. Ed ecco Leonardo che s'accinge 



(l) Nella Parte II. Cap. VII. - pag. 263. 



7^ 



56 



STORIA DELLA RAGIONERLV ITALIANA 



CAPITOLO TERZO 



57 






ali impresa; e non solo ridona all'Europa tutto il perduto, ma lo rida su 
nuove basi incrollabili, che reg-onsi attraverso i secoli fino a' nostri giorni. 
Gh errori, i pregiudizi del passato non possono però scomparire ad 
un tratto, e si capisce; né può meravigliare se contemporanei ed anche 
scrittori posteriori al Fibonacci, continuano ad occuparsi de' numeri come 
arte di divinazione, od a studiarli par ricavarne teorie più capricciose 
che utili. 

Nello stesso secolo di Leonardo il greco Manuel Moschopulc, col- 

1 uso delle progressioni arriva alla scoperta de' quadrati magici, e se 

ne occupa lino a stabilire una regola generale per la loro formazione (Ij. 

Raimondo Lullo, morto nel 1315, scrive VArs Cabalistica, in cui 

sostituisce il cervello umano col Tarocco, su cui basa XArs magna. 

Ruggero Bacone (1214-1294) versato in tutte le scienze allora co- 
nosciute e specialmente nelle matematiche, cerca sostituire la filosofìa 
sperimentale alla speculativa, ma non sa guardarsi dagli errori dell'Al- 
chimia e dell'Astrologia. 

Alberto Magno (1193-1282) maestro di S. Tommaso 'd'Aquino ver- 
satissimo nelle matematiche e in ogni altra scienza, lasciò tante opere 
che un suo biografo ripetq quello che di Cicerone aveva detto un suo 
contemporaneo: cioè che co' suoi scritti si sarebbe potuto abbruciare 
Il suo corpo. Ma tal genere di erudizione lo fa passare, come general- 
mente passò, per uno stregone. 

Moschopule, Lullo, Bacone e Alberto Magno, sono quattro intelligenze 
stravaganti se vogliamo, sparse fra Grecia, Spagna, Inghilterra e Baviera' 
e che appunto perciò, fra i molti scrittori in una cerchia così vasta ab- 
bracciante quattro nazioni, potrebbero solo costituire bizzarre eccezioni 
Ma se mvece poniam mente alla caratteristica enciclopedica di quelle 
mtelligenze, e che come tali dovevano quindi assorbire le credenze gli 
usi e le cognizioni dei paesi in cui vivevano, si comprenderà di le^'-eri 
quanto maggior valore abbia l'opera del Fibonacci, che in un'età satura 
di pregiudizi e di dottrine false od astruse, seppe sceverare la scienza 
vera dalla falsa, la verità dall'astruso. 

Tuttavia, benché lentamente, la scienza progredisce anche sul retto 



(l) I quadrati magici sono costituiti da una certa disposizione dei termini d'una nro 
^essxone arxtmetica. per modo da formare un quadrato in cui la somma Tei etmani che' 
lo compongono, «la orizzontalmente, sia verticalmente o diagonalmente A ^ 

stesso numero per totale. Cosi ad esempio : diagonalmente, dà sempre lo 

4 9^ 
3 5 7 
8 16 



sentiero, e il XIII secolo ci dà Jordanus di Namur, belga, che scrisse 
1' nAlgoritmus demonstratus » in sei libri, commentati e pubblicati in 
seguito, appena inventata la stampa, da Giacomo Faber d'Etaples. 

Giovanni da Ilolìjirood o Halifax detto anche Sacro Bosco, in- 
glese, morto nel 1256, fu il primo, dopo il Fibonacci, che si valse delle 
cifre arabiche nell'opera De Sphaera, apparsa a Parigi verso la metà di 
quel secolo. Scrisse pure in versi latini V Aritmetica Araba nella quale, 
come il Fibonacci, insegna la regola di dividere i numeri in gruppi di 
tre cifre per facilitarne la lettura. E lo fa con queste parole: 

« Item sciendum est quod supra quamlibet figuram loco millenari po- 
sitam componenter possunt poni quidam punctus ad denotandum quod 
tot millenarios debet ultima figura representare, quot fuerunt puncta 
pertransita. Sinistrorsum autem scribimus in hac carte more. Arabum 
hujus scientiae inventorum, vel hac ratione ut in legendo, consuetum 
ordinem observantes numerum majorem proponamus. » 

Immensa quindi fu l'importanza dell'opera di Fibonacci per l'in- 
fluenza ch'essa esercitò sul nuovo indirizzo aritmetico; e non crediamo 
d'aver esagerato dicendo, ch'essa delineò l'orizzonte della moderna com- 
putisteria. 



^^r^ 



Ca^pitolo (5)i:La.rto 



I MAESTRI D'ABBACO 
E LE CONDIZIONI DELL'ARITMETICA MERCANTILE 

FINO AL PACIOLO 



M. ^^\^^' "''""*'" ^^^ ^^^ '"°''^° ' ^*^^° Dagomari - «o. Antonio Mazzinghi . 
iT titolo 7-" M ~ ^'^ C°^f "o- •^— li dell'epoca. - ««. La pratica e la scfenza 
- Il titolo di « Maestro » - L'Aritmetica mercantile del XIV secolo - ss&. Invenzioni 
e scoperte che influirono nel XV secolo sullo sviluppo degli studi. - a^. Conseguente 
sviluppo anche degli studi aritmetici e specialmente dell'aritmetica mercantile! 

19. _ Abbenchè dal monaco greco Massimo Planudlo, (ambascia- 
tore di Andronico II a Venezia nel 1327) che lasciò un Commentario 
dei due primi libri di Diofanto, attingesse per vari secoli ancora e 
fin quasi a' nostri tempi, la maggior parte dei trattatisti dell'Aritme- 
tica generale, pure all'Italia rimase un'impronta, un carattere proprio ; 
e il XIV secolo ebbe aritmetici pur sempre di valore, sebbene limitato 
sia il numero delle opere composte in tale materia. 

L'Aritmetica generale non ebbe certamente alcuno sviluppo degno 
di nota ; ma troviamo invece in questo secolo un bel passo avanti nel- 
l'Aritmetica pratica, specialmente nelle sue applicazioni al calcolo mer- 
cantile. 

Paolo Dagomari da Prato, comunemente chiamato Paolo dell' Abbaco 
od anche Paolo Geometra od Astrologo, fu matematico illustre del XIV 
secolo. Fu il primo in Italia a compilare un Almanacco che si chi'amò 
Taccuino. 

Copri la carica di priore delle Arti di Firenze (1) nei mesi di Maggio 
e Giugnc del 1363. Scrisse moltissime opere d'indole diversa, essendo 
stato anche poeta. Compose un Trattato delle quantità chontinue nel 



(l) II priore delle Arti fu un magistrato istituito nel 1282 in Firen«e ner es«rnit«« 
insieme col popolo il potere e«eontivo. ^ esercitare 



60 



STORIA TEr-LA BVGIONERTA ITALIANA 



m 



quale cita un passo di Leonardo pisano ; ma quelle che rimasero celebri 
sono le sue liegoluzze (1) contenute in un manoscritto della Magliabec- 
chiana di Firenze. 

Guglielmo Libri nella già citata sua opera, scrive di lui : « Il est 
reste de lui des libres sur l'Abbaco, ou l'on trouve pour la première 
fois l'emploie de la virgule destinée a partager les grands nombres en 
groupes de trois chiffres afin d' en faciliter la lecture. « Ciò insegna 
appunto nella prima delle sue Eegoluzze. 

Ma ciò è inesatto, perche come vedemmo, la divisione dei numeri 
di ire m tre cifre per facilitarne la lettura, era già stata insegnata dal 
Fibonacci e da Sacrobosco. 

Paolo fu non solamente insigne analista, per i suoi tempi, ma rivolse 
indubbiamente i suoi studi anche al calcolo pratico. 

In un codice del secolo XV è fatto cenno di un Calcolo per gli 
scemi del 60 (2) dovuto al Dagomarl e che altro non è se non una 
tabella prontuaria con esempio esplicativo, per calcolare la differenza 
di volume che a una botte porta la sua forma non cilindrica, ma rigon- 
fia nel mezzo. 

In altro codice, della Biblioteca Riccardiana di Firenze, trovasi 

(1) y. Nota N. 2 nell'Appendice alle Parte Prima. 

(2) È un Codice della Biblioteca di S. Pantaleo di Roma, contrassegnato N. 501, car- 
taceo, m cui nel recto della carta 188, numerata 184, si legge- 
- Questi sono gli scemi del 60 fatti per maestro pagliolo da Firenze 



CAPITOLO QUARTO 



61 



3 
4 
5 
6 
7 
8 
9 
10 
11 

la 

18 
14 

15 

16 

17 

18 

19 

20 

21 

22 

23 

24 

26 

27 

28 

29 

30 







1 

1 

2 

3. 

3 

4 

5 

6 

7 

8 

9 

10 

11 

11 

13 

15 

16 

17 

18 

19 

21 

22 

24 

26 

27 

28 

30 



14 
37 
8 
43 
24 
7 
55 
46 
38 
H5 
33 
33 
25 
38 
44 
51 
59 
8 
19 
31 
43 
57 
10 
25 
56 
11 
28 
44 




Vuoisi prima udere quanti ponti sia lo isciemo poniamo 
adunque oheldiamitro di tutta Labotte sia 85) punti, 
ellasaetta delloisciemo sia 8 punti vuoisene trarre La 
quarta parte clieresta 6, e questo 6 moltipricha per 60 che 
fa 360, questo 360 siuole dividere per la altezza de ponti 
di tutta Labotte, cioè per 89 che ildiametro clieneuiene 
.2 2 

* 17 ® questo 4 j^ guarda in questa tauola q, oioò a 4, 

impero che rotti nonsiqurono molto etrouarrai incotro 

43 

60 

pni dire 1 g Moltiprica per leistaia ohe tiene Labotte e 

quello che fa parte per 60, etantto è lo isciemo chetucer- 

chi disapere, ma perche ituiene 4 ^^^ o guarda ladiferenaia 

inchontro a numeri cherispondono intraL 4; el 5 chesono 

41 

QQ il qual n*» diuidi per 2 settanl, che viene quasi 12 ma 

perchè 4 Bispondeua ^ragiugnil2, chesaranno 1 gi quali 



a - 4. 1. jjQ settiuenisse solamente 4. 1- ^ perche questo ** 
2 



siuogliono moltipriohare per le istaia che tiene Labotte. e 
poi quello ohe fanno siuole partire per 60, chearai Lo 
soiemo che domandi, n 
Che questa tavola per il calcolo degli scemi sia di Paolo dell' Abbaco, è ripetuto ia 
altro Codice manoscritto del XVII secolo esistente nella Bibl. pubbl, Com. di Siena. 



un trattato d'Aritmetica composto nel 1329, e che da taluni dati è 
verosimilmente da attribuirsi al Dagomarl (1). 

Bisogna convenire dagli esempi che abbiamo riportato in nota 
che gh aritmetici di quei tempi non peccavano di troppa chiarezza' 
precisione e concisione; tuttavia abbiamo voluto dare questi esempi che 
con pazienti indagini potemmo raccogliere, perchè ognuno possa farsi 
un idea del modo con cui venivano allora proposte, svolte e dimostrate 
le questioni aritmetiche. 

Guglielmo Libri afferma d'essersi procurato di Paolo Dagomari un 
trattato manoscritto d'aritmetica e d'algebra con un po' di geometria 
de quale cosi dice : u II m'est impossible d'en donner ici une analyse 
detalle: je me bornerai à dire qu' il est écrìt pour les négociansj. 

Il Dagomarl compose un Trattato delle mute, cioè dei cambi o 
baratti, o permute ; e questo risulta da un passo d' un Codice della 
Bibliot. Riccardiana di Firenze, che dice: « Nel primo grado della 
quarta schala dellibro di pratica darismetrica è dimostro quello 
che sia lutihtà de «, a fi e pero mastro pagholo nel primo verso 
delle mute dice di tutte le chose sapartenghono alla merchanzia nel 
principale la moneta adunque di nostra materia dicendo in questo modo 
dimostrando. » 

Paolo Dagomari morì nel 1373. 

In un testamento del 1367, che, al dire di Boncompagni, trovasi 
nell Archivio dei Contratti di Firenze, egli ordinò che tutti i suoi libri 
di astrologia si metessero nella chiesa di S. Trinità in Firenze in una 



(1)1)1 detto codice, il Boncompagni riproduce il seguente quesito- 
; G^ovannj dedare fior, doro 630 in Kalendi maggio nel 1338 edeglici dare da questo di 
in 14 annj ognianno innanzi 45 fl e de cominciare il sopradetto di cfoe in Talfnd 
maggio 1338 e compiere ilprimo anno di paghare peraltro cheutne ecosi deflre^a^n 
ongnx anno 4o fl pox che paga il primo anno inanzi tutti glialtri saranno innanzi pagato 
compiuto lanno e glovanni vuole dare i detti 6:30 fl inanzi efare losconto a 12 per C 
lanno dimmi quanti fl cidoura dare innanzi per glidetti 630 fl. „ ^ 

Ld ecco la soluzione : 

anni nÌroThe''d''/«'\'"'!J'°"^^'° '''' '"''"^ *"^ ^°' ^' '^ *""J si viene alla fine' di 1352 

dLTi !ltri annf e ""^^^'^ '"^ '^^"° '" ''^''''^' "^"^^^^ '^ «^» ^^^ -^^^ ecosi 

fln« h!, lii^ ^"° riconviene rechar» auntermine il quale in Kalendi maggio alla 

mento di^ ì"!i- '*"'' '' ''"^° ^' ^^P""" '^'^^^'^ ^^^^^^^ ^^««^^ ^^^^^^^ -^ choSinc a 
mento di Kalendi maggio 1338 infino alla fine di 1345 siu appunto 7 annj edallafine di kI 

llìfluToT "" '"f: ^'"^ ^°^ ^' ^^'^'^"^ "^^^^° ^^^^ -^^« ' innt sicché tanto 

Id n 6 edin 7°r*°. i*^*'° ' '^^'''^^ "'^"'^ "^''^' «*PP^ °^« '^^gli^^o 45 fl in 7 anni 
edin. 6 edin. 5 edin. 4 edin. 3 edin. 2 edin. 1 chegli citiene. che vagliono a 10 per cento 

lanno gli primi vagliano 4P in 7 anni ecosi fa gli altri che vagliono 126 cK e que- 
ste nostro tenpo e altretanto uale il tempo di giouanni che glicida 7 anni prima che non 
dee dare, dunque diremo chessono rechati affine in Kalendi maggio alla fine d'i^' cioè 
b30 fl o quanti tossono odacche pregio fossono a fior, doro 45 per anno. » 



iC 



62 



STOBIA. DELLA BÀGIONEBL&. ITALIANA 



cassa serrata a due serrami, che quivi stessero questi libri fin tanto 
che non fosse in Firenze qualche valente astrologo approvato per tale 
almeno da quattro maestri, e che quando ve ne fosse uno tale, a lui 
fossero dati e divenissero suoi. Tale onore spettava ad Antonio de 
Mazzinghi, che fu anche valente aritmetico. 



20. — Mastro Antonio della famiglia dei nobili Mazzinghi, detta 
anche Del Bene, da Peretola, fiorì nella seconda metà del XIV 
secolo. Il Boucompagni avverte che nella Bibliot. pubbl. Comunale di 
Siena, segnato L. IV. 21 esiste manoscritto un codice intitolato «* Trat- 
tato di pratica darismeticha tratto de libri di lionardo pisano et dal- 
tri auctori, Compilato da b. a uno suo charo amicho neglanni di Xp5 
MCCCLXItl. « 

Questo b. pare fosse un Benedetto, aritmetico fiorentino del secolo 
decimoquarto (Vedi Atti dell'Accademia pontificia de' nuovi lincei, com- 
pilati dal segretario, Anno V. 1851 - 52 - Sess. 1. pag. 55-58). 

Orbene, in tale trattato è detto che il terzo capitolo e ultimo del 
quindicesimo libro svolge casi contenuti nel trattato di Mastro Antonio, 
nominato Trattato dei fioretti. 

In esso è detto ancora come questo Mastro Antonio da Peretola 
fosse stato a cura del padre educato: « fattolo imparare, legiere et schri- 
vere et gramaticha, che in pichol tempo assai sofficente ne venne ; »» e 
come datosi allo studio delle Matematiche, fu suo precettore Mastro 
dell'Abbaco. « Et non solamente in arismeticha et geometria, mn in astro- 
logia^ musica^ anchora in edifichare^ in prospettiva^ in tutte le arde di gran 
intelletto fu dotto e fece molti archimi. E sechondo che trouiamo d'età di 
circa 30 Anni morì. Lasciò molti vilumi di geometria e darismetrica ma 
la pia alta fu quella che de fioretti è titolata, '» 

Vi sarebbe poi — sempre secondo il Boncompagni — un altro 
trattato d' aritmetica e algebra, manoscritto e d'autore anonimo, in un 
Codice della Biblioteca palatina di Firenze, nel quale son fatte grandi 
lodi di Mastro Antonio quale aritmetico. 

Discepolo di Mastro Antonio Mazzinghi, fu Maestro Giovanni 
figliuolo di un muratore che aveva nome Bartolo, il quale col suo me- 
stiere seppe guadagnar molto e avanzarsi una bella fortuna. 

Ciò risulterebbe dal seguente fatto. 

Il comune di Firenze, con una sua celebre Provvisione dei 22 
Maggio 1427, ordinò che si facesse il Catasto, cioè un registro di tutte 
le persone sottoposte alle gravezze del Comune e dei beni e facoltà ch'esse 



CA.PITOLO QUARTO 



63 



possedevano. Mastro Giovanni fece la sua dichiarazione com'era suo 
obbligo, e questa trovasi manoscritta nell'Archivio delle Decime di 
Firenze ; dalla quale, oltre che rilevare la sostanza di Mastro Giovanni, 
si desumono queste notizie che lo riguardano: 

V. Che Giovanni di Bartolo fu discepolo di Mastro Antonio de' 
Mazzinghi e fu sopranominato DeW Abbaco, ovvero appartenne alla fami- 
glia DelPAbbaco di Firenze. 

2°. Che nel U21 questo Giovanni aveva 63 anni ; quindi nacque 
nel 1364. 

3°. Che ai 28 Giugno 1424 prese la lettura di aritmetica nel 
pubblico studio di Firenze, tenendola fino al 1427. 

Alcune curiose notizie raccoglie il Boncomp?.gni intorno a Giovanni 
Dell'Abbaco, ricavandole da un brano del già accennato Codice mano- 
scritto della Bibl. pubb. Com. di Siena (contrass. L. IV. 21). 

Morto il suo maestro Antonio e aiutato da parenti e amici, Gio- 
vanni a soli 19 anni apre una scuola. Dottissimo e fornito copiosa- 
mente dei libri lasciatigli da Mastro Antonio, destò grande invidia 
negli altri insegnanti, i quali « infralloro examinato in che modo si 
potesse levarlo di questa voluntà, presono questa uia. » 

Ed ecco, colle parole di quel manoscritto, ciò che fecero : « radu- 
narono ciaschuno nella loro schuola alchuni ragionieri^ e fu nella schuola 
dimaestro michele, circha a 25 di varie materie, et nella schuola dimae- 
stro lucha circhd altrettante^ benché maestro luca 2ìocho oniente facesse, 
ma maestro biagio suo maestro sechondo rhe da Maestro lorenzo ointeso 
et chiamato ciaschuno asse dissono: a noi è stato detto che un fancul- 
lotto (sic) discepolo di maestro antonio a riaperto la schuola eh' egli te- 
neva quando era in vita. E acciò checreda che fra voi sarebbe chi me- 
glio di lui la terrebbe, io vi fo chomandamento che ogi quando venite alla 
schuola voi nandiate là. E pigliate lemute vostre dallui et quando vi fate 
insegnare mostrategli cho uostri arghomenti chesapete che vadi affare al- 
tro. A quali vbidendo e detti discepoli andarono. Era in quelli uno 
Tomaso chavalcanti che era molto intendente, et uno Jachopo bordonj 
et fecionsi chapo, et gunto dopo desinare allui, e fatogli la riverentia 
chessirichiede, dissono: maestro, inteso cheuoi volete ritenere la memoria 
dt Maestro Antonio, noi vivogliamo chonogni aiuto fauoreggiare in quanti 
ci voUte mostrare, et noi visaremo obbedienti scholari Et profetizo, in- 
però checosi fu. Maestro Giovanni meravigliatosi di tanti et quali, e di 
diversi, et diverse Materie, subito stimò quel chera. Niente di meno a 
vno a vno chiamatogli la materia loro cheuo lev ano mostrò. E poi tutti in- 



64 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



Sterne ragunati chominciandosi a vno diloro dal principio perfino a quanto 
durò il tempo mostrò e dubj, et chiarj loro in modo che stupefatti certi 
cheuerano si richordorono di maestro Antonio, E parue loro in quel pò- 
cho dispailo auere più imparato chelresto del tempo agli altri, onde se- 
guitando pervennono in modo, che molti di loro furono per le proprie 
uoluntà sopenti adire et far villania aloro maestri primi, solamente a- 
uendo chonpreso la intensa invidia che gli portauono. v 

21 — Come è facile vedere dai pochi passi citati e specialmente 
dalle Regoluzze di Mastro Paolo dell 'Abaco, che passano d' una in 
l'altra, da un'operazione fondamentale dell'Aritmetica, al modo di tro- 
vare il volume di un corpo, alla riduzione delle frazioni, per ritornare 
ad altra operazione fondamentale, e successivamente a un ragguaglio 
di monete, e poi subito alla determinazione di superfici o a trovar 
l'età della luna; facile è vedere, ripetiamo, che se le cognizioni di 
quegli uomini erano estese e tali da dimostrare uno stato sociale e in- 
telettuale assai progredito, mancava però un'organizzazione alla scienza. 
Caratteristica di questa età è lo spirito d'osservazione che riscon- 
trasi specialmente nei cronachisti, i quali non tralasciano d' esaminare 
e registrare tutti i fenomeni più sorprendenti che avvengono : i dotti 
ne fanno tesoro e se ne servono nelle loro applicazioni. 

Consegue da ciò un progresso notevole anche in certe arti e profes- 
sioni, senza per questo poter dire che sia avvenuto un progresso cor- 
relativo nelle scienze su cui quelle arti e quelle professioni appoggiano. 
Cosi sul finire del 1300 e in principio del 1400, si trova un pro- 
gresso simile nelle arti del tintore e del fonditore, senza che effettiva- 
mente si riscontrino scoperta notevoU nelle scienze fisiche o nelle chi 
miche. 

Un tale stato di cose contribuì però a delineare un po' nettamente 
certe professioni, che prima si confondevano, o invadevano 1' una il 
campo dell'altra. 

E i perfezionamenti furono rivolti con cura speciale ai bisogni del 
commercio, allo sviluppo delle industrie. 

Gli scrittori di cose commerciali (come il Pagnini nella Decima) 
espongono nozioni d' astronomia applicata alla navigazione : nozioni di 
chimica applicate all'affinamento dei metalli. 

L'agrimensura trova un forte impulso nell'istituzione del Catasto 
e da quella trae vita l' arte topografica, talché comincia ad apparire 
una pianta di Venezia dei XII secolo, che l'architetto e scrittore ve^ 
neziano Tommaso Tamanza pubblicò poi nel 1781. 



CAPITOLO QUAETO 



65 



Ne 1 cronachisti si limitarono a registrare i fenomeni sorprendenti 
del a natura ma tengon nota di tutto, talché si hanno capitoli di vera 
statistica, che incitano a studi speciali ; ed ecco sul principio del XV 
secolo darsi di pìglio alla compilazione di tavole comparative sulle na- 
scite mentre già fino dal XIII secolo la Eepubbl.ca fiorentina teneva 
registri autentici della popolazione, del consumo dei cereali e degli 
atti a.1 servizio militare. 

E specialmente negli scrittori toscani, come nel Goro Dati asto- 
na di Firenze) nel Pucci (LI Centiloquio), nel Pagnini (La decima), e 
iQ Giovanni Villani, che offronsi estesi dati numerici sulle condizioni 
del Stato fiorentino, e dove trova un suo primo riordmamento l'arte 
statistica, nella duale eraasi già mostrati valenti i romani, e dalla 
quale trasse un forte impulso la ragioneria italiana 

Anche le disparità monetarie, dei pesi e delle misure, creavano 
seri imbarazzi; epperò ecco che a n^ndere meno sensibili gli inconve- 
menti, ogni città è inten,ta a rendere invariabili specialmente le misure 
coli esporle ufficialmente al pubblico ; e negli scrittori ecco apparire 
tavole comparative di pesi, di misure, e di monete 

Il commercio, l'industria, l'agricoltura continuano a svilupparsi 
ad estendersi, e subiscono un incremento, uno slancio ammirevoli ' 

Già intorno al 1100, colossali opere di riattamento agricolo eransi 
venute compiendo. 

T-^'T'' '} ^^^^ ' ""'^^""'^ ^^^^""^"^ ^^^ T'^'°^' "^ canale, detto il 
ricmello, e lo conducono fino a Milano per l'irrigazione e la navigazione 
con che trasportavano a Milano i marmi e i legnami delle Alpi. Quel 
canale divenne yoi l'attuale Naviglio Grande, 

1 f.^L ^.^f ' "''^^°''' ^ ^o(ì\g\mi intraprendono il canale della Muzza- 

ifnn « ^ ^'^^""^''^^ "'^''°' ^^^ ^'"^ ^"^ ^^°^Ji irrigatorii; ne 
IdOO Brescia estrae il Naviglio dal Chiese, e nel 1347 la Fusia dal 

Sebmo; nel 1150 Cremona rialza gli argini del Po, e nel 1188 Mantova 
edifica 1 sostegni del Lago di sopra. 

Tutte le sorgenti della pubblica prosperità sono incoraggiate e 
protette. 

^ ^Si lastricano le vie nelle città, si aprono nuove strade nelle cam- 

L'edilizia e l'igiene progrediscono ovunque. 8i organizzano servizi 
contro gì incendi, a imitazione dei vigiles romani, che costituivano un 
vero corpo di pompieri. 

F-renze aveva sei scuole pubbliche ove s" insegnavano gli elementi 




66 



STOBIà. DELLA B\GIONEBIA ITAIJLANA 



CAPITOLO QUARTO 



67 



4elle scienze, le lingue e tutto quanto aveva rapporto col commercio. 
Questa città contava allora diecimila studenti; coniava quattrocento- 
filila fiorini d'oro, e produceva settantacinqueraila pezze di panno fino, 
nonché altre centomila di panno ordinario, annualmente; mentre (come 
dal 1336 al 1338) pagava solo un decimo di tutte le gravezze, e più 
tardi (dal 1344 al 1345) aboliva i livelli e i contratti d'afliUo por- 
tanti obblighi di omaggio, di fedeltà, di accomandita, di servitù per- 
sonali. 

Le popolazioni stesse, aumentarono rapidamente nelle città, arric- 
chite da tanto slancio. 

Cremona, che ora conta circa 32 mila abitanti, nel 1300 ne aveva 
80 mila; nel 1336 Firenze ne aveva 100 mila; altrettanti ne contava 
Siena, che ora ne ha circa 25 mila appena; nel 1290 Milano ne con- 
tava 200 mila, mentre Londra, che possiede ora una poi.olazione di 
circa 4 milioni d' abitanti, allora non ne aveva che 35 mila. 

S?5. — Ma uno stato simile di grande prosperità non poteva de 
rivare che da un'organizzazione sociale in cui fattori fondamentali 
• erano lavoro e produzione, non già eserciti di soldati e d'impiegati. 

Il popolo, non solo perchè chiamatovi, ma spontaneamente, pren- 
deva parte a tutto questo lavorio sorto dalla nuova civiltà. Chi non 
lavorava era privato dei diritti civili (ammonito) ed esposto al pub- 
blico disprezzo.- E col lavoro sorgevano scuole, dove s'impartivano 
gl'insegnamenti di tutte le cognizioni necessarie allo svolgimento di tanta 
attività industriosa. 

Ecco quindi come a lato del progresso pratico vediamo svolgersi 
e svilupparsi il progresso scientifico. 

Dapprincipio non v' è organizzazione, non v'è sistema: si può 
dire che le cognizioni vengono impartite o spiegate caso per caso: da 
qui una certa confusione, un certo disordine anche negli scritti. Ed è 
appunto per questa mancanza di sistema, che alla deficienza dell'inse- 
gnamento suppliva il numero grande degl'insegnanti, talché vediamo 
«ominati in poche righe citate d' un manoscritto, una serqua di mae- 
stri biagio, lucha, lorenzo, antonio, paolo, giovanni, ecc. 

A proposito del qual titolo di maestro è bene osservare come esso 
venisse dato, a titolo d'onore, solo a chi dava prove di valore intel- 
lettuale in determinate discipline, come verremo più estesamente di- 
cendo nell' ultima parte di questa storia, parlando della professione e 
dei gradi accademici. 



Fu insomma per l'Aritmetica, come fu per la Storia, 
Cominciaron le cronache a narrare i fatti secondo la successione 
del tempo ; ma questi fatti, esposti in forma rozza e slegata, non fu- 
rono che la materia preparata, predisposta, dalla quale doveva poi ri- 
cavarsi quell' idea generale, queir organismo, che da narrazione informe 
doveva port ire all' opera d' arte, alla scienza storica. 

E così un passaggio simile dalla matassa di cognizioni a un prin- 
cipio di ordinamento delle discipline, s'incomincia a trovare nelle opere 
di questo secolo, per quanto manchino regole generali, ma si conside- 
rino, per così dire, le operazioni aritmetiche, caso per caso. 

E mentre 1' Aritmetica generale trova in questo secolo buoni trat- 
tatisti in Giovanni Danti d'Arezzo, che ricava un « Algorismo » dal- 
l'Aritmetica di Boezio; in Prosdocimo Beldomando da Padova, e in 
Biufjio Pelaomi da Parma ; l' Aritmetica mercantile ha trattatisti in 
Giovami Antonio da Como (1300) che lascia una n Regola di far ra- 
gione V con espmpi pratici di conteggi applicati a società^ cambi, ecc- 
in Giulio da Siena (1384), che scrive un « Trattato di Aritmetica ap- 
plicato a molti casi commerciili : (d frutto del denaro, alle società, alle 
soccide del bestiame, al saggio delle monete n, in un Anonimo fiorentino 
(1301) che lascia pure un Trattato dove è fatta larga parte ai com- 
puti intorno ai baratti, ai ragguagli di monete, misure e pesi, leghe 
di monete, sconti e interessi. 

Dal lato storico però, un certo valore ha senza dubbio un mano- 
scritto esistente nella Biblioteca Comunale di Palermo, che risale al 
1398, d' autore anonimo, ma che da talune voci o forme d' espressioni 
parrebbe dover essere veneziano. 

Noi avremo occasione di vedere come la Sicilia in quest'epoca abbia 
avuto un importante movimento bancario, con estese relazioni, e come 
in essa risiedessero moltissimi niPicanti d'altre città. 

Nulla qjindi d' impossibile, che quel manoscritto sia effettivamente 
d' autore veneziano. 

Porta il titolo di u Eaxoni merchatantesche » e nella parte in cui 
svolge le operazioni fondamentali dell'Aritmetica, nulla vi è che si levi 
ilalla solita materialità eh' è la caratteristica di tutti gli autori di 
quel tempo. 

Cosi — per un esempio — impiega delle intere facciate a dare in 
forma prospettica i prodotti della moltiplicazione dei numeri da 2 a 
10 per vari numeri, a questo modo : 



68 



STOBFA DELIA BAGIOKEBIA ITAIlAKA 



2 

li 
4 
5 
(> 



31 

yi 

31 
31 
31 



62 
93 

124 
155 
180 



225 
lo 
15 



250 
It) 
16 



e cobi via; a fare il quadrato, come segue: 

1^1 144 169 196 

11 12 13 14 

11 12 13 14 

tutte tavole prontuarie, che allora erano meno inu"tili di quel'che ora 
possano sembrare, quando si tenga presente l'uso estesissimo in quei 
tempi del calcolo mentale. 

Nella parte propriamente « merchutanfesca r, comincia con la redola 
del tre, a proposito della quale dice: . d'o.nicra che 'l tissia datola 
giom nelle quale si contevgano 3 chose, dicho zoè : v um ero o peso o mi 
suro, d,cko che tu dehh. multiplicharl la chosa che iu adimaL kontr. 
ujudla che non è di quHla medesima e poi prtire per l'altra come 
qm di sotto per queste liogioni ti mostrare. y> 

Indi sviluppa le frazioni ordinarie e straordinarie, i computi dei 

di sTlntT • ?''' °""'''' "'''''^^''°^' ''^''' d'alligazione, di cambio, 
li sconto, di interesse semplice e composto, di scadenza, di società, d 
.al.a posizione, fino a trattare ~ e qui è la parte veramente note;ole 
- una specie di Conto Corrente a metodo diretto e indiretto, che PAu- 
tore denomina « Cagioni di rechar a uno die in due modi J il quale 
^rechar a uno die . è spiegato COSÌ: . e zoè che gli vuole ridu^-re che 
t^^ avesse presila, in uno die; . il che, un po' più chiaran.ente vorrebbe 

'oigioTur '''''' '' ''^''""^" ^ ""' '^''^ ^«^^' * - 

»3. — L'età che trascorse dopo il XIV secolo doveva subire le 
grandi influenze che ad essa preparavano le grandi scoperte del 1400 
che trasformarono le condizioni e modificarono i costumi d'Europa ' 

Già la bussola aveva dato un potente impulso alla navigazione 
fino allora di solo cabotaggio e ristretta al Mediterraneo 

La stampa (1440) trovata in Germania, si diffonde ben presto e 
moltiplica in brevissimo Kmpo le copie dei libri, che diminuiti perciò 
di prezzo, diventano accessibili a una maggior numero di studiosi 

Alle scoperte di Porto Santo e di Madera, tien dietro quella 'delle 
Azzorre, del Cnpo Verde, della costa dell'alta Guinea, del cLgo e del 



JS^^È^ 



CAPITOLO QUARTO 



69 



Capo delle Tempeste. Vasco di Gama apre la via alle Indie orientali 
« .1 gran Genovese ci dà un nuovo mondo. I nuovi prodoti che T.^l 
■mportano, qu.Ii i, caffé, lo zucchero, i, taba" „ il polo dÌ terrl 
pnma sconosciuti, diventan fra noi d' uso generale ^ 

Ma non soltanto gli usi ed i gusti si moltiplicano- benaneo le onn 

Sai =^r^jtLt;srsnrrM±^^^^ 
«reroTpSir"' "''^ "^"■*"^' '^« ^^^"^7^'^:^z 

bX..'SS.'"" ""'^ *' ^-'•"'°"*"''' ^"* SP^=-, ai Paesi 
I portoghesi fondano nelle Indie orientali le prime colonie di traf- 

SoTr'/uh . Coromandel, nelle Molucche e nell'isola di 

Sonda Lisbona diviene il centro del commercio mondiale. 

poranl iTe r"h' *"* •"?'" '"''==""'^ '^«' '^"ffl^"' '-" dietro contem- 
mitondersi della stampa; e il quattrocento diventa il secolo desìi eruditi 
Le adunanze che si tengono, le accademie che si Ttt ulscono le di' 

So tr.U "'"''"*'* ''^^•""^""'' cognizioni e s^ìl'Vo 
gres.o del industrie, , nuovi istituti di credito, le riforme leirislative 

<lanno un indirizzo più Inrgo anche alle dottrine' economiche che rSaa' 
gono però sempre ancora dei teolo-i ' ° 

di Fi^ze^nTs?,".".'.? «7. V^««-l«4). Sant'Antonio arcivescovo di 
feiena (t 1494) sono tutu teologi di gran valore in materia economica 
La produzione, la circolazione, la distribuzione delle ricchezze co„ in" 
ciano a trovare qualche illustrazione in essi. La teorica del IZfe 
de ^lore, del „,utu-„ dalla ,».,neta trovano cenni important nT£ 

delle mpostr , T f "^"^^ <' ''''> "•'''''"' ^''"^ '"''W»"» 

aZr Z 1 ^*'"'^"'°""'' « •»" '•^'•«»' tmnshtione, De mercatura in 
genere, De tempons vendutone, De armine (pretU) Lum venalium, De 

voragu^e usuraru^ di San B.nardia.; o il CoUectanu», senlentiarum e 
.1 Demonetarun, p„eMe simul et utilUate libellm di Biel- o Toe 
regent,, et boni Principi, officis di Caraffa , o il De 



70 



STOBIA DETJ.A KAGIONEBTA ITALIANA 



E questa, di scrivere latino, dopo gli splendori di Dante, di Boc- 
caccio, di Petrarca, fu la pecca maggiore di quei tempi. La sete del 
sapere, di scoprir nuovi cadici per diffonderli col mezzo della stampa, 
porta alle ricerche dei tesori intellettuali dell'antichità; e a misura che 
se ne ritrovano iscrizioni, statue, medaglie, monumenti letterari, pare 
che l'Italia ridiventi tutta latina. 

Perchè ? 

Dante era recitato dagli asinai e dai fabbri di Firenze; Petrarca 
era il potata prediletto degli innamorati; Boccaccio formava la delizia delle 
comitive allegre. Ciò pareva a quei dotti che stonasse con la gravità 
delle dottrine che teologi, canonisti, m*»dici, giureconsulti andavano lar- 
gendo con profusione in tanto risveglio di coltura; e da ciò il ritorno 
all' antico anche nella lingua. 

21. — Tutte qu'^ste influenze, questo rinnovellamento, questo 
slancio nei commerci, nelle industrie, nelle scienze, questo ritorno all'an- 
tico non potevano a meno di risentirsi anche nel campo della matematica 
e deiraritmeti<'a. 

Ed ecco riapparire il De Aritmetica di Boezio, di cui se ne fecero 
edizioni a Venezia nel 1488, 1491 o 92 ed a Basilea nel 1570. 

Ecco nel 1400 Perusino De Ubaldi Petri col suo Trada'us de duo- 
bus fmtribus et aliis qutbusqumque sociis; e nel 1491 Francesco Calandri 
con Picfagoras arithmetrice introductor. Ecco nel 1407 un anonimo 
con un breve trattato di Aìgorismus; e un De Aritmetica luercutoria 
et agrimen^oria commentaria sm insignistracfatus auctor'S niìciii/mi Arit- 
metices professori^ in urbe senensis qui scribebat anno J445. 

Il 400 però, al pari del 300, non portò progressi nell'Aritmetica 
superiore; mentre invece progredì assai l'aritmetica mercaniile, di cui 
fiorì la letteratura. E non poteva essere altrimenti, in tanto sviluppo 
di commerci e d'industrie. 

Il sorgere degli studi classici aveva creato nuovi istituti educativi 
prima in Italia quindi in altri paesi, e specialmente in G rmania, colla 
quale già da lungo tempo l'Italia teneva vive comunicazioni. Ed ecco 
dal 1421 al 1461, il t/ desco Purbach Giorgio, col suo Algorithmus de 
numeris intergris fractis, Begulis commuuibus, et de Proporlionibus^ che 
fu pubblicato però più tardi nel 1539 a Venezia; ecco Giovanni Miiller 
detto liegiomontanus, discepolo di Purbach, nato a Konigsberg nel 1436, 
che introdusse neirAritmetica le frazioni decimali, mediante le quali 
i risultati operativi sono più spediti e più approssimati. 



CAPITOLO QUABTO 



71 



Questo Muller,secondo Kircher e Gassendi, sarebbe quegli che in- 
ventò una mosca automatica di ferro, che dopo di aver volato att >rno 
alla stanza, tornava a posarsi sulla mano di colui dal quale era par- 
tita. Si deve al Miiller anche l'invenzione d'un'aquila automatica della 
lunrhezza di ^00 passi, che dopo un volo ritornava al posto di partenza. 

In Italia furono parecchie le opere notevoli. 

Tommaso di Messer Bartolomeo Agazzari da Siena, addetto alPuf- 
ficio delle Gabelle di quella Repubblica, scrive intorno ad un Trattato 
di Aritmetica e Geometria con molti problemi di Ragioneria e di 
Commercio. Nel 1484 Pietro Borgio o Borgi dà un Trattato d'Arit- 
metici, una copia del quale trovasi nella Biblioteca Estense di Mo- 
dena. E questo il primo autore, dopo Leonardo pisano, che cambia, 
l'ordine delle operazioni scritte, trattando della sottrazione dopo la dì- 
visione. 11 libro è scritto in dialetto veneziano, e non del più elegante - 
tratta con abbastanza larghezza di monete, pesi, misure ecc., ma tutto 
in Dase agli usi veneziani allora in vigore. 

Il carattere affatto locale di questo libro , gli toglie il valore di 
trattato d'utilità generale; tuttavia le 13 edizioni che dal 1484 al 1567 
si son fatte, dimostrano che l'opera del Borgi trovò molto favore negli 
studiosi. 

Si ebbero anche nove fra libercoli e trattati d'autori italiani ano- 
nimi, i quali nella massima parte trattarono il calcolo mercantile rife^ 
ribilmente agli usi del rispettivo paese (1). 



(1) Fra questi TrattatcUi «Vautore anonimo, merita speciale menziono uno di pocL» 
pagine, pubblicato a Tr.niso nel U78, e che è quindi uno de' primissimi libri stampati. 

Principia cosi: 

« lacoiiiiacia una pratica molto bona et otite ; a ciaschadimo chivoleuxaro iurte de ti, 
merchadaatia chiamata vulganncate larte de labbaco. Pregato più e piti volte da alcuni 
zoveni a mi molto dilectissiml : li quali pretendevano a docer voler fare la merchadantia 
che per loro amore ms piacesse afTadiuarmi uno pocho: dal dargli in scritto qualche fumUi 
mento cerca larte de aritmetrica: chiamata vulgarmente labaro.... In nome di Dio adou- 
cha: to'jlio per principio el ditto de algorismo cosi dicendo: 

« Tutte quelle cose: che da la prima origine hanno habuto p roduci mento : per raxone 
de num^ero sono sta formade. E cosi come sono: hano da sir cognoscud:.... 

" Primo sapi.... Numero e una moltitudine congregata overo insembrada da molte unt- 
tade et almeno da do unitade come e S el quale e lo primo e menore numero: che se trova..- 

« Segondario sapi: che se trova numeri de tre maniere: El primo se chiama numero 
semplice, laltro -numero articulo El terzo se chiama numero comjìosito overo tnixto. « 



Capitolo (ptiinto 



L' ARITMETICA DAL PACIOLO A TUTTO IL XVI SECOLO 



S. Frate Luca Paciolo e la « Summa de ArithmetLca .. - »o, Giovanni Sfortu- 
nati e il u Nuovo Lume „. - Sull'introduzione dei segni -f-, , V~^= _ a^' q^^ 

lamo Cardano - Nicolò Tartaglia - Raffaele BombelU - Simone SteVin. - SS» ' L' am^ 
».iente commerciale in quest'epoche non può produrre buone Aritmetiche. - SO. Il 

nezir" «y^T^K-" ''' ^' ""' ''"^^'^"'^ - ^^« «°«* «- ''^^<^'^ di Messateria in Ve- 
nezia, — OO. Due bizzarri scrittori del 500. 



«5. — Ma il primo libro di valore, che dopo l' invenzione della 
stampa venne alla luce in Italia, fu la Summa de Arithmetica Geo- 
metria. PropoHioni et proportionalità, edito a Venezia nel 1494, di 
frate Luca Paciolo da S. Sepolcro. 

Poche sono le notizie che si hanno sulla vita di questo inside ma- 
tematico. 

Sappiamo che nacque a borirò San Sepolcro in provincia d'Arezzo 
ma ip:norasiin quale anno; certamente però verso la metà del XV secolo. 

Studiò teoloj^ia, viaggiò moltissimo, e — secondo una supposizione del 
Dottor Ernesto Lodovico Jàger — fu per aver protezione ed appoggio 
ne' suoi viaggi ch'entrò nell'ordine de' frati Francescani, ma questa sup- 
posizione é avversata dal Brandaglia (1). 

Datosi agli studi matematici, si acquistò fama di uno dei più illustri 
matematici del suo secolo ; e tale scienza insegnò a Perugia, Napoli e 
^^enezia (2). 



(1) Brandaglia — Luca Paciolo considerato come Bagioniere — 1882. 

(2) Ecco ciò ch'egli stesso scrive nella sua Summa: 

" Per l'operare de l'arte maggiore: ditta dal vulgo la regola della cosa over Alghebra 
Amxicabala servaremo noi in questo le qui da lato abreviature over caratteH: si commo 



74 



STOniA DEfJA RAGIONEBIA. ITALIANA 



CAPITOLO QUINTO 



75 




Passò quindi a Milano alla Corte di Lodovico il Moro, dove strinse 
amicizia con Leonardo da Vinci, assieme al quale passò poi a Firenze. 
Fu successivamente a Roma con Leon Battista Alberti, sotto Paolo II ; 
e finalmente nel L500 ritornò a Venezia, ove attese all' ins3-namenio della' 
sua « Bìmna proporimie » che pubblicò nel L509 dedicandola a Lodovico 
Sforza. 

Della Siimma, come si disse, comparve la prima edizione nel 1494, 
nel L")23 una seconda (1). 

Sebl)ene quest'opera porti il titolo, la «ledica e le <lenominazioni in 
latino, essa é però scritta in una lin-ua m-zzo veneziana e mezzo ita- 
liana. 

In essa i calcoli o lo [X^nvo son posti in mar-ine, come nell'abbaco 
«li Pietro lìorirhi. 

I molti vian:nrì di Paciolo, in o^rni parte d' Italia, chiamatovi anche- 

^f^"*^^"^®"*® ^"^^ ^' iiiseirnamento, se dimostrano l'alta considerazione in 

ancora neli altri nostri quatro volumi de simili discipline aer noi compilati haoemo usati- 
cioè in qncUo che a li fp\weni di Peroscia intitulai nel 1470, yel quale non con tanta co- 
p.osita se tratto. K anche in quello che a Zara nel tisi de casi piti sutili e forti compo- 
nemmo. L anche in quello che nel 1170 djriiammj ali nostil relecati discipuli ser Bart.- 
et Irancesco e Paulo fratelli de Ropia.isi di la Zudeca deu'H mercatanti in Vinejia- fiqiioii 
già di ser Antonio. Sotto la cui om',ra paterna e fraterna in lor propria casa me relevai. 
E a simili scientie sotto la disciplina de miser Domjnico Brauadino li in Viner/ia da la 
ea-celsa sianoria lettore di ogni sdentia patetico deputato. Qual fo immediate successore al 
perspicacissimo e reverendo doctorc. e di San Marco canonico maestro Paulo de la lar- 
gala suo preceptore. K ora a lui. al prese.ite et magnifico et esimio doctore miser Antonio 
Cornare nostro condiscipulo, sotto la doctrina del detto Bragadino. 

K questo quatulo eruca, no al secolo. 

Ma da poi che l'abito indeguamcnte del scraphyco San Francesco ec voto pigliammo- 
per diversi paesi c'è convenuto andare peregrinando. E al presente (11S7) qui in Perosciu 
perpublico emolumento a satisfution comuna: a simili facoltà ci retroviamo, n 

(l) l^aSumma ò .livisa in .lue parti principaU: in Aritmetica e in Geometria; oiasonnH 
dello 4uali e divisa in disfinctiones. che per l'Aritmetica si sud lividono in tractatus. .• 
per li Goamofria in capii ula. 

Eoco in sunto ciò olio tratto n»»lla parte Aritmetica: 

Nelli Ijistinctione I. - espone alcune rloerohe ,lol Fibonacci sulla teoria dei numeri- 
risolve parecchie e inazioni di 2' e di 4" gralo; dà la sommi di aloane serie namerioh..' 
e nna tavola di numeri perfetti. 

Nella Distinctione li. ~ espone lo quatto operazioni foniamentali con tutte le reeol- 
pei diversi moli di moltiplicazione e divisione allora in uso. nonehò le prove del 7 e del 
9. Da 11 calcolo dei ralioali più semplici, nonoliù la sommi delle serie dei quadrati e d.-i 
cubi, e la risoluzione di qualche bizzarro problema aritmetico. 

Nello Distinzioni 111 o IV — insegna il calcolo <lolle frazioni. 

Nella Distintone VI — tratta delle progrossioni in generale. 

Nella Distintone VII - spiega la regola d'Heicatayn o di falsa posizione, e finisc- 
con numerose norme per la risoluzione dei problemi di primo grado. 

La Distinzione Vili - contiene l'Algebra o Almucabala, nella quale si risolvono l.- 
equazioni di 2° grado coi loro derivati di iP e di tì" grado. 

Nella Distinzione IX - svolgo diverse applicazioni o questioni commerciali- e preci' 
«amento m taluni problemi relativi alla regola ,lei Riparti, il calcolo delle probabilità 
apparisce per la prima volta. 



cui era tenuto dovunque, convincono pure che l'Aritmetica andava dif- 
fondendosi, e che ovunque sentivasi la necessità di apprenderla. 

Una vera calunnia fu quanto il Tar^ioni Tozzetti (1) asserì avere il 
Paciolo compiuto un vergognoso plagio dal Fibonacci, giacche più punti 
si possono citare in cui egli nomina il matematico pisano e dichiara 
di aver attinto dall' opera di lui (2) 

Francesco Bonalumi, nel suo libro « Sitilo svolgimento del pensiero 
comjmUsfico in Italia v> parlando della Simima di Paciolo, fa questa 
osservazione : 

« E scrive in barbara lingua con perfida ortografia. Che brutto 
senso fa mai, difatti, dopo gli splendori di Dante, Petrarca e Boccaccio, 
quando si ha pieno ancora l' orecchio della deliziosissima musica del Po- 
litiano, il leggere di questa robaccia: semjre con lo nome dì messeì- 
Domcneddio dehiano comensay^e loro faccende ecc. 

E bensì vero che subito il Bonalumi soggiunge: « ciò però poco monta 
per la nostra computisteria : in Paciolo noi studiamo la scienza e non la 
letteratura. » 

Certo è che se andiamo a confronti con gli astri maggiori della no- 
stra letteratura, non solamente Paciolo, ma tanti altri nostri trattatisti 
moderni fanno bruttissimo senso leggendoli. 



(1) Questa scrittore nelle sue u Relazioni d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della 
Toscaiui y dice : 

« Notisi che F. Luca del Borgo S. Sepolcro, ha avuto in mano quest'opera di Leonardo 
pisano (cioè il Liber Abaci) e se n'è fatto bello nella saa vasta Aritmetica stampata senza 
neppure nominarlo, altro che una volta o due incidentalmente, n 

(2) Neil' Esordio della Stimma, dice: 

» E queste cose tutte con le seguenti, siranno secondo li antichi. E ancora moderni 
mathematici. Maxime del perspicacissimo phylosopho nugarense Euclide E. del Severin 
Boetio e de nostri moderni Leonardo pisano. Giordano, Biagio da Parma, Gioca Sacrobo- 
sco e Prosdjcimo padonn, da quali in nuiggior parte cavo el presente volume. » 

Nella Parte I. Distint, I. Tratt IV. Art. VI. dice : 

» Le quali domande sono difficilissime quanto ala dimostrazione della pratica: commo 
sa chi ben la scrutinato. Maxime Leonardo pisano in un particolare tractato che fa de 
quadratis numeri intitolati. « 

Nella stessa Parte. Art. IX. Paragr. 9. dice: 

« .... e mai fa lla qu esta regola. La quale dojide ella proceda Leo. pi. nel tractato che 
fa de quadratis nuis, la dimostra per via de le figure geometriche ecc.... » 

Nella stessa Parte. Distinz. II. Trat. V. Art. I. dice : 

« L. p. in un trattato che lui feci de qdratis "TH^s probat geometricae omnia qune 
usque mine dieta sunt de collettione maxime numet-orum quadratorum. » 

Nella Parte II Distinz. I. Gap. I. dice: 

« E perchè noi seguitiamo per la maggior parte L. insano. Io intendo dichiarare che 
quando si porrà alcuna proposta senza autore quella fta di detto L. i 

Nella Parte medesima, stessa Distinz. e Capitolo, dice : 

« E pero L. P. difflnendo quello che era a trovare larea duna superfìcie dici. Trovare 
larea duna superficie e una superfìcie quadrata nota sapere quante volte entra nella su- 
perficie che vuoi misurare, n 



76 



STORTA DELIA BAGIONEBrA ITALIANA 



Ma e certo però, che - senza escire «lai campo computistico per 
entrare nel letterario - non esitiamo a diro, che dopo tanti altri au- 
tori di CUI pur citammo dei brani, il Paciolo è forse il primo che si 
le«ge e anche che si capisce, abljenché r orto-rafia e la sintassi dimo- 
strino di non essere in molta intimità con lo scrittore. 

Il brano, che noi riportiamo in Appendice (1) nel quale Paciolo spie{?a 
1 ranibU può dimostrare la verità di questa nostra affermazione. 

«6. - Uno dei più celebrati scrittori, dopo il Paciolo, è Giovanm 
Sfortunaii da Siena, che scrisse il « Nuovo Lume » stampato a Venezia 
nel 1534. Questo trattato avverte e corregge alcuni errori di rilievo 
nelle opere degli aritmetici precedenti, e raccoc?lie buon numero di que- 
siti scelti. 

Balla prefazione si apprende, che Y autore inse-nò Aritmetica in 
molte scuole d' Italia, e specialmente in Sicilia; che prima di lui unMn- 
linita di autori, nelP idioma patrio, trattarono diffusamente questa scienza 
e fra essi chiama U più autentico maestro Luca da Borgo, n.dla cui 
opera sonvi moltissime cose « che al mercante non sono d'uso, e per- 
età poco loro gradite, ma pe^^ò sono malteria da buonissimi ìmteìna- 
tici. » 

Parlando delle ragioni mercatorie. ossia della regola del tre la 
chiama (chi sa mai per qual ragione] la regola della santissima trinità 
♦' la spiega coi seguenti versi : 

Se ciascuna ragion vorrai ben faro 
Per regola del tre così farai : 
Imprimamente dei moltiplicare 
Quello che vuoi sapere e non lo sai 
Per ki cosa non simil, dei notare 
Questa moltiplication, poi partirai 
Per l'altra simile, e questo avvenimento 
Bi quel che vuoi saperlo è il valimonto 

Il Nuovo lume è classico e fa non poco onore al XVI secolo • ma è 
puramente pratico, come gran parte de' trattati anteriori. 

Nel 1540 fiorisce Michele Stiefel monaco di Essigen (Wurtenberg) 

che scrisse ^ Ari t melica perfetta oieovìc^, e V Ari t melica compendiosa 
<ì pratica. 



(1) V. Appendice Parte I. Nota X H. 



CAPITOLO QUINTO 



77 



A lui (secondo Chasles) sarebbe dovuta l'introduzione dei segni -r 
(più), — (meno), e V (radice]; ma secondo il Li])ri, questi segni sarebì)ero 
invece attribuiti a Leonardo da Vinci. 

Secondo altri ancora, i segni + e -- sarebbero derivati dalla <le- 
formazione delle lettere p e .... e non si dovrebbero ad alcun determi- 
nato inventore. Effettivamente in Italia ed in Francia, per indicare l'ad- 
dizione fu generalmente adoperata la lettera p, iniziale della parola ^m 
ed m (Jermania, fino dalla prima metà del XVI secolo si adoperarono 
già 1 due segni -f e -. Così per esempio li trovò Drobisch nel « Com- 
pendmm antmrticoe mercantorum » di Eger (Lipsia 1489). 

E altrettanto può dirsi del segno V , che deriva dalla lettera r ini- 
ziale delle parole rad^x o rex, adoperate originariamente per indicare 
la radice dei iiiuneri. 

Noi già, in massima, scartiamo la mania di taluni, che vogliono 
trovare inrentiri in tutto e per tutto; perchè siamo convinti, che - 
s|>ecialmenttì nelle cose più pratir^he e necessarie della vita - unico 
inventore è il senso comune , il quale è, o per lo meno dovrebbe ossero 
di tutti e dì ogni epoca. 

Allo Stiefel seguirono Giomnni Sdieu^elio e l'inglese Roberto Rr- 
rorde (1.552) al quale vuoisi attribuire l' introduzione del se-no = per 
indicare l'eguaglianza. 

27. - Ma un nuovo e potente impulso alla scienza, dovevano por- 
tare le scoperte e gli stu<li d' ingegni italiani, quali Cardano, Ferrari 
lartaglia e I3ombelli. 

Gerolamo Cardano, filosofo, medico e matematico insigne, nacque a 
Pavia nel 1501 da Facio, matematico e giureconsulto, che diede al fì-Ho 
le prime idee d' aritmetica e di calcolo. 

Nel 1523, cioè a soli 22, anni già laureato dall'Università di Pavia 
si»iega pubblicamente Euclide nell' Università istessa. 

Nel 1.524 è ricevuto .lettore in medicina dall'Università di Padova 
o cinque anni dopo, nel 1529, insegna le matematiche a Milano per in- 
carico degli amministratori dell' Ospedale Maggiore. 

Dopo di aver assunto ancora l'insegnamento a Pavia, ritorna a Mi- 
lano e vi esercita la medicina. 

Ma se la mente superiore fa del Cardano uno scienziato insigne, c^ho 
tratta con competenza e non comune erudizione ogni ramo di scienze 
<^ome uomo é uno squilibrato, dedito al vizio, al disordine, e al giuoco' 
Anch' egli, come Lullo, spazia nei campi della divinazione del futuro- o 
«ulle chiavi del Tarocco scrive un trattato della sublimità, cosi come 



78 



STORIA. DErjA BIGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO QUINTO 



79 



n 



(Uijilielmo Postel rintracciava nel Tarocco la chiave delle cose nascoste 
e Luis— Claude de Saint Martin i le,?ami misteriosi che uniscono Dio, 
l'uomo e l'universo. 

Ma in Cardano questa aspirazione a divinare il futuro non è che 
una manifestazione, diremo così, incidentale, di uomo appassionato al 
iriuoco, forse causa prima per cui lo si ritrova sempre perej?rinante pel 
mondo, dove porta invece ovunque i frutti e la luce del suo alto valore 
di scienziato, senza eh' ej?li possa mai coj?liere un rajr^io solo di fortuna. 

CTirò la Francia, l' Indiilterra, la Scozia, la Germania, distinguendosi 
ovunque specialmente come medico, finche nel 1553 ritorna professore di 
matematiche a Milano. 

Qui prende in monrlia Lucia Bandareni, dalla quale ha due %li, 
che crescono dissoluti quanto e più del padre. 

L'uno vien scacciato da casa per la sua condotta; l'altro Onisce sul 
patibolo per aver avvelenata la propria mo<?lie. 

San Carlo Borromeo e Francesco Alciato cercano di aiutare il Car- 
dano ; e nel L562 pli fanno ottenere 1* inse^rnamento a lioloj^na, dove ri- 
mane fmo al L570. 

Ma in quest' anno onrli viene incarcerato i^er aver mancato ad una 
promessa ; quindi liberato dopo alcune settimane è costretto a riparare 
altrove. 

Nel L-)71 passa a Roma al Collej.^io dei Medici, ove ottiene una pen- 
sione da papa Gre-orio XIII, o in Roma, nel L^TG, umore. 

Le sue opere formano sodici volumi, oltre a molte altre che anda- 
rono perdute. 

La sua AHf melica pralicn, fu stampata a Milano nel L"3:iO; e V Arte 
magoinre o Algebra, a Norimberpra nel L-45; nuovamente 1 Arte mafr- 
<?iore e il libro delle renrole Abzn, a Basilea nel L570. 

L' al^rebra, che il Cardano chiamò regola del modo, deve a questa 
mente bizzarra e disordinata non pochi progressi ; tra questi alcuni pon- 
gono il metodo per la soluzione delle equazioni di 3^ grado denominato 
foì^mola del Cardano, metodo che devesi invece attribuire al di lui 
contemporaneo Nicolò Tartaglia. 

Un discepolo del Cardano, Lodovico Fi^^rari, nato a Bologna nel 
L522, continuò le gloriose tradizioni scientifiche del maestro, e" di lui 
verremo dicendo in seguito. 

Altro degli astri maggiori di questo secolo fu Mcolò Tartaglia, nato 
a Brescia nel 1506, e morto a Venezia nel 1559. 

Di poverissima origine, egli seppe istruirsi da solo, frammezzo ad in- 
Unite contrarietà della vita, e salire in fama di matematico insi-ne. 



Una delle maggiori sue glorie fu l'applicazione de.le matematiche 
.tH'arte militare. 

E così, mentre il suo contemporaneo Torquato Tasso, nella Gorma- 
femme liberata si palesava profondo conoscitore di tattica militare, tanto 
da potersi dire il poeta militare, per una strana coincidenza di tempo, 
accanto a lui sorgeva in Nicolò Tartaglia, il matematico militare, senza 
che né l'uno nò l'altro, fossero soldati. 

Degno di essere ricordato è il seguente episodio della vita scienti- 
fica di Tartaglia, 

Scipione Del Ferro, bolognese, che insegnò matematiche dal 1490 
al 1.52G, era riescito a risolvere un caso particolare dell'equazioni di 3» 
grado; ma come ora uso d'allora fra matematici, di serbare il segreto 
sulle loro scoperte per servirsene come privativa nell'insegnamento o 
per gareggiare con gli altri dotti in sfide accademiche, il Del Ferro non 
confidò il suo segreto che al discepolo Aìitonio Maria Lai Fiore il 
quale recatosi rei 1534 a Venezia, sfidò Tartaglia a dar prove del 'suo 
sapere. E inutile dire che Dal Fiore, nei 30 quesiti che propo«=e all'av- 
versario, si attenne per tutti a formularti sulla regola di Scipione Del 
l^rro, persuaso che l'avversario si sarebbe dato per vinto. 

Ma Tartaglia non solo riesci a risolverli, ma anche a trovare 
la teoria generale per la soluzione delle equazioni di 3<> grado, mentre 
il Dal Fiore non riesciva a risolvere che uno solo dei 30 quesiti avuti 
da lui. 

Cinque anni dopo questa splendida vittoria, il Cardano riesci non 
senza fatica ad avere dal Tartaglia la sua regola esposta in venticinque 
rozzi versi italiani, sotto giuramento che non l'avrebbe pubblicata, 
neppur sotto il nome dello stesso Tartaglia. 

Ma il Cardano mancò alla promessa, percui egli indignato, lo sfidò 
ad una delle solite dispute scientifiche, non infrequenti in quei tempi 

La sfida segui a Milano nella chiesa di S, Maria del Giardino, ma 
pel Cardano (che non volle presentarsi), venne il discepolo suo iMdo- 
nco Ferra7^i. 

Avendo però il Tartaglia aperta la disputa rilevando un errore del 
Cardano m un suo problema, fra gli spettatori si levò un clamore così 
violento, che Tartaglia stimò prudente fuggire, e la sfida rimase senza 
risultato. 

Il metodo usato da quegli spettatori, pare sia stato ora adottato da 
alcuni Parlamenti di nazioni civili. 

L'opera maggiore (jel Tartaglia è però sempre il Gene^^al trattato 
'h numeri e misure, stampato a Venezia nel 1555. 



80 



STORIA DELIA RA.GIONKRTA ITALIANA 



Contemporaneo del celebre matematico bresciano fu il bolo<?nese 
Raffaele Bnni^ellU che applicò per il primo la teoria generale "delle 
quantità immaorinarie a ciò che chiamasi comunemente ca^o irreiucibilc. 

E così mentre in Italia la scienza del calcolo progrediva per opera 
di questi eminenti suoi lìorii, all'estero pure faceva pro-ressi, special- 
mente in Francia, dove va notato lo Stefano De lei Roche (1520) ch.> 
per il primo introdusse la notazione denrli esponenti; e in Fiandra con 
Shnone Sler?'n, che introdusse la denominazione delle potenze secondo i 
loro esponenti. 

Di Stevin ci occuperemo ancora quale rajricmiere. 

Eudi nacque a Bruj?es nel 1548 e morì ad Aja nel 1620. 

Dopo essere stato rairioniere in una ricca casa commerciale d'Anversa. 
o poi impie<?ato nell'Amministrazione delle Finanze al Frane di Drujres. 
tent/) imiìiantare una fabbrica d'aceto, ma non avendone ottenuta" la* 
necessaria autorizzazione, cambiò pensiero e si dedicò ai viaj?jri. Capitato 
a Leida nel 1.583, apri in quella Fniversità un corso di scienze positive. 

L'invenzione di un carro a vela, che superava in velocità un 
cavallo alla corsa, portò all'apice la sua fama di dotto. 

^ Maurizio di Nassau «?li aflldò l'amministrazione de' suoi allari privati, 
o Tebbe sempre consijxliere lìdatissimo in tutte le imprese ; finché nel* 
D>17 ebbe la carica di Castramelaforc de-Ii eserciti nelle provinci<^ 
unite. 

Le sue opero sono (juasi tutte scritte in lìammin^io. 

2S. — Si può quindi affermare, che a differenza del 400, il 5{)o 
portò projrressi notevoli nell'aritmetica superiore. Ma in mezzo alla 
-rande rivoluzicme di fatti, di istituzioni e di opinioni che portarono 
seco j?li avvenimenti di quest'epoca, come l'affluenza dei metalli preziosi 
dall'America, la prevalenza dell'economia monetaria sulla naturale, il 
sorjrere, il moltiplicarsi dej?l'istituti di credito, le nuove relazioni com- 
merciali con altri paesi, la stessa confusione delle varie monete, pesi e 
misure fra le varie parti d'Italia pur fra loro collegate da frequenti e 
importanti relazioni commerciali, anche l'Aritmetica mercantile doveva 
necessariamente sviluppai-si, opperò gran numero di libri e libercoli 
tutti puramente i)ratici, o che non s'occupano che di questioni locali 
sulle monete, sui pesi, sulle misure, sui cambi, sui prezzi, vengono ad 
aumentare la letteratura computistica del 500. 

I bisogni del commercio, il moltiplicarsi delle inij)rese, lo svilup- 
parsi del credito produttivo, che portano seco un impiego vastissimo di 
camUalU e il sorgere di asisicurazionù di monii ecc. troiano ovunque 



CAPITOrO QUINTO 



81 



trattatisti speciali non solo nel campo economico, ma ben anco dal 
punto di vista computistico. 

Per avere un'idea dell'ambiente commerciale di quell'epoca, basta 
vedere nella bella opera del prof. Vittorio Alfieri fLa pariiia doijpìa 
apidicaia alle scì^tfure delle aniiche aziende venczianej, quanto egli 
scrive sulle misure e sulle monete usate in Venezia. 

Per le stoffe adoperavasi il hraccio da seta (m. 0.638) e il hracclo 
da lina (m. 0.683), che dividevansi in 4 quarte di 40 ottace ed anche 
in 12 oncie. 

Per gli aridi, s' usava il moggio % :3:}3.208} di 4 staja o di 8 ìnezzeni 
rt di 16 quirtc. 

Per i liquidi, la botte (1.751.170) di 10 mastelli ;V art fora (1.600.936) 
di 4 bigonce od 8 laiatHU o 56 seccidc; il barile (1, 64.385) di 6 secchie 
o di 24 bozze; e per l'olio il migliaro (1.631.592^ di 40 miri. 

Per l'oro, l'ar-ento e le gemme, il marco fgr. 238.409) che divide- 
Vc'isi in 8 once o in 32 qaarti o in 192 denari o in 1152 carati o in 
4608 grani. Il titolo si esprimeva col marco diviso in 24 carati di 24 
parti per l'oro; in 12 denari di 24 grani per l'argento. 

Il peso distinguevasi in grosso e sottile. 

Il -rosso era il migliaio (cg. 476.998) di 10 ccntina^jtr o di 1000 
libbre o di 12000 once o di 2304000 carati o di 9216000 grani. 

Il sottile era la carsica (cg. 120.491) di 4 centiniia o di 400 libbre 
o di 3200 dramme o di 10600 scrupoli o di 212000 grani. 

A peso grosso si vendevano ferro, rame, stagno, formaggi, lino, 
canape, lana, pepe tondo, cannella, ecc ; a peso sottile garofano, noce 
moscata, macis, cotone, seta, ecc. 

Le stoffe si vendevano anche a pezze; i cuoi di bue in balle di 10 
pelli; quelle di cavalli in gruppi di 100 pelli; e si vendevano in balle 
diverse altre mercanzie. 

II pe|)e, il garofano ed alcuni altri prodotti si vagliavano fgarbel- 
lavanoj. 

Le unità monetarie erano due : la hra di piccoli e la lira di grossi. 

Ma oltre a più qualità di grossi e di piccoli, eranvi tre modi di valu- 
tare il ducato: il ducato a moneta valeva L. 6 ossia 120 soldi, e 
divenne poi effettivo col nome di ducato mozzo; il ducato correa /<? era 
di 124 soldi, e divenne ideale dopo l'aumento dello zecchino, ma si 
seguitò a denominarlo ducato a^oro; il ducato reale, che chiamavasi 
ducato d'oro in oro. 

Verso la fine del XVI secolo fu abbandonata la divisione di lire 
e soldi di grossi, e adottata quella di ducati grossi e ducati piccoli. 



4« 

n 



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82 



STOEU DELLA lUGIOXEBIA WAUAKA 



CAPITOIO QUIKTO 



83 







t 



La ;n.«./a * banco fu la moneta di computo, che so^ alla fine 
de XM seco quando - dopo i fallimenti dei banchieri Pisani o Ti^ 
polo d. molti altri _ il go.emo istituì il lianco giro, i cui conti t^ 
tennero m Ure a, Muco, equivalenti alla »ra ai lost e ^enW IO 
'bcca/,, divisa in 240 f,.-ossi e suddivisa in 7680 piccolf 

E tutte queste inoltiplioità di misure, pesi, monete variavano di de- 
nominaziom, di divisioni e suddivisioni, si può dire da città a città 

ora, quando si ricordi in quanti piccoli Stati era divisa l'Italia in 
quen epoca, i quali fra loro erano per ragioni commerciali in continuità 
1. .appoH,, falche ne veniva la necessità di conosce,^, oltre ai propri, 
anche gli usi e costumi delle altre regioni, si comprenderà il motivo 
per CUI d. tanto opere od operette più o meno di valore e di costrutto, 
s arricchì la bibliogralia arilmetic.i mercantile fi;. 



(l) Ecco accennate alciiiw : 

1500 — AnotìUuo — Trattato d'Abiu-.o. 

« - Ka^guaglio di moneto antiche, cioè Torneai, Fiorini. Marcili ecc. eon 

— la moneta romana. 
« - Trattato d'Aritmetica mercantile e di cambio volgare 

rm Ui P^ ... « ?'^'*^ ^ •«^'^'■° ''*'•' "'**'''" '^^ ^^'•«a^^i» et usanze do paosl. 

n - ~ i ^ '''• "" ^^''^^ ^^ *'*'*^ "" "^«^"^^^ ««" «*™*ia « privilegio. 

151u - Tagliente Ger. e G. A. - 11 Thesauro universale. 

1518 - Francesco Da Lasise — Libro de l'Abaco. 

1521 — Ghaligai Francesco - Summa de Aritmetica. 

15J5 - Angelo da Modena ~ Libro d'Abaco, a far di «oidi denaro. 

r"S ~ t7''T.>T ^'^^'^ ^' ''^^'*"'* "^" ^'^^^'^'^'^ « **^« *'«*^i ^««i«n« mercantile. 
15d4 - Manenti Giomnni - Tariffa di cambi e altro. 

Tariffa di tutto le mercacie de ogni precio che coreno per el mondo, ohe va a grosi 
a oro, Cloe gro8Ì da soldi 5 e piceli 10 per groso. ® 

l-xS - Mariani Giovanni - Scontro de tutti li Mercadanti Bazarioti e Botoghieri « 
1542 -Xwirrr' persone per ooprar, vender e baratar ogni sorte mercantie ecc. 
,r i r .. ~ Specchio del mercante - Libro de Abaco e gioco di memoria 

15U - Gori Dionigi - Libro de Abaco. * memoria. 

'^1 'orf ''TI,f''''*'T ~ "'"'* *''°^*' '' '""''^^ '^^ °°"" *"""i P^»- »^«'"e i prezzi del- 
1 oro e dell' argento secondo i vari gradi di finoj. 

1500 Cortona G. li. - Tariffa perpetua con le ragion fatte per sconto. 

1560 - l'ondoH Oliviero - Pratiche di fioretti mercantili. 

1561 - Venusti A. M. - Compendio utilissimo di quelle cose lo quali a nobili e Chri- 
stian! mercanti appartengono. 

1561 - iiavora Dottor Giomnni - Istituzione de Mercanti che tratta del comprare et 
c'amb? """ '"^^ "^"^ ''*^°"''' "''"* mercantia insieme con Tattato dt' 

1562 - Pagnint Guglielmo - Pratica mercantile moderna. 

1564 - Darchi Jiart. - Tariffe con conti fatti, a libre, soldi Imperiali eco 
1568 - Claimrio Don Fabiano — Traotatus de oambiis. 
1568 — J^ccini Bartolomeo — Trattato dei Cambi. 

Trattato dei trattici giusti ordinari. 

Manuale del Mercante. 

Discorso dei vendere a tempo. 
1674 - lionocchio Lorenzo - Breve et universalo risoluzione di Aritmetica per facili- 
tare qualsivoglia sorta di misura di t'-rra senza far conto. 



«O. In questo secolo non mancò adunque la trattazione dell'Arit- 
metica mercantile; ma a dare un'idea di questi trattati. Yoj?liamo dir 
qui, un po' dettaqrl latamente, d' uno di e^si, del Themuro Unirersa/e, 
come quello ch'essendo d'uno scrittore, il Tagliente (1515), di cui ci oc^ 
cuperemo anche nella seconda parte di questa Storia, può particolar- 
mente interessarci. 

L' edizione che noi abbiamo esaminato é del 1586, e fu stampata a 
Milano da Valerio Meda. Il libretto — jriacchè l' opera si riduce a un 
volumetto in le- - d'un centinajo di pagine - dà subito in due qua- 
dri, le varie posizioni delle mani, per numerare, con la destra dal 100 
fino al 9"00, e con la sinistra dall' 1 fino al 90. 

Afferma pertanto l' autore che il modo di numerare con le dita 
«Ielle mani é cosa antica come te<tific%nn inrecchi aufnr. 

Dopo aver dato le fij?ure della numerazione arabica, o indiana 
oh' egli spiega molto alla spiccia, così : « questo 1 releoa uno e chia- 
masi uno, e questo 2 dice due e chiamasi due, e questo 3 significa 
tre e chiamasi tre.,,, » viene senz' altro a parlare della moltiplicazione, 
di CUI dà — tutta arabescata ~ la tavola pitagorica. 

Fa la « mrritim della prona del 7 ». spiega le moltiplicazioni per 
colonna, per schacchiero e finisce con alcuni esempi di moltipliche a di- 
segni, come usavansi assai in queir epoche, senza però darne le spiec^- 
zioni. ^ " 

Indi passa al partire per colonna e per galea di cui dà pure alcuni 
t^sempi. E tanto per la moltiplicazione che per la divisione, gli esempi si 
riferiscono solo a numeri interi. 

Viene quindi a spiegare l' addizione rdel sommarej e qui da invece 
subito un esempio di sumere de lire soldi e pizoli; e ducati e grossi e 
mzoli ; e lire e soldi e grossi e jjizoit. 

Tratta per ultimo del sottyare, di cui dà pure alcuni esempi riferir 
bill alla divisione delle monete. 



ISJ I 'vZTl ^""'^^^ -.^^^~ ^'^^-- di ragioni regole misure ed osservazioni 
nem investf^a^rdf ^' ""' " ^"''""' numeroram et Measurarum ac Ailuvionis partitio- 

«entT ~ ^"^"''^ ''°*^"^'' " ^l^"»°^fo P« ^- ragione et concordanza d' oro e d' ar- 

1696 - Guarini Battista - Lettere di negozio. 

1599 - Cantone Oberto - Uso prattico di Aritmetica. 






ì:4 



STORIA DELTiA BAGTONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO QUINTO 



85 







l 



Svolte così le operazioni fondamentali, si passa senz'altro al deus 
eco riKìvhwn dell' Aritmetica di questi secoli scorsi, e eh' è pure la mac- 
chinetta pratica d' un prran numero (la maggioranza forse) anche dei mo- 
derni aritmetici, per la soluzione di più specie di quesiti; vogliam dire 
la rt'-ooi'i del Ire. 

V autore ce la spiega in modo da far mettere lo mani nei capelli : 
« La regrda del tre, sr.no tre cose, per le qanli si puoi fare ogni ra- 
gion de mercanlia, da leqital ne crnricn essere do? snuili a si. e una 
non sin file, e sempre ] e-r far la tua ragirne in die m/ìltipUcar la 
cosa che fu adiìnandi, fìa la crsa non sirnile, e quello che ie ne rien 
de data moUijdicafione iu die pariir per V altra cosa, e quello che 
te ne vicn da ditto partin>ento sarà si?)>ile alla cosa non sr.m'le, e sarà 
fatta la tua ragione, e in questo n.rdo jjctrai fare ogni ragione di 
mercanti a.... » 

E su questa regola, così brillantemente esposta, si poggiano i 10(> 
quesiti con relative soluzioni, che seguono e che costituiscono tutto il 
rimanente della materia aritmetica di questo Thesauro Universale, (Ij 

Partizioni di materia, nessuna. 

Metrologia, ragguagli, società, alligazioni, regole di falsa posizione, 
tutto p condpnsato in questi ]0f) quesiti, e chi vuol imparare le regole, 
studi una per una le date soluzioni, che s'imperniano poi tutte sulla 
reg< la del tre, 

Nell'ultima parte, in cui è detto che si « insegna a cmc^ciere la 
bontà della i uà ggior parie della speceriay> e nella quale si potrebbe 



(1) A meglio darò un'idèa di qaes'o THESAUHO riproduciamo qui uno di tali quesiti 
(illOO") con soluzione rulaiiva: «■ l'n^ì.utntoriine a morie e ìasda la facoltà di durati 14000 
al mondo, e /ascia la donna tua gravida, e fa testamento in questo modo. Se la donna 
farà un fgliuol maschio voi che' l fglio habbia li dot terzi della sua facoltà, e se la farà 
una ftyìiola femina voi che la figliola habbia un terzo delta sua facoltà e la madre habbia 
li dai terzi. Venne a caso che la ditta donna fece in quel parto uno figliolo maschio e una 
femina. Se adimanda come se de partire ditta facilita a seguitar la volontà del testadore. 

Figlio 4 

Madri; « 

Figlia ...... i iiooo 

SotunUt 7. IIOOO ./ 

seofxt 

al figlio li tocca ducati sooo 

alla madre li tocca ducati ^ooo 

alla flgla li tocca ducati :^ooo 

pruova HOOO 

Farai cosi, adcertisse che'l tcstador voi che' l faglio habbia dot tanto di quello eh*; 
hara la madre, e ancora voi che la madre habbia doi volte tanto quanto hara la figlia. 
Nota che questa ragione se fa secondo el modo de le compagnie, e dirai cosi. El figlio de 
haver guatro. La madre de haver doi, e quando la madre de haver doi la figlia de haver 
uno, z procederai per modo di compar/nia come g^ti disopra vedrai. » 



forse trovare un primo embrione di Merceologia, tutto si riduce a 
26 avvertenze intorno ai requisiti principali di alcune merci (1). 

Considerato poi, che il Bonalumi sollevò una specie di discussione 
relativamente all'uflhio di V/m-z//?/vìf, (2) osservando che il prof. Gitti 
fil quale accettò l'opinione del Jàger) ritenne questo ufficio una specie 
di Camera d»i sensali, mentre egli, Bonalumi, lo ritiene fuor d'ogni 
dubbio un ufficio di Dazi e Dogane, crediamo utile riportare queste no- 
tizie che il Tagliente dà a titolo di schiarimento nella soluzione di uno 
de' suoi 106 quesiti: 

<iNiU che in li cittì di Vinev'a e uno ojì^io, che si chiami of- 
ficio della ììiissettaria si come nelle altre città e luoghi è ditto offtdo 
della gabella, nel quii ofiìio tutte le mercantie che sì vendini, ooer 
comjwano pagano ducati doi per centi di li amontar di essi mer- 
canti% e più e men secondi l% sirtz lux, nottificmdo che'l oendHore 
de pagare la mitta del dito dxtio, el compridore l'altra mitti, e 
questo è per consuetudine. Et el comprador è obligato a refenire la 
parte del venditir comesxria a dire. Le stxtx vendufx tinti mercantia 
che è per li amontare di ducati 100. Szppi che'l compradore è ob'Uigxio 
solu a pagxre due. 99 al tenditore, e esso comprador riman de^itrn- 
deW officio della ditti messetteria de ducati 2 per 100, cioè ducati 
uno per 1% parte sua e duoiti uno per la pxrte del venditore, e peì-o 
nel far de le ragioni se abbatte li denari aspettanti allo officio della 
messetteria, » 

Da ciò quindi risulterebbe accertata la versione del Bonalumi. 

:SO — Or si comprenderà perchè scrivendo del Fibonacci, dicemmo 
elle con l'opera sua delineò l'orizzonte della moderna computisteria. Come 
si è Visio, dal 300 al 500, la produzione in fatto di letteratura arit;neti- 
ca nelle sue applicazioni ai molteplici casi del commercio e della vita 
economico-sociale, non è mane ita. Quella però che manca nella moltis- 
sima parte delle opere citate, è la chiarezza nell'esposizione delle idee, e 
un'ordinata divisione della materia mercantile, sotto l'aspetto computi- 
stico. 



(1) Eooo, ad esempio le duo prime di tali avvertenze : 

Lo sema^-o d'ogai sorta voi essere grosso di barba, la sua pelle polita e no^t crespa e 
habbia boao colore e tenero al rovello, e Wa-i'ro de itro, e saldj. e noi basato, e bea pieno e 
non magro, cioè sia umido e non serro. 

Le noce mosmde voleno esser grosse e salde eia pelle polita, e più del quarto crespa 
e non vuole essere acerba. ' 

(2) F. A. Bonalumi -Sullo svolgimento del pensiero computistico -Nota (1) alla II 
-Monografia — Novara 18». 



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86 



STORIA. DBr.LA RA.GIONEBIA ITATJANA 




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Un trattato completo, j?en«rale di computisteria, evidentemente non 
avrebbe potuto venir in luce di fronte a tanta diversità di usi, di costu- 
mi, di monete, di pesi, di misure, che variavano da regione a regione: 
epper(^ nella massima parte quegli scrittori si limitano a fiiciliiare i bi- 
sogni locali del commercio, con gran copia di tarifTe o prontuari, che si 
riducono in ultima analisi, a Confi fatli. 

In mezzo però a tanto progresso di scienza e positivismo di pratica 
commerciale, due scrittori appaiono ancora, bizzarre eccezioni, con idee 
mistiche o stravaganti sui numeri. Entrambi sono del 1585. 

L'uno è Dnn Pietro Bonpo di Bergamo, che scrisse un « Mysticac 
numer'^rum sifjrìipcniio'ìiiR liher, » 

li'altro b. un bizzarro ingegno: Garzoni O. li. di Bagnacavallo, il 
quale però dimostra anche una discreta confusione d'idee in materia 
d'aritmetica; ma merita che se ne parli per la sua originalità. 

Questo Garzoni scrisse la « Piazza uviver'S'tlc o Foro di tutie le 
professioni » nella quale in 155 discorsi, raccolse notizie e dati di tutte 
le professioni «dai re, principi, tiraimi; prelati, monaci, canonici e cava- 
lieri d'ordini religiosi; scrittori poetici ed oratori; indovini, sibille e pro- 
feti; cortioriani e cortigiane; eretici ed inquisitori; saltatori, ballerini, 
corridori, ciurmadori, ecc. fino alle arti puramente meccaniche ed ai 
mestieri più c<»muni e più vili. » 

Così, in mezzo a tanta nobile compagnia, nel XV Discorso trovano 
posto anche jrli <s. aritìaoiìci o cninpuHi-fi o coni i si i o maestri d'ahac^t- 

In*omincia a parlare di Pitacrora, di Platone, di Boezio, <li tutti gli 
antichi insomma, riproducendo tutte le facoltà sopranaturali da essi af- 
fibiate ai numeri; quindi viene a parlare della scienza Aritmetica. 

E siccome sarebbe impossibile fare un sunto di ciò ch'egli dice, cosi 
riportiamo in appendice (1) un brano del suo Discorso. 



(1) V. Appendice Parto I — Nota II. 



Capitolo Sesto 

L'arte e la pratica da Leonardo Fibonacci a Nicolò Tartaglia 

PHcSVnj^fr r sr;;.ù::::. rr„:r :" ^'' "— - »«• »-« -'"■ 

per luaaniatero. per grauJa. ~ ^ dX «f,/- r'^""- « "»'■"•='•«». an;^aie„-o. 
a cu„r^. _ at. Dell» Divisione «tTìv-L^? ,?.,"" '^'°°'' " "''•'•»'«". " triangolo. 
- 0«, L'art» grasca applicato al oS "'' ' '"'^'"'- f" <^»1«- Per l,a.m:o o galM. 
.ita del metodo „%„«,, di "u.uCpooTé -,« T v " '^<'""»«"'"-" »»"« -4le,. 

VAMca ,„-aUca o appùca/a, dividevasi in due rami- 
ia digitale^ e 

la scritta. 

Li digiti o dita, chiama vansi : 
1<* police, 

2° salutare, o indice, o dimostrativo, 

3° inrame, o impurlico, o medio, 

40 anulare, me.licinale, 

50 auricolare, o minimo. 

Specialmente a Firenze fu d'uso generale Varitmetica disiale, così 
detta perche i conteggi si facevano a memoria coirajuto deL d ta 
- parrà impossibile - mentre ora colle dita delle mani non s'ar va l 
contare pu, ,n la del 10, allora s'arrivava fino al 10.000 (dieci mi:a) 

E Cloe, fino al 90 numeravasi con la mano sinistra, mentre con 
la dftstra segnavansi le centinaia e le migliaja. 

Ne qui si fermnva la numerazione digitale, giacché lo stesso Tarta- 
glia, dopo aver spiegato il modo di contare fino a 10000 (1) soggiunge: 

(1) Eooo le «ae parole: 

i aif .rir ' ■""'"• '-"'°' ""■'- ' '° »-"- ";;':i;!;^:r jitvst 

Dspoi lo auricolare piegato sopra il monte del pollice, significa sette • o lo aunular i^^ 

:!gt;:aVr/^^^*" ^' '"^'^^^-^^ -^^^ «^^^^- -«'• « ^« ^^^xt:^^ 

.•nJJ**^'/^^". "* ** summità del' indice della detta man sinistra tangente la urima 
giontura del poUoe significa aiecA, intendendo la prima giontara quella che è più appr.sT 
a 1 onghxa e pò. se il pollice toccarà la giontura del indice appresso a la palmade la 
mano, significa ren«; e se la sommità del indice toccarà la sommità del poUoe si^ific! 
trenta; e U poUce posto sopra lo indice per me.zo di ciascun a modo l c'ro e £ L: 



\>^ 



"Vi 



88 



STORTA DBLr-A BAGIONEBrA ITAIJANA 



CAPITOLO SESTO 



; 1 






<c oltre di questo si potrebbe procedere alle altre ji^ionture di tutti duoi 
li brazzi, e cosi del corpo, ma conosco che saria troppo lungo in questa 
materia. » 

Ma dopo il 17° secolo V Aritmetica digitale a poco a poco scompa- 
re dinanzi all'estendersi dei metodi e delle forme scritte. Rimase pur 
sempre il calcolo mentale, che anche in allora si apprendeva colle soli- 
te tavole di somma, sottrazione, moltiplicazione e divisione. 

La pritica aritmetica, secondo Sacrobosco, Prosdocimo da Padova, 
Michele Scotto e altri, comprendeva le seguenti nove operazioni, che si 
chiamavano atti o passioni dei mirnero ; 

1. Numerazione, ovvero ra:qrresent%zione flj 

2. addizione, ovvero Seminare o Raccogliere. 

3. Sottrazione, o Abbattere, Cavare, Restare. 

4. Diipplazionc o Doppiare, 

5. Moltiplicazione. 

6. Mediazione o Dimezzare. 

7. Dicisione, o Di ridere o Partire. 

8. Progì^essione. 

9. Estrazione di radice. 

Altri scrittori però, comprendendo la dunplazione nella moltiplica- 
zione, e la mediazione nella divisione, riducevano a sette le passioni del 
numero. 

L'addizione e la sottrazione non presentavano nulla di speciale, ed 
eseguivansi coi metodi ancor oggi usati. 

Dove invece la fantasia degli aritmetici si è sbizzarrita, fu nei modi 
di eseguire la moltiplicazione e la divisione; modi nei quali predominfl 
Tarte grafica, il disegno. E perciò le operazioni assumono forine gran- 
diose e complicate, per quanto ingegnose. 



89 



quaranta ; il police da mezzo in suso piegato, e diritto da mezzo in giù toocando la 
radice del indico significa cinquanta. Et Io indice pieg<ito sopra il primo nodo dal polioe 
significa sessanta; poi lo indice posto sopra lo police in modo di croco significa off anta; 
u lo indice piegato quanto sia possibile intra ac o lo police siguifioa novanta. 

Et questo è quanto si fa con la man sinistra. 

Poi con li digiti della man destra sono nove ce-ttenara. cioè con lo auricolare, an- 
nullare e medio per quelli medesimi sogni, ovver motli fatti i)er li digiti delia man 
iiinistra, cioè dalli numeri dalli quali sono denominati detti centenari, e li nove niille- 
iiari si fanno con il pollice e lo indice della man destra, per li medesimi signali. che 
sono fatte per le deoene; dapoi ponendo la man sinistra sopra la destra, per modo di 
croce, talmente che si tocchino sopra le gionture di brazzi sitìnitiouno dierimila, » 
(Nella Prima Parte del General Trattato de' numeri et m,isure). 

(1) La numerazione distingueva tre specie di numeri: i digiti (dall'I al 9): gli artico- 
lari (formato da un digito seguito da uno o più zeri, come IO. 20. 30. . . 100. . . 1000 ecc.); 
«d i composti (formati da digiti e «rticolari assieme, come 11. 12 50 . . . HO. 128 eco.) 



•^^- — La moltiplicazione si eseguiva in otto modi: 

1. per discorso, o testa, o colonna o tavoletta; 

2. per ripiego, 

3. per crocetta, 

4. per scapezzo o spezzato, 

5. per scax^chieroy od organetto, o harìcocolo. 

6. dXV indietro. 

7. per quadrilatero. 

8. per gelosia o gratico'a. 

Altri modi vi erano ancora, come per piramide, per triangolo, 
a calice, ecc; modi però, che — come dice il Tartaglia — non erano 
« di alcuna commodità ne giovamento ma solamente invenzioni bizzarre.» 
ed ai quali davansi tali nomi per certe similitudini di forma che si otte- 
nevano dalla bizzarria del processo operativo. 

Il Tartaglia anzi soggiunge, a proposito di queste forme; « non si 
usano per esser cose lunghe, trovate più per mostrare un più sapere, 
che per alcuna utilità, ma che bavera ben alle mani forza di numeri' 
e il secondo di Euclide potrà sempre da sé formar nuovi modi e batteg- 
giarli come gli parerà » 

Delle otto maniere sopra indicate, le prime quattro, pur eseguen- 
dosi per iscritto, basavansi però sulla memoria; le altre quattro erano 
semplicemente sviluppi grafici. 

Rsaminiamo brevemente questi modi. 

PtP discorso — Era così detta la moltiplicazione, quando il molti- 
plicatore essendo un digito, oppur articolare o composto, del quale però 
si sapesse con entemente a memoria la relativa tavola di moltiplicazione, 
si scriveva il ^\o moltiplicando, mentre il moltiplicatore lo si riteneva 
a memoria, procedendo all'operazione mentalmente da destra verso sini- 
stra come si fa ora, e scrivendo il prodotto di mano in mano che lo si 
otteneva. 

Così dovendosi moltiplicare p.esp.l230 per 25, si otteneva questa 
operazione grafica semplicissima: 

1230 
30750 

Per ripiego — Chiamavasi nV>?^/7o la divisione di un numero ne' suoi 
multipli. Così il 48 ha per ripieghi: 2 e 24; 3 e 16; 4 e 12: 6 e 8. Ac- 
cadendo quindi, di dover eseguire una moltiplicazione in cui uno de' fat- 
tori avesse avuto de' ripieghi, si moltipHcava, come per discorso, per 
uno dei ripieghi; quindi il prodotto ottenuto si tornava a moltiplicare 
per l'altro ripiego. 

Così 234 per 48 - 2.34 per n -- 1404 per 8 == 11232. 



90 



STORIA. DEfiLl BVGTONEBrA. ITALIANA 



CAPITOLO SESTO 



91 



Per Crocetta — Era ed è questo il modo che ben a ragione Tar- 
taglia chiamò « mt/Jo inrjerjno^io e c%S2 molto inagisiraln f^ 

Con esso le difTìcoltà aumentano naturalmente quanto mai^cjiore è il 
numero delle cifre di cui componesi il moltiplicatore, perchè il prodotto 
si ottiene in una linea sola e tutto per processo operativo mentale. 
Eccone un esempio. 

45r) 
325 



12 
20 



37 più 3 del riporto - 40, si scrive O e si riporta 4. 



148-200 
Spiegheremo meccanicamente questo modo 
.5 X 6 = 30 si scrive O e si riporta 3 

.5 X 5 = 25 

2 X 6 

q V fi ~ ts 5 38 più 4 del riporto =- 42 > ^_ . . ^^ . . ^ ^ 
•j X o =« io l 52, SI scrive 2, e si riporta 5 

2X5= =10) 

3 X 5 = 15 ) 

2 V 4 -= 8 I ^ ^^" '"* ^^^ riporto = 28, si scrive 8 e si riporta 2 

3 X 4 = 12 più 2 del riporto =11. 

Per scapezzo — Con questo modo si eseguiva 1' operazione : 

1) sia dividendo uno dei fattori in vario parti e moltiplicando 
queste parti per l'altro fattore, indi sommando i prodotti parziali per 
ottenere il prodotto totale; 

2) sia dividendo entrambi i fattori in varie parti, o moltiplicando 
ogni singola parte di un fattore p9r tutte l' altre parti dell' altro fattore, 
e sommando quindi i prodotti parziali. 

Il primo caso era semplicissimo. Dovendosi per esempio moltiplicare 
67 per 2G e considerando che 26 = 3 -|- 4 -f 5 -f 6 -f- 8, si faceva : 

67 fia 3 =- 201 
» 4 = 268 
» 5 = 335 
» 6 = 402 
» 8 = 536 

1742 

Nel secondo caso, supponendo di dover moltiplicare 12 per 15 e 
scomponendo 

il 12 in 2 -ì- 4 -f 6 
il 15 in 4 -f 5 -i- 6 



si disponeva e si eseguiva l'operazione così: 



4. .5. 6. 





4. 


6. 


8 


16 


24 


10 


20 


30 


12 


24 


36 


30 


60 


90 



30 lo totale 

60 2o » 

90 3<' > 

180 



Per baricocolo — Era ed è il modo più usato fra quelli scritti, come 
si vede dal seguente esempio. 

.5394 



266v'0 
10648 
1507O 

1730300 

Air indietro — Era l' inverso del precedente modo, cominciandosi dal 
primo numero a sinistra del moltiplicatore per il primo a destra del 
moltiplicando. Così per esempio : 

4"ì67 
_4326 

18268 
1371 
9134 
27402 

19756842 

Per quadrilatero — Dopo di aver disposto moltiplicando e moltipli- 
catore alla solita maniera, si delineava sotto un quadrilatero diviso per 
il lungo in tanti quadretti quante erano le cifre del fattore maggiore, e 
per r altezza in tanti quanti erano quelle del fattore minore. In ogni 
quadretto si tracciava la diagonale dall'alto in basso, andando da sini- 
stra verso destra; quindi si eseguiva l'operazione collo stesso ordine 
del modo a baricocolo» scrivendo però interamente i singoli prodotti nei 
rispettivi quadretti. 

Il prodotto si otteneva facendo la somma diagonalmente, nello stesso 
senso che si tracciarono le diagonali, cominciando dal primo a destra. 



'%■* 



92 



ST0BI4 DELLA BàOIONEEIA ITALIANA 



f ' 



Eccone un esempio : 




4 5 6 "* 7 






3 2 H 






V 


\0\6\2 


2 






>< 


3\ 


?N 


4\ 


4 Prodotto - 






^^ 


.^ 


\4 


1488842 




\2 


V 


\8 


\l 






'\ 


'\'\ 


^x 


8 





CAPITOLO SESTO 



93 



1 4 « .^ 

Per gntìcola — Era e^\m\e al precerlente, tranne che le dia<?onalì si 
tracciavano in senso inverso, da destra verso sinistra: i singoli prodotti 
vi si iscrivevano in modo pure inverso al precedente, e le somme si ese- 
j,'uivano pure diagonalmente, ma cominciando dal quadretto più in basso 
a destra. Cosi : 

4 5 6 7 

3 2 6 



1 



8 



>^ 


1 // 
/5 


\ / 


2/ 
/ \ 


/6 


1 / 
/O 




X 


2/ 
/4 


/o 







8 8 4 2 

sa. — Esaminati così gli otto modi più in uso, accenneremo ora 
(ancor brevemente} alle altre forme bizzarre di moltiplicazione a pira- 
mide, a tri(ingnlo e a calice, 

A piramide — Prendiamo da uno de' migliori autori del XVII se^ 
colo(l) questo esempio, ripetendo le sue stesse parole: « Il modo dunque 
che si osserva nel moltiplicare a forma di Piramide è questo : come per 
esempio: si ha da moltiplicare il numero 4545 per lo numero 3434 
Disposti e ordinati li numeri nel modo, che si qui da parte si ritrovano. 
Moltiplicasi ciascuna figura del minor numero con tutte le figure del 
maggiore, e. il prodotto segnasi giù senza serbar cosa alcuna, cominciando 

(I) Dottor Giulio Bkssi — Aritmetica pratica — Piacenza 16i5. 



dalle unità, dicendo 4 via 5 fa 20, si segna tutto il 20 sopra alla linea 




2.5 

16 

5020 

1152 

262115 

121^06 

J1112120 

4"v45 

3434 



superiore, cioè lo al luogo delle unità e il 2 al luogo 
delle decine ; poi si dirà 4 via 4 fa 16, si segna il 6 nelle 
decine, e 1' 1 nelle centinaia ; di poi si dirà 4 via 5 fa 
20, si segna lo nelle centinaia, eU 2 nelli migliaia; ul- 
timamente si dirà 4 via 4 fa 10 si segna il 6 nelli migliaia 
e ri nelle decine di migliaia: 

« Allora moltiplicasi la seconda figura del minor numero 

^i^^l' istesso modo, dicendo : 3 via 5 fa 15, si segna il 5 

156()7530 nelli decine e l'I nelli centinaia; poi si dirà 3 via 4 
fa 12, si segna il 2 nelli centinaia, e l'I nelli migliaia; di poi si dirà 3 
via 5 fa 15, si segna il 5 nelli miuliaia e l'I nelle decine di mi^-liaia- 
ultimamente si dirà 3 via 4 fa 12, si segna il 2 nelle decine di m^^liaia 
eri nelli centinaia di migliaia.... » 

E così procede per la terza e la quarta figura ; quindi « Fatto que- 
sto raccogliesi in una somma la detta operazione osservando il modo so- 
lito, che sarà 15607530. 

« E così si avrà la moltiplicazione a forma di Piramide.» 
A triangolo — Quest'altro bizzarro modo di moltiplicazione, non era 
che una variante del precedente a piramide ; si disponevano moUipIi- 
cando e moltiplicatore nello stesso modo sopra detto, e si eseguiva lo 
stesso processo operativo, tranne che invece di scrivere tutto intero ogni 
singolo prodotto, scrivevasene solo l' ultima cifra, e si facevano i riporrti 
in aggiunta al prodotto seguente. 

Ecco lo stesso caso precedente, svolto a forma di Triangolo. 



35 

6180 

383635 

11118180 

454o 

3434 



15607530 
il cui processo di formazione é il seguente (1; 
lo prodotto — 4545 X 4 ==^ 18180 



2o prodotto — 4545 X 3 -= 13635 

i XX XX X 



18180 



3635 

xxxx 

118180 

X 



(1) A meglio mostrare il collocamento delle cifre, sottosegniano con segni speciali 
qneiTe di ciascun nrodotto. ^ speciali 



94 



STOBIA DETJ^ RA.GrONEBlA ITALIANA 



''1 
i} 



i 



1^ 



3<> prodotto — 4545 X 4 =- 18180 



o oo oo 



4'> prodotto 4545 X 3 -- 13635 



180 

ooo 

a3635 

() X X X X 

1118180 

ox 



35 

6Ì80 

• ooo 

383635 
11118180 

• OX 



A calice — Daremo finalmente questo esempio di moltiplicazione a 
calice, che prendiamo dal Thesauro unìoersale di G. A. Tagliente (1515): 



987 
789 



7272 

6 3 6 4 6 3 

5656 

49 

81 

778743 



e si procede cosi: 

imitì'i del moltiplicatore 

per le decine del moltiplicando 9 X ^ = 72 

decine per centinaia 8 X *«^ = 72 



unità per unità 
«loci ne per decine 
centinaia per centinaia 

tiecine per decine 
centinaia per decine 



9 X 7 = 63 
« X 8 = 64 

7 X 9 = 63 

8 X 7 = 56 
7 X 8 = 56 



centinaia per unità 



unità per centinaia 



7 X 7 = 49 



9 X 9 = 81 



7272 lo prodotto 



(Ì364G3 2« prodotto 



^56 30 prodotto 



49 



81 



somma 778743 



40 prodotto 
50 prodotto 



CAPITOLO SESTO 



95 



.*^-l — Quattro orano i modi usati per la dwi siine: 

lo per regolo per testa, o per discorso o alta dritta; 

2o per ripiego: 

3° per danda; 

4^ per battello o per r/alea. 

il quoziente era chiamato avveniìncnto. 

Per regolo discorso - Si operava a questo modo quando il /^«r- 

///ore (divisore) era un numero digito, o altro articolare o composto di 

CUI SI possedesse a memoria la relativa tavola di divisione; facile 

quindi riesciva la divisione montale con nessun' altra notazione scritta, 

che 11 dividendo e l'avvenimento, di mano in mano che questo si otte- 

nova. 

Così volendosi dividere 7630 per 12, l' operazione assumeva grafica- 
mente questa semplice forma : 

7630 
635 e avanza 10. 

Per ripiego ~ Già vedemmo che cosa intendevasi per ripiego, par- 
lando della moltiplicazione. Dividevasi il partitore ne' suoi multipli e 
SI operava con questi. ' 

Ma appunto perciò era poco usato questo modo, inquani^chè non 
sempre il partitore era tal numero da avere dei multipli, né tutti sape- 
vano volevan render più lunga l'operazione per indagare se il parti- 
tore ne avesse. 1 *" 

Ad ogni modo, il processo era il seguente. 

Si divideva il numero maggiore per uno de'multipli del partitore • 
e 1 avvenimento tornavasi a dividere per l' altro multiplo 

Così volendosi dividere 5867 i>er 48, e dividendo il divisore ne' suoi 
multipli 6 ed 8, facevasi : 



24//5867 I 244 
58 
106 
107 
11 di avanzo 



2//244I 122 



dunque il 48 in 5867 sta 122 volte con l' avanzo di 11. 

Per danda -- Questo per danda, con l'altro a battello, furono i due 
-odi PIÙ usati dal 300 al 600; ma menh-e quello a mtello a poco! 



96 



STORIA DELLA EA.GIONERTA ITALIANA 



p«co scomparisce, tanto che oj?<ri è ignorato dai più, quello a danda si 
mantenne ed è tuttavia il metodo che si adopera o s* inse<:na ancor oorfri. 
L'operazione veniva indicata e svolta così: 

1987 '/^919215 I 459 
91 2;^ 

7948 

inra 
99:ir> 

18195 
178a3 

312 

Per battello o galea — Il metoilo era cosi chiamato in Venezia, 
per una certa similitudine di figura, che dal processo di divisione sor- 
tiva simile a un battello. 

Fu molto in uso, e lo si ritrova in quasi tutti i trattati dì quelle 
epoche, come metodo operativo comune per la divisione. 

Proveremo a sp'eirarlo con qiiest' esempio. 

Sia da dividere 9257 por 4346. 

Si scrivono i due numsri 1' uno (il mai^c^iore) sopra V altro (il mi- 
nore), tracciando alla loro destra una verticale, e — a fianco del parti- 
tore — un' orizzontale. Cosi : 

9257 
4346 

Indi si cerca quante volte approssimativamente il 4346 sta in 9257. 

cioè due volte, e questo 2 si scrive a fianco del numero map:j?iore, dopo 

la verticale. Cosi : 

9257 I 2 
4346 I 

Si moltiplica l'avvenimento per il partitore, e determinasi il resto 
fra il prodotto e il numero maggiore, cominciando però a moltiplicane 
ed a fare la relativa sottrazione, da sinistra verso destra. 

Dicevzisi quindi : 2 fia 4 fa 8, al 9 ne avanza 1 ; questo 1 si scrive 
sul 9, e si cancellano, con un piccolo tratto, il 4 e il 9. a questo modo : 



1 

SL9. 5 Z 



Indi si moltiplica il 2 per il 3, che fa 6; al 2 (del dividendo) non si 
può ; siprende 1' 1 del resto precedente, che col 2 fa 12, e dicesi 12 meno 6 



CAPITOLO SESTO 



97 



resta 6 ; questo 6 di resto scrivesì sul 2 del dividendo, e si cancellano 
con un tratto l'I, il 2 e il .3. Così: 



\ 6 

H^5 7 
^^4 6 



Poi moltiplicasi il 2 pel 4, che fa 8; al 5 non si può; prendesi un'unità 
del resto precedente (6) che rimane 5 e con tale unità si ottiene 15, che 
diminuito di 8, resta 7. Questo 7 si scrive sul .5, e si cancellano il 4, il 5, 
il 6, mettendo sovra quest'ultimo il resto, ridotto a 5 per l'unità 
t/)lta. Così: 



5 

\t( r 



Finalmente si moltiplica il 2 per 6, che fa 12; al 7 non si può ; pren- 
desi un' unità dal resto precedente (7j che riducesi a 6, e si ottiene 17. 
che diminuito di 12, resta 5. Questo 5 si scrive sopra il 7, e si cancellano 
il 6, il 7 del partitore, e il 7 del resto, sul quale si scrive 6 rper l'unità 
tolta). Cosi : 



56 
\^^ 5 



In tal modo l' operazione è finita, e siccome si hanno di resto 5 cen- 
tinaja, 6 decine e 5 unità (cioè i numeri non cancellati] vuol dire che 
il 4.346 in 9257 sta 2 volt^ con un avanzo di 565. 

I tratti di penna con cui cancellavansi le cifre, avevasi cura di trac- 
ciarli tutti in una stessa direzione, talché la figura che sortiva dall' ope- 
razione assumeva appunto 1' aspetto di battello, coi remi spiegati, la prua, 
la poppa, l'albero e la vela, come si vedrà meglio dal seguente esempio 
più complesso, in cui Tavvenimen^o o quoziente riesce di tre cifre : 

8 



''ì 



08 



STORIA. DELLA. BàGIONKBIA. ITALIANA 



CAPITOLO SE«5T0 



Sia da dividere 912345 per 1987. 

Si comincia, limitando l'operazione, a 9123 diviso per 1987; e proo»^ 
dendo come nel caso suesposto, si ottiene questo risultato <rralìc<>: 



1 

^tX^45 
\5l JiX 



99 



il che significa, che si è liuora ottenuto un avvenimento di 4 <oii un 
r<^"Sto di 1175. 

l)el dividendo originario rimane però ancora 45. A continuare l'opc^ 
razione si ripete il partitore (1987), scrivendolo sotto a quello cancellato. 
ma avanzando di una cifra, e cioè mettendo l'I sotto il 9; il 9 sotto r8: 
r8 sotto il 7; e il 7 portandolo nella linea superiore, sotto il 4 del di- 
videndo. Così : 

1 

1 5.r 

1 98 

Indi si continua l'operazione nel modo esposto, considerando dividendo 
il numero 11754, e divisore 1987; si ottiene cosi la seconda cifra dell'av- 
v^enìmento (5) colla quale si procede alla moltiplicazione del partitore e 
r-elativa sottrazione. S'arriva cosi a questo risultato: 

1 

^ 8 

\ X 1 
\^ t ^ 
ìiS^ìS^ 9 



il che significa, che sin' ora si è ottenuto un avvenimento di 45 con un 
resto di 1819. 

Del dividendo originario rimane ancora il 5 ; e l'operazione si con- 
tinua, riportando avanti il partitore nel modo già detto cioè scrivendolo 
ancora sotto e avanzando di un posto ciascuna cifra. Poi si continua l'o- 
I)erazione, considerando come dividendo il numero 18195, e si ottiene 
questa figura: » 


\ \ 
ì8LlSt 3 

\X\ I 
^\X^\^ 459 

\^ 

da cui risulta che il 1987 in 912345 sta 459 volttì, con T avanzo di 312. 

35. — II rapido esame che abbiamo fatto delle forme e dei metodi 
di computo, dimostrano eh' è pur d'uopo distinguere anche in Aritmetica 
la Sc?enza daWAHc; quella fornisce le leggi fondamentali su cui im- 
perniasi la teoria dei numeri: questa ne deduce i principi e le forme per 
l'applicazione di quelle leggi allo scopo di aiutare la pratica nel disbrigo 
de' materiali interessi. 

Però l'esame di quei processi e di quelle forme grafiche grandiose. 
ohe dal Fibonacci fino alla fine del XVI secolo davansi alle operazioni arit- 
metiche, per se stesse tanto semplici, e' induce ad alcune riflessioni. 

Credi tu, lettore paziente, che sia mai possibile quanto è da taluni af- 
fermato, cioè che quelle forme, quella complessità di processi, trovassero 
la loro origine nell'indole, nel carattere eminentemente artista di quell'e- 
poca, che trascorre dal 1200 al 1600, in cui tutto procedeva per via di 
disegno, e l'arte grafica simpossessava perfino dell'Aritmetica? 

Noi non lo crediamo. O meglio, crediamo che il carattere artistico 
dell'epoca possa aver influito ad ampliare con ornamentazioni altrettanto 
graziose quanto inutili, le diverse figuro operative, non già a creare, a. 
inventare queste. 






IP 




100 



STORIA DELLA KAGIONRRTA ITALIANA 



Premettiamo, che nel Fil)onacci e in tutti j^li altri autori che vennero 
«lopo (li lui fino al 1700, lo forme comuni che s'inse«mano per la molti- 
[)licazione sono quelle da noi esposte a scacchicro, a qua/irUatero, per 
ì'ìpieoo, per gelosa, per sc.apezz'^. 

Kpperò troviamo disejrni j^raziosissimi come questa moltiplicazione 
per o-raticola, in cui trattasi di moltiplicare 288 per •2*2'2: 




o quest'altra più ampollosa pei* qìiadrilalero, in <iii <i moltiplica 5555.") 
pei- r)555r) ottenendosi per prodotto 3086358325: 




CAPITOLO SESTO 




4-C07S76yiyi I 



-p 



101 



<» 



i>pure a rivestire le moltiplicazioni a calice, del dise-no relativo 

Così, per esempio, nel Thc^miro Universale (dal quale prendemmo 
anche quest'ultimo disegno) la moltiplicazione a calice che noi demmo più 
addietro è presentata così : 



lino ad arrivare a questo barocco disegno, che ha più della lapide niortua- 
iÌM, <'ho non dell'operazione aritmetica: 



102 



STOEIA DBT.LA BAGIOKERIA ITALIANA 



CAPITOLO SESTO 



103 




-Ma in tutti questi disegni, noi possiamo osservare elio il metodo fon- 
• lamentale, è sempre quello. Spogliate quella lapide di tutto l'involucro 
di ghirigori e di fronzoli, e avrete una semplice moltiplicazione per tri- 
angolo. L'indole artistica dei tempi vi avrà dunque aggiunto questi dise- 
irni, queste ornamentazioni, che costituivano la forma esterna. 

Ma le forme interne, quelle cioè del metodo operativo, erano indispen- 
sabili all'insegnamento dell'operazione? E se — come crediamo ne con- 
\erranno tutti — non erano indispensabili, furono esse create dal Fibo- 
nacci e suoi successori ? Certo che no, perchè la complicazione che por- 
tavano seco quelle forme e quei metodi, avrebbe servito a ritardare, non 
a facilitare l'estendersi della nuova Aritmetica. 

Ma quei metodi e quelle forme dovevano gi;\ essere in uso nel po- 



polo, e ad essi il popolo non fece altro che applicare la nuova numera- 
zione. Ben difficilmente si dimenticano le usanze ereditate dai padri: usanze 
che di generazione in generazione fissano forme e sistemi non facilmente 
sostituibili dimenticabili. «La continuità tra l'antico ed il nuovo è ^1 
primo carattere della vita italiana» dice il Settembrini (1); e anche in 
arte, sia dessa pur anco arte aritmetica, non può né deve awenire di- 
versamente di quanto il Cantìi (2) osserva sulla poesia popolare : « Sorge 
uno e trova una canzone ; cento 1' ascoltano e la ridicono. Le cantilene 
udite dai suoi parenti la madre le ripete ai figli suoi ; questi le insegnano 
ai nipoti. Quando viene l' uomo letterato e se le fa ripetere, e le ferma 
in iscritto, chi può dire per quante bocche siano già passate quelle cai*- 
tilene? Chi riconosce tutte le modificazioncelle che possono avervi ai- 
portato? La canzone è sempre quella , trovata da quell'uomo primo, 
sparito nella folla; ma qualche particolare di essa o è perduto, o é a^ 
terato o variato non fosse altro, per necessità della labile memoria umana, 
oppure delle nuove esigenze della lingua parlata. Le più non hanno un 
autore; le fanno inconsci collaboratori di ogni luogo e di ogni tempo :>. 
E cosi dev'essere avvenuto per quest'operazione così frequente e n^ 
cessarla sempre, nelle contingenze della vita economica: l'arte dei con*- 
puti. Se ne' suoi primi secoli d'esistenza la nuova Aritmetica ebbe presso 
di noi forme operative più difficili e complesse dì quelle che attualmente 
SI hanno, vuol dire che quelle forme erano già nella confidenza della 
pratica aritmetica: opperò noi siamo d'avviso ch'esse debbano essere una 
.lerivazione delle forme usate nell' antica aritmetica romana, la quale 
^secondo un nostro studio, che non abbiamo creduto del caso di compren- 
dere m questa Storia) doveva far consistere la sua arte del calcolo, 
nella rapida scomposizione dei simboli numerici composti, in simboli sem- 
plici, e ricomposizione dei semplici in composti ; procedendo in ciò a forma 
e coll'ajuto di colonne, non però nel modo ideato dallo Schiassi, e di cui 
tenemmo parola nel Capitolo L 

Qual ragione, ad esempio, poteva esservi per eseguire la moltiplica- 
zione per rmego o per ^scapezzo? A chi mai verrebbe ora nella niente, 
di scindere il moltiplicatore ne' suoi multipli o in varie parti per aseguir^ 
la moltiplicazione? Ma se invece questo si faceva, la ragione deve molto 
probabilmente essere cercata in un sistema simile precedentemente 
praticato. 



(1) L. Settembrini — Lezioni di letteratura Italiana. 

(2) Cesare Cantù — Storia Universale. 



104 



STORTA. DELLA. E.\.GIONRBIA ITA.L1A.NA 



CAPITOF.O SESTO 



105 




k' 



36. — Esaminate le forme, accenneremo ora brevemente alla ter- 
minolof?ia. 

V erano quattro operazioni con denominazione speciale ; lo schifare, 
Vnccattare, il irnalafarc, e 1' inruzarc, le quali riflettevano tutte ope- 
razioni sulle frazioni. 

La parola «fraziono» non era usata, ma le parti dell'intero chia- 
ma vansi miti, e gl'interi numeri sani o irtlegri : per cui si avevano 
le varie operazioni dette sommar sani e rotti con sani e rotti: cacar 
sani da rotti o viceversa rjtoltijìlicar sani e rotti fìa mni e rotti o 
viceversa; ecc. 

La riduzione delle frazioni alla loro più semplice espressione, o ciò 
che ora dicesi « riduzione ai minimi termini » si ese^^uiva anche allora, 
come adesso, in due modi. 

Quello che noi di«jiauio « metodo dei divisori comuni a allora dice- 
vasi schifare, ed il comun divisore era detto schtfatorc, pel quale ora 
s'insepruano i caratteri di divisibilità dei numeri ; ma in allora, stando a 
ciò che scrive il Tartaglia, si costumava «.fra mercanti e altri ^ra- 
nci a ritrovarlo di testa over a tastane. » 

Il secondo, che noi diciamo « metodo del comune divisore » (e che 

fu ricavato dalle proposizioni 38 e 41 del 7=» libro d'Euclide] allora di- 

oevasi accattare. L'operazione con cui riducevasi una frazione in altra 

razione, ossia un rotto in altra specie di rotto, dicevasi specialmente 

fraslatare. Questo computo occorreva di sovente, per le molteplici sud- 

livisioni nei sistemi monetari o di pesi e misure (Ij. 

L'operazione inversa al traslatare, era detta infilzare, e cioè, date 
varie frazioni o rotti di un tutto, si ricercava questo tutto. 

•^'5'- — Non passeremo ora in disamina il modo con cui in quest'epo- 
•he si procedeva nelle varie operazioni o si spiegavano le diverse que- 
stioni mercantili. Non lo faremo, sia per non uscire dai limiti imposti 
dal presente lavoro: sia perchè poco assai di dissimile troveremmo dai 



(1) Così per esempio, per sapere a quanti grossi veneziani corrispondevano i Ì« di un 
fUfcato, siccome 1 ducato dividevasi in 24 grossi a oro, si trnslatnva ^ con ^ ottenendosi 

fi 1 Q r» ^ 

:9 jiy, sicché ipy di ducato corrispondevano a grossi 18 e »■* 

Continuando, per determinare a «luanti piccoli corrispondevano quei jm di grosso, sa- 
pendo che questo dividevasi in 32 piccoli, si traslatava ^con^, ottenendosi Uy , e cioè 



1 Q 

•^ di ducato corrispondevano a grossi 18. piccoli 11 e ji. 



E cosi potevasi continuare. 



metodi tuttora usati ; sia infine, perchè dal più al meno, tutti gli scrit- 
tori sono eguali nella trattazione e nei procedimenti. 

Così ad esempio, la materia tanto delicata e importante dei cambi, 
spiegata ammirabilmente dal Paciolo (di cui riproduciamo in appendice il 
lungo capitolo) è con nessunissima variante, anzi citandolo, riprodotta 
flal Tartaglia. Crediamo invece di fare un' eccezione per le questioni del- 
l'interesso, come quelle, che essendo ancora oggidì tanto bistrattate nella 
pratica, presentano un lato interessante sotto 1' aspetto storico, rintrac- 
ciando come e con quali criteri procedevasi in passato nella loro trat- 
tazione computistica. 

Oli antichi scrittori di Aritmetica mercantile , adoperando V espres- 
sione comunemente usata in allora nella pratica, dicevano merito a ciò 
che ora dicesi interesse; donde meritar un capitale a un tanto per cento 
voleva dire trovare l'interesse che quel capitale p.'oduceva a quel dato 
tasso, pel tempo stabilito. 

E ne' loro trattati accennano al meritar seréijdicemente e al meritar 
a capo d'aìino, o come ora direbbesi, all'interesse semplice e all'interesse 
composto. 

Meritando semplicemente L. 100 al 10 per cento per 2 anni il ca- 
pitale ammonta a L. 120. 

Meritandole invece a capo d'anno, il capitale ammonta a L. 121, 
perchè dopo il primo anno le 10 lire d'interesse unendosi al capitale, 
fruttano esse pure, sicché l'interesse del secondo anno non è più di sole 
li. 10 ma di L. 11. 

Scrive il Tartaglia: <. Per dare buon fondamento a far queste ragion 
<le' meriti, bisogna notar che ogni merito depende, ovver nasce, ovver 
si causa da due cose, l'una delle quali è il tempo, la seconda può esser 
più cose, ma in questa materia di che in questo luogo intendemo di trat- 
tare è il danaro, et mancandovi 1' una di queste due, non si può cavar 
merito alcuno, perchè il tempo senza il denaro né il danaro senz' alcun 
spazio di tempo, non può meritar cosa alcuna. » 

Per le frazioni d' anno, calcolavasi il tanto per cento al mese per 
ogni unità di moneta (ducato, lira, soldo, danaro) ricavandolo proporzio- 
nalmente dal tanto per cento all'anno. A spiegare il processo di conteg- 
gio col relativo ragionamento, quale si faceva in pratica, riproduciamo 
il seguente esempio del Tartaglia. 

« Un tal impresto ducati 375 a imgarli de merito a ragion de 10 
per 100 a l'anno semplicemente e costui li tene anni 2 meni 7 giorni 
2.'). Se dimanda quanto montarci il merito del detto tempo. 



106 



STORIA. DELIiA. RiGlONBEIA ITAIJANA 



CAPITOLO SESTO 



107 



« Questa e altre simile si ponno far in piit tìwdi , ma il modo 
commimo e a farla in doi colpi, over regole in quella forma, vedi 
quinto gìvidagni ducati 10 per tutto quel tempo, digando se anni 1 mi 
dà ducati 10, che mi darà anni 2, mesi 7, dì 25, opera che trovarai 
che ti daranno due. 20%^, li quali a moneta venetiana sariano due, 
26 grossi 12 piccoli 21 Va (1) dapoi dirai se due. 100 meritano due. 
-^''Vae ^^^^ meriteranno due. 375 opera che trovarai che meriteranno 
ducati 99 gr. 11, p, 10 

M% volendola fir perr quell'altro nostro modo, multiplica li dur 
cali 100 fta li dì d'un anno che secondo l'anno mercantesco sono 360 
faranno 36000, Poi multiplicarai li due. 375 fia li anni 2, mesi 7, 
dì 25, fatti pet^ò tutti in dì, che saranno 955, Tnottiplicati jìoi pe>^ 
375 fay^anno 358125. Hor diremo: 

,se 36000 mi da due. 10 che mi daranno 358125 Oliera che ti 
daranno due. 99 gr. 11^^ si come lìer l'altro modo. » 

Le ques'ioni relative all'interesse semplice, com'è risaputo, sono 
tutti casi speciali di problemi di regola del tre, risolvibili quiDdi con 
la teoria delle proporzioMi o col metodo di riduzione all'uniià. 

Nedi scrittori di quest'epoca i computi dell'interesse semplice 
vengono insegnati con profusione di esemplificazioni, e ogni caso vien 
risolto con la regola del tre. Di regole particolari, che stabilissero le 
relazioni fra i vari elementi che concorrono a costituire la qu»^stione 
dell' interesse (capitale, tassa, tempo, montante) non se ne trovano ne- 
gli scrittori Aritmetici : quindi niente formule, niente processi abbre- 
viativi altro che rendesse alla loro semplicità questi calcoli. 

Miggiormente interessante, nell'as} etto storico, è di vedere in qual 
modo venissero trattate da' nostri antichi autori, le questioni dell'in- 
teresse a far capo d'anno, epp^rò brevem^^nte ne parleremo oia. 

Frate Luca Paciolo, Giovanni Sfortunati, Francesco Galigai e al- 
tri dichiarano, che se si debbono meritare 100 lire per 6 mesi al 20 
per cento a far capo d'anno, non è già che dopo i 6 mesi quelle 100 
lire ammontino a 110, che a tanto ammonterebbero se si trattasse dì 
m^^rito semplice; ma siccome invece « per vigor del patto « colui che 
avesse tolte le lire 100 è tenuto a pagare il merito alla fin d'anno, 
così volendo pagare il merito in capo a 6 mesi, lagion vuole che si 



faccia lo sconto di quelle L. 10 pei 6 mesi anticipati. Quindi non si 
dovrebbero pagare lire HO ma sole L. 109 s. 1 d. 9 Vu (1). 

E tale è l'opinione anche di Gerolamo Cardano. Pei tanto, doven- 
dosi maritare uà capitale per anni e frazioni d'anno, questi scrittori 
procedono così: 

Se per esempio si dovesse maritare per anni 2 mesi 6, capitaliz- 
zano ogni anno il merito, calcolato semplicemente, successivamente per 
anni 3, e il montante del terzo anno lo scontano per mesi 6. 

Supponiamo questo esempio, in lire nostre. 

A quanto ammonterò il capitale di L. 3815 al 6 '^/^ a far capo 
d'anno j dopo anni 2 mesi 6? 

(Secondo Paciolo, Sfortunati e Caligai) 

L. 3815 al 6Vo dopo il V anno, saranno . . L. 4043,90 

» » 2<» « 1» . . >* 4286,53 

» t» 3*» « » . . " 4543,72 

Bisogna ora scontare queste L. 4543,72 per mesi sei al 67o; e il 
ragionamento è questo: meritando 100 lire al 6 per cento dopo 1 anno 
ritornano L. 106, dopo 6 mesi ritorneranno L. 103. P^r contro, se 
L. 103 ritornano L. 100, quanto ritorneranno L. 4543.72 ? Operando 
si otterrà il risultato di h. 4411,38, che sarà l'ammontare cercato. 

(Secondo il Cardano) 

Il Cardano arriva allo stesso risultato, ma con un processo assai 
più lungo e complicato, 'l'rova anzitutto, come gli autori suddetti, il 

montante del terzo anno, cioè L. 4543,72 

poi vi aggiunge 1' interesse semplice per altri 6 mesi, 
cioè quanti ne decorrono dagli anni 2 \'o a compire i 3 
anni, quindi . » 126,31 



totale L. 4.680,03 



(1) Il conteggio è questo : se lire 110 tornano ICO, lire 10 quante torneranno ? 

quindi 

10 
X 20 



1000 : 110 = 9. 1 9 j^ 



(1) In Venezia piccoli 32 formavano 1 groiiso a oro, e grossi 24 a oro formavano 1 ducato 



200 

90 

X 12 

1060 

90 



■>iy 



108 



STOEtA. DELfiA. BIOIONERIA ITALIANA 



quindi fa il quadrato del montante del 3*^ anno, cioè moltiplica L. 4543,72 
ptT se medesimo: 

L. 4543,72 X 4543,72 = 20045301,43 
e divide questo prodotto pel totale sopra ottenuto di L. 4680,03, ot- 
tenendo cosi per quoziente il montante cercato, cioè L. 4411^38, pre- 
cisamente come col metodo seguito da Paciolo, Sfortunati e Galigai. 

(Secondo il Tartaglia) 

Il Tartaglia parte invece da considerazioni diverse, dichiarando 
erroneo il ragionamento che fanno il Paciolo, lo Sfortunati, il Galigai, 
e Cardano. 

tt Seguendo la detta openione — egli dice — da questi tali autori 
se trovava che nelle parti d'unno manco aumenterà ti danni imprestati 
a merito a far capo d'anno di quello sanano semplicemente fatto.... si vede 
adunque che tal conditione imposta d» cdui che impresta sana cantra 
de m per esser con suo danno ^ il che non è da wedere che uno soito- 
gioniji'sse (tu un contratto) una condizione che fosse contra di lui e con 
suo danno. » 

Suppone quindi il caso seguente: L 860. s. 16. d. 8 al 10 per 
cento a far capo d'anno a quanto ammonteranno dopo anni 2. mesi 9, 
giorni 15 ? 

Coi metodi sovra esposti dei citati autori, si otterrebbe un mon- 
tante di L. 1122. s. 7. d. 8. 

Il TartaiTlia invece risolve il quesito cosi: 
L. 860. 16. 8 al 10% dopo il V anno diventano L. 946. 18. 4 

» » 2« « V y> 1041. 12. 2 

e qupste L. 1041. 12. 2 le merita semplicemente per mesi 9 e mezzo 
determinando così il montante di L, JlJ4, 1. 4. 

Soggiun^re il Tartaglia : « com'è detto alcun dirà che io favorisco 
li usurai^ a questi tali rispondo che quHlo che h» detto non l'ho detto 
per favorire l'u-iurai^ ma per dire la veità^ ma perchè tal ^^asso è piti 
presto giudiziale che razionale n» ma em-itico^ e le cose giudiziali ognuno 
le pigli- 1 secondo il suo parere, e però pigliala come ti pare. « 

E parrà infatti a chiunque che l'opinione del Tartaglia è la meno 
errata, e quella tutt' ora praticata. 






Capitolo Settimo 



CAUSE CHE PORTARONO A UNO SVILUPPO RAZIONALE 

DELL'ARITMETICA 



— «3^*. 11 calcolo letterale - L'Arimetica superiore in Italia e all'estero - Introdu- 
zione (lei logaritmi. — Ot». L' Aritmetica meccanica - Biagio Pascal - Aritmetiche del 
XVII secolo. — -*0« L' Aritmetica mercantile rimane però ancora povera cosa - Barto- 
lomeo Ferrari - Giulio Bassi — -*1. u II Negoziante r, di G. D. Peri - Importanza di 
quest' opera — ^SS, Nel XVIII secolo s'inizia la specializzazione del calcolo nel con- 
trollo economico — -^fc$3. L' Aritmetica politica — ^:-*, Conseguenze derivate allo svi- 
luppo del calcolo dalla disformità dei sistemi metrici - Introduzione del sistema metrico 
decimale. 

3». — Dopo le scopert(3 di Cardano, Tartaglia, Del Ferro, Ferrari 
e Bombelli, 1' Aritmetica generale aveva fatto passi di gigante ; ma nel 
XVIl secolo una ben distinta divisione avviene nel campo di questa 
scienza per opera del francese F) anemico Viete (n. 1.579) il quale, sia 
che attingesse l' idea del calcolo letterale dall' antico modo usato da Eu- 
clide (1) di eseguire le dimostrazioni sulle lettere e non sui numeri, sia 
che sviluppasse il germe lasciato da Leonardo da Vinci, che indicava i 



{Ij Euclide, nella sua u Aritmetica n tradotta dal Commandino (matematico di Urbino 
vissuto dal 1509 al 1575) eseguisco le dimostrazioni sulle proporzioni, adoperando le let- 
tere e non i numeri. 

L' opera più. antica in cui si trovino trattate e svolte diffusamente le proporzioni, <• 
la ^ Geometria u di Euclide nei libri VII. Vili e IX. 

Anticamente le proporzioni segnavansi cosi : 



1.-) 



12 



A a B b 
e nella suddetta Aritmetica tradotta dal Commandino, le dimostrazioni sono fatte con le 
lettere poste alla base e non con le cifre poste al vertice delle linee punteggiate. 



110 



STORIA DELLA BAGIONEBIA ITAIJANA 



numeri con lettere, o che sviluppasse la regola sancita dal Cardano (1) 
ebbe la felice idea di sostituire le lettere ai numeri, creando il calcolo 
letterale, e rag.nuni^endo cosi il triplice scopo di risparmiare fatica; di 
scorprere nel risultato finale in qual modo i dati proposti concorrano a 
<'Ostituirlo ; e di poter così estendere la soluzione a tutti i casi consimili. 

Avviene quindi una divisione netta fra Algebra e Aritmetica. 

La prima fu denominata Arifm tica speciosa, la seconda Aritme- 
h'ea ord'nirìa, cui vanamente il Viete tentò di applicare 1' antico nome 
di loffislica. Le due Aritmetiche differiscono fra loro soltanto nell' uso 
che la prima fa delle lettere e nella generalità quindi dei calcoli e delle 
dimostrazioni che ne consegue. 

La separazione rimane p3r(') ancora per qualche tempo indecisa du- 
rante questo secolo, come lo provano i titoli d* Arf/metwa deffl'm/i- 
7iiti del Wallis, e d' Aritmetica Universale di Newton. 

Intanto, giù fin dal principio del secolo, Hirriot in Inghilterra aveva 
scoperto la legge di formazione delle equazioni mediante i binomi di l'' 
grado, nonché perfezionata la risoluzione delle equazioni numeriche o 
introdotti i segni > (maggiore) e < (minore). 

E Oughtred, introduceva T uso della virgola pei decimali e il segno 
X (per; della moltiplicazione. 



(1) Pagliani o Amò nel loro « Corso di Aritmotica aunlitioa a (Modena 1842) scrivono : 
« E di somma imp rtanza osae-vare che Car lano nell'Ar/e magna, chiamata da lui 
regola del mudo, iuouloa la seguente norma: sjJve quamvU quaest.onem .... serva owera- 
tiones . . . «t «aiebis regjiam de .nodj prò oinni consi nih quaestlone. Egli applica la regola 
al seguente esempio: Sette passi di drappo verde più tre di drappo nero costano denari 
72; e passi due di verdi più quattro di nero costano denari 52; quaVé il presso per un 
passo dell'uno e dell'altro? Egli trova il prezzo di un passo del drappo verde espresso 
la una formola, che corrisponde con le maiurne indicazioni, alla seguente: 

72 X g — 52 



7 X g - S 

In questa osservanlo il modo nel quale oombiuansi i dati numeri, ricava la regola gene- 
rale per tatte le luestioni si nili a .iu3iti. EnUa tal regola come madre di tutte le 
regole, dlOdnl>: miiriU) haec m)M regUa ,n%ter rejularum dici potest; dice di aver col 
benedoio dalla medesima scoperta la miSiima parte delle dottrine componenti il 6° libro, 
il più profonio di t .tti, intitolato De regala Aliza la quale utilissima fu magistris aHt- 
tnnetirae ut /'acilioribus quibusUu,n inventis artem docerent. 

Chi pertanto non ravvisa nella regola del modo, lo spirito e la sostanea àelVanalUn 
speciosa, che a torto si vorrebbe attribuire al Viete? Che se vi manca l'espressione let- 
terale dei dati numerici, vi è bea l'artificio di tenerli distinti, lasciando indicate tutte 
le operazioni successive, acciò si possa riconoscere nel risultato finale attraverso a tutte 
le riduzioni o modificazioni che si sono dovute fare, il modo nei quale i dati di una que- 
stione concorrono alla formazione del valore che vi soddisfa, e cosi 8i ottiene l'intento 
li una soluzione generale e simultanpa di tutti 1 problemi simili, n 



CAPITOLO SBTTIMO 



111 



Alberto Girard in Fiandra, occupasi per il primo delle quantità 
immaginarie ; introduce il segno negativo nei problemi geometrici ; inse- 
gna a costruire geometricamente la formola cardanica: e dimostra la 
realtà delle radici nel caso irreducibile. 

In Francia, Remto DescaHes, conosciuto col nome di Cartesio 
(1596-1650) applica l'Algebra alla Geometria ; indica 1' eguaglianza col 
segno 8, formato dalle due lettere oec, che scriveva rovesciate ( «) ; e 
perfeziona V uso degli esponenti (nel 1637) abbenchè fino alla prima metà 
del XVIII secolo si sia generalmente continuato a scrivere, per un 
esempio a a a oppure 9 X 9 in luogo di a^ o di 9^ 

Nel 1610 l'astronomo Giusto Byrgius di Lichtensteig predispone al- 
cune « Tavole progressive aritmetiche e geometriche per fare ogni 
sorta di calcoli », che furono un primo sistema di logaritmi, 

Napier di Marchiston li perfeziona ; Enrico Briggs di Oxford nel 
1618 pubblica i logaritmi dei primi 1000 numeri e nel 1624 quelli da 1 
a 20000, e da 20000 a 100000; tutti calcolati con 14 cifre decimali: 
Giunter, professore al collegio di Ghresham, promove la teoria dei lo^a- 
ritmi. 

E indubitato, che la comparsa dei logaritmi recò non poco vantag- 
gio air arte del calcolo, riducendo a meccanismo le operazioni più intri- 
cate, in quanto che mercè 1' aiuto di tavole preparate, si scambia la 
moltiplicazione in una somma, la divisione in una sottrazione, l' innalza- 
mento a potenza in moltiplicazione, e l'estrazione di radice in divisione, 
volta che si considerino i numeri come altrettante potenze di un altro 
scelto per base. 

Non taceremo però che, nella citata loro opera, Pagliani e Arno 
combattono l' abuso dei logaritmi, i quali sagrificano il rigore matema- 
tico all'avversione per la fatica, alienando i matematici dallo studio della 
severa aritmetica; e soggiungono: « quelli che vogliono estendere l'uso 
dei logaritmi alla pratica aritmetica, operano come colui che insegnava 
H uccirere le mosche a colpi di fucile; aveva egli d'uopo, il moschicida, 
di ricorrere a un mezzo che non era in lui? oltre la somma facilità e 
la quasi certezza di fallire il colpo, tentava una lunga e incomoda via. » 



39. — Già vedemmo come V Aritmetica pratica, sia passata dalla 
primitiva sua esplicazione col calcolo mentale, alla forma scritta: e come 
entrambe, sia V Aritmetica digitale, sia quella scritta, abbiano raggiunto 
uno sviluppo rispondente ai bisogni più comuni della vita economico-so- 
ciale. 

Nel secolo XVII una forma nuova tentasi d' introdurre nell'arte 



■^f^'" 



112 



STOMA DELLA BAGIONEBIA ITALIANA 



del calcolo : l' Aritin^Jica meccanica, e ciò per opera di Riafjio Pascal, 
geometra e filosofo francese, nato a Clermont nel 1623. 

Il padre di qu -sr.!, impi-^ato «IhIì» luten.lenza di Rouen, dovendo 
— - pel suo ufficio — procedere a continui e lunghi conteggi, prese seco 
ciumi ausiliare, il fi^nio. E Biagio, clie allora aveva 19 anni soltanto, 
per abbreviare il lavoro, ideò la costruzione di una macchina, chn col 
solo ajuio della v sta e del tatto, eseguiva tutti i calcoli sui numeri. 

Li curiosa invenzione recò non poca fama al giovane Pascal. La 
regina di Polonia — Luigia Maria Gonzaga, figlia del Duca di Nevers 
e di Mantova — ne fece costruir «lue: altre ancora ne fumno ordi- 
nate da pochi curiosi. Ma la macchina calcolatrice rimase però sempre 
priva ili qurfirutilità pratica, che il suo inventore le aveva assegnato 
ideandola. 

Il genio di Pascal però, non s'arrestò a quest'invenzione: che, spa- 
ziando nei campi elevati della matematica, inda4rò quella teoria delle 
probobilitù, da lui chiamata Aleae Geometria^ che manifestatasi dap- 
prima sotto forma di scienza astratta, doveva poi essere applicata al- 
l'economia dei fatti naturali, rendendo possibile il vero contralto di 
assicurazione^ basato sul principio della divisione dei rischi. 

L'idea del calcolo meccanico allettò pur tuttavia altri inge- 
gni, che cercarono di semplificare e perfezionare la mac hina di 
Pascal. A un tale risultato riescirono Leibniz (1) dopo lunghe e pa- 
zienti ricerche; il matematico inglese Nicola Saunderson, cieco, col- 
VAribneticu pilpabile; e più tardi lord StanJiope, che immagii ò due 
niHcchine: la prima, della gran lezza di un volume in 8« eseguiva esat- 
tamenie le operazioni più complicate di somma e sottrazione. La seconda, 
della grandezza d' un tavolo comune, col mezzo di una vite girabile, 
risolveva tutti i problemi della moltiplicazione e della divisione; e se 



(n aoflFredo Guglielmo Leibniz, nato a Lipsia nel 1646 e morto a Annover nel 1716, fu 
lino de' più grandi geni di quest'oooca. Il primo lavoro ohe cominciò, oome Membro, al- 
l'Accademia delle scienze a Parigi, fu la sua Arit»ietica binaria . ohe ha per oggetto' un 
nuovo sistema di numerazione. Invooe della progressione ordinaria deolupa, egli propone 
la progressione di 2 in 2 non adoperando che i due caratteri e 1, e cioè: 
1 per 1 

10 n a 

11 » 3 

100 » 4 

gnificare i numeri un po' elevati. 

Il punto {.) come segno di moltiplicazione fu adoperato per la prima 
volta da Leibniz nella seconda metà del XVII secolo; e generalizzò an- 
che l'uso dei duo punti (:) per indicare la divisione, introdotti dagli 
inglesi. 



101 
110 
111 

looo 

lOOl 
Ilio 
ecc. 



Ma questo sistema fu presto abbandonato dallo stesso Leibniz, oome 
troppo incomodo a causa della enorme quantità di cifre richieste a si- 



a 
6 

7 
8 
•I 

lo 



UCC. 



CAPITOLO SETTIMO 



113 



l'operatore sbagliava nel giro della vite, usciva dalla tavola una palla 
d'avorio ad avvertire dell'errore. 

In questo secolo, un altro matematico, doveva perfezionare la ci-' 
riosa teoria dei Quadrati magici, scoperti dal Moschopule. Bachtet de 
Meziriac (quegli che nel 1621 pubblicava e commentava il testo greco 
di Diofanto con una traduzione latina) studiò la costruzione di questi 
quadrati e scoprì la regola per formar quelli di cui la radice è dispan. ' 
E tale teoria, più curiosa che utile, fu ancora perfezionata da Freniele, 
Poigoard, Labi re e Ozanam. 

Certamente è d'uopo riconoscere col prof. Giovanni Rossi (1) che 
dopo il 601), dacché gl'ingegni più possenti si rivolsero all'algebra 
e ai nuovi calcoli superiori, l'Aritmetica decadde in modo deplorevole, 
rimase negletta in mano dei pratici e dei mediocri, i trattali furono 
pieni di regole poco razionali, e gli autori non fecero che copiarsi 
1' un r altro. Tuttavia il XVII secolo ci dà ancora alcuni buoni trat- 
tatisti: Giorgio Enischio nel 1609, Adriano i/ez/o d'Alcmaria nel 1640, 
il gesuita Vincenzo Lotando nel 1660, Gaspare Scotto nel 1667, C. F. 
Miliid di Chales nel 1690. 

40. — In tanto progresso scientifico in materia di calcolo, non è 
però a credere che nell' aziende la funzione calcolatrice avvantaggiasse 
di molto. Ancor oggi che scriviamo, se ben volessimo esaminare, errori 
ed abusi ormai consacrati dall'uso, continuano ad essere praticati, spe- 
cialmente nelle Banche, in fatto di conteggio; figuriamoci quindi nelle 
azienie dei vicini secoli scorsi, in tanta confusione di misure, di pesi, 
di monete, allora esistente ! 

I libri che trattano di Aritmetica mercantile sono invero povera cosa. 
Nella massima parte altro non sono che prontuari, tavole di ragguaglio 
fra le diverse monete, le diverse misure ecc. Non passeremo certo in 
rassegna tutta la produzione di questi ultimi secoli, in materia d'Arit- • 
metica mercantile, sia perchè dovremmo ripetere, quasi per tutti gli 
autori le medesime cose; sia perchè essi sono cosi numerosi, che forse 
annojeremmo il lettore senza fornigli alcuna notizia interessante. 

Lo specchio riassuntivo ('Isabella I) che trovasi nell' a Elenco cro- 
nologico delle opere di Ragioneria « già citato, ci dice che nel XVII 
secolo si ebbero in Italia 81 scrittori con 99 opere. Di questi, 47 elu- 
cubrarono trattati di Abbaco e Metrologia; 34 afi'astellarono norme e 
regole di Aritmetica applicate alla mercatura e ai cambi. 



(\) Nell'articolo •^ Aritmetica -n (Encicl, d'amm. ind. e comm. Milano A. Vallarli). 



» 



^^gg^r^'-^av-VA 



il4 



STORIA DELT>A BAGIONEEIA ITALIANA 



Tuttavia, a darne un' idea, accenneremo a due libercoli (che a- 
vemmo occasione di vedere) di Bartolomeo Ferrari, milanese, pubblico 
professore d'Aritmetica, che mirò essenzialmente ai bisogni locali del 
commercio, col suo « Libro de Abaco, Di varie sorti di mercantie e vo* 
lume d'una bona parte dell'arte del conteggiare « edito nel 163: . Sono 
62 pagine di roba, in cui vengono anzitutto esposte le figure dei nu- 
meri arabici e del modo di leggerli. Quindi passa immediatamente alla 
divisione, per dare poi subito la prova del 7. 

Segue un Prontuario, col quale l'autore vuol dimostrare che ^ Se 
il 100 di ciascuna inercantia valesse un Ducatone, ovver due, ovver tir. 
4. ovver tir. 7 o di qualsivoglia prezzo fino alla somma di ducafoni 50 
guanto vai la lira milanese. « 

Dopo di che, « segue un'altra bellissima tariffa per la quale jwtrete 
intendere la natura di più sorte de' pesi sottili e grossi di Milano e 
etiam come li detti pesi di Milano sottili e grossi rispondono in molte 
città del mondo, v Si parla quindi assai succintamente della regola del 
tre; vien dato il quadrato dei numeri da 11 a 100, e prima d'arrivare 
alle regole di falsa posizione, s'insegna perfino « come per arte de' nu- 
meri si può trovare un anello che fosse nascosto fra una quantità di 
persone, a trovar qual persona l'avesse^ e in qual mano e in (pud dito e 
in qual modo, w 

Di questo Ferrari havvi anche un altro libercolo « Il Computista 
rissoluto V edito nel 1041, dedicato a certo Filippo Perlasca, u Ragio- 
nato del Banco di S. Ambrogio et d' altri Tribunali « e che non è altro 
se non un Prontuario, uso il moderno Capitalista, per « formare in 
diversi modi ogni sorta di conti rotti e monete spezzate, v 

Un'opera di bea maggior valore e che al dire del Libri è assai 
rara — bibliograficamente parlando — è 1' « Aritmetica pratica r del 
piacentino Giulio Bassi, dottore d'Aritmetica e Geometria, del 1645. 
Qui per lo meno la materia vi è coordinata e trattata con una certa 
ampiezza ; ma anche qui, come in tutti i predecessori e contemporanei 
del Bassi, ogni caso, ogni combinazione è spiegata coll'esempio pra- 
tico : tutto procede ad esempi. 

Quest' Aritmetica è certamente una delle migliori di quei tempi • 
né poteva essere altrimenti, giacché nella divisione della materia, nello 
svolgimento, e perfino nel formato e nella stampa, rassomiglia assai al 
General Trattato di Tartaglia. 

Del resto, lo ripetiamo ancora, gli autori dal 600 al 700, mentre 
ben poco di notevole produssero in fatto d'Aritmetica mercantile, non 



:(i£a^'l^ 



CAPITOLO SETTIMO 



115 



fecero che copiarsi vicendevolmente, o quanto meno seguire le pe- 
date 1' uno dell' altro nello svolgimento della materia. Ognuno di essi 
non mira che a far spiccare tutti i pregi delle proprie opere; o spende 
un' infinità di parole per spiegare qualche peregrina invenzione, la quale 
riducesi quasi sempre a qualche forma nuova o supposta tale, di 
operazione; come fa ad esempio anche il Bassi, col sottrarre ' alla 
rovescia per lo che avverte « non è stato mai d'alcun Professore 
mostrato fino ad hora, per esser mia invenzione, n 

41. — Un'opera sui generis, appare in questo secolo: Il Negoziante 
di Gian Domenico Peri, genovese. 

Non si può dire che sia un Trattato di mercatura, uso quelli 
comparsi ne' secoli precedenti, del Pegolotti, dell' Uzzano e simili ; né 
tanto meno può passare per un libro d'Abbaco o di registratura com- 
merciale, perchè queste materie vi sono appena sfiorate. Tuttavia è un 
libro, che — secondo noi — nella letteratura computistica ha un certo 
valore, parendoci sia quello, che iniziò 1' esame degli atti commerciali 
<la un punto di vista nuovo ; in rapporto cioè alla legislazione e alle 
condizioni tecniche, di fatto, che interessano un' azienda mercantile. 

Ciò è tanto più importante, in quanto si tenga conto che il Peri 
non fu ne un giurista, né un professore, né quello che ora direbbesi 
un economista o uno statista. Egli fu semplicemente un negoziante 
ricco e studioso, a quanto indovinasi da queste sue parole: a .... per 
la difficoltà, e ampiezza dell, materia vo solcando un mare, che non ha 
fondo; ma insiememente mi servirà a passar con qualche frutte quelle 
poch'orc, che ne' caldi dell'Estate vo' togliendo alle gravi occui.ationi, 
che anche nella villa non m'abbandonano; per servire in questo modo a' 
desiderosi d'imparare il negotio; e con queste mie fatiche si renderà loro 
la strada men difficile, mentre procureranno d'apprendere da questi scritti 
quello, che ha insegnato a me la prattica in molta lunghezza d'anni, v 

Egli premette, che tutti gli uomini devono aspirare all' acquisto 
• Ielle virtù, dalle quali vien partorita la Gloria: e fra le molte vie 
che a questa conducono, tre specialmente sono le più comuni : 1' una 
<lelle armi, l'altra delle lettere, e questa de' negozi. 

Tie due prime — è sempre il Peri che parla — come tutte r al- 
tre professioni, hanno i loro istituti co' quali si apprendono, essendovi 
gran quantità di libri che insegnano l'arte del ben guerreggiare al- 
in infiniti il modo per conseguir tutte le scienze; u ma a mia notitia 
non è arrivato - egli soggiunge - che sia stata data alcuna forma 



116 



STOEIA PELLA RAGIONERIA ITAUAXA 



wn la (jmle si possa facilmente acquistar la Virtù del saper negotiare 
ìstituenilo un Negotiante ; che perciò io son solito a dire, che non è minor 
diff'iculcà diventar buon Negotiante che bwm Dottore. Non niego, che nm 
vi siano molti i quali hanno scritto benissimo intorno aW Aritmetica, ma 
ciò non basta, perchè questa è una parte sola del Negotiante, che non 
abbraccia tutto quello che ci abbisogna. « 

Epperò ecco il nostro Autore intento a svolgere con una certa 
ampiezza, non solo ciò che può occorrere al principiante o giovane di 
scagno per diventare un buon negoziante ; e insegnargli tutto ciò, che 
comuiciaado dalla mattina fino alla sera, ei deve materialmente ese- 
guire perchè l'ufficio proceda ordinariamente; ma eccolo altresì a esa- 
miuare la natura dei contratti, di cui dà questa definizione : 

" // contratto è un consenso reciproco di molti, o almeno di due 
persone, le quali convengono insieme sopra qualche cosa, per il consenti- 
mento legittimo de' quali risulta in ambe, o in alcuna delle parti qual- 
che obbligazione, -n 

Eccolo dire in quanti modi si fanno i contratti, e a far conside- 
razioni d'indole giuridica, come la seguente: ^ lo non voglio entrar a 
discorrere se a Contratti si possono ridurre le Dowitiotii , le Promesse 
e altri atti^ i quali non obbligano che una sola parte; essendo atti liberi 
che si fanno per liberalità, o carità^ e non per giustitia, e chi ne sarà 
curioso potrà esserne altronde ammaestrato. Ridurrei però a Contratti gli 
Depositi, parlo gli ordinarii^ e non gU giudiciali fatti per comandamnilo 
del Giudice ; poiché questi più tosto sequestri saddimandano. » 

E a questo modo, eccolo trattare delle forme de' recapiti da ri- 
tirare per cautela de' negozi; del Cambio; del Cambio illecito; delle 
fiere; e far « Considerationi sopra le forme di cavar utile dal danaro, 
che non sono Cambi n ecc. Il Capitolo IV è dedicato 'a\V Abbaco; e qui 
l'Autore se la cava con quattro paginette, nelle quali per vero dire, è 
assai meschino, e in piincipio anche oscuro: « Io ritrovo, chel'Ardme- 
fica è composta di quattro elementi di tre sorti di numeri , cioè Aritmetici 
sia interi; Geometrici, o vero rotti, e denominati. Il numero intiero 
tiene l'unità indivisibile, il rotto ha l'unità divisibile, e può andare in in- 
finito ; e il denominato sta congiunto col nome della materia. Li quattro 
elementi sono : sommare , sottrarre , moltiplicare e partire; e con ques'o 
s' opera la regola del tre. » 

Accenna brevissimamente a queste operazioni, e non dà che una 
materiale descrizione della regola del tre, la quale « è quella, che dalla 
notitia de' tre numeri dati ricerca il quarto in proportione al terzo com'r 
tt secondo al primo. » 



CAPITOLO SETTIMO 



11 



4S. Entrando ora nel XVIII secolo, non intendiamo di passare 
a una minuta disamina dello sviluppo che .vi ebbe l'Aritmetica Mipe- 
riore. Non lo consente, Le lo richiede l'indole di questa Storia. 

La teoria dei numeri, formatasi appunto in questo secolo se-na 
la superiorità sua sul secolo precedente. Il matematico parigino ^c^r,^,,o 
Mana Leggendre (1752-1833) fu uno degli astri maggiori di questo 
secolo, e a lui appunto, oltre alle celebri sue opere sulla TcorUi delle 
funzioni ehttwhe e agli Elementi di Geometria, devesi l'altra opera ma- 
gistrale sulla Teoria dei numeri. 

Ma se la Francia aveva visto succedere a Pietro Fermat il Le 
gendre, nella schiera de' suoi sommi matematici, la Germania dal 
canto suo andava orgogliosa di un altro sommo, Carlo Federico Gauss 
(1777-1805) direttore aella Specula di Gottingen, e che le-ò il suo 
i.ome al pro^^resso della scitnza dei numeri. "^ 

Né all'Italia poteva mancare il suo genio, che portasse un forte 
contributo allo sviluppo dell'Aritmetica superiore ; e l'ebbe in Giuseppe 
Lu^gi Lagrangia (1736-1813) di Torino, dapprima direttore della cW 
di matematica nell'Accademia di Bellino, indi professore alla Scuola 
rolitecnica di Parigi. 

La sua opera principale è la Meccanica analitica (1788) e celebri 
M.no le sue Lezioni d'Aritmelica tenute alla Scuola Normale «i Parigi 
D, fronte allo sviluppo, che in tal guisa assunsero gli studi ma-' 
emitici supeno.-,, l'A.itn.etica prafca, come si disse, rimase negletta- 
tuttavia SI possono citare buone opere apparse eirualmeute in questo 
secolo come l'^ri(me«c« pratica del barone Cristiano A\olf (1713) 
d. Braslavia; V AriI melica famigliare del Bmet, (1714) di Amsterdam- 
le htUuvmi di Aritmelica pratica del padre Paolino Kelucci (1749) 1 
vane altre, come del AVels, del Lamy, del Reinant, del Crivelli di 
'; ,f ■ ;^f'' Torre (1752) ì. quale nella prefazione delle sue Istituzioni 
ArUmeUehe fa anche un sunto storico e bibliografico della scienza dei 
numer,: mentre alcuni anni dopo, uel 1793, Pietro «,..„« pubblicava a 
i arma la sua Ongine e trasporlo dell'Algebra in Italia, in cui - come 
SI disse - fa esso pure una storia dell'Ariimetica e dell'Ai ebra 
mostrando studi profondi sul Fibonacci e sul Paciolo 

La produzione letteraria - come al solito - fu molto abbondante 
nel campo dell'^.,/,„e«m mercantile; ma non si deve però credere clie 
-nella massima parte - gli argomenti trattati oltrepassino la solita 
ristrettissima cerchia. 

Si avranno circa 150 fra opere ed operette ai questo secolo, delle 



118 



STORl.V DELLA R.VGIONEBTA ITALIANA 



quali im centinaio sono Abbachi e trattati di Metrologia; una quaran- 
tina sono Aritmetiche applicate alla mercatura e ai cambi ; una decina 
circa sono prontuari di calcoli fatti. 

Ma nel complesso nulla di nuovo, di caratteristico. Forse unica 
eccezione è 1' « Aritmetica ragionata » di Marchi Giuseppe Enea (1775) 
- gentiluomo di Carpi^ com'indante la detta città e di quella milizia " 
cosi almeno dice il frontispizio dell'opera, la quale svolge con abba- 
stanza ordine nozioni d'Aritmetica e d'Algebra ed ha anche applica- 
zioni alla tenuta dei registri di contabilità ed al cambio. (1) 

Nel XVIIf secalo, come vedremo, doveva iniziarsi quel movimento 
professionale tra i ragionieri dell'alta Italia (di cui è prova special- 
mente l'istituzione del Collegio dei ragionati di Milano) che doveva 
iniziare l'affermazione del ragioniere fra le professioni liberali. 

K bensì vero che in fatto di ragioneria, la maggior parte delle 
opere computistiche che ancora vengono in luce, riflettono la tenuta 
dei libri, oppure sono Aritmetiche con applicazioni ai casi più comuni 
del Commercio. 

Ma appunto perchè il ragioniere in questo secolo trova modo di 
esplicare l'opera propria anche all'infuori della sola tenuta dei libri, 
ecco apparire — piccolissime eccezioni del resto -- anche qudche la- 
voro su questioni speciali interessanti la professione del ragioniere, 
e che senza essere trattati d'Aritmetica, sono semplicemente applica- 
zioni particolari del calcolo o discussioni che invano cercheremmo fra 
le opere venute in luce prima d'ora. 

E Così per esempio, ecco nel 174i « La n-uola in pratica del 
hanco'^iro della serenissima repubblica di Venezia ^ di Cavala Pasini 



(l) L'opera è divisa in 16 trattati, e cioè: 

1. Istituzioni aritmetiche. 

2. Calcolo dttgl'interi. 

•J. » dei denominati. 

4. n letterale. 

">. » delle frazioni. 

<i. Potenze ed estrazioni di radici. 

7. Bagioni, proporzioni e progressioni. 

8. Regole aritmetiche. 
!). Logaritmi. 

10. Numeri tìgurati. 

11. Combinazioni e permutazioni. 

12. Preliminari d'algebra. 

13. Ricreazioni aritmetiche. 
U. Contratti. 

15. Solvetta di quesiti. 

16. Registro colonico. 



CAPITOLO SETTIMO 



110 



(hovanni, computista veneto; operetta speciale per le operazioni che si 
facevano a quei tempi col Banco di San Giorgio, e che contiene anche 
le leggi, I regolamenti e le disposizioni emanate da quella repubblica 
intorno a quella celebre istituzione. 

Ecco nel 1775 un « Trattato delle stime de' beni sturbili per istru- 
itone ed uso degli stimatori r, di Frinci Cosimo, opera che ha una certa 
importanza, quando si sappia, che in quell'epoca non era ben preci- 
sata e circoscritta la professione del ragioniere, ma le attribuzioni sue 
erano suddivise tra diverse individualità, che prendevano nomi vari 
secondo i paesi, come ad esempio di liquidatori in Piemonte e Licruria 
e di stimatori altrove, secondo insomma la natura delle mansioni sVsse' 
Più caratteristici ancora sono alcuni opuscoli, di carattere polemico 
venuti in luce su questioni particolari di calcolo, i quali sono indubbia 
testimonianza della maggior estensione intellettuale che andava prelu- 
dendo la professione di ragioniere; e che nel contempo segnano un 
primo passo verso la specializzazione del calcolo, considerato come 
elemento di controllo economico. 

Così, nel 1760, vediamo apparire a Lettere in materii di sconto n 
ilal modenese G.B. Giardini, le quali trattano di una questione sorta 
fra ragionieri modenesi, nell'occasione della liquidazione fra due com- 
mercianti di un debito e credito rispettivamente di rate eguali. 

xNello stesso anno, ecco apparire, in confutazione del Giardini un 
altro opuscolo dal titolo « Due lettere apologetiche in materia di sconto » 
di Araldi G.B. modenese esso pure. 

Nel 1761 Cristiani Gerolamo Francesco da Brescia, pubblica al- 
cune « Lettere in proposito di cambio e di pronto pagamento « ed ecco 
nell'anno stesso un Anonimo di Pisa, confutare il Cristiani con altre 
^ Lettere ed indizi apologetici in materia di sconto di B rimantide v. 

Già fin dal secolo precedente, sorvolando sulle proibizioni cano- 
niche, s'iniziavano quelle associazioni di Capitali, da cui dovevano scatu- 
rire le altrettanto potenti quanto delicatissime società anonime moderne- 
e con queste associazioni, ecco sorgere, specialmente in Olanda, In- 
ghilterra e Francia, compagnie vastissime d'assicurazioni. 

In quel secolo, Biagio Pascal (come vedemmo) spaziando col suo 
gemo nel campo delle matematiche, indagava sotto forma di scienza 
astratta, una teoria delle probabilità, da lui chiamata Aleae geometria. 
Ma ecco, nel secolo successivo, e precisamente in Inghilterra nel 1706 
sorgere la prima Assicurazione sulla vita dell'uomo ^ L'Amicable n'- 
e la scienza astratta di Pascal trova la sua materializzazione nell'ap! 
l)licabilità ai casi d'assicurazione sulla vita. 



120 



STOBIA. DBLIA BÀ.&IONBBU ITALIANA 



Moike Àbramo^ inglese, scrive : a La dottrina degli azzardi ap- 
plicata ai problemi della rito, delle Pensioni Vitalizie^ L'ev€rsiom\ Fon- 
fijie, ecc. ry e tosto nel 1770 vieoe tradotta a Milano, dal Padre Gre- 
gorio Fontana. 

43. — Tutto questo è ancora poco, lo comprendiamo, ma è 
quanto basta per dimostrare come coi progressi deirAritmetica supe- 
riore abbia avantaggiato la trattazione del calcolo, considerato come 
elemento di controllo economico. 

Ripassiamo le condizioni in cui si è trovata l'Aritmetica pratica 
e mercantile nei secoli scorsi; nulla che si scosti dai soliti trattati o 
trattatelli, nei quali, per la massima parte, la reofola del tre costi- 
tuisce il cardine su cui poggiano tutte le questioni. 

Nulla che attesti la discussione professionale, lo sviluppo pratico 
delle idee, Tordinamento della materia, la specializzazione del calcolo, 
fuori dell'orbita puramente didattica, per entrare nelle funzioni palpi- 
tanti della vita economico-sociale. 

Tutto questo invece — per quanto in dosi mìnime — si verifica 
rei 18" secolo, in quel secolo in cui — sviluppatasi la statistica, or- 
ganizzatasi l'economia politica — s'incominciò a dare il nome di Arit' 
metica politica o soci'ile (1) alla determinazione degli elementi nume- 
rici relativi ai fatti utili all'uomo nello stato di società; d'onde venne 
impropriamente che la denominazione di Aritmetica politica, fu adope- 
rata a designare il complesso di quelle teorie, che applicano il calcolo 
a questioni d'interesse pubblico (interesse e sconto composto, annualità, 
ammortamenti, calcolo della probabilità, formazione di tavole di morta- 
lità), per distinguerla ^\2^y Aritmetica mercantile. 



(1) L'inglese Pettj- fa il primo a pubblicare nel IGOf» col titolo di Aritmetica politica vari 
stadi, dei quali: 

il 1° sulla moltiplicazione del genere umano, snll' accrescimento della città di 
Londra, i suoi gradi, i suoi periodi, le sue cause e le sue conseguenze ; 
il2<* sulle case, abitanti, morti e nascite della città di Dublino.- 
il 3" con un confronto fra Londra e Parigi; 

il 40 sulle cause per cui i>llHotel-Dieu di Parigi muoiono circa aiXO malati all'anno 
I>er cattivo governo sanitario; 

il 5** valuta le popolazioni di varie grandi capitali d'Europa ; 

il 6" abbraccia l'estensione ed il prezzo delle terre, i popoli, le case, l'industria, 
l'economie, le manifatture, il commercio, la pesca, gli artigiani, i marinai, le truppe di 
terra, le rendite pubbliche, gì' interessi dei capitali, le tasse, i guadagni, le banche, le 
compagnie, il prezzo del lavoro degli uomini, l'accrescimento della marina e delle truppe, 
ia costruzione dei vascelli, le forze di mare dell'Inghilterra, della Francia, dell'Olanda 
e della Zelanda. 



CAPITOLO SETTl:itìO 



121 



44. — Ovvio è che il calcolo, considerato come funzione di 
controllo economico, dovette in ogni epoca svilupparsi, con applicazione 
ai diversi sistemi di pesi, di misure e monete, nella determinazione 
dei valori interessanti i singoli fatti e contrattazioni svolgentisi nella 
congerie dei rapporti individuali sociali. 

Se una tale uniformità fosse esistita in tale materia, certamente 
sarebbe derivato anzitutto un più rapido progresso e sviluppo alia 
civiltà e conseguentemente anche l'Aritmetica pratica avrebbe potuto 
trarrai da tale unificazione, grandissimo vantaggio. 

Disgraziatamente invece la moltiplicità dei sistemi, cui venivasene 
aggiungendo sempre di nuovi, sia per modificazioni, che gli usi e le 
abitudini di un popolo portavano al sistema di un altro, sia perchè 
l'orgoglio di questo non voleva continuare copiare il sistema di 
quello, fatto si è che conseguenza di tutto ciò fu una confusione in- 
credibile, arrivata al punto che sul finire del secolo passato, ogni città, 
anzi si può dire ogni borgata, aveva pesi misure proprie. 

Tornerà facile arguire da ciò la ragione per cui anche nel nu- 
mero non inditt'erente di Abbachi e Trattati à: Aritmetica mercantile ap- 
parsi ne' secoli precedenti, tolta una prima trattazione generale sulle 
<luattro operazioni fondamentali, in quasi tutti si trovano poi delle 
semplici tarip,, atte ad agevolare i ragguagli fra i pesi, misure mo- 
nete dei principali paesi. 

Tutti i vari sistemi, le cui unità principali non si suddividevano in 
parti decimali, ma in frazioni il più delle volte eterogenee il cui de- 
nominatore non era il 10 una potenza del 10, rendevano 'Complica- 
tissime le contrattazioni, a motivo degl'intricati e molteplici ragguagli 
ch'esigevano. 

Questi sistemi portavano diritto al calcolo de' numeri complessi; 
e se poniani mente ai vecchi trattati di Aritmetica, nei quali tutto veniva 
spiegato con esemplificazioni, caso per caso, si comprenderà come un au- 
tore che volesse un po' largheggiare nella materia, arrivasse facil- 
mente a imbastire de' grossi volumi, per insegnare quello che o^'gi 
in un trattatello di poche pagine è assai meglio chiaramente spiegato 
e insegnato. 

Cosi per un esempio, il Tartaglia nel General Trattato 'Libro 
Duodecim.o, impiega 2S pagine in foglio a spiegare delle Compagnie, 
ossia le regole dì Società, di cui dà nientemeno che 87 casi pratici, 
sia per spiegare il processo pratico di conteggio, sia per confutare al- 
cuni errori di Paciolo, di Pietro Borgo, di Giovanni Sfortunati. 



122 



STORIA DELIA RAGIONERIA ITAIJANA 



Dove s'incominciò a pensare e provvedere contro la confusione 
e gl'inconvenienti derivanti dalla molfiplicità dei sistemi di pesi, mi- 
sure e monete, fu in Fr«incia. 

Già Carlo Magno aveva avuto una prima idea di stabilire delle 
misure nazionali, uniformandole in tutto l'impero; ma ciò fu reso im- 
possibile nell'effettuazione, sia dai successori suoi, che trascurarono 
l'ottima idea, sia dal sistema feudale stesso, giacché i principotti e si- 
gnorotti di quei tempi nuU'altro avevano se non ritrarre profitto dalla 
confusione esistente. 

E già fino dal 1070 l'astronomo Jean Picard, che già era rie- 
scito come Feruel, Snellius, e Norwod, a misurare un grado di meridiano 
terrestre, proponeva una riforma radicale nei pesi e misure dello Stato, 
prendendo come base del sistema la lunghezza del pendolo semplice, 
di cui ogni oscillazione ha la durata di un secondo. 

Tale proposta non fu allora seguita per le difficoltà cui andavasi 
incontro, urtando con abitudini ormai troppo generali ei inveterate. 

Gli astronomi e i geometri intanto continuavano i loro studi, per 
determinare ciò, che fin dai tempi di Eratostene, interessava gli scien- 
ziati : conoscere e determinare la circonferenza della terra. 

Non è il caso di naiiar qui ciò che fecero gli scienziati per rag- 
giungere questo scopo. 

L'8 magirio 1700, l'Assemblea Costituente, su proposta di Tayì- 
lerand, decretava che una commissione venisse incaricata di determi- 
nare la lunghezza del pendolo semplice, che batte il secondo, alla la- 
titudine m-^ridiana di 45'* sul livello del mare. 

E ai 17 marzo 1701 la Commissione nominata presentava all'As- 
semblea nazionale un rapporto, col quale proponeva di adottare per 
unità fondamentale li decimUionesima parte del quarto del meridiano 
terrestre j e di dare a questa unità il nome di metro. (1) 

Il qual nome, derivato dal greco jì-stsov, non definisce prò- 



(l) In tale rapporto, le l.iisi del slstoma venivano stabilito cosi: Prenderò per unità di 
lunghezza la dociuiilionosima parte del quarto del meridiano torrostre, e riferire il peso 
di tutti i corpi, a quello dell'acqua distillata. Il sistema decimale dovrà oollegare le unità 
di misura di ciascuna specie, collo misuro più grandi o più piccole. 

Si proso l'acqua distillata, oh, ■{■ 4", perchè priva di materie estraneo, o perohò a tal.- 
temperatura ha la massima densità. 

N^n crediamo il caso di esporro qui tutto il sistema metrico decimale. La perfetta co- 
noscenza della Metrologia ha poro troppa importanza sul progresso che hanno ai nostri 
tempi gli scambi e lo relazioni commerciali; epper»'i sognaglLamo un'opera veramente 
scientitica, ricca di notizii; o di schiarimenti sulla materia: la Mett'OlO'jia generale di 
Angelo Martini. 



•P'" w^i?^:^^!^^^;!^^^' 



CAPITOLO SETTIMO 



123 



priamente la lunghezza che la Commissione proponeva, ma significa 
irenericamente misura. 

(Jonformemente alle conclusioni di questo rapporto, s'iniziarono gli 
studi e le operazioni neccessarie per l'esatta determinazione delle di- 
mensioni del meridiano. 

Colla legge 7 aprile 1795 si pubblicò un primo abbozzo del nuovo 
sistema metrico decimale, sugli studi fatti da scienziati francesi in 
unione a quelli di tutti i paesi d'Europa; ma fu solo nel 1799 che 
tutto il nuovo sistema venne, per così dire, edificato, da una Commis- 
sione composta da Borda, Brisson, Coulomb, Darcet, Delambre, Haiiy, 
L'ìgrange, Laplace, Lefévre-Gineau, Mechain, Prony, cui eransi -^z- 
g-iunti i seguenti Commissari esteri: uEneae e \an Sivinden deputati 
batavi; Balbo e poi Vassalli- Bandi pel Piemonte; Bugge per la Da- 
nimarca; Ciscar e Pedrages per la Spagna; Fabbroni per la Toscana; 
Franchini per la Kepubblica romana; Mascheroni per la Kepubblica 
cisalpina; Multedo per la Repubblica ligure; Tralles per l'Elvezia. 

Nel 1801, in Francia tale sistema fu proclamato legale, e reso 
poi obbligatorio nel 1840. 

In Italia invece, fu introdotto nelle varie Provincie, in epoche 
diverse, a seconda delle vicende politiche. 

Cosi nel Piemonte fu introdotto nel 1807; poi nel 1816 si ripre 
sere le antiche misure, per ritornare nel 1850 al sistema metrico de- 
cimale, epoca in cui fu introdotto anche in Lombardia. In Liguria 
s'introdusse nel 1847; in Toscana nel 1861; in Romagna nel 1863; 
nel Veneto nel 1869; nel Napoletano nel 1861; nella Sicilia nel 1861; 
in Sardegna nel 1846. 

Come ogni cosa nuova, il sistema metrico decimale incontrò delle 
difficoltà, della resistenza a generalizzarsi; ma ormai può dirsi che in 
Italia non incontra più eccezioni di sorta, e — come dice un mo- 
desto trattatene — « non sono più che pochi vecchi caparbi o ignoranti 
che ancora contrattano merci e commestibili o combustibili a braccia, 
a oncie o libbre, e a brente e a fasci, e valutano le distanze a miglia, 
invece che a chilometri. « 



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Capitolo Ottavo 



LA COMPUTISTERIA NEL XIX SECOLO 



2^' - ^Viluppo de^^h studi Aritmetici in .mesto secolo. - -*0. liassegna biblio,^rafKa 
i« aJ -^"t°^et.ca Hnahfca . di Pa^Uani e Arn6 - Prejri di quest'opera classi-ca- - 
^«. Ma>r«r.or ampiezza data al .Materiale aritmetico nella seconda metà di questo secolo - 
da che derivo 1 .„se,.iamento professionale. - clic cosa è . Computisteria . - le pec «lix- 

47; De'l r;T Vr.^"r*' T'^'^ - *^- *'•' "^' ^ ^^' ^^^-^ computistici nella pi^ : - 
.-«>. Della poss.bd.tH d. sradicare ^li errori portati dalla consuetudine. 



45. — Col XIX secolo, le moravinrliose applicazioni del calcolo arit- 
metico al controllo economico sono tali .la condurci, più di quanto sia 
stato possibile lino ad ora, a uno svolgimento, che sede piii propria non 
può trovare se non nella storia della Ragioneria. 

Kd appunto perciò, non ci dilungheremo di troppo nella storia del- 
r Aritmetica, considerata come scienza dei numeri ; tensi verremo con- 
siderando, dal lato storico, lo sviluppo di questa scienza nelle sue appli- 
cazioni al mondo aziendale. 

1/ introduzione dei segni algebrici anche nel calcolo aritmetico l' a- 
dozione del sistema metrico decimale, furono miglioramenti che dove- 
vano necessariamente far progredire queir aritmetica pratica, rimasta 
negletta dopo che con l' introduzione dell' Algebra, gli scienziati avevan 
rivolto la loro attenzione soltanto all'Aritmetica superiore. 

C>uale sia stato lo sviluppo degli studi aritmetici nel XIX secolo, 
ce lo dice lo specchietto seguente, che abbiamo compilato colla scorta 
dell' Elcyx^M Cronologico, già più volte citato : 



px;:.*::s^^SS^es* 



126 



STOUIA DELLA RAGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO OTTA.VO 



<v Al 



'Itil- ; 



Hajjffuaf^lio posi, 
misure metriche. 

Trattati d'Arit- 
metica. 

Ariromenti arit- 
metici. 

Prontuari, Calcoli 
fatti. 



Totale 


1800 1811 1821 ia31 1841 1851 1861 1871 1881 
1810 1820 im 1840 1850 1800 1870 1880 1888 



12; 



134 

170 

82 

31 

42g"ì 



36 
9 
3 
4 



8 
16 



13 

() 
6 



5 



10 

20 

16 

6 



52 



20 

27 

6 

1 



18 



■97 



M I 52 





4 


3 


21 


28 


25 


6 


16 


15 


5 


2 


.5 


ra 


50 


48 



52 I 34 I 30 

Come si vede, nei primi anni di questo secolo, 1* ar^^omento che 
inaprgiormente richiamava 1' attenzione degli scrittori era quello dei vari 
pesi, misure e monete. 

L'unità principale, nei vecchi sistemi, essendo divisa in modo varia- 
l>iie ed arbitrario, per modo che ogni grandezza era generalmente espressa 
con numeri indicanti varie specie di unità, ne conseguiva la necessità 
come già dicemmo) dell'uso dei numeri complessi, pei quali anzi, nei 
trattati aritmetici, venne formanc'.osi una speciale teoria, distinta da 
tutte r altre, e ciò in seguito al modo generale con cui vennero conside- 
rati, cioè come un genero particolare di rotti. 

Essi diedero pertanto luogo a varie regole d'operazione, quali la 
regola degli aliquoti, dei multipli, di trasformazione e dei decimali. 

11 diffondersi del sistema metrico decimale, restrinse l' uso de* numeri 
<^()mplessi, il cui calcolo rimane per tuttavia necessario anche oggidì 
nella pratica, in varie circostanze: 

sia per sapere air occorrenza ridurre le antiche misure nelle nuove: 

sia pei calcoli relativi alla circonferenza ed al tempo, che non hanno 
divisioni decimali; 

sia pei conteggi relativi a pesi, misure e monete di quegli Stati che 
ancor oggidì non hanno adottato il sistema metrico decimale (Inghilterra 
Russia, Danimarca, Scozia, Norvegia), o l' adottarono solo in parte (come 
l'Olanda, il Portogallo, la Turchia, l' Austria— Ungheria e l'impero 
Germanico) escludendolo per le misure monetarie. 

Epperò noi vediamo dallo specchio suddetto, come l' argomento del 
ragguaglio di pesi, misure e monete abbia avuto le maggiori trattazioni 
nel primo decennio, non appena cioè l' introduzione del nuovo sistema 
portf) all' inizio di un cambiamento nei sistemi consuetudinari ; poi dal 
1861 al 1870, quando coni' unificazione del regno d'Italia fu necessario far 
scomparire gli avanzi ancora in uso di sistemi importati o imposti dai 
cessati governi. 



46. — Il maggior contingente bibliografico alla storia aritmetica di 
questo secolo, è dato ancora da trattati, libri e libercoli d' Aritmetica ge- 
nerale, apparsi dal 1800 al 1888 (secondo il nostro specchio) in numero 
di 179. 

Non vogliamo già diro che siano tutti buoni ; in gran parte, tol- 
tane la forma della stampa, si assomigliano nelle definizioni, nella par- 
tizione delle materie, nelle esemplificazioni, nella stessa economia del 
lavoro ; ma per lo meno ci s' intravvede un indirizzo nuovo, portato 
dal perfezionamento delle idee e dai progressi delle matematiche supe- 
riori. 

Le quali matematiche superiori, le vediamo per un momento abban- 
donate da matematici insigni, come M. Bourdon, Alfredo Serret, Giu- 
seppe Bertrand, i quali ci danno invece dei trattati d' Aritmetica divul- 
gatissimi per i loro pregi intrinsici. 

Nel 1808, di Cardinali /V-^^ncesco stampansi a Bologna gli « Elementi 
di Aritmetica compilati per uso delle scuòle comunali d'Arit. superiore 
del Regno d' Italia, ed aumentati delle nuove istruzioni relative alle 
misure e pesi del Regno », opera che dà compendiosamente e dimostra 
tutte le regole ordinarie, meno la falsa posizione doppia, e l'estrazione 
di radice. 

Nel 1816 a Genova vengono in luce « Lezioni d'Aritmetica applicati 
al Commercio, alia Banca, all'Azienda » di ScoiH G. B. del quale pure 
si ha un « Compehdio d'Aritmetica teorico-pratica e studi di Contabilità, 
liagioneria e Burocrazia commerciale e bancaria n> apparso più tardi a 
Torino, nel 1843. 

Un'opera classica è quella di Aloardi Luigi, stampata a Milano 
nel 1817, col titolo « Il Ragioniere, ossia Corso di Computisteria teorico- 
pratica ». E divisa in 2 parti. La prima contiene la « Risoluzione 
aritmetica di XII quesiti di commercio, amministrazione e di riparti- 
zione ». La seconda dà la « Risoluzione di VI quesiti a scrittura doppia >^ 
dei quali alcuni furono riprodotti dal Villa e dal Rag. Cristiani da Cento, 
nelle loro opere. 

Giovanni Gorini nel 1824 i)ubblica a Pavia le sue « Lezioni ele- 
mentari di Aritmetica », adottate per testo nelle università e licei del 
Regno Lombardo-Veneto. In quest'opera, alle altre regole ò unita l'equa- 
zione numerica prima delle proporzioni. 

Il lìOAlre Francesco Soave, apparterrebbe veramente al XVIII secolo 
e&sendo nato a Lugano nel 1743 e morto nel 1806. Egli fu successiva- 
mente professore a Parma, Milano, Napoli, Modena : ebbe incarico dal 



128 



STORIA DKLr.A KAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO OTTAVO 



129 



f 



<,'overiio imperiale <li ()r;,^anizzare le scuole normali per le classi inferiori, e 
ne formò il piano su quelle «la lui visitate nel Tirolo; piano che poi sviluppò 
ne' suoi numerosi libri di elementi, tra cui jrli « Elementi di Aritmetica » 
ristampati a Venezia nel 1828; opera più pratica che teorica « in cui — 
come osserva il Pajiliani — oltre ai conuini errori di massima, restalo 
studioso in un labirinto <li re^xole scoraggiato e confuso ». 

Tuttavia, corno si disse, l'Aritmetica del Soave ebbe un successo e 
fu <livulgatissima. Nel 1833 il liar/. Luigi 5ar/o/fl', ragioniere capo della 
Cassa di risparmio di Milano, pubblicava la sua «. Proposta di rettifica- 
zioni ed aggiunto all'Aritmetica del \\ Soave »; lavoro apprezzato, che 
dava occasione nel 1835 a Ceccon Carlo, di pubblicare una « Memoria 
relativa al uietodo proposto dal Rag. L. Bariola per <leterminare di due 
o più obbligazioni (juale possa meritare la preferenza ed opinione del 
computista stosso sul metodo che i>otrebbo essere generalmente adottato 
|)er la soluzione dei quesiti di sconto ». 

Una delle solito aberrazioni fu « I/abbreviazione aritmetica, ossia 
metmlo nuovo per insegnare in sole 35 oni l'Aritmetica mercantile in 
tutta la sua estensione » pubblicatasi a Roma nel 1829 di Booaìanij 
iìincomn. Con l'orologio alla mano, og<?i si studiano n:li orari delle fer- 
rovie; pare che il Hoggiany volesse anticipare il sistema anche per 
l'Aritmetica. 

D'una certa importanza invece, sono gli « Elementi d'Aritmetica com- 
bhiati coi prhicipì dell'algebra lino alle equazioni di 2» grado inclusive, 
seguiti da un'istruzione sulla misurazione; opera che applica l'aritmetica 
airamministrazione, alla scienza, al commercio » dell'abate Giov. Maria 
Racagni professore nell'I. R. Liceo di S. Alessandro in Milano. Di essa 
I)erò il Pagliani «lice, che « sembra questo trattato destinato più alla 
formazione del matematico che del ragioniere ». 

E buono ó pure il « Trattixto elementare d'Aritmetica » ^'Ignazin 
Pollone, stampato a (Genova nel 1839, approvato dal magistrato delle 
riforme dello scuole superiori di latinità regie e pubbliche, e nel quah» 
le quattro operazioni sono brevemente e chiaramente spiegate coi relativi 
quesiti, oltre alla soluzione elementare e semplice «li 10 quesiti spettanti 
alla regola del tre, senza uso «Ielle proporzioni. 

Come si vede adunque, l'Aritmetica ebbe sul principio di quest«> 
secolo una trattazione seria ed elevata. 

Disgraziatamente per«'), un vero trattate completo scientifico, l'Italia 
non lo possiedo ancora. E diciamo completo^ in quanto non fu condotta 
a t<Tmine quell'opera ìiiagistralmente incominciata «la Camillo Pagliari: 



e Cesare Amò «li Mo«lena, nel 1842 e che é il «Corso di Aritmetica Ana 
litica » di cui si ha soltanto il primo volume. 

Che se quest'opera fosse compiuta, costituirebbe l'unica e «lìfflcilmente 
superabile Aritmetica, che possa vantare l'Italia e insuperbire qualunque 
nazione. 

A quest'opera noi abbiamo già accennato nel corso del nostro lavoro 
citandone anche dei brani. Ad essa abbiamo inoltre attinto varie pre^ 
ziose notizie storiche. Oediamo pertanto non solo pregio dell'opera, ma 
nell'mteresse «li tutti passare ad una rassegna di quest'Aritmetica, disgra- 
ziatamente poco conosciuta, nella speranza che ciò possa suggerire 
l'idea di una i-istampa; e qualora essa potesse andare per le mani di 
tutti, incitare qualche studioso e completar l'opera o rifarla completa- 
mente con gli stessi criteri pratici e scientifici. 

4^ — L'opera comincia con una Storia deir Aritmetica (pag- 
XI-LXXX.) dovuta al solo Pagliani; al quale sembra si debba anche 
tutto il primo volum-, mentre al secondo avrebbe atteso l'Arno. 

Intenzione degli Autori era di dividere tutta l'opera in due parti 
Nella prima (che è quella venuta in luce) si procede ad una ana-- 
lisi critica di tutte le regole d'aritmetica e de' metodi d'insegna- 
mento usati per essa. 

Nella seconda (che è quella mancante) divisa in tre sezioni, avrebbe 
dovuto comprendersi V Aritmetica pura, applicata e speculativa, u espo- 
sta con metodo affatto nuovo, e arricchito dalla soluzione di nuove 
astruse e importanti questioni. « ' 

Dopo a^rer osservato come l'Aritmetica, ricca un tempo se non di 
massime generali almeno d'artifizi per la soluzione di speciali problemi 
oggi trovasi invece povera e d'artifizi e di massime, e non d'altro' 
s'occupa che di regole antiche speciali, e quindi manchevoli ad oo-ni 
passo « e se pure s'innalza talora a felici risultati, il fa soltanto sul- 
l ah altrui, talché non le è dato render ragione della strada da lei per- 
corsa, « Il Pagliani dichiara che non si è qui proposto di formare una 
nuova scienza .; pensiero che sarebbe men vano che superbo . ma sol- 
tanto di sempHficarne il metodo per apprenderla, generalizzarne i prin- 
cipi, estenderne i confini, accennando così ad altri studiosi una bella via 
non ancora battuta. 

E tutto ciò egli si propone d'ottenere con l'analisi più rigorosa 
« giacché portiamo opinione — così dice - che nìun reale avanzamento 
possa dirsi ottenuto in una scienza se ne restan occulti i prìncipi. Ues- 

30 



■ ,V.i"»l»»Wf''V' *w 



130 



STORIA DELLA BAOIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO OTTAVO 



131 



sere, dotato del raziocinio sente incessantenumte il bisogno di render 
ragione a se stesso d'ogni passo che fa, d'ogni idea che concepisce, 
non ultimo forse dei motivi per cui i più nobili ingegni trascurando 
r Aritmetica, si son rivolti allo studio dell'Algebra, che in breve corso 
d'anni, se non perfezionarono, almeno immensamente arricchirono. E sarà 
forse vietato all'aritmetica uoa tale risorsa, né potrà quindi attendersi 
da essa alcun progresso? « 

Con tali criteri di guida, nel P volume (diviso in 2 sezioni) si 
espongono : 

Nella Sezione r (Aritmetica Inferiore): La ^ Numerazione, y le 
« frazioni » e i * Numeri complessi ". 

Noi non ci dilungheremo in una minuta disamina di questa sezione. 
Diremo solo, che riguardo alla numerazione^ « che è per cosi dire la 
radice dell'analisi di questa scienza » il Pagliani osserva come gene- 
ralmente essa sia trattata dagli autori con bastante semplicità e chia- 
rezza, ma limitatamente alla nostra numerazione decadica ; mentre 
con un accenno alle numerazioni di altri popoli e da un parallelo fra 
le medesime, i giovani potrebbero meglio conoscere i pregi e i vantaggi 
della numerazione portata a noi dagli arabi, animando forse qualche 
bell'ingegno alla scoperta di nuove ed utili verità o di metodi più sem- 
plici per arrivare a quelli già conosciuti. 

Nella Sezione IL (Aritmetica superiore, 
si vengono invece trattando: 

Delle proporzioni aritmetiche e geometriche, 

delle progressioni r> » 

della falsa posizione semplice e doppia, 

degl'interessi, 

degli adeguati d'interesse, di tempo e di resto; 

dei Vitalizi, 

delle Assicurazioni, 

dei conti di società e dei riparti, 

dei conti mercantili e particolarmente del cambio, 

delle potenze e delle radici dei numeri, 

dei Logaritmi. 
tt È volgare opinione — scrive Pagliani — che le scienze esatte 
siano infallibili; ciò sarebbe vero se l'uomo fosse diretto da loro, men- 
tre all'opposto esse vengono dirette dall'uomo, siccome strumenti delle 
sue operaziimi. Ninna meraviglia per tanto se l'abuso di certi prin- 
cipi per sé giustissimi possa condurlo in errore. - 

E perciò combatte l'abuso delle proporzioni, che sotto la forma 



della regola del tre, costituiscono per la generalità degli aritmetici la 
chiave di volta della massima parte delle questioni. 

Egli riconosce l'efficacia delle proporzioni nelle dimostrazioni della 
geometria sintetica o in altri quesiti nei quali però chi le usa sa di- 
stinguere quando sia il caso di adoperarle. Ma in mano al pratico é 
pericolosa, perchè non tutti i quesiti si possono risolvere per analogia 
di casi simili. 

Epperò, i principali inconvenienti cui dà luogo l' uso delle propor- 
zioni sono: 

V L'abbandono dell'analisi e l'uso materiale di formole preparate; 

2"* L'oscurità e la confusione nei principi delle diverse scienze fi- 
sico matematiche; 

S° La facilità, indotta dall'abitudine, di applicare le proporzioni 
a quesiti che non l'ammettono nei loro elementi, e quindi d'incorrere 
ciecamente nell'errore e nel paralogismo. 

Non si può insomma supporre gratuitamente una legge unica e 
costante fra le cause e gli effetti, che raramente si verifica; epperò é 
grave errore valersi delle proporzioni per risolvere profonde questioni 
di Economia, di Fisica, di Idraulica, di Geometria e di altre scienze. 

A dare un criterio del modo splendido con cui il Pagliani svolge 
queste ragioni, riproduciamo in appendice la confutazione di un que- 
sito proposto dal Padre Francesco Soave nella sua celebre Aritmetica 
riflettente la determinazione del prezzo del pane, volta che si conosca 
il prezzo del frumento. (1) 

Il Pagliani respinge inoltre le regole di falsa posizione semplice 
e doppia, siccome formole inconcepibili per l'Aritmetica senza il soc- 
corso dell' algebra, e perchè troppo complicate o dubbie o talvolta fal- 
laci; mentre invece esse dimostrano qual torto abbiano avuto i Mate- 
matici da Leonardo in poi, a non semplificare almeno ed estendere tali 
regole, rendendole atte alla soluzione di problemi a più incognite e 
principalmente di quelli ad un'incognita di grado superiore al primo, il 
che sarebbe stato di non poco giovamento alla scienza pel corso di più 
di sei secoli in cui si è retta quasi soltanto sulle regole stesse. 

Epperò il Pagliani, spiegando algebricamente la teoria delle false 
posizioni, dà nuove regole e le applica alla risoluzione delle equazioni 
a 2 e 3 incognite estendendosi in acute osservazioni sulla risoluzione 
delle equazioni numeriche col mezzo di false posizioni. 



-.•iiS 1 



(1) V. Appendice — Nota N. 5. 



132 



STORIA. DELLA. B.VOIONEIITA ITALIANA 



Viene quindi la teoria a^Vlnterem\ preceduta da una storia delle 
vicende de<rli interessi pres.so i varj popoli, ed una breve discussione sui 
principi len:islativi delle diverse nazioni, riguardo a tale maWia. 
^ « La teoria de^rl' Interessi - cosi scrive il Pagliani - alla quale 
s appoggiano tutti i Conti di merito e di sconto, i Conti scalari o di 
Uqmaazione, gli a^leguaii semplici e composti d'interesse e di tempo. 
Oli a, meati di credito e deWo vicendevole, i conti mercantili, di 
società e di locazione; questa teoria viene trattata in quasi tutti i Corsi 
di Aritmetica affatto praticamente, e quindi con tale estensione e con s'i 
minute particolarità, che per poco slam portati a credere costituir e^sa 
sola tutta intera la scienza, od almeno la parte più essenziale, e nel 
tempo stesso la più dinicile della medesima. » 

E critica la strana maniera di vedere di certi autori chi - ad 
isnuregh allievi nelle proporzioni -^ propongono loro questioni di m^ 
rito e di sconto prima ancora che gli allievi abbiano appreso che cosa 
siano merito e sconto. 

Osserva inoltre come la teoria degl'interessi e loro dipendenze non 
ros ituiscano già una parte integrante della scienza Aritmetica, ma sol- 
tanto le forniscano un soggette di più a' suoi calcoli. 

L'Aritmetica non è che la scienza dei numeri; essa li considera 
astrattamente e insegna a calcolarli nelle loro varie combinazioni. Siccome 
poi 1 Economia pubblica, l'Algebra, l'Astronomia, la Fisica, la Legge, la Me- 
dicina, presentano sempre nei loro rami speciali qualche soggette a calcoli 
numerici ne viene che questi rami (come la teoria degl'interessi) fanno 
parte dell Aritmetica in quanto ne sono un'applicazione do' suoi calcoli 
ma non di più. 

Non passeremo certo in disamina minutamente questocapitolo importan- 
tissimo ; diremo solo come dopo aver accennato all'importanza della teoria 
degl interessi; alle definizioni sconvenienti o inesatte date da molti del 
mento e dello sconto; rettificate le idee intorno al capitale, frutti, inte- 
resse; fatta la storia dei modi diversi di esprimere Tinteresse sul denaro- 
dimostrato come le questioni di sconto s'accomunano con quelle d'inte- 
resse; studiate le formolo generali per Tinteresse e lo sconte semplici e 
composti ; passati in rassegna vari soggetti di calcolo ai quali non può 
estendersi la legge che favorisce l'interesse semplice (1); viene vagliata la 

eaufvaf«n^T''" '""^^«"^^ ^'^ ««= '« ^^«^"«"^ '^^ ««^ ««^casi di stabilire la spesa annua 
eauivalente ad una spesa periodica; oppure l'annuo frutto corrispondente ad un frutto 
per.od.oo; U capitale di una pensione livellarla, ossia di un livello francabUerpeiet": 
temporaneo ocondutonato; il capitale corrispondente ad una spesa di n>anute^ion! 
annua oper.od.ca uniforme o variabile; la spesa periodica per la rinnovr^ioreT un 
manufatto - .^uest^oni tutte che si riferiscono alle formole di annualità, ritaUzi.peZt 



CAPITOLO OTTAVO 



133 



alsa opinione di certuni sulle specialità della forinola dell'interesse conti- 
nuo, e fornita invece la prova della sua generalità. Stigmatizzato "f^e 
1 uso di calcolare l'anno di 360 giorni e il mese di 30 Tnchrql lo di 

le mostruose conseguenze cui si arriva con detto errore 

IConU Correnti e Scalari sono trattati magistralmente, 
teresse ilT. r r'''' ''' "'^'^PP^icazione speciale dei calcoli d'in- 
ani L>i,"' '"'f " ^""^ ^^" ^'^^^ ^^^ "" ««^« ««odo razio- 
nale per la calcolazione degl'interessi in questi Conti- cioè l'interessa 

-niposto continuo, mentre tutti gli altri metodi non ^o o né i^^^^^^^^^ 
^Jimtt, danneggiando o il debitore o il creditore '^ 

rodi fin'"" ^r''^"' '^'''' '"' ^''''•''"°' ^^«'^^' «° q^^sìto coi vari me- 

rir oh! ''^^^^,.^r'''' coli' interesse composto continuo. Dal che 
pre luna aall altre^ e cioè: 

<ol conio scalare ordinario adottato da Gorini e altri 
" " " ìyroposto dal liag. Luigi Bariola e ' 

G. B, Dall'Olio. 
" secondo il metodo del liag. F. Villa 
" " « a merito doppio di divelli autori 

col tonto Corrente a interessi sospesi proposto da Enea 

March e dal P. Soave 
col Conto Corrente Commerciale ordinario a bilànci annali 
' " » « merilo doppio . 

" " » a frutto composto discreto . ' , .„„=« _„ 

u.entre col computo dell'interesse continuo, il residuo è costantemente 
qualunque s>a de' suddetti metodi quello ci,; si adopera, drL4C922- 

hell/r T""""" •"""■ "^'" "PO'-ta'-e tutto l'intero voIumTTnio 
bella, smagliante e quest'opera nell'acutezza delle osservazioni nel a 
lo,,ca delle critiche, nella sapienza delle riforme proposte ' 

Ma per l'mdole della nostra storia, credian,o di «.e ci dilungati 
ga troppo ; epperò a noi basterebbe che questi brevi cenn ne S 
servissero almeno, oltre che a mettere in evidenza 1' alto valore , 
un'opera disgraziatamente poco conosciuta, perchè forse e.IurTta a 
provocarne, come già augurammo, una ristampa ' 

Prima di chiudere questa rassegna bibliografica delle nrincirali 
opere aritmetiche venute in luce nella prima metà del n tro Z 
CI corre obbligo di segnalare gli «Elementi d' AritmeticaTrM. Boul: 



L. 47030.53 

" 46950.23 
" 46877.02 
" 47044.33 

" 46671.67 

" 46908.87 

•^ 46916.60 

" 46956.76 



Ili 

.'-■"'tifi 



134 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITAIIANA 



don, tradotti dal Rag, Francesco Villa (1839) opera veramente prege- 
vole e alla quale, le aggiunte del Villa diedero maggior importanza 
ancora, in quanto egli con alcune osservazioni, specialmente sull'uso delle 
proporzioni e con stuii pregevoli sui conti correnti ad interesse, pre 
cedette le acute e maggiori critiche del Pagliani. 

Né potremmo tacere dell' importante studio di O. Possenti « Sui 
Conti Correnti e scalari « (Milano 1840), né l'altro di Antonio Gcr- 
nevali (1840 Milano) : * L' interesse continuo, applicato alla risolu- 
zione delle varie indagini aritmetiche, senza bisogno di tavole pron- 
tuarie " 



49. — Una maggiore ampiezza venne prendendo il materiale del- 
l' Aritmetica mercantile nella seconda metà di questo secolo, con V in- 
troluzione dell'insegnamento professionale. 

I programmi relativi, avendo portato allo studio del pratico svol- 
gimento delle aziende, dei meccanismi di esse, dei titoli che vi si creano 
per funzioni interne, o di quelli indispensabili alle funzioni esterne 
delle aziende stesse, né potendo d'altra parte razionalmente compren- 
dersi r esame e lo studio di questi titoli nello studio dei metodi scrit^ 
turali, che costituiscono una materia ben diversa e a sé, né venne che 
accanto allo svolgimento del calcolo mercantile, s'introdusse la trat- 
tazione da un punto di vista pratico, e fino a un certo punto anche 
giuridico, di argomenti che (come direbbe ancor qui il Pagliani) col 
calcolo aritmetico hanno relazione solo in quanto forniscono ad esso 
un oggetto di più d'applicazione, ma che etfettivamente appartengono 
ad altri rami di scienza. 

Cosi per un esempio, se le Cambiali, i Warrants, le Polizze di pe- 
gno, possono dar occasione a conteggi d' interessi e di sconto ; se i ti- 
toli del debito pubblico possono portare a calcolazione di ratei, o a 
computi per capitalizzazione di rendita; se le fatture, le bolle di do- 
gana e dazio, le lettere di porto, sono elementi necessari alla calcola- 
zione dei prezzi correnti; se le monete oltre ai ragguagli di valore, 
ponno dar luogo a computi per determinare le parità monetarie e via 
dicendo- non v'ha chi non veda come Cambiali, Warrants, Polizze, ti- 
toli pubblici e privati, bolle di dogana e dazio, monete ecc. quando si 
considerino indipendentemeutt» da tali computi, sono argomenti o di Di- 
ritto, d' Economia o di Amministrazione. 

Ma siccome la natura dell'insegnamento professionale e i criteri 
con cui ne furono formulati i programmi non davano, per le classi in- 



CAPITOLO OTTAVO 



135 



feriori, possibilità di sviluppo all'insegnamento di queste scienze, le 
quali d'altronde s'addattano solo alla mente dei giovani piti avanti ne- 
gli studi, cosi fu mestieri, per necessità didattiche comprendere negli 
stessi testi di Aritmetica mercantile la trattazione anche di quei titoli, 
considerandoli elementarmente nelle loro funzioni, in rapporto allo svol- 
gersi delle aziende. Ed ecco perchè nella seconda metà di questo secolo 
vediamo apparire trattati e compendi d'Aritmetica di un genere nuovo 
non mai riscontrato in nessuna pubblicazione precedente. 

Ebbe il suo periodo di grande diffusione e diremmo quasi di 
celebrità nel genere, il « Trattato di Contabilità " di Queirolo Leojyolo'o 
professore di Computisteria nelle scuole tecniche di Savona e regio li- 
quidatore, stampatosi a Torino nel 1862. (1) 

Né meno celebri furono gli ^ Elementi di Computisteria » ad u^o 
dei giovani Commercianti e degl'Istituti tecnici del Etgno, compilati 
secondo il programma ufficiale •' di Parmetler Filippo (Torino 1868); 
né l'altro - Trattato di Contabilità ad uso delle scuole Igieniche e de- 
gli Istituti di Commercio e d'Industria » di G. G. Garnier (Torino 1863). 

É appunto con questo nuovo genere di letteratura computistica, che 
noi troviamo assai propria la denominazione datagli di Computisteria-^ 
nome che — a giudicare da tutta la discussione fattagli attorno da 
«luegli stessi che l'adoperarono, se cioè con esso debbasi intendere tutta 
la Ragioneria, o parte di essa, o la sola Aritmetica mercantile — par- 
rebbe essere venuta fuori a caso, senza un criterio giusto del perchè 
lo si adoperava. 

Ed infatti, che cosa è questa Computisteria^ 

Aritmetica no, perche questa è soltanto scienza dei numeri; arit- 
metica mercantile neppure, perchè questa è una specializzazione della 
scienza dei numeri; è l'applicazione pura e semplice del calcolo ai bi- 
sogni aziendali. 

La Computisteria invece, unitamente a quest'applicazione, studia e 



(1) Questo trattato si divide in tre parti : 

Nella I sono date le generalità del Commercio e dei sistema monetario, della natura 
e origine del cambio, prestiti e fondi pubblici, definizioni della tenuta dei libri di com- 
mercio, dei conti correnti; generalità, metodo e specie nella contabilità di un proprie- 
tario o cittadino qualunque. 

Nella II trattasi analiticamente tanto della parte teorica che di quella pratica della 
contabilitii, quindi del linguaggio del commercio, dell'aritmetica commerciale, ilei conti 
correnti a interesse e d*una esposizione generale di contabilità. 

Nella III completasi il corso degli studi commerciali; trattasi del sistema di nume- 
razione dei vari Stati d'Europa, sistema monetario, fondi pubblici di Stati esteri, arbitrati 
mercantili e di banca, conteggi delle operazioni di borsa. 



136 



STORIA DELLA BAGIONKBIA ITALIANA 



spiega la natura e le funzioni ilei titoli che danno nuteria di calcolo 
alla vita delle aziende e ciò indipendentemente dalla tenuta dei libri, 
che è altra cosa. 

Essa pertanto è un ramo essenziale, una parte integrante 
della Ragioneria, né una tale sotto-distinzione può pregiudicare l'unità 
scientifica della Ragioneria, perchè allora anche l'unità della scienza 
medica — per un esempio — sarebbe vulnerata dalle sue specializ- 
zazioni in ostetricia, ginecologia, ortopedia, ecc. 

Tutto questo è avvenuto nel campo scientifico o nel didattico. 
Ma — e nella pratica — a qual punto siamo? Se noi consideriamo 
i progressi avvenuti nel campo professionale della ragioneria, per ciò 
che ha attinenza col calcolo, e Gfiudichiamo dalla specializzazione di esso 
in base a lavori importantissimi o studi dotti e coscienziosi apparsi in 
questi ultimi tempi, dovremmo ritenere che anche nella pratica si è fatto 
un gran passo avanti. 

liO questioni dei Conti Correnii a interensCy furono marristralmento 
evolte e studiate da G. A. OaA^azzeni, E. Rosina, A. De Angelis, K. Ga- 
gliardi, G. Balestrèri, P", Besta, Mich. Riva, A. Tonzig, li. Caro, G. Mer- 
candino, F. Setti, e da altri valenti professori o professionisti. Le que- 
.*;tioni relatiA^c hWwi ergesse, 2i\\o sconio, alle «nww«//tò, ebbero pregevo- 
lissime discussioni di G. Balestrieri, C. Gorini, R.Igi, F. Barbieri, G. Nava, 
U. Meldolesi, A. Magagnino, A. De Angelis. Il Besta ancora trattò parti- 
colarmente della valutazio^ie di debiti e credili frutti fc^^\ e sul cal- 
colo per V ammortizzazione delle spese di prituo inìjnanto, trattò fino 
dal 1878 il Comm. r.ius. Gasbarri combattendo l' uso di dividere tali spese 
in tante parti eguali quanti sono gli esercizi sui quali devono gravane 
e proix)nen(lo invece di calcolare l'annualità che in quel dato numero 
di esercizi, ricostituisce co' suoi frutti una somma eguale all'importo to- 
tale da ammortizzarsi. 

E pel calcolo del deperimento de^mohili trattarono F. Balestrieri, 
V. Armuzzi, F. Lucca, G. Balduini. 

11 Rag. Vittorio Sterza tratta assai bene sulla Valutazione delle 
case; il prof. Carlo Lainati s'occupa della Calcolazimie dei ratei di 
reìidita nei riparati di eì^edità ; V. Armuzzi, della Valutazione delle 
prestazioni perpetue dovute a cor^n morali; R. Igi della Fcrrmazione 
di piani d' aw^mortizzazìone ; V. Campi del Canonie, del ceoiso e loì^n 
affrancazioni a ferina di legge; mentre Achille Sanguinetti, Carlo Ro- 
sati, C. Ducei. C. Zenoni, discutono e danno norme per il computo de- 
gV interessi nelle situazioni ìnensili bancarie. 

Basta insomma dare una passata ai vari periodici di Ragioneria ve- 



CAPITOLO OTTAVO 



13' 



nuti m luce negli ultimi anni, per vedere come il calcolo, considerato 
<^ome elemento di controllo economico, ebbe uno sviluppo ragguardevole 
e quale non avrebbe potuto raggiungere senza un correlativo pro-resso 
scientifico nell' Aritmetica. 

49. — Ma neir applicazione viva del mondo aziendale, quali nro- 
j?ressi troviamo? 

Diciamolo subito. Qui s' ignorano completamante e quasi general- 
mente tutti questi progressi. 

Dovremmo noi ora esaminare partitamente tutti gli usi ed abusi 
computistici che si perpetrano nella pratica? 

Troppo lungo sarebbe l' esame, né addicentesi all' indole del presente 
lavoro. Ma non possiamo non fermarci ad alcune considerazioni su-li 
abusi che SI commettono nelle due più frequenti e generalissimo opera- 
zioni mercantili e bancarie ; l' interesse e lo sconto. 

Il primo abuso è nel computo dei giorni dell' anno. L' uso commer- 
ciale calcola r anno di 360 giorni, ossia di 30 giorni il mese. 

Ora, tale differenza di computo fra il numero vero dei giorni (36.5) 
e^ quello d' uso (360) porta già a una differenza nel computo del frutto. 

Nella pratica, 1' errore vien mantenuto sotto le sembianze di un pro- 
cedimento più esatto. É risaputo infatti che per brevità di conte-i 
s impiegano nelle operazioni i così detti Divisori fìssi, i quali soij'il 
quoziente di .36.500 e 36000 (cioè l'anno civile e commerciale X lOOj di- 
^ ISO r)er il tasso : ne viene che o.gni tasso ha due divisori fìssi. Quello 
corrispondente all' anno civile (che è il maggiore; e quello corrispon- 
dente ali anno commerciale (che é il minore). 

Che si fa nella pratica? 

Si calcolano i giorni esattamente, secondo l' anno civile, (e qui sta 
la parvenza dell'esattezza); ma poi si divide pel divisore fisso commer- 
ciale cioè pel divisore minore per ottenere un quoziente maggiore. 

Ne SI creda che P errore vada a vantaggio di chi intasca questo 
frutto, l.ensi a carico di chi deve pagarlo; giacché per una pratica an- 
cor piu vergognosa, la formola dell' interesse viene adoperata per la de- 
terminazione dello sconto. 



(l) Infatti X due frutti^ calcolati in base a 365 e 360 giorni stanno fra loro come .365 a :J..0 
[mi '''^ «°°^« '3 a 72 (^^jquindi con una differenza di L 1. ogni 72 di capitale. 
Se dunque 72 : 1 = loo : :,, da cui x = 1.389 



138 



STORIA. DELLA BiGIONEBIA ITAIJAKA 



E questo è il secondo abuso j^eneralissimo, Banche comprese. 

Come viene insegnato in tutti i trattati di computisteria, per scon- 
tare un Capitale si deve, non pia trovare qual'è l'interesse maturabile 
dal giorno dell* operazione a quello della scadenza, per prelevarlo dal 
Capitale stesso, bensì determinare quel capitale che impiegato a quel 
dato interesse per quel da{o tempo, riproduca il Capitale da scontare. 

L' assurdità dell' uso è quindi evidente ; tanto evidente, che se per 
un esempio, conteggiasi in tal modo, sotto lo samto del 6 "/„ il valore at- 
tuale di un Capitale di L. 10000 esigibile fra 20 anni, arrivasi a questo 
risultato : 



10000 X ^> X '20 
100 



12000 



il che vuol dire, che il cedente oltre che cedere il Capitale, dovrebbe pa- 
gare anche L. 2000 al cessionario. 

Applicando invece la formola che viene Insegnata per lo sconto ra- 
zionale, avremmo : 

10000 



1 -f () X 20 
100 



L. 4545,65(1) 



Ci pare quindi, che fra il dover pagare L. 2000, ed esigerne 4545,65, la 
dilTerenza sia piuttosto sensibile I 

Né valga 1* osservare che in pratica, tali differenze diventano quasi 
insensibili, giacché generalmente si opera su cifre relativamente piccole 
e non per lunga serie d' anni, ma per fnizione d' anno. 

Noi risponderemmo, che ì' sul complesso degli affari da cui risulta 
un illecito lucro, talvolta non indifferente. 

E valga il vero. 

(ìli abusi computistici nello Banche non sono pochi. 

Qui, come si disse, per gli sconH si segue l'applicazione della formola 



(1) La formola dello sconto razionale è facilmente ricavabile da questa proporzione: 
100 + tassa X tempo : 100 — Capitale nominale : Capitale reale, 
da cui 

_ G ap, nom. X 100 
Gap. reale - ^qq ^ tassa X tempo 

f moltiplicando per 100 tanto il numeratore che il denominatore di questa fraziono, si ha! 

Capitale nomi nale 
Capitale reale = ~~1 + t assa X tempo 

100 

Il rag. Emilio Marina di Genova trovò anche questa formola per lo sconto razionale, 

assai semplice e facile: S = ^f^^^f" ^ - , f ' 1» quale presenta la stessa rapidità della 

^ aìv. nsso -\— tempo 

formola solita per lo sconto commerciale, mentre conduce allo stesso risultato dello 
sconto razionale, 



CAPITOLO OTTAVO 



139 



dell'interesse, anziché quelle dello sconto razionale; e l'applicazione si 
fa generalmente coli' aggravante della sopraccennata gherminella di cal- 
colare il tempo in base all'anno civile, adoperando poi il divisor fìsso 
dall'anno commerciale. 

Qui generalmente l'anno civile, lo si fa diventare di .366 giorni, anche 
se non è bisestile, perchè si calcola pure il giorno in cui si fa l'opera- 
zione. 

Qui finalmente la cifra di trattenuta per sconto si usa arrotondarla, 
sempre aumentandola, ne mai diminuendola; e tale arrotondamento, quand"é 
I)iccolo, importa sempre un aumento di Cent. 10. 

Supponiamo ora (per stare ad un caso normalissimo) che una Banca 
sconti .30000 effetti al 6% in un anno, d'una media di L. 800 l'uno 
cioè 24.000.000 di lire, ossia 2 milioni al mese. Noi osserviamo, dal se- 
guente calcolo approssimativo, che con tali abusi, questa Banca percepi- 
sce circa 24.000 lire di più dall'equo in un anno, cioè T l^/o sul capitale 
impiegato. Infatti: 

24.000.000 X 365 

60^0 = I.].460.00n_ 

mentre col Div. fìsso giusto, si ha: • 
24.000.000 X 365 

quindi in più L. 16.712. — 

Ma come si disse, viene calcolato anche il giorno 
in cui si fa l'operazione; dunque L. 24 milioni al 6yo 

per un giorno danno altre 4.000. — 

e se vi aggiungiamo gli arrotondamenti di cifra, che 
vogliam calcolare in un niinimiim di Cent. 10 per 

ogni ofTetto, su 30 mila effetti sono 3.000. — 

quindi in totale L 23.712. 

E se teniamo conto, che in una Banca l'impiego dei capitali in ope- 
l'azioni di sconto avviene per la maggior parte con giro assiduo di tre 
in tre mesi, e per la parte minore di 4 in 4, e di 6 in 6 al massimo, 
sicché v'c la maggiore produttività del reimpiego anche degl'interessi 
riscossi sotto forma di sconto nel modo anzidetto, per due, tre e quat- 
tro volte in un anno, si capaciterà chiunque che la cifra di utile abu- 
sivo supera di molto quella da noi calcolata. 

Né si dica, che tale abuso è giustificato dalle molte spese inerenti 
alle operazioni di sconto (cancelleria, stampati, ecc) né dalla perdita d'in- 
teressi causata dai due giorni di sofferenza accordati dalla legge al pa- 



140 



STORIA DELIA RAOIONKRIA ITALIANA 



v'amento delle cambiali, dopo la loro scadenza; jriacchè <• risaputo che 
^-eneralmeiite le Banche esijrono anche una provvij?ione (L. 0,2.") a L. 0,50; 
|)er ofjrni effetto che scontano, la quale compensa ad usura d'ogni spesa 
possibile. 

Ch9 se poi si tien calcolo d' un altro abuso, che va introducendosi, 
quello cioè d'esinfore una tassa per accordare la prolungazione del pa- 
lpamento al secondo nriorno dopo la scadenza della cambiale, d'uopo è 
concludere che l'abuso computistico sopraccennato non è friustificato in 
alcuna guisa. 

K tutto ciò, volendo limitarci agli sconti; che, altri usi ed abusi de- 
j)lorevolissimi si verificano pei Conti Correnti e Depositi fruttiferi. 

Ad ogni modo, i dirmi si esigono, ma non è nò giusto, né decoroso 
ìn^ lecito, pretenderli sotto forma di errore materialissimo. 

E se — come disse Alessandro Manzoni — il ritorno dall'errore al- 
l'ignoranza è un progresso — voi tutti, o studiosi, che avete lavora U) 
e scritto per il trionfo del vero e del giusto, stracciate i vostri lavori, 
nascondete i vostri libri, e ben vengano ancora i metodi di Paciolo, di 
Cardano, di Sfortunati, di Caligai. 

Non sarà un ritorno all'ign»ranzn, ma almeno non sarà neppure il 
trionfo della materialità, rlell' opportunità, dell'empirismo, che oggi — 
coi mille ragionieri da burla che bazzicano nelle aziende — si sosti- 
tuiscono facilmente ai metodi razionali ed equi. 

Né ci si venga a dire, che sradicare questi orrori, (Mitrati ormai 
nelle consuetudini generali, o tniscinantisi per tradizione di padre in figlio 
da chi sa quanto t^mpo, è cosa impossibile: o che gli usi e le consuetu- 
dini hanno più forza e stanno al disopra perline della legge. 

No — questa è una riguardosa attenzione molto ipocrita, perchè non 
è già che si abbia per consuetudine che dispiace di disturbare; bensì per- 
chè va a vantaggio solo di chi più ne ha (e sono i meno] ed a scapito 
di chi ne ha meno (e sono i più). 

Oh come va. che la Cambiale, questo prezioso strumento commer- 
<iale, nata coli' uso, estesasi coll'uso e che con l'uso e la consuetudine 
si era da s(» stessa formata perfino una natura giuridica sua propria, in 
seguito consacrata anche nei codici, non si è avuto poi alcun timore in 
alcuni paesi, a perfezionarla cambiandole la natura giuridica sua tradi- 
zionale e torturandola anche con mille prescrizioni fiscali? eppure essa 
va, corre, si estende egualmente, tanto che non si direbbe nemmeno piii 
ì-istretta ai soli bisogni commerciali, ma divenuta anche uno strumentf» 
jiolitico, più che prediletto, sacro a Ministri e Deputati. 



CAPITOLO OTTAVO 



141 



K se SI e potuto perfezionare la cambiale, passando sopra a usi e con- 
suetudini perche dev'essere impossibile perfezionare la pratica funzione 
del calcolo nello svolgimento naturale degli affari, nella vita del mondo 
aziendale ? 

II perchè è uno solo : perchè se è giusta e logica la libertà del commei^ 
ciò, altrettanto e ingiusta e illogica la libertà che si concede al commer- 
ciante nei mezzi per conseguire certi fini. 

,^;'"!.'''TÌr ^ ^"''^' ^^"'^ immorali e vergognosi, perchè in gran 
parte figli dell ignoranza, (in questo secolo detto dei /.^r../]j è necessario 
anzitufto la produzione di buoni ragionieri, non manipolati in pochi anni 
d Istituto tecnico, ma uscenti fuori da un corso completo di studi supe- 
riori, ta che, e^si possano trovare un posto conveniente per importanza 
e consi.lerazione, nella famiglia delle professioni liberali. 

Oggi, che una legge barbina obbliga il Commerciante alla tenuta di 
determinati libri, ma non alla tenuta di un ragioniere - precisamento 
come se obbligasse un ammalato a prendere medicine per qualsiasi 
malattia senza fargli obbligo di ricorrere al consiglio d'un medico - oggi 
diciamo, ancora e molto di sovente accade eh' è il ragioniere quello che 
- come suol dirsi - deve legar l'asino dove vuole il padrone, anche 
in fatto di Contabilità; e il padrone bene spesso, se è un bravo affarista 
e un altrettanto ignorante Contabile. Ma il ragioniere deve adattarsi' 
perclK. ne va dimezzo il magro stipendio, già inferiore a quello del Cas^ 
siere, del Segretario, del Piazzista, ch'è tutto dire! 

Per quei Consigli d'Amministrazione, che talvolta fanno perfino dei 
Regolamenti interni di Contabilità, senza neppur sentire il ragioniere- 
per quei Principali, che con una disinvoltura da grandi Economisti si 
mettono a tavolino a determinare certi prezzi, con criteri da far arros- 
sire 1 empirico più spudorato, e più che necessaria una riforma legislativa 
m senso logico e razionale e siffatta che - pur lasciando loro la libertà 
amnmiistrativa - siano però vincolati all'opera di persone competenti . 
m CIÒ che riguarda la valutazione tecnica di quanto si connette alla pri- 
vata proprietà del commerciante; che, se è sua e l'interessa, non altri- 
menti interessa i terzi - per quanto hanno seco lui rapporti diretti - 
e la società tutta, in quanto dal complesso di tutti i buoni o cattivi or- 
dinamenti amministrativi, dipendono le sorti dell' ordinamento economico 
sociale. 









si* 






Appendice Parte 1 



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"W^ 



NOTA fi. 1 



NUMERAZIONI ANTICHE 



E"bi"aica (1). (Vedi a pagina 24) 
Le prime nove lettere dell'alfabeto rappresentavano le unità : 

« :) j ì n ì r ^ o 

1 2345678 9 

1p altre nove seguenti, rappresentavano le decine : 

10 20 30 40 50 60 70 80 90 
(^ le ultime nove, le centinaia : 

100 200 300 400 500 600 700 800 900 
Olilnos© (2). (Vedi a pagina 25) 
Le prime dieci cifre erano : 

^ J=^ cE:. \!^^ K^ /O^L -p 

1 2 34 5 6789 10 



'i 



(l) Dal Corso dL u Aritmetica analitica n di C. Pagliani e C. Arn»> — Modena 1842. 
V2) Dall' '■Histoire dep sciences mathem. r di G. libri - Paris 1840. 



146 



STORIA DELLA RAGIONEBIA ITALIANA 



e si cominciò con lo scrivere, per esempio : 



ì 



10 ^i 



per 20 



10 -J- ( per 43 






poi, in seguito, si tralasciò il se<rno + (,lieci) quando la scrittura <ìel 
numero non poteva creare dubbi. Cosi : 



yl^ì.: 






per 43 



) 



per oo 



Per scrivere i numeri 11. 12. 13. 21. 22. 32. 111. 122. ecc. che senza 
l'interpolazione del segno + (dieci; avrebbero creato equivoci, s'introdus- 
sero rette orizzontali o verticali. 

Greca (Vedi a pagina 25) 

* 

I Greci, prima di adoperare il loro alfabeto nel modo che abbiamo 
spiegato, ebbero un altro metodo, assai più antico, per scrivere i numeri; 
metodo esplicativo del primiero sistema pen tenario. 

Adoperarono cioè le seguenti lettere : 

I n A H \ M 

1 5 10 100 1000 10000 

?s pente deca ecaton ckilia miria 

Questi numeri, tranne il pente, s'ingrandivano o col l'aggiunta degli 
altri, o con la moltiplicazione per /jf???/^?, la quale s'indicava racchiudendo 
il numero entro il segno pente (il). 

Così: 

]a[ \\\[ ]xl 1m[ 

50 500 .5000 50000 

e per scrivere il numero 1842, facevasi : 

X 1II[ inni \\\ ]\ 

che si leggeva : 

chilm nctosasia tessemconta duo. 



APPENDICE PARTE PRIMA 



141 



OPenicia (Vedi a pagina 37) 



/ 


1 


I/IAJ 


23 


// 


2 


/II/ A/ 


24 


/// 


3 


///// A/ 


25 


//// 


4 


— A/ 


30 


///// 


/VA/ 


40 


////// 


6 


^ A/A/ 


50 


/////// 


7 


A/A/A^ 


60 


//////// 


8 


— /\//\/A/ 


70 


nini/ Il 


9 


A//VA/A/ 


80 


/-/- 


10 


^/\//VA//V 


90 


/— 


11 


A»/7\/7//// 




// 


12 


r'ns/i/p/fii 


1 _ - 


///— 


13 


/^//''^/^//H ^ ^'"^^ 


ìli/ ^ 


14 


A/'-'/ r/ 




///// «. 


15 


/yn 200 


111/1/ ^ 16 


///// 300 


/////// — 


17 


////// 


400 


//////// 


18 


A///// 


500 


///////// _ 


19 


/*////// 


600 


A/A/ J\/ N ) 


A/////// 700 


/J//////// 


800 


lA/ 


21 


/J//I////// 


900 


//A/ 


22 


/////////-^A/A/A/AZ/J////////// 


1000 



Questa tavola l'abbiamo tolta dall'Enciclopedia Metropolitana (inchiese) 
alla voce « Aritmetica ». 












148 



STOMA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



Ar*at>ica {Vedi a pagina 37) 

Ecco come s'incominciarono a scrivere, o come furono scritte, da 
primi aritmetici, le cifre arabiche : 



5 6 7 8 



Arabe fdopo Cristo) 
Persiani ( » » ) 

iMbonacci (1202) 

Sacrobosco (1250) 
Planudio (1327) 



/ 
/ 
/ 
/ 
/ 



2 3 4 

jj fAJ %Af U \/ A 

U uj ^ i\ \/ '\ 



y /^ s 



< 



6 

6 



s V 



7 
V 



8 
S 



9 

9 





• 


JO 






In Gerberto, le nove cifre sono così scritte: 



/^^5fL<V,8T. r^ 



fi 



s 



(I 



1 2 3 4 5 

<• (li'-evansi per ordine 

i(l1n, andrns, ormis» arbaSy quinas^ calcus» zetiis, 
iìicmcnlas, celentis, vola. 

Questa tavola 1' abbiamo tolta dal Compendio d' Ai'ilmetica di 
<iiovanni Luvini, il quale a sua volta la tolse dal Santo Storico 
dell' Aritììiet tea del Cav. Martines (Messina 1855). 



<i<^\v^ 



riota ^l. 2 

fVedi a pagina 60 J 



LE "REGOLUZZE,, DI MASTRO DELL'ABBACO (1) 



1. Se vuoigli rilevare molte figure e ongnì tre farsi uno punt(ì 
chominciando dalla parte ritta inverso la mancha eppoi dirai tante volte 
milgliaia quanti sono li punti dinanzi. 

2. Se vuoigli mul. numeri chabino zei-i mul. le loro figure e ponvi 
tutti quelgli zeri dinanzi. 

3. Se mul. dicine per dicine fanno centinaia e dicìne ne centinaia 
fanno milgliaia e centinaia ne centinaia fanno decine di migliaia. 

4. Se vuoigli fare racholti di svariati numeri ponvi il numero luno 
sotto laltro sicché le figure venghino poi dari della mano diritta. 

5. Se vuoigli subito mult. in 10 poni un zero dinanzi esse, per 20 
mult. per 2 e poni il zero dinanzi esse, per 30 mult. per 3 e poni il 
zero dinanzi. 

6. Se vuoigli partire in 10. subito, leva la prima figura e parti in 
2, esse vuoigli partire in 30. leva la prima figura e parti in 3. e poni 
il zero dinanzi. 

7. Se vuoigli partire le lib. in 100 sappi che delluna lib, ne viene 
d. 2 e 5 e delle 2 ne viene d. 4 | e delle lib. 3. ne viene 7 - e delle 

3 '^ 

lib. 4. ne viene di 9 ^ et dongni lib. 5 ne viene S. uno. 

8. Se vuoigli partire in 100 parti tanti S. in 5. il rimanente quelle 
sono lib. 

9. Se vuoigli rechare le lib. a S. radoppia quello numero e poni 
uno zero. 



(1) Sono cosi riprodotte da O. Libri, ohe le tolse da un manosciitto anonimo composto 
a Firenze verso la metà del I40 secolo. 



150 



STORIA DELLA BAGIONEBIA ITALIANA 



10. Se vuoljxli recare li S. a lib. mult. il numero della mano ritta 

11. Sappi che ojmi rotto si scrive chon 2 numeri il mvnore sti 

13. se yuolfrii rafrinn-nere 2. rotti in/ÌIzati mnlt. il dinominalo ,lel 
secun,lo ,>er la dinominante del primo e .iun,^i il dinon,inato t m , 
e^servao per dinominato eppoi nmlt. Inno dinominante contro al a "o 
esservalo per dinominante. 

14. Se vuolfrli fare pil.^iamento de rotti mnlt. la quantità per lo 
dinominato e parte per lo dinominante. 

al auttinT'""-"""'^- '■""° '''^ '-«""mult-li Jinominati Inno chontro 
ai altro elli dinommanti similmente. 

chon!^ !ti T'""- "'"T""" ^ "■""' '""'"" ■"'"• " '«""minato delluno 
chontro ali dmommante dellaltro e <>ìungni insieme e parte per la m«l- 

t.p. cagione delhmo dinominante contro alatroedaquesLperasi dir^a 
Il trarre e partire di due rotti. ' 

nonvli^" ^-"Olsli chalch,Uare ci,«, fare rajr. di vendita o di chompera 
mraue"u r "^T '' "" P"^"'" «i'a simile sotto la simile eppoi 
che'neT'ctnt ~ ''' '''""''' ''' ^''^ ' ^^^^ "^ '« --o 

per l'etn; r^^recr " '' ' ^""'^'^ "^^ '^ -'• 

t.J:-|aL:"""- " '• ''^"" •"'• •' " '''' ^' '■ "~ 1-'e ""• 

20. Se mult. le lib. che vale il chonfmo per ."ì. e parti per .",. «sdiranno 
quanti d. toccha alla metadella. "-Hiranno 

rannf le'rl 'J^^n SJr '^^"'^ ''' "^ " "^^ ^^ ^^ "-- 
alla 1!:^:: "^'^ "'^ "'=''-'--"»■"• 1-^2 usciranno quanti d. toccha 

in chon^na' '' ""' '"' " '"'*"'""" P"'"" '" ^- "«="-^"<' /•- <=»'« vaie 

i d. !h/si;i\fi:::: i^s?^- ■"'■"• •^^ ^- ^ -" - «• •— 

o« !*"n- !: ^' ''"°" '■*^''*™ ^ ^- ""' ?«■• "• « P-irti per 4. 
26. Selh /: „. vuoh recharo «. /; mult. per 4. e parti per 9. 



APPENDICE PASTE PBIMA 



151 



27. Se parti per .5.1e lib. che toccha lanno al. 100. usciranno il ./ 
che toccha alla lib. il mese 

28. Selli d. che toccha alla lib. il mese mult. per .5. arerai le lib. 
che toccha lanno al centinaio. 

29. Se r. a. vuoigli recare a. p. mult. per 10. e parti per 3. 
.«I. Se r. a. vuolpli rechare a. j). mult. 3. e parti per 10 

31 Sappi che tante lib. quante vale il loo della lana tanti d. val- 
Shono le 5. once e tanti s. per le .5. lib. 

».'ira'?;to™o"""' '^"'''"'^ ''"" '*"■"'"'' '''"■ ^- * P^""" !«■• 7- arai quanto 

33. Se vuoigli ra?iunn:nere gli muneri ches.ono da 1 insino innal- 
chuno numero giunoni 1. sopra esso e mult. per la -,' desso. 

■H. Selh s. che vale&se lo staioro della terra partirai per 2 usci- 
ranne quanti toccha d. quadro. 

35. Sellanpieza dun pozo mult. per se medesimo epoi per la profou- 
dita epoi per 4. usciranno quanti barili tiene 

36. Se vuoi mult. alchuno numero > per se medeshno mult. quello 
numero e anche senpre -J- 

suo ^H^ ''"'"^" ■■"!'"■ ''''^''""° """'"■'' '^"o P^-- 'a <linominante del 
suo rotto e mnm .1 dinominato eppoi mul. luna somma chontra laltra 
e parti per li dinominanti. 

38. Se vuoigli partire alcuna quantità per numero sano e rotto mult 
quello numero per lo dinominante e agiungni il dinominato e sarà ii 
partitore eppoi mult. quella quantità nel dinominante 

39. Se vuoigli partire rotto per intero mult. lontero per la dinomi- 
nante e acchoncialo chon quello dinominato. 

40 Se avessi a partire per alcuno numero chomposto o numero rine- 
i^ante parti per le sue pieghe ella prima e quella chessi pone daX 

42* Se rj'r ' ^f """ '*■'* ''"PP"' '^"' "■"^''*"^ ^ ''*'•« «^hapo danno. 
42 Se vuoigli ritrovale in che feria entra chalendl di funaio 

mult'trlf'pTn '""'"' *"" """ '""'"'° P"'""'''" '" '»• " ""unente 
mult. per 11 e della soma gitterai le dentine avrai la patta di ouel- 
lanno e sappi che ongni anno nesce 11. l » ai quei 

^ara t inS.^'d' '"'"f ""'" ' '^"""" "'"'''''' ^' ^^ " "«anente 
saia la indizione di quellanno e ongnanno si muta a di 24 settembre. 

4o. Se piungn. la patta el numero de mesi di marzo e quelli di del 
mese aria la etade della luna. ^ ®' 



152 



STORIA. DELLA EAGIONEBIA ITALIANA 



46. Se vuol^iì trarre im numero dun altro alluogho il minore sotto 
il maggiore eppoi trai ciaschuna figura disotto di ciaschuno disopra 
chomminciando dalla parte dritta e quando la figura disotto e maggioro 
agiungni a quella di sopra una diciiia e dalla figura disotto giungni uno. 

47. Se vuoigli trovare la prossimana radice daluno numero trai il 
prossimano quadrato del detto numero e il rimanente parti per lo doppio 
della radice del quadrato. 

48. Se mult. ciascuno de lati della H quadra i)er se medesimo e 
agiungni insieme la radice della somma sarà la chosa. 

49. Se vuoigli sapere la capacita della botte pilglia la sua alteza e 
lungheza chonuno ^ di bra eppoi agiungni al alteza i^ e mult, per se 
medesimo eppoi nella lunghezza eppoi per 8. e parti in 13. usciranne 
quanti quarti di vino tiene la botte e 10. quarti 1» barile. 

50. Se vuoigli sapere in che dì entra ciascuno mese piglia il suo 
rigolare e ponvi su il conchorrente dellanno e del mese e in quello di 
entra quello mese chettu vuoi sapere. 

51. Se vuoi trovare il chonchorrente dellanno giungni sopra gli anni 
domini il quarto eppoi parte per sette e quello chetti rimane Siene il suo 
chonchorrente. 

52. Se vuoigli sapere qua sono 1 regolari echolgli qui e voglionsi 
inparare a mente. 

marzo 5. lulglio 5.1 

aprile 1. aghosto .5.4 

maggio :\ settenbre 7.7 

(). ottobre 2 



gumgno 



novenbre 
dicenbre 
gennaio 
febraio 



7 
3 

() 




NOTA fi. 3 

rved? rag, 76j 



I « CAMBI -n SPIEGATI DAL PACIOLO 

f Dalla Sumrna de Aritmetica, Proportioni, et Proim'tionaliiòJ 



« Cambio non voi dir altro se non to et dà qua: cioè togli 

«la me questo et dame tu quest'altro. Et questo atto se costuma fare in 
quattro modi. Kl perche dico le specie di cambi essere quattro. L'una ditta 
cambio menuto, over comune, l'altra cambio reale, la terza cambio secco, 
la quarta cambio fittiiìo. Cambio minuto over comune, è quello che a 
la giornata in ciascuna terra famosa maxime se usa, et ancora in su le 
fiere e mercati publici, in dare una moneta per l'altra, overo uno oro per 

moneta et converso El secondo si ha ditto cambio reale. Et questo è 

quello che è veramente 1' acqua della nave mercantescha, perchè senza 

lui sarebbe quasi impossibile ben trafficare Et costumase fare per 

lire, che sono chiamate letere de cambio* Et intendese sempre che la le- 
tera vada a le parti , dove se drizza , o Londra o Bruggia , o Anversa 
overo Lion etc. Et chel pagamento segua secondo suo tenore et termino... 
1494 a di 9 Agosto in Vinetia. 

Pagate per questa prima nostra 

a Lodovico de Francesco da Fabriano et compagni 

once cento d'oro napoletane in su la 

proxima fiera de Fuligni per la valuta 

d'altretanti ricevuti qui dal magnifico 

homo miser Donato da Legge, quondam 

miser Priamo, et ponete per noi. Idio 

da mal ve guardi. 

V'ostro Paganino de Paganini da Brescia. 
Et sulla soprascritta da fare se dice in questo modo : Domino Alphano 



154 



STOBIA DELLA B4GI0NEBIA ITALIANA 



t,tt ,T^!^ '" '''"'"""• - ^■*- ^'"'^^ >'-' «>Prascripta subito 
de fare a p.ede la terra et suo segno La torma de le quali letere al 

TJZtT'TT" ""■"" " ^''^ ^' '' <" '""-i-oetluo^o do^^ 
. sarà et isotto el nome tuo, et di fare in la soprascritta el nome a chi 
la va. Rt dicese per questa prima, et poi non sondo seguito el pagamento 
per la d.tta prima farai l'altra seconda, dicendo per questa 2- "t 
pnma pagato non havete. Kt cosi rescrivendone tu pi(, altre sempre '^ 
phca le passate, ac.6 per uno non seguissero più pagamenti. El perchè 
nota che sempre ne la lira de cambio se nomina el. tempo del pa^ment^ 
eoe uso; overo a di 8 o 10, etc più de «so; overo a di 15 o 16 Ì 
d usanza. eU=; overo per la tal fiera de Lion, «enevera, etc; ver m 
terre mantfme, commo Venetia, Napoli, Genova per la muta ; ^ver par 

'le qualche mese et d., commo per di 20 Aprile o 15 de Ma-io etc SI 
che sempre el termine ve si nota. Et sempre in fine de la l';^ ^di^ 

lemt Z:\: '"" T " ■'" '''''"' ^'^•- -^' -stumase farTept 

d! ca:;^: ^ proverbialmente si dice: l'è stato spaciato per letora 
.le cambio, c.oo con poche parole et gran substantìa.... Or questo è quel o 
che veramente si chiama reale. Nel quale s'usa .le recevetTa 1 Tn.^ 
cento, etc, secondo che più et manco el co,.o vale dZZ-o ."l'ai ^o 
perche li cambi raro stan a un segno ne le patrie. Et que. olr 'alun' 
■lantia et carestia che sono in li danari in quelli luogW. Kt a^n'^eh: 
per uno medesimo luogo se piglia ora più ora manco pe cento aven 
perche a certi tempi c'è più bisogno di denari che un altro commo a. s-^a 
ciare de galee et de navi in Vinegia et altrove più se «™ Wi 

catanti, stando m snn.l, avisl, sempre se ingegnano cavarie dove n' è 
abundantia et rimeterii dove n'é carestia, con più loro avantÌiò 

cne le letere restnio .love le si danno in le mani del datore tanto 

eTir; it r"" ^""^™ "^ '^ "^■" '^ ■'-- ^^^^^^ 

paes^ Ive I T""" '"" ''""' *"'"P° P'" '^''^ ■'»««"=^a de tal 

paese .lo^e se mandano costuma dare. Commo gratia evemnli ,H 

Lorenza a Londra, se fa 3 mesi a la fatta ove™ data, che auto vaS ma 

a hiesa usa dir .lata, el mercante usa fatta.... Et gionto el dltt^ tempo 

e datore domm.da al prenditela li suoi .lanari a q^el prJVi.^^ commo ^ 

el protesto fosse tornato per man del sopradetto L a^'có Et " ,1^ 

.nan,l, commo saperanno elli .le, p,.gto et valuta che per ' co r he' 



APPENDICE PARTE PEIMA 



155 



in verità la letera non andò, né l'aviso né protesto non vi fo. Rispon- 
dese che, gionto el sopraditto tempo, domandano d' acordo in su Rialto 
retrovandose loro in Vinegia overo in mercato nuovo, trovandose in 
Fiorenza, ect, a che pregio sieno tornati ultimamente li cambi de Lion 
o d'altro luogo, per dove avesse pigliato li danari, che sempre in ditte 
terre famose, dove ciò s'usa, se trova chi sa, per li cambi reali che si 
son fatti et che de continuo a la giornata si fanno. Et per tal via tal 
pregio gli sia noto. Et alcuna volta adviene ch'el ditto dator manderà la 
letera del cambio (la qual già dal pigliatore ebbe, quando gli contò li 
danari) al suo amico in Lion de Francia o d'altro luogo che avesse fatto. 
El qual datore sa de certo che gli ha remisso protesto de qua per 1' a- 
mico suo. Perchè lui già sa de certo eh' el pigliatore de là a Lion ne 
altrove non ha che fare et non ci à respondente alcuno che vaglia 
etc. Et questa cautela el datore solo l'usa perchè il prenditore non gli 
manchi de la convention fatta tra loro a parole.... Et tutto questo ordine 
de cambi secchi si fa perchè el cambio reale pare a loro troppo peri- 
coloso.... Cambio fittitio se intende, verbi gratia, comò se uno avesse date, 
per alcuna cagione, o de robe vendute o de denari prestati, etc, condi- 
ditioni et patti che gli vale poter torli a cambio, perchè parte li piaci 
o per Londra, o per Bruggia, etc, quando al tempo fra voi fatto tu non 
lo pagasse. Et alora quel tal finge, intendendose con qualche amico, che 
gh fa terzo, de haverli dato a cambio, et per sua maxima necessità sub- 
venutolo. Et questo tal terzo sugiognerà che con grandissimo suo sene- 
stro rà servito.... Et a le volte, con verità, quel tal scriverà a Lion o 
a Bruggia a l'amico suo in questo modo dicendogli : Tramme ducati 1000 
per qui, secondo usanza, commo se ne li havesse bavere da me de tratte 
che io te havesse fatte. Perocché io ò bavere qui da uno et si ne ho 
necessità, a fine che più presto et più volentieri me paghi. Et l'amico lo 
serve de parole, che più non gli costa, e faragli una de cambio, più 
calda che fuoco, et traragli quella quantità et summa che sarà per conto 
de quello che quel tal gli ha ordinato. Et lui con questa letera recevuta 
te trovarà et diratte : ecco che me bisogna pagar la tal summa, etc, al 
tal che qui me scrive, etc Et così con mille scuse fittive te farà el diavol 
nero, etc Et già con quel terzo amico sera convenuto mostrandogli el 
bisogno, el dubio de poter seguir tal pagamento etc. Et la forma de l' a- 
mico de la lettera de la tratta che gli verrà fatto sera questa : Carissimo 
etc. avisote commo in questo di. etc, io ho tratto qui per te, due. 1000 ' 
che per te mi mancava et alli tolti qui da Martino Guaiti. El qual voi 
che sieno pagati costi al magnifico homo et doctore misser Marco San- 



156 



STORIA DELLA. RAGIONERIA ITALIANA 



liuto et fratelli, coiidam misser Francesco, coinino vederai per la letera 
de cambio, si che pagherateli al giorno et tempo, et poneteli per voi a 
vostro conto etc. Et dirà per voi a vostro conto, perchè esser porria che 
Tamico habia altri maneggi con lui, et de quelli denari tolti a cambio 
lui non ha aver nulla, ma va a conto longo con lui in altre faccende 
et però dirà poneteli per voi, per non intrigare con altri conti, perchè 
nelle loro faccende poi seguirebbe un chaos et per questo si costuma dire 
in tal modo. Et però in tutte quelle che si fanno de cambio, sempre da 
canto se ne fa una de aviso et 2 et 3 una dopo Taltra, aciò l'amico habia 
notizia di quel che egli ha a fare. Et per questo a le volte tanto vale 
quella de aviso quanto quella de cambio ; maxime quando a chi io trago 
habia del mio in mano, etc. Et nota che la prima se chiama tratta, et 
la seconda se chiama retratta. Et sempre sera retratta finché non è pa- 
gate tutta la lettera. Et per questo s'usa dire nei cambi tratte et re- 
messe, et mai può essere una tratta che non vada insieme con la remessa, 
verbi gratia : Martino voi remettere a Lione marchi 4 d oro ; et trova 
un mercatante che per due. 250 venetiani gli farà j)agare li ditti 4 marchi 
d'oro, et questo mercante prende da Martino ditti <hic. 250 et fagli le 
letere de cambio per Lione, che sieno pagati a l'amico del detto Martino 
et si drizza ditte letere, poniamo, a li Medici de Lion ; dico cosi perchè 
Martino vien haver remesso in questo cambio marchi 4 d'oro a l'amico 
suo. Et quel tal mercante vien haver fatto in questo cambio una tratta 
a li ditti Medici de Lione de la quantità de li ditti marchi 4 doro.... ^^ 




Nota N. 4 

(Vedi pag. 86) 

Dalla u PIAZZA UNIVERSALE FORO DI TUTTE LE PROFESSIONI « 
di G. B. Garzoni — {Discorso 155 — Bagnacavallo 1525) 



^K Hor per mostrare la scienza dell" Aritmetica in brevi pareli, dico 
che r Aritmetica si divide in pratica e speculativa, ovvero conoscente, 
ed agente, la conoscente si divide pur in due altre parti secondo la di- 
vei-sità del numero e la prima é detta numero semplice e l' altra numero 
diverso. Nel numero semplice si trovano tredici divisioni. La prima è l'i- 
stesso numero, et V abaco insieme coi suoi caratteri, cioè L 2. 3. 4. 5. 6. 
7. 8. 9. che gli antichi chiamavano digito. La seconda sono le decine cioè 
10. 20. 30. 40. 50. 60. 70. 80. 90. che già si dicevano articolari. La terza 
sono li centinara, cioè 100. 200. 300. 400. 500. 600. 700. 800. 900. La 
(liiarta sono le migliara, cioè 1000. 2000. 3000, fino a 9000. La quinta 
sono le decine di migliara cioè 10000, 20000 fino a 90000 ecc. fé co^iV 
continua fino ai milioni dì milioni.J V altra divisione del numero detto 
immero diverso, contiene sotto di se le diversità, e l'altre maniere de 
numeri, e si partlsce in tre parti. La prima è detta per sé da Matema- 
tica. La seconda ad altro, e la terza di più fatte quella eh' è detta per 
sé si partisce in numero proprio son due divisioni, cioè il pari e il di- 
spari, e col pari, è il pari eguale e il pari diseguale, e il disegualmente 
l>ari, il diminuito, il soverchio e il perfetto, e i tre primi son quelli 
che dagli antichi aritmetici furon detti pariter, ì;^/- pariio^ e impariteì^ 
jm\ Col dispari e il primo ò d'incomposto, il secondo è composto, il terzo 
d* ambe le nature, secondo i due rispetti. Ma il numero Geometrico è il 
liiKmre, il superficiale, il circolare, il triangolare, il quadrato è congruo 
e incongruo, il solido, il cubo, il pentagonale, l'esagonale, l'ottagonale, 
r amiagonale, ecc 



m 






% 



158 



STORIA DELLA EAGIONEEIA ITALIANA 



e tutte queste cose s" appartengono all' Aritmetica conoscente, ovveni 
speculativa, segue poi l' attiva overo agente che partiene a contisti ov- 
\ ero computisti, nella quale si trova il numerare, il sommare, il sottrare, 
il moltiplicare, con le sue maniere cioè a castello, a colonna per i 
scacchi, y^T crocetta, i)er quadrato, per r/elosùf, per i-m'ego, a scapezzo. 
M è poi il partire e sue maniere cioè a redola, a danda, a ffalea^ 
^schifare (ma questo è delli rotti] a rigiego, e quin.li sarà l' inOlzare, 
Vi è poi la jìrogressiono continua o discontinua, o proporzionale, o mol- 
teplice, particolare. V. \^oì vi è il pigliar parte, il ridurre a parte, il 
trovar le radici, e all' ultimo la prova e le sue maniere, cioè tra 
la prova del sette, del nove, de l' undici e del moltiplicare con 
il prodotto, delle quai cose tratta dilTusamente il Purì)acchio nel 
suo Algorismo, Michele Stiphelo, Frac. Maurolico, Giovanni de Gmunden 
nel suo trattato ,le Minutys Phisicij, ma più difiusamente i moderni, come 
Pietro Borgo, F. Luca Borgo, Lnonardo Pisani, Niccolò Tartaglia, Fran- 
cesco Caligai, F.co Feliciano autore della scuola Oomaldella e altri in- 
finiti. E con questa professione va il tener libro e semplice e doppio 
come fanno i mercanti, con gli accordi, vendite e compere, che essi 
fanno: e così l' insegnar d'abaco semplice, come fanno i Maestri d' a- 
haco de quali oggidì si trova numero grandissimo per le città e castella 
d'ogni regione. 

Non però tanto lodato questa scienza dell" Aritmetica, e che Platone 
non abbia detto, eh' ella fu prima mostrata del demonio cattivo insieme 
col giuoco de- tali e de* dadi, e Licurgo quel grand' uomo che diede le 
leggi a Lacedemoni volle che come vergognosa fosse cacciata dalla re- 
|)ubblica, allegando ch'ella richiede una fatica vana e senza pensieri, e 
leva gli huomini dair utili e oneste imprese, e con grandissime villanie 
spessissimo contende di cose di nessun valore. » 



E finisce: <. Hor così in bene; com' in male sia degli aritmetici ragio- 
nato a sufficienza. ^ 



me 



Nota ^. 5 

H'edi a pagina 13 Ij 

Dal . NUOVO CORSO DI ARITMETICA ANALITICA , 

di C. Pagliani e C. Arno (Modena 1842) 

Krl T' " "t ''• ^'''''""^'' ^""^^ "^"=^ ^""^ " <^^' s«oi Elementi di 
Aritmetica p. 50 propone il sedente quesito- 

Qnando il frumento mleca al rmgglo Z.31. 17. 6, il pane di un 
.V Vrfo vemm onde 5 ,-; a guai prezzo dovrà ascendere il frumento pe,-' 
clic il pane d'un som si riduca ad onde 2 '? 

Per lo sciolRlimento pertanto di tale quesito egli stabilisce la pro- 
I-orzione inversa onde 2 J : L. 31. 17. 6 : : oncie 5 1 : .^ da cui ricava i. 
.'.chiesto valore del frumento .r=L. 60. 17 con 6 denari d'avanzo, o 
<ome piuttosto dovrebbe dire, .r=60. 17. e idi danaro. 

■ .all'esposizione e soluzione di questo quesito è facile ad o-nuno Io 

TZ\T " '\ ""^^V'^''"-'' ^^ "-™». 1» Che la diminuzione 
- peso nel pane .la vendersi ad un prezzo fisso, dipenda unicamente 
.lall aumento di prezzo nel frumento. 2» Che il rapporto fra tale dimi- 
....zione ed aumento consista in una rigorosa pK>porzione geometrica 
..l^em, talché ad ogni crescere o diminuire del prezzo del frumento corri- 
sponda rispettivamente una diminuzione od un accrescimento proporzio- 
nale nel peso del pane. "P'.^.o 

Ora non v'è cosa più assurda di tali massime e potrebbe pur dirsi 
lolr^b """l "'" P'-e.?«dicevole alla società, se in ogni società ten 
.ormata, che sottoponga la vendita del pane ad un calmiere, non si se- 
guissero ben altri principj di quelli (issati dal P. Soave 

§. 67. Ognuno che pensi alle tante e svariate operazioni che bau 
luogo prima che il frumento sia ridotto allo stato di pane, al numero 
e alle qualità delle persone che hanno parte nelle operazioni medesimo, 



.f^f 



160 



STORCA DELLA. R VGtONERTA ITALIANA 



APPENDICE PARTE PRIMA 



alla varietà delle spese che queste importano, alle materie estranee che 
si mescolano colla farina, a^^li effetti delle materie medesime, agli utili 
infine che giustamente ponno ricevere tutte le persone che vi lavorano 
ed alle perdite ancora evenibili o per disgrazia o per umana malizia, 
(ìgnuno è tentato a dubitare se si possano giammai sottoporre ad un 
calcolo rigoroso tanti elementi, e propenderebbe a ritenere impossibile od 
almeno ingiusto qualunque calmiere su tale articolo. 

Non è qui il luogo di dimostrare come su cì^> possa formarsi un 
calcolo se non giustissimo per ciascun caso particolare, almen tale per 
la generalità de' casi e delle circostanze; nostro intento è sol di provare 
come tale calcolo riescir debba affatto erroneo qualora si appoggi, coms 
l^ropone il P. Soave, ad una semplice proporzione fra il peso del pano 
*> il prezzo del frumento, ed a ciò basterà una breve analisi dei diversi 
clementi indispensabili a curarsi per una giusta formazione del calmiere. 
e del movimento dei medesimi corrispondente a ciascuna alterazione di 
l>rezzo nel frumento. 

i$. 68. Ritenuto come già stabilito il prezzo medio e regolatore del- 
Tiinità di misura del grano, gli elementi più rilevanti che concorrono 
alla determinazione del peso che aver deve il pane da vendersi ad un 
prezzo fisso sono i seguenti che si dividono in tre classi: quelli cioè chp 
hanno un valore fisso ed invariabile; quelli che sono variabili o nella 
(|uantità o nel valore dipendentemente però dalla qualità e non già dal 
prezzo del frumento, e quelli infine variabili principahnonte per cause 
estranee a questo commercio. 

I. Elementi di valore invariahile. 

1° Dazio delle farine e del combustibile. 

2« Sale. 

3° Diritto di macina. 

II. Elementi di quantità e valore variabile a norma della qualità 
(firersa del frumento. 

\° Calo del frumento per la vagliatura. 

•2° Peso della farina. 

30 Aumento di peso nel pane, prodotto dall'acqua. 

40 Peso e valore della farinella. 

50 » del cruschello. 

60 » della crusca. 

III. Elementi variohili nel loro valm^eper cause principalmente 
estranee alle alterazioni nel prezzo del grano. 

\^ Spese di senseria, facchinaggio e crivelìatura del frumento. 



161 



2« Mercedi ai Lavoranti ed al ^^enditore. 
30 Combustibile. 
4'' Lumi. 
50 Perdite. 

6*> Carbonella e cenere. 
7" Affìtto di casa e forno. 
80 Manutenzione degli attrezzi. 
00 Interesse sui capitali vivi e morti. 

§. 69. Non cadrà certo alcun dubbio suirinvariabilità degli elementi 
comprasi nella 1» Classe, giacché i primi due dipendono da'~leggi e di- 
sposizioni governative, ed il terzo d'ordinario da provvedimenti'"comuni- 
tativi, la di cui osservanza é assicurata dal rispettivo interesse delle 
parti, non che dalle cure dei magistrati : Potranno bensì tali leggi e 
l.rovvedimenti variare alcuna volta per disposizione delle autoritàrma 
dopo ciò quegli stessi elementi resteran fissi, né potranno giammai 'flut- 
tuare a discrezione dei prezzi varj del grano. 

Quindi é che dette partite di spesa non potranno .senza errore calco- 
larsi come proporzionali a detti prezzi. 

§. 70. Cosi dicasi degli elementi compresi nella 2a Classe. Infatti il 
calo per la vagliatura, il peso della farina, e l'aumento dì peso pro- 
dotto dall'acqua, non v'ha dubbio che siano aff^atto dipendenti dalla qua- 
lità del frumento anziché dal prezzo del medesimo. Vano poi sarebbe 
r opporre che la migliore od inferiore qualità del grano trae seco un' au- 
mento od una minorazione nel prezzo, poiché nel fissare un Calmiere 
non si tien calcolo che della qualità media pres.sochè sempre uniforme. 
La farinella, il cruschello e la crusca poi abbondano tanto più in 
quantità quanto è d' inferiore qualità il frumento, e quindi di minof va- 
lore ; né varrebbe il dire che il maggior costo del grano induce un' au- 
mento di prezzo anche su queste ultime tre partite, mentre la d.estinazione 
di queste è ben diversa da quella della farina, né in qualsiasi caso po- 
trebbero detti aumenti riguardarsi sempre siccome proporzionali, dipen- 
dendo quest'ultimo principalmente da circostanze affatto estranee al 
primo. 

§. 71. Poche osservazioni varranno in fine a far conoscere come gli 
elementi da noi disposti nell' ultima Classe dipendono nel loro valore o 
principalmente assolutamente da cause ben diverse dalle alterazioni 
nel prezzo del frumento. 

Difatti dette alterazioni ponno bensì influire sull' entità delle mercedi 
dovute ai facchini, ai sensali, al crivellatore, non che ai lavoranti ed al 






162 



STOEIA DELLA EAGIOXEEIA ITAIJANA 



venditoro, ma ciò avverrà soltanto quando siano sensibilis5^inie, o s<^ni- 
l>rechè non vonjrano contrabbilanciate dall' abì)ondanza o dalla scarsezza 
del nnmerario, dalla concorrenza dei lavoranti, dalle risorse dell' indu- 
stria, od altro. 

Le variazioni di prezzo del combustibile, e dei lumi dij^ndono asso- 
lutamente dal magjjiore o minor prodotto di le}rna ed olio, o da circe »- 
stanze accidentali che ponno diminuirne od annientarne il consumo. 

Le perdite eventuali variano a norma soltanto della ma.<r,uioro o mi- 
nore scarsezza del numerario, della buona fede ne.i:'li acquirenti o nei 
lavoranti, de*rli infortuni inerenti all'esercizio di quest'arte e sicconn* 
d' ordinario si esi^'e che i pubblici fornai siano sempre provvisti di una 
corta quantità di jrrano, così in forza delle oscillazioni nel prezzo di que- 
sto può avvenire che essi siano costretti talvolta a A'endere ad un basse . 
calmiere il pane formato con farina acquistata qualche mese prima ad 
un' alto prezzo e viceversa, soflrendo così una perditii nel primo caso e 
fruendo di un' litile sensibile nel secondo, senza che d" ordinario V una 
sia compensata dall' altro. 

Il valore della carbonella e cenere dipende da ben altri bisojrni che 
quelli del vitto, e così dal corso delle stagioni e dalla maggiore o uiinor» 
abbondanza del combustibile. 

L' afiitto della casa e del forno viene determinato esclusivamente dal 
rapporto fra il mimerò e la capacità dei fabbricati di ciascim paes»- 
colla popolazione del medesimo, dalle consuetudini che vi regnano, dai 
maggiori o minori comodi che presenta la casa, dalla sua località, ecc. 

La spesa per la manutenzione degli attrezzi, sahe le disgrazie e\e- 
nibili, è solo proporzionata al lavoro, cosicché a ragione <lovrebbe rite- 
nersi decrescente in caso di aumento sensilùle nel prezzo del friunentc 
importando questo d'ordinario un minor consumo di pane lìel dome^ticc 
T-isparmio e quindi ima minorazione di lavoro. 

Finalmente il frutto sui capitali si vivi che morti impiegati dal pa- 
natiiere non potrebl)e senza errori riguardarsi come [)roitorzionale ali*- 
alterazioni del prezzo del frumento, giacché, quanto ai capitali \ ivi, oss;ia 
al condjustibile ed al grano o farina di ciascmi fornajo è ol)bligato a 
tenersi provveduto, il frutto della somma impiegata nell'acquisto del primo 
deve essere nel corso dell'iinno invariabile, facendosi d'ordinario una tal«^ 
provvista per tutta l'annata, e<l il frutto sul secondo capitale non deve 
risentirsi immediatamente de' subitanei aumenti e decrementi nel prezzo 
del grano, se pure non si voglia che il panettiere oltre al capitale ris[)etti- 
vamente accresciuto o diminuito consegua un nuovo utile, o soffra una 



APPENDICI-: l'APvTi: PimLV 



103 



I.eì'dila ulteriore sul frutto del capitale medesimo. Riguardo poi ai capi- 
tali morti non tanto il frutto dei medesimi quanto quello relativo alla 
spesa di perpetuità per la loro rinnovazione debbono ritenersi costanti, 
siccome costante ne ò il ninnerò e la qualità, ed invariabili gli oggetti 
a cui servono. 

^. 72. Dalle premesse considerazioni appare abbastanza chiaro. 
1° die per fissare un giusto calmiere pel pane dee tenersi calcolo 
di tutti i molteplici elementi e di reddito e di spesa pel panattiere, giac- 
ché uno solo che venga ommesso può a norma dell' entità del la\oro ge- 
nerare un danno più o meno gi-ave al panettiere medesimo o<ì al popolo. 
2° Che la massima parte di questi elementi non ha veruna relazione col 
piv^zzo del frmnento, talché al solo variare di questo rimanixono quelli 
inalteraì)ili, oppure presentano una variazione affatto contraria: mentre 
la uìinima parte degli elementi medesimi se si risente talvolta delle al- 
terazioni che soffre il prezzo del grano ciò avviene soltanto quando tali 
alterazioni siano sensibili, né vengano per a\- ventura contrabilanciate da 
<»Pl)osti effetti di estranee cagioni. 3° Che nel fissare un secondo calmiere 
non può senza grave errore ritenersi questo determinabile sul primo in 
l»roporzione del solo prezzo alterato del frumento, giacché non é raro il 
caso che tale alterazione sia eliminata ed anche superata da un' altera- 
zione affatto opposta degli altri elementi. 

4?. 73. Dopo ciò non potrà a meno di destare sorpresa anche ai meno 
A t'ggenti la superficialità e l'irriflessione con cui un'Autore ben giusta- 
mente riputato per tanti titoli, tratta aritmeticamente un soggetto di E- 
conomia pubblica profondo al pari che interessante. Non é però solo il 
P. Soave che commette un tale errore: molti altri autori prima e dopo 
di lui si sono egualmente illusi e forse a talun d'essi non é straniero il 
rimprovero diretto a qualche Nazione che ciecamente adottò tale mas- 
sima (1). 

È ben vero che a confronto d'altri metodi già posti in pratica, quello 
del calmiere proporzionale ai prezzi del frumento è forse meno irragio- 
nevole, poiché aumenta o diminuisce la mercede al fornajo in una certa 
misura fondata sul valore del genere più interessante alla sussistenza : 
ma é altresì vero che di tanti elementi che concorrono al valor reale 
del pane, o, che é lo stesso, al suo peso calmierale, non considerando che 
uno e trascurando tutti gli altri, non potrà giammai ottenersi un risul- 
tato né equo né ragionevole e quindi tale metodo produrrà sempre effetti 
più o meno funesti od agli esercenti od al popolo. 

(1) In Inghilterra infatti si è obbligato il fornaio a veniero il pane ad un prezzo cl.e 
tosse m proporz. . le a quello del grano, come 5 e 8. u Arbuthnot. v (n. d. P.) 



m 



104 



STORIA DELLA RAdlONKRLV ITATJAXA 



4?. 74. Fra le varie scienze inventate dajjrli nomini non ve n"ha l'orse 
nlnma che più spesso «lell'Economia pn})blica si ritìnti ad ojrni sorta «li 
ralcolo. La sua immensa estensione, la moltiplicita e varietà somma dejrli 
elementi che contempla l'influenza reciproca dei medesimi diversa presso 
n-iii popolo e quasi ad o.orni momento, mentre la rendono la più difflcile 
scienza fra tutte, le tolgono pur anche quel carattere che contraddistingue 
le scienze esatte, la semplicità cioè de' principi : Poca affinità quindi può 
T-piTuare fra essa e queste ultime, né veruna rpiestione <l'Economia assoji- 
L'ettata a calcolo potrà o^iammai offrire che un risultato approsimati\". 
al ixhisto. Se ci è forza pertanto, in cose disi prrave momento, di omten- 
larci di risultati approssimativi, tanto ma?nrior ohhlijio ci striufre d'essere 
ben avveduti in calcoli di tal fatta, di non ommettere alcun" clemente^ 
(|unntunqne sembri di poca rilevanza, e sopratutto di star lontani ai 
-indizi sistematici nel cui novero può a radono collocai-si il principio delle 
proporzioni geometriche. 



Patate Seconda 




FOI^MAZIOXE STORICA 



della 



RaoioDcria Italiana 



■52^S^ 



Capitolo Friimio 



DEL PENSIERO COMPUTISTICO 

in relazione alle origini della proprietà e del credito 



1. Condizioni cui ò sottoposto lo sviluppo del pensiero computistico. - Origine del 
concetto giuridico di proprietà. - Origine dell'obbligazione. — 8. La genesi del pensiero 
computistico segue l'origine del diritto di proprietà - Proprietà territoriale collettiva. - 
La proprietà privata in Grecia e Roma. — $3. Forme primitive della proprietà. - Distin- 
zione e modi di tradizione della proprietà presso i Romani. — ^r. Primitiva forma di 
permutabilità del credito presso i Romaai. - I Trapeziti e gli Argentari - Le operazioni 
«lei banchieri romani. — ». Sviluppo della permutabilità del credito. - Considerazioni 
sul pensiero computistico in relazione alle forme di proprietà di quest'epoche. — ^, Il 
carattere commerciale del credito. - Dove e come incomincia a manifestarsi. — '^ . Pri- 
mitive forme simboliche e sensibili del credito - La scrittura applicata al credito. — 
**• Amministrazione, calcolo e funzione registrativa - Come traggano origine dal diritto 
di proprietà. 



I. — Lo sviluppo del pensiero computistico, procede — a nostro 
avviso — in relazione a due condizioni di fatto dell' umana società, 
che sono: 

a) La necessità degli affari, i quali in qualunque epoca e in qualun- 
que stadio di civiltà possa trovarsi l'uomo socievole (nascendo essi da 
bisogni che vengono dalla natura di lui) creano un ambiente speciale, 
Nnel quale, indipendentemente da ogni coltura intellettuale, si fa mani- 
festa la necessità di annotazioni, che ricordino questi afiari, che rispec» 
chino quell'ambiente. 

h) Il grado di coltura, che estende le relazioni d'affari, scopre e 
perfeziona i mezzi meccanici e materiali atti ad agevolare queste re- 
lazioni, indaga gli effetti giuridici che si producono, ne deduce le con- 
seguenze in relazione al tornaconto personale, studia e fissa le leggi 
funzioni fondamentali che le governano, ecc. 



168 



STOBI A DELTA RAGIONERIA ITALIANA 



Lungi però, come già abbiamo detto per l'Aritmetica, dal voler 
rintracciare le origini del pensiero computistico in quella remota anti- 
chità dove non giunge l'indagine documentabile, ma la pura induzione, 
e lungi ancor più da ogni trascendentalismo scientifico, noi daremo una 
limitazione più pratica, ma forse più convincente al nostro studio, pren- 
dendo anzitutto, come punto di partenza nella formazione del pensiero 
computistico, il sorgere e lo svolgersi! del concetto giuridico àìproprietù. 

È troppo ovvio infatti, che dacché l'uomo ebbe l'infelice idea d'ap- 
parire sulla faccia della terra, un rifugio per ripararsi, un bastone per 
difendersi, un frutto per nutrii si, deve esserseli procurati; ma sarebbe 
fuori della potenzialità intellettuale di quegli uomini primitivi voler 
scoprire in ciò un concetto qualsiasi e tale di proprietà, da far sorgere 
in essi il bisogno di tener conto di ciò che possiedono^ seguirne le mu- 
tazioni, vedere se hanno aumentate o diminuite le cose da essi posse- 
dute. 

« Appropriare — dice 1' Hegel nella Filosofia del diritto — si- 
gnifica manifestare l'altezza della mia volontà sulle cose. Tale manife- 
stazione avviene perchè io impongo alla cosa uno scopo diverso da 
quello ch'essa ha immediatamente ». 

I bisogni dell'uomo singolo crearono il pregio delle cose; i biso- 
gni dell'uomo socievole formarono la ricchezza. 

Così nacque la proprietà; così ebbe origine il valore. 

Ma in origine valore d'uso e valore di scambio sono tra loro con- 
fusi, indistinti. 

Le cose si scambiano per il bisogno che si ha di usarle, di con- 
sumarle. 

È in progresso di tempo, che i prodotti della natura o dell'indu- 
stria si scambiano, avendo per base il proposito di conseguirne un lu- 
cro. 

' Ecco la speculai:ione; ecco l'origine del catnmerdo. 

La permutabilità delle cose quindi in questa nuova fase, si deli- 
nea indipendentemente dalla primitiva ragione d'uso, che è quella che 
l'ha originata e crea in tal modo il valor commerciale; crea inoltre 
l'obbligo (e il relativo diritto) fra due o più persone di dare, fare o 
non fare qualche cosa. 

^ Dunque è disila permutabilità delle cose, che prende vita V obbli- 

gazione; ed è soltanto col sorgere e svilupparsi di questo vincolo giu- 
ridico tra individui, che si fa manifesto il bisogno di seguire con an- 
notazioni e con calcoli, per la determinazione del valore, ciò che ne 
forma l'oggetto. 



CAPITOLO PRIMO 



169 



«. Se causa prima dell'invenzione dei numeri, fu — al dire di 
Vincenzo Campi (1) — il bisogno « di tener conto della proprietà, dei 
crediti e dei debiti e di quanto potesse conteggiarsi nello interesse so- 
ciale » ; se la necessità di tenere registrazioni dev'essere sorta — al 
dire di Vincenzo Gitti (2) — « fin da quando nel mondo degli affari 
fece la sua prima comparsa il credito r; se è vero che la Ragioneria risor- 
gesse — al dire di Giuseppe Gerboni (3) — mercè l' aiuto che ad essa 
portò la nuova Aritmetica, la quale trovò il « terreno adatto per il suo 
progresso e sviluppo in causa dei commerci e delle industrie dei nuovi 
Comuni »; è troppo evidente che l'origine, la genesi del pensiero com- 
putistico, va ricercata e seguita di pari passo con l'origine e la genesi 
del diritto di proprietà. 

Scrisse Platone: u L'investigazione ed il racconto delle cose an- 
tiche incominciò coU'ozio nelle città quando furono assicurate le cose 
necessarie alla vita, » 

Quest'affermazione della sapienza antica ci spiega e persuade per- 
chè fin dalle origini de' più antichi popoli, l'agricoltura si presenta come 
un complesso di cure ed operazioni, che tutte assorbono quei popoli, 
intenti a produrre il frutto necessario al proprio mantenimento; spiega 
altresì come possano esserci pervenute fino dalla più remota antichità 
notizie sui sistemi di coltivazione, sui prodotti, sull'industria agraria, 
mentre di notizie consimili o similmente copiose, ne mancano d'altre 
arti e scienze, che pur oggi ci si presentano utili e necessarie quanto 
l'Agricoltura. 

La prima a manifestarsi ed organizzarsi fu quindi la proprietà 
della terra, che nelle origini fu di carattere collettivo. 

Il capo di una tribù o di una banda di ventura, occupando una 
regione diveniva l'unico possessore del territorio occupato, che distri- 
buiva fra gli occupatori perchè ne ripartissero i flutti in comune. 

Di proprietà privata non si hanno notizie. 

In Egitto, nella China e nella Cananea dopo la conquista di Gio- 
suè (parliamo quindi di ben 1300 anni av. C.) il terreno coltivabile 
era di proprietà dello Stato, che lo distribuiva fra gli abitanti ai quali 
incombeva però l'obbligo di corrispondergli parte dei loro prodotti. 

Cesare (De bello g. 4, 1) notò che gli Svevi, nell'antica Europa 



1 



(1) V. Campi. Il Ragioniere. Roma, 18T9. 

(2) V. Gitti. Discorto sulla Storia della Ragioneria. Torino 1878. 

(3) G. Gerboni. La Ragioneria scientifica. Firenze, 1886. 



170 



STOEIA DELLA BAGIONEBIA ITALIANA 



non avevano proprieU privata del suolo (privati ac separati agri apiul 
eos nichil est) e che non era loro permesso di coltivare lo stesso ter- 
reno più di un anno. 

Così pure presso j Galli veniva distribuito annualmente dai prin- 
cipi e dai magistrati alle famiglie il terreno da coltivare; terreno che 
però dopo un anno dovevano abbandonare, perchè esse venivano man- 
date altrove. 
I Supposto quindi per un'ipotesi, che in quei tempi, il pensiero com- 

I putistico avesse potuto per sé stesso nascere e formarsi, esso sarebbe 
' stato non solo limitato dalla forma di proprietà, ma ostacolato anche 
dalla temporaneità e varietà di essa. 

Dove s'incominciano ad aver notizie sullo sviluppo della proprietà 
privata, è presso i Greci e i Latini. 

In Grecia la proprietà privata è attestata dalle saggie leggi di So- 
Ione, colle quali mirò a proteggerla. Ed anche quando la Grecia si fu 
arricchita coi traffici estesi, la proprietà rurale rimase pur tuttavia 
molto frazionata, e quasi sempre coltivata dagli stessi proprietari. 

Aristofane e Alcibiade, pur essendo ricchi, non possedevano più di 
82 de' nostri ettari di terreno (1). 

E i romani, originariamente, assegnarono col mezzo degli auguri, 
i terreni conquistati od occupati, per dissodarli, con solennità, trac- 
ciando termini con linee orizzontali. 

Fra runa e l'altra proprietà lasciavano spazi vuoti comuni pei 
pascoli, pei fossi e per le vie, il che costituiva Vager publicus (2). 

Verso il 509 a. C. dopo la cacciata dei Tarquini, Roma arricchita 
di nuove conquiste, distribuì ad ogni famiglia sette jugeri (ettari 1,75) 
di terra; che tanti ne possedettero anche Cincinnato e Regolo. 

Oltre a ciò eravi lo spazio concesso in comune per pascolo, legna 
e strame. 

La pratica e la stima dell'agricoltura presso i romani — dice Ga- 
briele Rosa — fu la causa determinante dei loro ordini civili e della 
propaganda della loro civiltà nei paesi non ellenizzati. 

a Veri dominatori del suolo — soggiunge il Rosa — erano i pa- 
trizi, formanti la classe reggente, e quindi lo Stato. A loro spettava 
l'intiero dominio delle terre (optime jure) mentre in origine i proprie- 
tari agricoltori possedevano solo a precario ]^er concessione dei Quiriti, 



(1) Are. GhislerL L'Agricoltura nella Storia. 

k2) Avv. e. Poggi. Cenni storici delle leggi stili' agricoltura dai tempi romani sino ai 
nostri. Firenze 1845. 



CAPITOLO PBIMO 



171 



coltivavano a colonia parziaria od a fìtto. Il loro possesso quindi, come 
dice Festo, significava uso; (Possessio est usus agriaut aedificii.) Il co- 
lono parziario aveva propri buoi aratori (1) »» 

Diremo in seguito come e perchè vennero formandosi nel mondo 
romano le estesissime proprietà o latifondi che furono la causa preci- 
pua della rovina economica di Roma. 

Ad attestare per ora fino a qual punto lo Stato curasse la pro- 
prietà della terra, ricorderemo che quando il Console Sp. Cassio, che 
aveva proposto di lasciare una parte deWager publicus alla plebe, uscì 
di carica, fu accusato di aspirare alla tirannide, condannato a morte e 
decapitato. 

E quando più tardi il tribuno Genucio, lanciò un'accusa generale 
contro tutti coloro, che essendo stati consoli dopo Cassio, non avevano 
posto in esecuzione la proposta di questi, anche egli pagò con la vita 
l'ardimento, e fu assassinato. 

Lo Stato concedeva terreni incolti da dissodare verso un compenso 
del decimo del frumento e del quinto degli altri prodotti. I privati con- 
cedevano invece terre già dissodate, contro un compenso che variava 
fra il settimo e il quinto del frumento e assai più degli altri prodotti. 

Il colono restava perciò quasi completo possessore dei prodotti 
del suolo, e conseguentemente i ricchi, per avere un'abbondante quan- 
tità di prodotti, dovevano possedere grandi estensioni di terreno. 

Tuttavia, il primo esplicarsi della proprietà privata nel mondo la- 
tino, non è ancor quello che dà sviluppo all'esplicazione del pensiero 
computistico ; e noi vedremo in uno dei Capitoli seguenti come e quanto 
assai più tardi i domini o capi di famiglia sentissero la necessità d'in- 
trodurre una regolare tenuta di registrazioni. 

3. Indipendentemente dalla territoriale, la proprietà si manifesta 
originariamente nella sola forma di cose materiali o corporee. 

A quanto afferma il De Koutorga nel suo « Essai historique sur 
la distinction de la proprieté chez les Atheniens " il patrimonio dei cit- 
tadini ateniesi fino al principio del VI secolo avanti Cristo pare con- 
sistesse nella proprietà di sole cose visibili. 

E per quanto più positivamente si può aff*ermare dei romani, par- 
rebbe che all'epoca delle XII tavole non vi fossero che le sole res 
mancipi (da manu capere, tenere in mano), le quali comprendevano il 
suolo, la casa, gli schiavi, gli animali e il bronzo monetato. 



(1) Gabriele Rosa. Storia dell'Agricoltura nella Civiltà. 



172 



STOBIA DELLA EAGIOKEKIA ITALIANA 



CAPITOLO PBIMO 



173 



Né (leve far meraviglia vedervi compresi gli schiavi, quando saj- 
piasi che nella definizione della parola servi, Elio Gallo e Cicerone coni- 
prenaono anche i cavalli ed i muli; Varrone mette gli schiavi tra gli 
strumenti aratori, e Catone nel suo De re rustica^ consiglia di nutrir 
bene non solo i buoi, ma anche gli schiavi, perchè i lavori agricoli pos- 
sano riesci re perfetti. 

I beni materiali si specificarono in forme diverse, sintetizzanti? i 
in mobili e immobili; ma il concetto di proprietà confondevasi nella 
cosa materialmente esistente, per modo che non sapevasi concepire tra- 
sferimento di proprietà senza il materiale trasferimento della cosa. 

Nella in jure cessio e nella muncipatio, non si trasferiva il diritto 
ma la cosa; ed il Windscheid osserva infatti come nell'antico linguaggio 
latino si nomina sempre la cosa in luogo del diritto su di essa: cosi 
pignus per pegno e diritto di pegno; iter per passaggio e servitù di 
passaggio, ecc. 

In progresso di tempo però, anche il diritto sulla cosa venne 
considerato separatamente dalla cosa stessa. 

I romani distinsero due specie di proprietà; ed è con Gaio (161 
d. C.) e con Ulpiano (228 d. C.) che trovasi nettamente delineata la 
distinzione di cose corporee ed incorporee. 

Le prime, o res mancipi costituivano quella proprietà la cui tra- 
smissione in altri avveniva per contratto verbale {nexum\ soggetto 
rigorosamente a certe formalità, per aes et libram, col porta bilancia, 
1 cinque testimoni cittadini, i gesti, le parole consacrate. 

Ma l'uso di pesare il denaro, cioè l'atto solenne del passaggio di 
bronzo dal creditore (che dava), al debitore (che riceveva;, cessò*' spe- 
cialmente quando fu introdotta la moneta d'argento. 

Non rimasero che le parole sacramentali, la sola nimcupatio-, domande 
e risposte solenni alla presenza di testi: Spondes? spondeo; Promittis? 
promitto: Dabis? dabo: Fidepromittis? fidepromitto. 

I/interrogazione chiamavasi stipulatio e la risposta promissio. Finché 
nella costituzione di Leone il Grande (457-455; tutto l' apparato con- 
trattuale sparisce: non più termini formulari e parole consacrate; rimane 
il solo contratto verbale, la stipulatio nella quale bastano una qualun- 
que interrogazione e una risposta affermativa analoga. 

Poi cessa anche la condizione essenziale della domanda e della 
risposta, ed è sufiìciente la sola presenza delle parti ; finché nelle Isti- 
tuzioni di Giustiniano, basta il solo consenso espresso in qualunque 
modo(l). 

(I) Avv. L. Papa D'Amico. / titoli di credito. CatanLa l>i86. 



La proprietà costituita dalle reft nec mancipi comprendeva le cose 
incorporee in genere (diritti, crediti) ; epperò si trasmetteva per tradi- 
zione. 

Ma nel prestito dì danaro, la traaizione del diritto di restituzione 
non essendo possibile in forma materiale, facevasi alla presenza di te- 
stimoni, coli' intervento e col consenso del debitore, del creditore e del 
cessionario. 

Il consenso del debitore era indispensabile, perchè le antiche leggi, ! 
meno casi specialissimi, proibivano di agire e di stipulare in nome di 
terzi. 

Negli atti giuridici, ognuno poteva intervenire, ma personalmente; 
le leggi delle XII tavole non ammettevano né conoscevano procuratori 
e ognuno doveva quindi agire in nome proprio. Se fosse perciò man- 
cato il consenso del debitore, nonché l'intervento del cedente e dei te- 
stimoni, il cessionario non avrebbe potuto agire in alcun modo a tutela 
del proprio interesse. 

In tale organamento giuridico della proprietà, non è difficile scor 
gere come il concetto della solennità, della formalità esteriore, doveva 
prevalere in quegli uomini sull'altro concetto, che — assai felicemente — 
fu dal Gerboni (l) espresso col nome comprensivo di pensiero logismolo- 
gico. 

Oggi ancora nelle nostre campagne, noi vediamo un avanzo di que- 
ste formalità, nei contadini che non ritengono definitivamente concluso 
un contratto se non quando si sono dati la mano, e il sensale o me- 
diatore, a guisa di sommo sacerdote, non li ha con la mano propria 
divisi. 

Ancor qui noi troviamo, rozze fin che si vuole, ma entrambe sus- 
sistere, l'idea economica e quella amministrativa. Tanto il contadino 
che compera, quanto il contadino che vende, addivengono al contratto 
perchè hanno i loro motivi di tornaconto, le loro viste speculative. 

Ancor qui vediamo farsi manifesta la necessità di conteggi per 
stabilire il valore giusto da darsi e da riceversi, e — con un'aritme- 
tica preadamitica fin che si vuole — quei contadini vi riescono senza 
tema di un centesimo solo di errore. 

Ma tutta questa funzione meccanica, per quanto solenne, sorla da 
un bisogno naturale nell'uomo, qual' è quello del proprio interesse, 
quanto è mai lontana dal rappresentare la sintesi di quei tre ordini 



(l) Gius. Gerboni, op. clt. 



.^lÈStl^^ 



174 



STOKIA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO PRIMO 



iTfì 






di peusieri : l' economico^ l'amministrativo^ il computistico, che la 
scienza moderna ci dà con 1' espressione di jyensiero logismologico ! 

E così, né altrimenti doveva e poteva essere per il pensiero com- 
putistico in queir età in cui le norme regolatrici delle obbliirazioni na- 
scenti dal diritto di proprietà poggiavano e traevano solennità solo 
dalla solennità esteriore con cui si compievano. 

^. E per tre secoli tali norme continuarono, fino a che, con Giu- 
lio Cesare e con Augusto le prescrizioni di agire personalmente, ces- 
sano ; le due leges Juliae danno .'acoltà di agire e di stare in giudizio 
a mezzo di procuratori. 

Ne conseguì, che il cessionario del credito, si considerò un procu- 
ratore del creditore, precisamente un procttrator in rem suam. 

La permutabilità del credito fu quindi ammessa mediante una fin- 
zione legale. 

Dove questa permutabilità cominciò ad esplicarsi in modo chiaro 
preciso fu dapprincipio in un campo ristretto ; nell' ambito della 
iìanca. 

I Trapeliti greci, che già avevan preso ad operare nella Magna 
Grecia, si estesero al Lazio, e di qui passarono in Roma, dove furono 
<lenominati Argentari verso il 450 di Roma (circa il 300 av. Cristo). 

Ora, quando si ponga niente che la moneta d'argento fu istituita 
in Roma soltanto assai più tardi, d'uopo è ritenere che gli argentari fos- 
sero attratti in Roma dall' allettamento della speculazione sulle monete 
d' argento estere che vi circolavano per le relazioni commerciali coi 
popoli limitrofi: circolazione ch'era venuta creando il bisogno di ac- 
quistare e vendere le monete stesse. 

Gli argentari eran dunque coloro che trafficavano le monete. 

In progresso di tempo, sul finire della Repubblica, questi argen- 
tari ricevono anche capitali in deposito, sia per custodia, sia per im- 
piego: e da allora diventano propri e veri banchieri, che salgono in 
molta considerazione ed autorità. Ad essi era anche affidata la dire 
zione delle aste; nelle questioni ereditarie erano spesso chiamati, sia 
l)er rilevare i diritti ereditari anticipando agl'interessati le somme re 
lative, sia per esperire dietro compenso, tutte quelle pratiche, ch'esi- 
geva la ventilazione dell' eredità. 

E pure nei contratti in genere eran chiamati testimoni i banchieri. 

Nei rapporti d'affari, che il banchiere aveva coi propri clienti non 
era necessario l' intervento personale delle parti. Il cliente dava un or- 



dine sul proprio conto : il banchiere lo eseguiva, e l'operazione che ne 
conseguiva era più che valida. 

Ma vediamo quali si fossero le operazioni di questi banchieri ro- 
mani. 

Già all'epoca della Repubblica, gli argentari compievano due di- 
stinti rami d'operazioni: 

A. — Gli affari di Banca. 

B. — Gli affari relativi a vendite all'incanto. 

A. — Affari di Banca. Questi erano di due specie : 
I. Negozio di monete (emtio venditio nummorum) su cui percepivano 
una provvigione, detta con nome greco colUjbm, per cui furono gli ar- 
gentari chiamati anche collibystae. 
(Questo negozio comprendeva : 

Compra- vendita di monete estere. 

Cambio di monete indigene, 
[I. Affari di credito, ì quali potevano essere : 

per contanti 

all'ordine. 
Gli affari a credito per contanti, erano ; 

a) mutui attivi ad interesse; 

b) ricever danaro in deposito (depo^itwn)^ 

e) ricever danaro in deposito coli' obbligo di restituire la somma, 
ma non le stesse monete ricevute (depositum irregolare); 

d) mutui passivi ad interesse; 

e) mutui per conto di terzi. 

Gli affari a credito all'ordine, comprendevano pure cinque ordini 
d'operazioni: 

a) il pagamento di somme in danaro a terzi sull'ordine del cliente (J); 

b) l'ordine a un corrispondente di pagare al cliente:. 
e) la prestazione di cauzione per conto del cliente; 

d) l'intervento in proprio in un'obbligazione del cliente; 

e) l'assunzione in proprio per delegazione di un'obbligazione del 
cliente. 



(I) Circa il ìtàS av. C r. P. Cornelio Scipio Emiliano pagò la dote delle proprie zìe a 
mezzo dell'argentario. Pagare in persona propria era: de domo solvere aiUéierare; pagare 
Il mezzo ilei banchiere : d-i mensa solvere, numerare. 






'il&É2Ùi£k'. 



176 



STORIA. DELLA RàGIONEBIA ITALIANA 



'; < 



B. — Affari relativi agl'incanti. Questi consistevano nel regolare le 
subaste di stabili o di interi patrimoni, ueirinteresse del cliente 

Tenevasi a tal uopo un protocollo degl'incanti, denominato tabulae 
auctionariae (1). 

Eranvi argentari che facevano operazioni di credito anche in ma- 
teria d'incanti. L' ar^jentarius coaciur era quello appunto che faceva di 
queste operazioni. 

In un frammento di Scevola è fatto cenno di un coadw- che an- 
tjcipava al deliberaiario il prezzo d'incanto. 

Quest'operazione fu ampiamente confermata dalla contabilità del 
banchiere Cecilio Giocondo, scoperta negli scavi di Pompei ai 3 e 5 lu- 
glio 1875. 

Altro esempio si ha nella vendita all'incanto del fondo Fulciniano 
Kbuzio procuratore di Cesenia, non paga il prezzo d'anquisto a con- 
tanti (praesenti pecunia,) ma pecunia argentario promittit ; e 1' auziona- 
tore, Cloe il banchiere, riportandolo nel suo Codex accepti et expensi 
(di cui parleremo più avanti) lo confermava col contratto letterale. 

5. — Dal campo ristretto della Hanca, la permutabilità del credito 
SI estese fino ad assumere una natura economica sua propria, e i crediti 
SI nenroziano anche ad insaputa o nolente il debitore, e il cessionario può 
agire senz'altro in nome proprio. 

La libera permutabilità del cralito si trova solennemente sancita 
nelle costituzioni di Alessandro Severo ^238 d. Cr.) e di Giustiniano f.5-28- 
534 ], che d' accordo con la giurisprudenza le2Ìttimarono il sistema delle 
cessioni, col solo consenso del creditore :2,. 

La distinzione del diritto sulla cosa dalla cosa medesima, portò un'e- 
stensione anche a tutti i diritti derivati. E si ebl^ero i diritti di usufrutto, 
di uso, di abitazione, le servitù, ecc., specificazioni della proprietà in- 
corporea, che divennero beni permutabili. 

Ne conseguì pure, che dal diritto ipotecario sulla cosa, si passò ai 
diritto ipotecario sui crediti e sull'usufrutto. l>elle servitù personali (^ 
reali è con Cicerone che si hanno notizie positive. 

Ma r usufrutto, l' uso, l' abitazione, le servitù, sono diritti reali, che 
riflettono una cosa presente, determinata da cui derivano. Come bene in- 



O. cÌL^Ì^J::^'^: '' '"'"'" ''' "''-' ' ro.ma.ione letterale aei ror.u.ni (trad. 
(2) Avv, L. Papa D'Amico. Opet-a cit. 



CAPITOLO PRIMO 



177 



corporeo, il diritto si estrinsecò in seguito, anche indipendentemente da 
una cosa esistente, cioè in forma astratta. 

11 diritto reale si basò sovra un' obbligazione reale e personale ; l'a- 
stratto, unicamente sovra un'obbligazione personale. 

La materia dì quest'ultimo diritto dietle vita al credito. 

Troppo evidente quindi si è, che in questa nuova fase giuridica in f 
cui entra il concetto dì proprietà, anche il pensiero computistico trova \ 
un maggior campo di esplicazione; anzi diremo meglio, che trova la sua 
vera origine, la sua ragion d'essere. 

Imperciocché, a nostro avviso, se il semplice scambio di cose, come 
nelle origini avveniva, potè dare incremento alla funzione del calcolc^ 
per la determinazione dei valori, noi non vediamo quale altro sforzo do- 
vesse prima d'ora fare la mente umana, per seguire e tener conto di 
una mutazione, di una permuta semplicissima di cose, non resa compli- 
cata da tutto quel complesso di forme e di specializzazioni, di precau- 
zioni e dì furberie, qual sì potrebbe concepire alla stregua della pro- 
prietà e della speculazione moderne. 

La mente umana rifugge da qualunque sforzo, da qualunque fatica 
vana: le grandi invenzioni sono dovute al caso, o allo studio acuito da 
un bisogno che si fa manifesto. Similmente i sistemi d' idee si formano 
secondo l'ordine delle cose. « Gli uomini, disse G. B. Vico, prima sentono 
senz'avvertire; dappoi ameriono con animo perturbato e commosso; 
finalmente rifletlono con mente pura. » 

Ora, quale ordine di cose poteva indurre la mente dell' uomo a fare 
uno sforzo per concepire, per avvertire, per riflettere sovra un pensiero 
computistico, prima che questa nuova fase giuridica impiimesse un ca- 
rattere nuovO; una maggiore estensione al concetto e alla forma di 
proprietà? 



f 



«. — Ma si osserverà, che le indagini storiche degli eruditi, stabi- 
lirono che il credito raggiunse un certo sviluppo acche presso popoli 
dell'antichità, preesistiti alle grandi innovazioni portate dalla civiltà 
romana. 

Perchè dunque limitare le nostre indagini nel solo campo del di- 
ritto romano ? 

Il carattere commerciale del credito è creato da circostanze este- 
riori, indipendenti dalla sua natura. 

Il credito assunse carattere commerciale quando cessò di essere un 
contratto di mutuo esauribile fra le parti per diventare un elemento di 
circolazione, estensibile a terz^. ^^ 



% 



178 



STOEIA DELLA KAGIONEBIA ITATJANA 



Ora, è appunto questo carattere, che non si risconti a nell' anti- 
chità; ma è solo nell'organismo romano in cui fa capolino coìV obbli- 
gazione letterale^ quando nella grande civiltà latina fanno la loro appa- 
rizione gli argentari; quegli argentari che pur essendo d'origine e 
d' importazione greca, crearono il sistema bancario romano col codex 
accepti et expensi e coli' obbligazione letterale; due istituzioni che furono 
completamente ignote al mondo greco, e dalle quali trasse il suo svi- 
luppo la tenuta dei libri. (1) 

Si, è vero. La funzione del credito sì manifestò anche precedente- 
mente alla civiltà romana, presso altri popoli, dei quali verremo trat- 
tando ed esaminando l'organismo dal nostro punto di vista, nel 
seguente capitolo. 

Ma se noi bene porrem mente, vedremo che il credito estrinseca- 
A-asi unicamente nella forma di miituo^ cioè di contratto reale, in forza 
del quale trasferivasi in altri la proprietà di cose materialmente esi- 
stenti, contro r obbligo di restituire in avvenire una quantità equiva- 
lente. E in questa forma il credito presentavasi unicamente sotto 
forma di obbligazione civile. 

L' ebbero i popoli dell' antichità, e funzionò in tale forma mira- 
bilmente, assai tempo prima che in simil modo funzionasse presso i ro- 
mani, perchè in Roma mancavano quegli elementi, che dicemmo neces - 
sari a renderne naturale lo sviluppo. 

Quale attività commerciale ebbe Roma ne' suoi primi secoli ? Può 
dirsi di essa ciò che verremo invece dicendo degli Ebrei, degl' Indiani 
dei Persiani, dei Greci, degli Egiziani ? 

No, certamente. Fu solo allora che avviatosi lo Stato sulla via 
della potenza con le conquiste e col predominio della forza, dando in 
pari tempo un' organizzazione amministrativa e un impulso commerciale 
a sé medesimo e alle provincia soggette, creò quell' ambiente entro cui 
doveva naturalmente nascere e svilupparsi anche il credito. (2) 

Ma comunque abbia funzionato il credito prima di Roma o con 
Rema, la corcluside prima che possiamo trarre è questa: che 1' obbli- 



(1) M. Voigt, op. cit. 

(2) «trabone (54 a C. -1 d. C.) nel XIII libro delle sue « Geoorape « parlando della rio- 
chez^a d Alessandria a suoi tempi, scriveva: u Le entrate dell' Egittopoi sono tante, che 
ebbe a dire M. Tulho m una sua orazione, che il re Tolomeo dotto Auleta, padre di Cleo- 
ratra, aveva di entrata 12500 talenti. Ora se quel re aveva tale entrata ed era dappoco né 
sapeva governarla, quanto potrà esser quella che oggi si ricava dall'Egitto, governato con 
tanta avvedutezza dai romani, i quali hanno accresciuto tutto il traffico ed il commercio 
della regione Trogloditica e della Indiana Z r, 



CAPITOLO PRIMO 



179 



gazione derivante dalla promessa di pagare qualche cosa in avvenire, 
diede vita al credito, proprietà incorporea, obbligazione civile. 

La permutabilità della promessa di pagare qualche cosa in avve- 
nire, diede a queir obbligazione civile un nuovo carattere, quello della 
commerciali tà. 

E nel mondo romano questo carattere si estende, quando le cre- 
sciute relazioni d'affari creano quei prestiti denominati trojectitia pe- 
cunia, nautica pecunia, pei quali le somme venivano trasportate per 
mare in lontane regioni, e il rischio del creditore decorreva dalla par- 
tenza della nave fino al suo arrivo a destinazione. 



^' — Per manifestarsi adunque, il credito assunse in origine forma 
simbolica e verbale ; e questi simboli tennero luogo di scrittura prima 
che questa si conoscesse ed entrasse negli usi comuni. 

Gabriele Rosa nella sua opera «Le origini della civiltà in Europa r(l) 
avverte come V erba nei tempi pastorali, rappresentava il frutto 
della terra, quindi era simbolo di possesso, di dominio. In seguito l' a- 
gricoltura fece all'erba surrogare la stoppia, onde tuttavia si dice 
•^ stipulare un contratto " perchè davasi la stipuli (stoppia) per simbolo 
di terra (2) 

Ma le obbligazioni verbali portano a inconvenienti gravi quando 
Io sviluppo economico e morale della società crea moltiplicità di rap- 
porti e una conseguente moltiplicità di obbligazioni sorgenti da questi 
rapporti. 

Lo abbiamo detto (3) e lo ripetiamo: la mente dell'uomo tutto 
non può ritenere, e quand'anche ritenesse, scomparisce con lo scompa- 
rire dell' uomo. 

Ma v'ha di più. Purtroppo la natura dell'uomo è tutt' altro che 
perfetta e la malafede ne è uno dei guai maggiori. Nasce quindi spon- 
taneo e naturale il bisogno di fissare in form.e sensibili i patti conve- 
nuti fra le x>arti. 

Il Caillemer nella sua opera Le papier à Athènes, asserisce che i 
Greci prima di servirsi del papiro e della cera, adoperassero ne' loro 
scritti frammenti di vasi, di terra, di ossa, di scorza d' albero, ecc. 

E le ricerche di Yulius Oppert, assiriologo illustre, professore al 



(1) Nel Voi. II, Gap. 13 

(2) />t cnntracmm agrariis stipaiam in manu tenebant, qnae iategrian repraesenta- 
i-et. (Varrò De 1. lat.) 

(3) Neil' introduzione alla Storia della Ragioneria Italiana. 



180 



STORIA DELLA EAGIONEBIA ITALLàNA 



Collegio di Francia, avrebbero assodato che nella più remota antichità 
gli assiri scrivevano le pattuite convenzioni su terra molle, che posta 
poi sotto l'azione del fuoco, induriva, acquistando così forma di mat- 
tone, inalterabile e conservabilissima. 

Il museo britannico possiede una ricca collezione di pezzi d' argilla 
cotta, di forma rettangolare (1) dimostranti in qual modo un tempo, 
oltre ai contraenti, anche i contratti potevan essere « duri come il 
muro. » 

I Greci pure verso il IX o X secolo avanti Cristo appresero da- 
gli Egiziani l'arte di scrivere su papiri o su tavolette di cera. Dai 
Greci appresero quest'arte i Romani, i quali non cominciarono a far 
uso della scrittura nei contratti, che assai più tardi, coli' introduzione 
del chirografo e del syngrafo, tolti dai Greci. 

Air epoca di Gaio le obbligazioni erano puramente verbali, suffr.v 
gate dalle registrazioni nei libri, che crearono quel codex accepti et 
erpensi e queir obbligazione letterale^ creazioni tutt' atfatto romane, com- 
j)letamente sconosciute ai Greci e nelle quali noi non esitiamo a tro- 
vare r origine vera, giuridica e scientifica della ragioneria italiana. 

Successivamente; nell'epoca tra Gaio e Giustiniano, s'incominciò 
a dar forma scritta, speciale' ed autonoma, all' obbligazione, indipenden- 
temente cioè dall'annotazione nei libri. 



8. — Da tutto quello che precede e che reputammo necessario 
a meglio chiarire quanto verremo dicendo in seguito, ci sia lecito trarre 
ora, a forma di conclusione, alcune considerazioni. 

Il sorgere e formarsi della proprietà creò come conseguenza logica 
la necessità di attendere con ogni cura alle cose che ne formavano 
l'oggetto, e ciò perchè il loro pregio non si menomasse, e per l'istinto 
umano stesso, perchè aumentassero a maggior profitto dell' uomo. 

Si può quindi ritenere, che all' infuori di ogni scienza giuridica ed 
economica, l' amministrazione trova il suo germe embrionale nell' istinto 



(l) L' Oppert nella u Rer>>e orieutafe et ameficaine n diede il fao-simile di due letterH 
di cambio, che vuoisi risalgano al XII secolo avanti la nostra èra. Eccole : 

I. Quattro mines quinzo sicles d' argent — (creance) de Ardu Nana, lìls de Yakin — 
sur Mardnkabalussur, tils do Mardukabalatirib — lans la ville d' Orchoó — Mardukaba- 
latirib payera — au mois de tebet — quattre mines quinze sicles d' argent — a Belabalid- 
<lin. tils do Sinnaid — Our, le 14 arakhosamma — 1' an 2 de Xabonido — roi de Babylone. 

II. Vingt-cinq sicles d'argent — (creance) de Belakbeirib, fìls de Nabuakeiddin — dans 
la villo do Borsiiìpa — Celui-ci payeni au mois detarrit — Cntho, le li ab — l'an 10 de 
Nabuchodonosor — roi de Babylone, 

(Seguono i nomi dei testimoni) 



CAPITOLO PEIMO 



181 



che spinge 1' uomo a imporre la sua volontà sulle cose, per destinarle 
a proprio profitto. 

Non v' ha d' uopo quindi di molte dimostrazioni per convincere 
che il pensiero amministrativo precedette il pensiero computistico. 

Con lo sviluppo intellettuale dell' uomo e delle società, al primitivo 
valore d' uso delle cose s' unisce un valore di scambio ; ecco sorgere il 
concetto di valore commerciale, e la conseguente necessità di confron- 
tare il pregio e la quantità delle cose fra loro ; di qui il bisogno di 
applicare la funzione calcolatrice, cioè l' assegnazione e la detemina- 
zione di un valore, espresso con numeri, per stabilire i confronti, de- 
durne le convenienze, determinare il corrispettivo, ecc. 

Dunque rispetto alla proprietà, i numeri compiono la stessa fun- 
zione che la moneta compie rispetto al commercio : qui essa serve di 
medio circolante ; e di fronte alla proprietà i numeri servono di medio 
determinante. 

Da questa funzione trae la sua origine V arte dei computi, la quale 
presuppone uno stato avanzato nelle condizioni intellettuali e sociali 
dell* uomo, e questo abbiamo veduto nella prima parte, svolgendo la 
storia dell' aritmetica in rapporto ai progressi della matematica e delle 
condizioni economico-sociali delle diverse epoche fino a' nostri giorni. 

Ma dallo scambio sorge 1' obbligazione : non basta più la funzione 
del calcolo ; occorre tener nota di ciò che noi dobbiamo agli altri e 
di ciò che gli altri devono a noi. ' 

Quella del calcolo è però una necessità momentanea, che s? fa ma- 
nifesta all' atto dello scambio : epperò può supplirvi la meccanica men- 
tale. Vedemmo infatti come l' aritmetica digitale fosse cosi radicata 
nell' uso, da arrivare fino ai tempi del Tartaglia. 

Non così avviene per la necessità di ricordare gli effetti sorbenti 
a-àW obbligazione, che quando sono molteplici e implicanti disparità di 
condizion:, di persone, di cose, è d' uopo affidare alla scrittura non solo 
per sopperire alla memoria labile che tutto non può ritenere o solo im- 
periettamente ricordare ; ma anche per dedurre criteri, norme consigli 
dai nostri atti compiuti e per vedere ciò che con essi abbiam'o o-uada- 
gnato perduto. "^ 

E naturale che questa necessità di ricordare i fatti compiuti si 
sarà soddisfatta coi mezzi che ogni età ebbe in relazione ai pro-ressi 
della propria civiltà. ° 

Che si scrivesse quindi sui mattoni, sulla cera o sui papiri que- 
sto a noi poco importa. ' 



1 



182 



STOBIA. DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



Ciò che invece, secondo noi ha importanza è di vedere quando e 
come avvenne che la funzione scritturale del controllo economico as- 
surgesse al grado di corpo scritturale, organizzato, di valore proba- 
torio. 

E questo noi Io vedemmo, e lo vedremo ancor meglio in seguito, 
avvenne col sorgere del contratto ad litteris dei romani. 

Se pertanto il pensiero computistico può, come generalmente am- 
mettono gli scrittori, trovare la sua origine nelle primitive ed informi 
annotazioni, che si facevano per ricordare i fatti compiuti, noi cre- 
diamo che il punto storico iniziale da cui deve prendere le mosse la 
ragioneria italiana nella sua formazione, sia precisamente questo, in cui 
essa comincia ad organizzarsi in vero corpo operante, cosciente della 
propria funzione giuridica. E voler spingere l' indagine oltre questo 
punto storico, è, secondo noi, opera utile come erudizione, ma eccedente 
i ''onlìni che qualsiasi indagine scientifica deve necessariamente imporsi, 
per non fare della storia un parto di fantasia. 




Capitolo Seoondo 



GLI ORDINAMENTI POLITICI E AMMINISTRATIVI NELL'ANTICHITÀ 



r>. Ragioni di questo esame attraverso l'antichità. - IO. Israeliti — Loro leggi, orga- 
nismo politico, commercio - il. Indiani — Il codice di Manìi - is. Persiani — La for- 
mazione dei catasti - 13. Fenici — Loro potenza colonizzatrice — Commercio e indu- 
strie — 1^. Egiziani — Loro divisione in caste - Sviluppo delle scienze e commercio — 
1«. Greci — Primo codice commerciale marittimo — Le società di mutuo soccorso — 
Organismo politico e amministrativo - Il controllo nella pubblica azienda — IQ, Orga- 
nizzazione del credito - Di un rendiconto del tempio di Delfo. - Le banche private.^ 



O. — Nella convivenza politica e nel progresso civile, non v'ha 
chi non ve<la quale e quanta influenza vi sia sullo svolgimento di quel 
pensiero, che scaturisce, come vedemmo, dall'istinto stesso dell'uomo, che 
cerca il miglioramento di sé medesimo, della propria posizione, de'' suoi 
averi. 

Se è dal pensiero amministrativo che procede quello computistico, 
facile dev'essere lo scorgere come anche negli ordinamenti politici! 
negl'indirizzi economici, nel grado di coltura dei diverei popoli, nelle varie 
epoche, una sufliciente messe di dati si può raccogliere, per dedurre un 
profilo generale di quel pensiero, almeno nelle sue prime manifestazioni. 

E giacché, secondo noi, nelle masse tutto va e tutto procede pei- 
tradizione, e i fiorii fanno quello che videro fare dai padri, e questi con- 
tinuarono le usanze dei nonni; e tutto si copia, si riproduce, si sovrap- 
pone; e la caduta di un regno o di un impero è la gloria di un altro 
che ne raccoglie le vestigia e le tramanda al vincitore nuovo, che soprav- 
viene a sua volta e gli pone il giogo di una nuova signoria, di una 
nuova potenza sorta per virtù di sangue più fresco, di esperienze basate 
sugli ammaestramenti del passato; giacché - diciamo - in questa con- 
tinuità, noi intravvediamo l'evoluzione lenta ma naturale delle civiltà 



184 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



intendendo con questo nome quel complesso di istituzioni, di organismi, 
di coltura, d*industrie, di commercio, che formano lo stato sociale e 
mtellettualo di un i)opolo ; non riuscirà superlluo un esame rapido attra- 
verso Tantichità, nò ci si farà carico, sperianjo, di avere con questi 
appunti, fatto imitile sfoggio di notizie, le quali a prima vista, potreb- 
bero sembrare di ninna attinenza con la Stoìia della raoioneria ita- 
liana. 



IO. Israeliti. — Delle leggi sancite da Mos(% circa 1300 anni av. 
Cristo, alcune non erano che riproduzioni di antiche consuetudini patriar- 
cali, altre furono la necessaria conseguenza delle nuove condizioni so- 
pravvenute al popolo d'Israel lo. 

Ai Leviti soltanto spettava scrivere e spiegare le leggi, amministrare 
la giustizia, tenere i registri genealogici delle famiglie, ed essi soltanto 
possedevano le cognizioni scientifiche di quei tempi. Ad essi incombeva 
riscuotere le decime dall'altre tribù, di cui alla loro volta, davano la 
decima ai sacerdoti. 

La legislazione inosaica pi'escriveva feste periodiche, il cui scopo 
era quello di ricordar sempre al popolo la sua dii)endenza dal divino 
Capo supremo dello stato. • 

A ricordare che anche la privata proprietà apparteneva a Dio, il 
settimo giorno, ossia il sabbato, doveva cessare ogni lavoro: il settimo 
anno (o anno di sabbato) anche le terre dovevano riposare; e dopo 7 
volte 7 anni, ossia l'anno del Giubileo, si estinguevano le obbligazioni 
derivanti da qualsiasi contratto : gli schiavi indigeni riacquistavano la 
libertà; i beni venduti o dati in pegno ritornavano ai primieri posses- 
sori. 

Il popolo era diviso in 12 tribù, le quali formavano altrettante 
piccole repubbliche amministrate da un principe per gli affari locali; tutte 
poi, riunite sotto il governo di Jehova rappresentato dal Sommo Sacerdote, 
che nelle varie questioni era giudice in ultimo appello ; ma era però 
coadiuvato da sacerdoti e profeti. 

11 popolo veniva convocato soltanto in via straordinaria per deci- 
ilere di guerra o di pace. Ogni città possedeva un giudice, che ordina- 
riamente veniva eletto fra i Leviti. 

Già dicemmo che al popolo ebreo era permesso dalle leggi mosaiche, 
di prestar denaro ad usura, limitatamente però nei soli rapporti con gli 
stranieri; mentre ciò era severamente proibito fra giudeo e giudeo. 
Tale prescrizione, oltre a togliere ogni fomite di discordie fra il 



CAPITOLO SECONDO 



185 



popolo, perchè potesse tranquillamente attendere all'agricoltura, mirava 
anche ad indebolire i popoli limitrofi per soggiogarli più facilmente; 
epperò a questo stesso scopo era proibito agli Israeliti ogni consorzio e 
relazione d'afiàri con altri popoli, tranne che con gli Edomiti. 

Ma se tali prescrizioni miravano a fare degli Israeliti un popolo 
pacifico, dedito all'agricoltura e racchiuso ne' suoi confini, senza arric- 
chirsi col commercio né estendersi con le conquiste, non è a credere 
che ciò fosse perchè mancasse lo spirito commerciale in quel popolo. 

Era, per cosi dire, un fare di necessità virtù, perchè il commercio 
coll'estero era già reso difi^icile dai la vicinanza de' fenici e degli arabi, 
che assorbivano e dividevansi tutto il commercio asiatico. 

Ma il commercio interno era in quella vece assai importante, e 
n'era centro Gerusalemme, per mezzo delle sue tre feste nazionali 
annuali. 

Ricordiamoci il precetto di Salomone: « quodcumque irades, 
numera et appende; datum vero et acceptum, omne describe » (1) 
e assai facilmente riescirà di convincersi, che — per quanto rudimen- 
tale potesse essere il pensiero computistico presso questo popolo — esso 
erasi allermato però con prescrizione recisa. 

11. Indiani. — Fra le civiltà dell'antico oriente, quella del popolo 
indiano segna certamente uno dei punti più luminosi. 

Il Manava-Darrnasaira o codice di Manu, dà l'organizzazione 
politica e civile degl'Indiani. 

Questo codice è una raccolta di leggi scritte e di consuetudini; e 
venne formandosi poco a poco, dal 12» secolo av. Cristo, in poi. 

Epperò, sull'antichità del testo, di cui dà la traduzione, Cesare Cantù 
fa ([uesta considerazione: « che il presente testo sia antichissimo, n'è 
prova il non trovarvisi cenno dello scisma di Budda, che 3000 anni fa 
Itrotestò contro l'ortodossia braminica. » 

Dai libri 7° e 8« dei Codice di Manu, spigoliamo le seguenti disposi- 
zioni che si riferiscono all'organismo ed all' amministrazione dello Stato. 

L'India dividevasi in molti regni fra loro indipendenti, che avevano 
la stessa costituzione politica-religiosa, ed erano soggetti ad un solo Re, 
comune e supremo. « Essendo questo mondo senza re — dice il codice — 
tutto sossojn-a i^er la lìaura, il Signore per conservazione di tutti gli 
esseri creò un re. » 



(1) Vedi Introduzione — pag. 8. 



186 



STORIA DETiLA BAQIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO SECONDO 



187 



Il «governo era monarchico-assoluto; però il re «. deve elcpgere sette 
od otto ministri'^ d'antenati addetti al servizio ideale, vei'sati nella cn- 
r/nizione delle legoU valorosi, atti alle armi» di nobile stirpe e di fe- 
deltà assicurata con giuramento fatto siili' immag ine di una divinità. 
Deve pur sciegliere altri conì^iglieri esperti in materia di fmanze. » 
Il re poteva dare a chiunque un terreno in feudo, e riprenderlo 
quando voleva; soltanto i beni dati ai Bramini, considerati santi ed in- 
violabili, erano irrevocabili ed esenti da imposte. « Un re, eziandio se 
morisse d' inedia, non deve ricever il tributo da un Bramino^ versato 
nella Scrittura Santa, né patire che ne' suoi Stati sia tormentato dalla 
fame, » 

I.e entrate del re erano molteplici ed abbondanti; ma « a guisa della 
sanguisuga, del giovine vitello e dell' ape, che pigliano il cibo a jìoco 
a jìoco, il re non deve ricevette il tributo annuo del suo regno che a 
piccole porzioni » ; non solo, ma <i il re faccia pagare come imposta un 
livello modicissimo agli uomini del suo regno d'infima classe, e vi- 
venti di commercio poco Ino oso, » 

E in quale misura si pagavano questi tributi? 
« La cinquantesima imrte imo prelevatasi dcd re sui bestiami, sul- 
Voro e sulV argento, aggiunti ogni anno ai fondi; l' ottava, la settima 
e la duodecima sui grani, secondo la qualità del suolo. 

Prenda la sesta parte del g-uadagno annuo fatto sugli altieri, la 
carne, il miele, il burro chiarificato, i profumi, le piante medicinali, 
i succili vegetali, ecc. ecc, » 

Per le maggiori provine ie il re nominava dei vice-re, che alla lor 
volta assegnavano i distretti a luogotenenti e appaltatori, contro un tri- 
buto che variava a secondo delle circostanze. 

« Il re deve istituire un capo per ogni comunità fgramaj, un 
per ogni 10, un per ogni 100, un per ogni 1000. Il capo di una co- 
munità deve far conoscere al capo delle 10 i disordini che accadono 
nella sua giurisdizione. Il capo di 10 deve farne parte al capo di 
venti e così di seguito. Le cose che gli abitanti di una comunità sono 
obbligati dar giornalmente al re, come riso, bevanda, legna da bìm- 
dare, devono riceversi dal capo d'una coìnun ita pe' suoi emolumenti. 
Il capo di 10 comunità deve godere del prodotto d'un Kula{\); il 
capo di 20 del prodotto di 5 Kula; il capo di 100 del prodotto d' una 
comunità; il capo di mille del prodotto d'una città fpuraj. » 



I > ti 



% 



(1) 



Estensione di terreno che poteva lavorarsi con due aratri da sei tori ciascuno. 



E quali norme devono guidare il re nella scielta dei ministri? « Uo- 
mini attivi, capaci e sperimentati deve il re prendere al suo servizio 
quanti af)bisognano affinchè gli a/fari vadano convenevolmente. Fra 
essi adoperi a scavar oro, argento, pietre preziose e ricevere i py^o- 
dotti delle terre coltivate quelli che sono valoy-osi, intelligenti, di 
Imona famiglia ed integri; confidi la custodia dell'interno del suo 
palazzo ai pusillanimi, perchè uomini coraggiosi, vedendo il re solo 
circondato dalle sue donne, .ad istigazione dei ìiemici potrebJjcro uc- 
ciderlo. » 

Ma come viene organizzato tutto questo servizio « poiché — è il Co- 
dice di Manu che parla — generalmente gli nomini i7icaricati dal rg 
di vegliare a sicurezza del paese, sono astuti, avidi dei beni altrui, 
ed il re deve difendere il suo popolo?» Ecco in qual modo: 

«Faccia ricevere la sua rendita annua, in tutto il suo dominio, 
da commessi fedeli. Ponga in ogni parte ispettori intelligenti, pei- esa- 
minar quelli che sono al servizio del principe. E in ogni gran città 
fnagaraj elegga un sovraintendente generale d'alto grado, circondato 
da treno maestoso, qual pianeta in mezzo alle stelle; il quale sovra- 
intcnda agli altri impiegati; e il re deve farsi dare esatto conto da' 
suoi mandatari della condotta dei delegati nelle varie Provincie. » 

E tutte queste norme sono raccomandate al re «per mantenere il 
buon ordine ne' suoi stati, perchè il sovrano di regno ben governato 
vede sempre aumentare la propria prosperità. » 

Esteso era il Commercio di questo popolo, consistente nell'esporta- 
zione di spezierie, canne di zucchero, cotone, colori, pietre preziose, stofle, 
metalli lavorati, e specialmente l'acciajo, che gl'Indiani sapevano' prepa- 
rare da tempo remotissimo. 

L'importazione era invece poco considerevole, perchè la produzione 
in genere era sufficiente ai bisogni del paese. 

Tutta questa attività commerciale doveva necessariamente essere re- 
golata, sorretta da una legislazione ; e il Codice di Manu vi provvede 
con saggie disposizioni, delle quali vogliamo riportarne alcuna. 

« L'interesse d'una somma prestata, ricevuta in una volta sola e 
non mensilmente o giornalmente, non deve superare il doppio del 
debito, cioè non deve salir oltre il capitale che sì rimborsa nello stesso 
tempo; e per grano, frutta, lana, bestie da soìna, prestate pei- pa- 
garsi in oggetti dello stesso valore, l'interesse dev'essere tutV al più 
quintuplo del debito. Un interesse che sorpassa la tassa legale, e che 
devia dalla regola precedente, non è valido; i savi lo chiamano prò- 



188 



STORIA DKLLA RAGIONERIA. ITALIANA 



CAPITOLO SECONDO 



189 






federe di murajo, e chi dà in prestito non dece ricevere pia che il 
cinque per cento. 

Chi dà in prestito per un mese o due o tre, a/I un certo interesse 
non liceva lo stesso interesse al di là dell'anno, ne alcun interesse 
disapprovato, né l'inter-esse dell'interesse per convenzione jy^ocedentc, 
né i7it eresse mensile che finisca per eccedere il capitale, ne interesse 
estorto al debitore in momento d'angustia, ne utili esortrìtanti da un 
jtefjno, V uso del quale fa le veci d* interesse. 

Chi non può pagare un debito all'epoca fissata, e vuol rinnovare 
U contratto, può rifare l' obbligazione col consenso di chi fa il pre- 
stito^ pagando tutto l'interesse dovuto. 

Ma se 2)er avvalsa sorte trova impossibile il pagameitto dell' in- 
teresse, nel contratto che riìinova inscrìva come capitale V interesse 
che avrebbe dovuto pagare ». 

Nell'occasione delle «iraiidi feste, i luoprhi «lì pelleprrinajjfiio divennero 
centri importanti del commercio interno. E quello esterno si faceva per 
terra in tre direzioni: verso la China, dalla quale s'importava la seta; 
verso Levante, coi porti e scali della (\)sta di Coromandel e di Ceylan; 
verso Occidente, dalla Costa di Malabar spingendosi in direzione «lell'A- 
rabia, da cui importavansi incenso e oro. 

Ed ecco il (Codice <U Manu, che provvede con disposizioni dirette a 
refi^olare la materia dei trasporti : « Cliì s'incaricò di tì'asportar certe 
mcì^ci, jjer un interesse fissato lìrima, nel tal luogo, in uno sjtazio 
determinato, e non compie le condizioni relative al ietnpo e al luogo, 
non deve ricevere il prezzo convenuto, ma quello che verrà fissato 
da periti. 

Quando uomini perfettameìite pratici dì passaggi maiittimi e dei 
viaggi per terra, e capaxn di projyorzionare il benefìzio alla distanza 
dei luoghi, ed al tempo, fissano un interesse qualsiasi pel traspoì-to 
di certi oggetti, la loro decisione ha forza legale into?'no all'interesse 
determinato ». 

1!8. — Persiani — Gli annali o cronache ufficiali dell* impero per- 
siano, provennero dall'uso di annotare tutti «jrli atti e detti del re, il quale 
essendo chiamato dalla divinità a compi 3re /7r/i;>?YÌ? cos^', face vasi accom- 
paj?nare costantemente da se<rretari cui spettava appunto l'incarico d'an- 
notare quanto il re faceva o diceva. 

Cosi formaronsi jrli aìinali, che conservati nelle residenze di Susa, 
di Babilonia e di Ecbataua, ad essi attinsero gli scrittori greci quali Tu- 



cidide, Ctesia, Senofonte, Diodoro, Arriano, Plutarco, Trogo Pompeo ed 
Erodoto, il quale ultimo assai notizie attinse pure dai propri viaggi. 

Per tal modo, e grazie a questi scrittori, la storia dei Persiani ha 
potuto arrivare fino a noi, attraverso un periodo di 25 secoli, mostran- 
doci come l'antica nazionalità persiana siasi conservata libera e indipen- 
dente per secoli e secoli dominando anche su popoli stranieri ; ma come 
successivamente ebbe periodi alternati d'indipendenza e di sottomissione, 
finché in\asa <la un elemento straniero, V islamismo, sulla nazionalità 
antica una nuova ne sorge, in mezzo ai diversi rivolgimenti dell'Asia. 

Fu sotto il regno di Dario I (521-485 av. Cr.) che l'impero, vicino a 
dissolversi, fu consolidato da una nuova e migliore organizzazione. 

Dario divise l'impero in 20 satrapie o provincie, a ciascuna delle 
quali assegnò un satrapo, che aveva il potere civile e il comando delle 
truppe stanziate nel suo territorio. 

I satrapi dovevano percepire le imposte per cui si fecero appositi 
catasti. Ed uno anzi de' catasti più antichi che si conoscano, è quello 
formato da Artaferne, fratello di Dario, per le provincie greche dell'Asia 
Minore, da questi soggiogate, ed alle quali era stato imposto un tributo 
di 40 mila talenti. 

I tributi erano Tunica fonte di ricchezza e di potenza negli organi- 
smi politici dell'antichità, e naturalmente esigevano una base di controllo 
per determinarli e riscuoterli. 

Ma erano basi in gran parte erronee e però sempre incerte quelle 
su cui si fondavano ì primi Catasti, quali la supefìcie della terra, il 
modo di coltivazione o il numero de' capi di bestiame impiegatovi o 
degli attrezzi usati\'i. Ciò non toglie però che l' idea del controllo si 
manifesta nella introduzione di questi Catasti, per quanto erronei nelle 
loro basi di formazione. 

I tributi, erano ripartiti in base ad una diligente investigazione e in- 
ventariazione di tutto ciò che apparteneva ai conventi, agli eremitaggi, 
alle chiese, ai vescovi, ai monaci, ai preti, ai mercanti, ai viaggiatori, dei 
quali tutti tenevasi nota perfino dei piìi insignificanti oggetti venduti od 
acquistati, che ad essi appartenevano. 

A fianco dei Satrapi, stavano controllori i Segretari, che ricevevano 
gli ordini dal re per mezzo <]ei messaggieri distribuiti per stazioni, e li 
conuniica\ano prontamente ai satrapi per l'esecuzione. È risaputo come 
sia dovuto ai Persiani l'invenzione delle Poste, che le ordinarono anche 
statisticamente. L'amministrazione civile, quella militare e la territoriale 
erano annualmente sottoposte al controllo del re. 



:a^^.-t3ài^:> 



190 



STORIA lUaJA RAGIONERIA ITALIANA 



Le satrapie provvedevano alla percezione dei tril)iiti in metalli no- 
bili per la massima parte in natura. Le provincie che dovevan pa- 
irare in arjjento, dovevano farlo a peso del talento babilonese: quelle in- 
A ece che dovevano pajjare in oro, a peso del talento el)oico. (1) 

Dai tributi prelevavansi anzitutto i fondi per le spese della corte del 
Satrapo, orjjanizzata come quella <lel re : poi per il mantenimento del- 
l'esercito e dejrli altri funzionari; il resto era versato nella cassa pri- 
vata del re, dalla quale atlinjieva i mezzi per doni e pensioni, la cui li- 
quidazione facevasi su ruoli tenuti rejrolarmente. 

or impien:ati subalterni ricevevano però il loro soldo in natura : a 
quelli superiori assegiiavansi le rendite di luonrhi o territori: alle persone 
«li grado supremo poi, come le mogli e le madri dei re, assegna\ansi le 
rendite di territori distinti per ogni loro bisogno. 

I tesori raccolti col mezzo dei tributi erano custoditi e amministrati da 
tesorieri che ne tenevano i Conti da sottoporre al re ad ogni sua richiesta. 

Dario favorì anche il commercio fra le diverse parti del suo im- 
pero, al quale scopo fece intraprendere a Scilace un viaggio di esplora- 
zione sull'Indo e condusse a termine il canale incominciato da re Neco 
tra il Nilo e il (lolfo Aral)ico. 



■3. — Fenici — Di tutte le nazioni semitiche, la Fenicia era cer- 
tamente la più colta ; e sia per le sue relazioni commerciali, sia j)er la 
vasta rete delle sue colonie, eserciti) la più grande influenza sull* inci^ i- 
limento del mondo antico. 

Chiamata dagl' indigeni Canaan, che signilica paese basso, furono i 
<'treci ed i Romani a denominarla Fenìcia per la sua ricchezza <li fore- 
ste e di palme. Era una regione piccolissima: in lunghezza non misu- 
rava più di 50 miglia geogr. pari a circa chilometri 7 '/,; e 'n larghezza 
toccava appena, in corti punti, un estensione d'una mezz'ora di cammino 
e in altri poco più d'un miglio. 

Iqìpure, per lo spazio di parecchi secoli, i fenici furono il lìrìmo po- 
polo commerciiile della terra. L' eccesso di popolazione, con tutti i mali 
politici e sociali che ne derivano; i disastri naturali, come terremoti, fre- 
<iuenti sul litorale ; l'avanzarsi dei popoli dell' Asia centrale ; ma sopra- 
tutto r intraprendenza degli abitanti che anelavano a procacciarsi un 
commercio regolare con regioni lontane e non ancora coltivate, furono 
le cause deterniinnnti della grande espansione colonizzatrice di questo 
popolo. 



(l) T. eboioo = 2i>, 075 Kg, d'oro. 



CAPITOLO SECONDO 



191 



Ed invero, nessun altro paese dell'antichità, di un'estensione cosi re- 
lativamente piccola, fondò un numero altrettanto grande di città e colonie. 
Soltanto sulla costa occidentale d'Africa, narrasi che i Tiri abbiano fon- 
dato circa 300 città, e moltissime altre ne fondarono o ne colonizzarono 
sul continente asiatico, nelle isole del Mediterraneo, nel sud-ovest della 
Spagna e sulla costa nord e nord-ovest d'Africa. 

Essi occupavano piccole isole in vicinanza del continente, sul quale 
in seguito, col crescere della popolazione, insensibilmente si trasportavano 
e sorgevano in tal guisa città che qualche volta eclissavano quelle già 
esistenti, e servivano come base o punto di partenza per 1' annessione di 
vasti territori. 

Al perfezionamento coloniale però, i Fenici pervennero coll'organiz- 
zazione del grande Commercio fatto da individui e da società mercantili, 
e<l al quale arrivarono sviluppando a poco a poco il piccolo commercio 
terrestre e marittimo, di mano in mano che andavano estendendo la loro 
potenza e i loro territori. 

Erano oggetto del loro commercio i prodotti del suolo, specialmente 
il vino, la frutta e l'ulivo ; i prodotti dell'industria, e le merci che trae- 
vano dall' Eufrate, dall'Egitto, dall' India e dall'Etiopia. 

Come industriali, i fenici recarono ad un alto grado l'arte nautica, 
l'arte mineraria, specialmente per le cave di pietra nel Libano, che la 
tradizione disse aperta da Cadmo: l'arte metallurgica, la tessitura, la tin- 
toria e la fabbricazione del vetro, sia in vasi, sia in oggetti di orna- 
mento personale. 

Il loro commercio prendeva due direzioni principali; quella dell'O- 
riente, verso r Egitto (terrestre e marittimo;, verso 1' Etiopia e l' India 
^soltanto marittimo] e verso l'Arabia e le regioni dell' Eufrate (puramente 
terrestre). 

Quella dell'Occidente estendevasi alle coste del Mediterraneo, e alle 
coste occidentali d'Africa e d'Europa, al nord fino alla Britannia e al sud 
lino a Cerne. 

Nelle città più importanti esistevano archivi in cui conservavansi an- 
nali e documenti relativi ai fatti più importanti della vita politica di 
questo popolo. Fu appunto con l'ajuto di essi che nel 12Ó0 avanti Cristo. 
Sanconiatone di Derito scrisse una storia fenicia ed egiziana in nove li- 
bri, che fu tradotta in greco da Filone di Diblo, e della quale trovasi 
ancora un frammento i^resso Eusebio. 

I fenici aborrirono dal vincolo delle caste; anzi ciascuna città for- 
mava col suo territorio uno stato indipendente, con un re la cui auto- 
rità era temperata dalle famiglio patrizie e dal Sacerdozio. 



192 



STOIUA I)1:LLA ragioneria ITALIANA 



I cinque ma{?giori Stati di Sidone, Tiro, Arado, Berito e Biblo, erano 
retti a monarchia ereditaria, con due Senati, l' uno composto di 300 
membri eletti da piccole corporazioni o f/etifes; l'altro di 31 membri 
eletti dal primo. I due senati amministravano tutti i più importanti affari 
di stato ed erano sojrgetti al controllo delle assemblee popolari, che tal- 
volta annullavano anche le deliberazioni dei due Senati. 

Tiro, Sidone e Arado formavano una Confederazione. 

In una città neutrale, a Tripoli, tenevansi le assemblee federali, cui 
ciascuno dei ire stati mandava il proprio re con cento senatori per 
decidere su^^li affari comuni. 

Gli altri stati erano sotto il protettorato di uno dei tre confederati. 
I rapporti delle colonie con la madre patria variavano a seconda delle 
cause di fondazione delle colonie stesse. 

Quelle fondato da uno stato, restavano dipenrlenti da esso cui paga- 
vano determinati oneri, come tributi, decime ecc. 

Quelle fondate da un partito non avevano con la madre patria ch«^ 
un solo vincolo di religione, pel quale dovevano mandare ogni anno de- 
putati a Tiro alla gran festa dei Dio Melcarth, pagando al Santuario 
una decima su tutte ìeproprie rendilo, ed un'altra sul l)ottino di guerra. 

II colmo della sua potenza la P'enicia raggiunse dopo liberata dal 
giogo Assiro ed Egiziano ; e quella potenza fu concentrata nell' isola di 
Tiro, dopo che in causa d'una guerra disatrosa coi Filistei nel 1209 av. 
C. le famiglio più cospicue di Sidone ripararono in quell'isola. 

Il re Iliram (980-947y contemporaneo ed amico di Salomone, a imi- 
tazione di questi fece costruire grandiosi edifìci ed aì)bellire la città di 
Tiro consolidandone la potenza; ed estese il commercio alla regione indiana 
aurifera d'Olir. 

Ma quando, memore della sua antica grandezza, Tiro osò affrontare 
Alessandro il Macedone, che aveva già ab))attuto la potenza della Persia, 
essa fu espugnata e distrutta (332 av. Or.} dopo un asse<lio di sette mesi ; 
e il suo trallico, la sua potenza marittima passarono ad Alessandria. 



li. — Egiziani • — Il popolo egiziano, che taluni dissero formatosi 
da frammenti di vari popoli, dividevasi in 7 caste. 

I S/iccì'doti avevano il monopolio di tutte le cognizioni scientifiche, 
e quindi erano giudici, medici, architetti ecc., e avevano essi soltanto, 
diritto a pubblici impieghi. 

Le loro entrate consistevano principalmente nei prodotti dei poderi 
dei templi presso cui avevano sede (Tebe, Memfì, Elìo[toli e Sai . Tali 



CAPITOLO SECONDO 



193 



poderi venivano dati in locazione ed erano esenti da imposte. La disfa 
militnre non godeva soldo, ma possedeva beni. 

L'altre erano le caste dei pastori, dei porcai, degl' indusiriali, che 
comprendeva artisti, mercanti ed operai; dei barcajuoli del Nilo e de- 
^^V interpreti, introdotti da Psmmetico quando volle grecizzare il paese : 
essi erano destinati ad agevolare il commercio con gli stranieri. 

Il potere dei re o Faraoni era assai limitato dagli oracoli e dai Sa- 
cerdoti, che sempre li circondavano e tra i quali dovevano scegliere i 
loro impiegati. 

Le entrate dei re consistevano nei prodotti dei loro beni, delle miniere 
d'oro della Nubia, delle pesche, e nei tributi dei popoli soggetti. 

I sacerdoti, oltreché godere il privilegio delle cariche supreme tanto 
nell'Amministrazione come nel potere giudiziario, erano i depositari delle 
scienze. È questa la causa per cui negli egiziani appare il difetto di ge- 
nio e di liljertcà in ogni cosa ; l'oppressione religiosa e la superstizione 
paralizzavano lo sviluppo intellettuale del popolo ; epperò il paese, che 
gli stranieri ritenevano culla della civiltà, e dove tutti accorrevano per 
istruix-^i, poco produsse nelle scienze e nella letteratura. 

Platone informa che gli Egiziani usavano fare i computi con pietruzze 
e cubi; ed i loro sacerdoti, come narra Diodoro, esercitavano a lungo i 
f^inciulli nell'Aritmetica e nella Geometria. 

Fiorirono in Egitto V Astronomìa , applicata nella massima parte 
all'agricoltura e in parte all'astrologia, che influì assai sulla pubblica 
e privata vita egiziana; la Geometria, resa necessaria dal bisogno di 
misurare nuovamente le terre dopo ogni innondazione del Nilo. Gli egi- 
ziani, per ripararsi dalle piene di questo fiume, osservarono anzitutto le 
fasi della luna, gli aspetti del sole, la comparsa delle stelle, per misurare 
il tempo e preconoscere l'epoche delle alluvioni, per ritirarsi in tempo 
sugli argini che dovettero erigere e misurare, per poi ridiscendere nelle 
campagne e con canali ed altri argini deviare le acque rimaste, ricon- 
giungerle a quelle del Mio e dirigerle in modo da evitare nuovi guai 
e<l anzi ricavarne un profitto maggiore. 

« Ecco come il fatto delle alluvioni periodiche — soggiunge Arcan- 
gelo Ghisleri — stimolò Y attività dello spirito a mettersi in via per tro- 
vare r astronomia, la geometria, e la fisica » 

Anche i grandiosi monumenti che vi si costruivano, esigevano co- 
gnizioni mate ma tic] te. Così le piramidi si costruivano secondo certe pro- 
porzioni matematiche ; nella maggiore, per esp. l'altezza sta ad uno dei 
lati della base, come 5 : 8. 

14 



194 



STOEtA DELIA B.VGIOKEEIA ITALIANA 



Le creazioni più importanti dell* injjejjno egiziano si manifestarono 
in arte, il cui scopo è essenzialmente storico, anziché estetico. V ar- 
chitettura ha siomificazione siml)olica in rapporto alla natura del paese: 
le colonne hanno la forma delle piante della Valle «lei Nilo. 

Dopo le piramidi, il Labirinto era uno dei più jrrandiosi monumenti 
ejiiziani. Consisteva, secondo Erodoto, in 12 palazzi reali con 1500 stanze 
sopra, e altrettante sotterra. 

liunsen, in questo palazzo, ravvisò un museo storico nazionale, in cui 
con iscrizioni jierojjlifiche, erano raccolte e rappresentate le «resta dei re 
e le vicende d"ojj:ni provincia. 

Intorno all'organizzazione politica, industriale e commerciale dell'an- 
tico Eoritto, si hanno documenti, «lai quali risulta che le persone spe- 
cialmente incaricate delle funzioni comjìutistiche ed amministrative de- 
signavansi col nome di ><cribì, i quali costituivano una delle classi più 
ragguardevoli e rispettate. 

Pel fatto che alla Casta Sacerdotale erano riserbaii gl'impieghi e le 
alte cariche dello stato, v'erano Scribi anche nella Casta dei Sacenloti, 
<lella gerarchia dei quali ci dà un'idea un passo di Clemente alessadrino, 
che cosi descrive la processione d'Iside : <. \'a innanzi il cantore con un 
simbolo della musica e con due libri di Krmete, che contengono inni a 
Dio l'uno, l'altro regole di condotta pel re. Segue l'oroscopo coiroriuolo 
e il ramo di palma, emblema dell" astrologia, e deve sempre avere da- 
vanti i quattro libri d' Krmete relativi agli astri. Mene 2)0t lo sa-f'Oa 
sacro, con penne alla testa» un libro e un rerjolo in ìnano» e coll'in- 
chìosiro e la canna da seri cere; e dere sapere la geroiìlifìca, la co- 
smofjìmfìa, la geografia, il ca mulino del sole» della luna e dei cin- 
que pianeti» la corografia dell' Egitto e del Silo, e tutto l'apparato 
delle cerimonie» la misura e l'indole di ciò che serre ai sagri fari. Li 
segue lo stolista, portando il cubito di giustizia e la tazza per le liba- 
zioni.... Tltimo è il profeta, che tra le pieghe della veste sostiene l'urna 
sacra ^\ 

E Giuseppe (^erboni '\) dà quesf altre notizie relative agli Scribi : 
<v In un documento, che sembra anteriore alla 2'* dinastia dei Faraoni, 
si leggono queste parole : lo scriba della dogana è snl lungonilo per 
esigere la decima della messe. La ventilazione, la misurazione e il tra- 
sporto del frumento al grana.jo si facevano in i)resenza di Scribi che via 
via notavano le misure ed i carichi. 



(1) O. Cerb3nl — La Ragioneria Scientifica - pag. 101. 



CAPITOLO SECONDO 



195 



<^ Lo studio delle lettere conduceva a tutto: dati gli esami, lo scriba 
l)Oteva essere, secondo le sue attitudini prete, generale, ricevitore delle 
contribuzioni, ingegnere, architetto. Ognuno poteva pervenire all'uflicio 
<U Scriba, il quale a quanto sembra, era tale da procurare ricchezze a 
chi lo esercitava. 

In un papiro è descritto un ricco Scriba che vestito di lino monta sul 
carro tenendo nelle mani un bastone d' oro e la frusta, circondato da servi 
I)ronti a' suoi cenni. E fra i diversi gerogl ilici delle ])iramidi illustrati da 
Michelangelo Lanci avvene uno ch'egli chiama La conta, nel quale scor- 
gesi un mandriano che fa sfilare davanti al i^roprietario l' armento ad- 
dato alle sue cure, mentre uno scriba ne enumera e registra i capi ». 

15. — Greci — Fino dai tempi di Psmmetico '671-617 av. Cr.) e 
<li Amasi ;570-526 av. Cr.) la rirecia aveva avuto frequenti rapporti con 
r Egitto: epperò gli antichi ritennero, che la civiltà greca derivasse dal- 
l'egiziana. 

Che le civiltà orientali abbiano influito su quella greca, già lo ve- 
demmo; ma ciò deve essere avvenuto sui primordi soltanto, imperocché 
«luando la civiltà greca cominciò a svilupparsi ed avviarsi a quel grado 
di perfezione, che poi raggiunse completo, essa si rese affatto indipendente. 

Meravigliosa ci si svela infatti 1' antica Grecia co' suoi ordinamenti 
politici, con le sue leggi sapienti, con lo sviluppo e il carattere quasi 
moderno di talune sue istituzioni economiche. Furono le società mercan- 
tili d'Egina, del Pireo e di Rodi che dando un impulso incredibile al coni- 
mercio con 1' oriente e con V occidente, gettarono le basi di un primo 
Codice Commerciale marittimo. 

Atene, Tebe ed altre società ancora, avevano società di Mutuo Soc- 
corso, nelle quali gli associati versavano una somma determinata men- 
silmente per soccorrersi ^•icendevolmente nella miseria fi]. 

La storia quindi, e le indagini degli eruditi ci forniscono ben mag- 
giori notizie dell' antica Grecia di quelle che non s' abbiano dell' antico 
( >riente. 

E gli è perciò che qui le induzioni sugli ordinamenti contabili esi- 
stiti sono alquanto più positive, perchè se mancano documenti che ne di- 
mostrino lo sviluppo, la tela, l'organico, la storia ci ha però tramandato 
notizie sul funzionamento dei singoli Corpi ammixiistrati, sulla divisione 
dei poteri, delle responsabilità e sull'obbligo della resa dei conti. 

(l)-Prof. Giovanni Fermento - Dello spirito d'associazione nell'evoluzione sociale - 
Milano 1891. 



■■^aaa^ì&sar'r! 



196 



CAPITOLO SECONDO 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITALUNA 



197 






La funzione del rendiconto in (Jrecia assurse a <rrande importanza, 
e fu rejjrolata da prescrizioni ri<?idissime. 

Essa incombeva ai Map:istrati che amministravano la cosa pubblica 
o che il pubblico danaro manepr<?iavano; ed era prescritta in tutti ?\i stati 
prreci, retti democraticamente e perfmo in taluni {governi assoluti. 

I rendi-conti s'incidevano sulla pietra e venivano esposti al pubblic(» 
a/Iìnchè ojrnuno potesse liberamente esaminarli e criticarli. 

La. Cfrecia mai non form(S uno stato unico, ma può dirsi che divi- 
devasi in quasi altrettanti stati indipendenti, quant'erano le città. Il pri- 
mato di Sparta, di Tebe, di Atene, rifulnre nella storia per sapienza di 
ordinamenti. 

Due istituzioni diverse, nell" indole e nello scopo, è d' uopo distin- 
jruere nell'antica Grecia : la costituzione dorica oligarchica e la costi- 
tuzione .Ionica democratica : Sparta e Atene, Licurj^o e Solone. 

A. — Nella divisione del Peloponneso, la Laconia era toccata ad 
Euristene e Prode, e da allora in Sparta regnarono sempre due re, un 
Efjide e un Proci ide. 

Neir HHO av. Cr. Licurjro per mandato de' suoi concittadini e colPap- 
provazione dc^lForacolo delfico, diede alla sua città una costituzione. A 
limitare il potere dei due re, pose loro a fianco un Senato composto di 
28 cittadini, al quale spettava la suprema direzione amministrativa. 

II potere legislativo emanava dal Senato, che dirigeva Tamministra- 
zione pubblica e costituiva la suprema corte criminale. Accanto al Senato, 
stava Tassemblea del popolo, costituita da tutti i cittadini di Sparta, che 
avessero compiuti i 30 anni. 

E accanto ai re, al Senato e all'assemblea del popolo, sorsero i cm- 
que Efori, scelti dal popolo, che dapprincipio erano giudici nelle cause 
civili, ma poi assursero a tanta autorità e pcìtenza, da costituire il pc- 
iere della censìtra, formando opposizione ai re ed al Senato, vigilando 
acche nessuno uscisse dalle rispettive attribuzioni. 

Ora, in tale ordinamento, non v'ha cbi non veda tutta la funzione^ 
organica del controllo, che come esisteva nella costituzione politica del 
paese, tanto più doveva estendersi alle singole funzioni burocratiche d^i 
«liversi rami in cui dividevasi ciascuna istituzione nel proprio funzionamento. 
Allorché Licurgo fu sopraintendente generale dello finanze, espose i suoi 
rendiconti, incisi sulla pietra, davanti alla porta dcdlo Sfndìo (1) da lui 
fatto erigere. 



(I) Xell'antifa Grecia era co^; ri;;-?-- -to l'ii^i "^ !r?m'> ;-or 'e corac a picll. 



K Aristotile informa come nell'alto Peloponneso « in .Mantinea, il po- 
polo rivede i conti dei magistrati. Questi magistrati dovranno portarsi 
bene, avendo da render conto, perchè gli è util cosa negli Stati, che i 
cittadini sian rattenuti e non possano far ciò che vogliono, perchè la li- 
cenza di poter fare ciò che uno vuole, non è bastante a guardarsi dalla 
malizia che in ciascun uomo si trova ». 

16. — Ben maggiori sono le notizie che la storia ci fornisce sul fun- 
zionamento dei corpi amministrativi in Atene. 

Dopo la morte di CodrO, nel 1008 av. Cr., l'autorità regia fu abotita, 
e il potere passò ad Arcoìili responsabili, che eletti dapprima a vita! 
indi decennali, divennero dopo il 682 annuali ; ed erano in numero di 
nove, tra i quali le cui-e di stato erano così divise : al primo, cioè al- 
rarconte Eponimo spettava l'amministrazione civile; il secondo, l'arconte 
liaHilco, era sommo sacerdote ; al terzo, arconte Polemarco spettava il 
comando in guerra ; agli altri sei, i Tcsmoieti, spettava l'istruzione dei 
processi criminali importanti. 

Aristide ( -;- 469 av. Cr.) uno de' grandi generali <ìi Atene, posto alla 
testa dello Stato unitamente a Temistocle, si distinse in modo speciale per 
l'illibatezza della sua amministrazione in qualità di Arconte. 

Con Solone (594 av. Cr.) accanto all'arconato troviamo costituito un 
senato di 400 persone di .30 anni almeno, il quale non soltanto doveva 
discutere in via preliminare tutte le materie da sottoporsi all'assemblea 
del popolo, ma doveva altresì vigilare sui magistrati, sull'amministrazione 
e sulla finanza. 

Esso dava in appalto la riscossione delle rendite dello Stato, ed a 
mezzo dei poleii riscuoteva dagli appaltatori il danaro e le rendite prc^ 
venienti dalle miniere e dalle imposte sia personali che industriali dei 
maiechi. Quando gli arconti scadevano di carica, entravano a far parte 
MV Areopago, tribunale che giudicava dei delitti più -ravi ve-liava 
sui costumi dei cittadini ed esaminava od annullava anche, ove occor- 
resse, i decreti del popolo. 

Era il Senato, che obbligava chiunque maneggiasse danaro pubblico 
a renderne conto. ' 

Eschine, nell'orazione contro Clisefonte, dice : « Ninno in Atene po^ 
teva sottrarsi al sindacato : i sacerdoti e le sacerdotesse, le privat- per- 
sone e le intere famiglie sacerdotali : i triarchi, che non maneggiano cose 
<lel pubblico ma consumano a beneficio del pubblico il loro patrimonio 
Ma anche i Consigli maggiori erano sottoposti al giudizio dei giudici; cos'i 
Il Consiglio dell Areopago i cui membri devono rendere conto de-li atti 
loro, e anche il Senati era sindacato. Inoltre la \e^^e vietava ai dttadini 



198 



STORIA DELLA Ri^GIONEBIA ITALIANA 



CAPirOLO SECOXDO 



* 



199 






so<?}rettl al sindacato di partire dalla città prima di aver reso i conti, di 
consacrar beni airli Dei, di attaccar voti nei templi, né farsi adottare né 
testare ad altro. In una parola, venivano piprnorati i beni dei sindacabili 
(ìnchè non avevano reso conto di ogni cosa. » 

Il controllo era esercitato dagli Eutimi e Logisti, maestri dei 
conti e delle ragioni, costituito in Atene da dieci uomini eletti dal 
popolo al quali tutti gli amministratori della cosa pubblica dovevano 
render conto della rispettiva gestione entro l'ultimo mese in cui du- 
ravano in carica. Circa le mansioni specialmente affidate a questi con- 
trollori, non risulta quale differenza esistesse fra gli Eutimi e i Lo- 
gisti. Taluni ritengono che i Logisti controllassero soltanto l'uso del 
denaro, e gli Eutimi le altre parti deiresercizio nei vari uffici ammi- 
nistrativi; ma un decreto riferito da Andocide, in cui si parla di conti 
esaminati nei logisteri dagli Eutimi^ trovati irregolari e quindi sotto- 
posti ad accusa, proverebbe che le specie di controllo venivano indif- 
ferentemente esercitati tanto dai Logisti che dagli Eutimi. 

Certo si è che i primi erano superiori a questi, perchè gli Eu- 
timi, dopo le fatte constatazioni, deferivano le loro osservazioni ai Lo- 
gisti, i quali, se era dei caso, istmi van le accuse coH'ajuto degli Eu- 
timi, e le portavano in Tribunale. 

Sulle facoltà poi che dal Senato erano accordate ai Logisti e sulla 
grande considerazione e autorità di cui godevano, parla eloquentemente 
un altro brano di un'orazione di Eschine contro Demostene e Tesifone: 

tt La Legge comanda che il santissimo senato degli Areopagili 
sia scritto appresso i Logisti e che non sia esente di render loro i 
conti, e quindi vuole che i Logisti siano padroni di quel venerando 
Senato, r, 

E più avanti : u. Veramente se questa legge avesse in noi tanta 
forza, si spegnerebbero i furti dei collettori, le frodi degli eletti, 
gl'inganni dei questori, le scelleratezze dei giudici, i favori e le oppres- 
sioni, se una volta sola si ammettessero tutti i testimoni, ponendo prima 
ai falsi testimoni la pena del capo. « 

I conti si rendevano alla cittadella^ dove fino dai tempi di Dra 
cone, pronunciavansi solennemente i giudizi. 

I tesorieri di Minerva e degli altri Dei vi esponevano da una 
panatenea all'altra i conti delle entrate, delle spese e delle rimanenze. 
I prevaricatori erano puniti spietatamente dal popolo. 

Trascorsi 10 giorni da quello in cui uno era dichiarato debitore 
pubblico, il colpevole veniva arrestato, ed i figli dei figli erano respon- 
sabili delle sue colpe. 



Nessuno poteva domandare la libertà, che per esser concessa ab- 
bisognava di un decreto reso all'unanimità di 6000 voti. 

1^- — Un altro punto importante sullo sviluppo del pensiero 
computistico presso l'antico popolo ellenico, e che perciò merita di es- 
sere qui menzionato, è lo sviluppo del credito. 

Fino dai tempi di Solone (639-559 av. C.) che l'aveva decretata, 
in Atene v'era piena libertà d'interesse, che variava dal 12 al 18 OjO. 

Il marito divorziato dalla moglie, se non restituiva subito la dote, 
doveva pagaine l'Interesse del 18 OiO (= 9 oboli per mina o 600 
oboli il mese). 

Il 18 OiO (o 9 oboli per mina) prende Timarcheos da Eschinee 
per 40 mine. In un'orazione di Demostene, trovasi citato un interesse 
di 8 oboli per mina al mese, ossia il 16 0[0. 

Iseo racconta come un fatto di consuetudine, di un tale che prestò 
40 mine (4000 dramme) a 9 oboli al mese per mina (720 dramme al- 
l'anno) pari al 18 0(0. 

Le banche specialmente, ebbero uno sviluppo incredibile nella 
Grecia. 

Il Tempio di Delpho era la Banca più antica e più potente di 
quel popolo; e si può credere che sotto le parvenze religiose cui infor- 
mavasi il tempio, sì celasse un'istituzione politica intenta a riunire coi 
capitali che raccoglieva in deposito da tutte le parti della Grecia, 
quella potenza che restava sminuita dalla divisione del paese in tanti , 
piccoli stati. 

Taylor trovò in Atene, un reso-conto degli Anfizioni, che ammi- 
nistrarono il tesoro del Tempio dall'olimpiade 100.4 all'olimpiade 101.3. 
Le voci in cui dividevasi tal resoconto sono le seguenti : 
Interessi pagati dalle città per danari ad esse mutuati. 
Interessi pagati dai privati ])er lo stesso titolo. 
Fitti di terre di proprietà del Tempio. 

» case y> j> V 

Multe inflitte ai diversi privati per delitti d'empietà. 
Introiti ])er la vendita di pegni giudiziari. 

Le spese portavano un solo titolo: 
Spese per le feste di Dio. 
Basterebbe questo solo documento per convincere chiunque che 
presso i Greci il calcolo e la contabilità dovevano trovarsi ad un 
grado molto avanzato di sviluppo; sia per la grandiosità e imponenza 



.».ji.i2S5?£i; 



200 



STORCA DELL.! BAGIONEEIA. ITALIANA 



dell'ente cui si riferisce quel reso-conto, sia per Tevidente necessità 
che ne conseguiva di dover fare molteplici computi d'interessi sui 
singoli mutui; di tener distinte le partite dei conduttori di terre da 
quelle dei conduttori di case, di proprietà del tempio; di tener in evi-. 
denza i pegni che garantivano ogni mutuo, ecc. 

Le indagini storiche non accertarono se il Tempio corrispondeva 
uà interesse anche sui depositi che gli venivano affidati; che se così 
fosse, come nessuna ragione può escludere un tale fatto, è facile im- 
maginare quale lavoro di non lieve momento doveva portare la conta- 
bilità dei depositi. 

Qa9l resoconto ci dà la sintesi di un ordinamento amministrativo 
così grandioso e perfetto, dalla quale è facile dedurre l'analisi e la ri- 
costruzione del lavoro che doveva necessariamente occorrere per arri- 
vare alla sintesi stessa. 

j Né di minor importanza erano le Banche private dell'antica Grecia; 

! per citarne una, la Banca Pasion, che pare sia stata la più forte 
e la più celebre delle Banche private. 

Pasion era nato schiavo, come la maggior parte dei banchieri 
greci. Suoi padroni erano Antisthenes e Archéstratos, nella cui banca 
egli funzionava come assessore, o come si direbbe ora, in qualità di 
cassiere. 

Per le sue doti eccellenti, ottenne la libertà, e — siccome pare 
che in tutti i tempi accadano le stesse cose — seppe arricchire e di- 
ventar padrone della banca, mentre i padroni suoi caddero in rovina. 
Pasion prestò danaro alla Repubblica ateniese; armò a proprie 
spese per ben cinque volte una nave al servizio dello Stato, ed ottenne 
così l'onore della cittadinanza. 

Si direbbe storia moderna, se i documenti storici non convincessero 
che questi fatti accadevano proprio, anche 300 anni avanti Cristo. 
Pasion si ritirò dalla Banca con una sostanza costituita: 

da una fabbrica di scudi dell'annuo reddito di un talento (circa 
L. 5500); 

da immobili per 20 talenti (L. 110000); 
da moneta sonante presso terzi per 50 talenti (L. 275000)- 
dalla Banca, che operava coi capitali altrui, ricevuti in depo- 
sito, ma il cui reddito annuo ascendeva in media a 100 mine(L. 10.000 
circa). 

Ritirandosi, Pasion affittò al proprio assessore Phormion la Banca 
e la fàbbrica di scudi per otto anni, al prezzo annuo di 160 mine 



CAPITOLO SECONDO 



201 



(circa L. 16.000); e dei 50 talenti che la Banca teneva in deposito, 
Pasion ritenne per se 11 talenti (L. 60.500 circa) riconoscendosi de- 
bitore nella scritta di locazione verso la Banca, cui diede ipoteca sui 
propri stabili per un valore doppio. 

Come si vede, è tutto un complesso di operazioni, di contratti, 
come né più, né meno, oggidì stesso si fanno. 

E fra le operazioni che queste Banche compivano, v'erano pure i 
Mutui a cambio marittimo, nel quale il pegno era costituito dalle 
merci, dal legno stesso e dal nolo. 

Il contratto si stipulava per mezzo di una scritta nautica: il pre- 
stito veniva fatto a scadenza fissa e per un viaggio determinato, sia 
per la sola andata come talune volte anche pel ritorno. 

Nel primo caso la somma veniva dal debitore pagata sul luogo 
d'arrivo o al creditore stesso che seco lui s'imbarcava, o ad un suo 
incaricato o corrispondente colà residenti. 

Nel secondo caso la somma veniva restituita al ritorno, ma con 
un interesse maggiore, perchè maggiore era il rischio della durata del 



viaggio. 



I trapeziti o banchieri, operavano però anche maggiormente su 
pegno di cose mobili. 

II reso-conto del Tempio di Delpho lo dice. 

Le operazioni che però si facevano preferibilmente erano i mutui 
con ipoteca su immobili. 

Pubblici libri per le iscrizioni ipotecarie pare esistessero a Chios; 
e sebbene l'uso antichissimo e anteriore a Solone delle colonnette ipote- 
carie (termini) continuasse tuttavia per molto tempo ancora in Atene, 
pure è da Teosfrato attestato, che in alcuni luoghi esistevano pubblici 
libri per le iscrizioni ipotecarie. 



O*'~-^5%è)0^^:^-^5 



L. 



Capitolo Terzo 



I ROMANI 
Ordinamenti civili - Ambiente - Coltura 



*i^^ 



1 -T. J^e ricchezze, il commercio e la moneta di Soma. — 1^« Unità monetarie o 
tipi monetari. — JL8* Il sistema di tesaurizzazione — L'associazione — La procedura 
jiei debitori insolventi. — SO* L'ambiente romano non poteva ostacolare lo sviluppo 
dei pensiero computistico. 

iT. — Dopo quanto scrivemmo interno alla numerazione, agli 
scrittori e alle ipotesi sull'Aritmetica dei romani, vediamo, prima di 
addentrarci nella materia che interessa questa parte della nostra Storia, 
di accennare all'ambiente romano, per arguire con qualche fondamento 
fino a quale punto di sviluppo può essere arrivato il pensiero compu- 
tistico nell'antico mondo latino. 

Di Roma, de' suoi ordinamenti, delle sue istituzioni, assai più che 
degli altri popoli dell'antichità ci è pervenuto notizie attraverso la 
tradizione o nei monumenti classici di eloquenza e di legislazione, che 
ancor rimangono ad attestare tutto lo splendore e la grandezza di 
questa Civiltà, dominatrice per tanti secoli del mondo intero. 

Ma le origini della grandezza e dello splendore romano, non vanno 
cercate là dove trova suo naturai fondamento la ricchezza: nel lavoro. 
Del pregiudizio classico che pesava sull'antiche società, Roma non fu 
immune: il lavoro era disprezzato; l'arte e l'industria eran lasciate 
agli schiavi; e non solo gli operai agricoli, ma benanco i merciajuoli 
e gli artigiani eran disprezzati; cosi che Cicerone, parlando di essi, 
ebbe a dire che " esercitano un sozzo mestiere. » 

Nelle conquiste, nelle spogliazioni dei vinti, nell'imposizione dei 
tributi ai popoli sottomessi, nelle estorsioni compiute dai condottieri 
vincitori, va ricercata l'origine delle immense ricchezze accumulatesi in 
Roma; di questa città, che nel mondo antico fa la parte del capitalista, 
che presta denaro a tutti i paesi, e diviene il centro economico di 
quell'età. 



.»i ..r.i.. 



204 



STORIA DELLA BAGIONEETA ITAUAKA 






Ma se B,ama disprezzò l'arte e l'industrie, lasciandole agli schiavi, 
ciò vorrà dire che vi erano schiavi, ma non già che vi mancassero 
arti ed industrie, come taluni vorrebbero sostenere. 

Giova ancora avvertire, che l'ammasso di quelle enormi ricchezze, 
si fece gradatamente, con l'estendersi delle conquiste, con lo svilupparsi 
delle organizzazioni ammirabili, quali vennero creando i Romani con 
l'accrescersi di quei bisogni, che l'estendersi del dominio doveva por- 
tare inevitabilmente con sé nelle amministrazioni pubbliche e private. 

È risaputo infatti che Roma, per più di 300 anni commerciò 
senza moneta; anzi può dirsi che non ebbe né commerci né industrie 
le quali rendevano così poco che i ricchi preferivano le proprietà in 
terreni, abbenchè la maggior parte dei prodotti, come dicemmo, andasse 
ai coloni. 

Come già in Grecia, ai tempi di Omero, nei pagamenti Roma ado- 
perava buoi e montoni. 

Fu questo, per verità, il primitivo modo di pagamento presso 
tutti 1 popoli; modo che trovò origine nella vita pastorizia e agricola, 
prima forma di manifestazione dell'attività umana. 

La Bibbia c'informa come la primitiva ricchezza consisteva e si 
valutava in bestiame; e prima ancora che i Latini da pecus (bestiame) 
traessero pecunia-, da oves (pecora) derivassero ojìes (richezza); o con 
2)ascua (pascoli) denominassero le rendite pubbliche; o con foenus (fieno) 
chiamassero l'interesse; gli Ebrei con la voce quesita avevano indicato 
assieme la pecora e la moneta. 

Dopo l'uso de' buoi e de' montoni, per un periodo di circa 200 
anni, s'introdusse come moneta il rame grezzo, Vaes rude o infecttm 
che si dava nei pagamenti a peso, in pezzi grezzi. 

La vecchia moneta però non andava esente da gravi inconvenienti 
specie nei pagamenti di somme rilevanti, per cui occorreva il trasporto 
con carri; inoltre la forma irregolare dei pezzi e la mancanza di ga- 
ranzia nella purezza del metallo, la rendevano, oltre che incomodissima 
assai incerta. 

Un primo miglioramento si ebbe con la fusione di verghe di rame 
puro con una piccola lega di stagno, ricavandone dei pezzi sulle cui 
faccie veniva battuta una figura o di bue o di porco, 

È precisamente con Servio Tullio, che comincia quest'innovazione. 

I nuovi pezzi non potevano però valutarsi che dal peso come 

Vaes rude; e nei piccoli pagamenti bisognava romperli in pezzi più 

piccoli. Il Museo britannico conserva una grande quantità di ver^^he 

intere e spezzate. 



CAPITOLO TERZO 



205 



Non era quindi ancora la moneta che potesse soddisfare al com- 
mercio. 

Allora si pose in circolazione la moneta d'argento, ma di piccolo 
taglio; mentre in Grecia già esisteva di frazioni quattro volte più 
grandi [tetrudracma). 

Una vera moneta, che rese inutile la necessità di pesare, fu in- 
trodotta — secondo il Momsen — dai Decemviri (451 a. C). 

Finalmente, sul finire della Repubblica, appare la moneta d'oro, 
che fu usata poi durante tutto l'Impero. 

Non bisogna però credere che in Roma la moneta apparisse sol- 
tanto allora che lo Stato ne istituì di propria. 

Già vedemmo che i Trapeziti della Magna Grecia si trapiantarono 
in Roma prima ancora che quivi si creasse una vera moneta. Ciò la- 
scia indovinare, che in Roma circolavano già moneta estere; ma com'è 
facile supporre, esse non potevano bastare ai bisogni del commercio lo- 
cale, d'onde la necessità di crearne di propria. 

18. L'unità di moneta, Vasse, dava il peso normale della lira 
romana di 327 grammi nostri; ogni pezzo, e loro suddivisioni, porta- 
vano l'indicazione del rispettivo valore, e in tal modo era ovviato al- 
rinconveniente di dover sempre, nei pagamenti, pesar la moneta. 

I tipi monetari erano i seguenti: 



As 

Semìs 

Triers 

Quadrans 

Sextans 

lincia 



= 12 oncie, che indica vasi I 

= 6 fl Ti s 

==4» » •••• 

:= 3 » « • • • 
:— 9 , 



li 






Il processo di conto, per le frazioni, era basato sulla divisione 
dell'unità (asse) in 12 parti eguali {nnciae) e la suddivisione MVunciae 
in un numero limitato di parti, basato sul sistema dodicesimale: %, 
Va» %> V(;> ^/uì ' 2,» dell'oncia. 

In seguito, coU'introduzione del tipo d'oro, si arrivò ad una sud- 
divisione ancor più piccola, al i/j,^ d'oncia. 

Ogni suddivisione aveva un nome proprio e segni speciali, di cui 
eccone un prospetto: 






i.iàiiai-^ 



206 


STORIA 


DELIiA 


ElGIONEEIA ITALIANA 




DENOMINAZIONE 


ASSE 


ONCIE 


SEGNI DISTINTIVI 


.18 


1 


12 




Deunx . . 






11 
lì 


11 


S = = — 


Dextans 






• (i 


10 


S = =: 


Jfodrans 






3/ 

/4 


9 


S zz - 


Jies . . . 






Va 


8 


S = 


Srptunx 






Vi. 


7 


S — 


Scmis . . . 






y. 


n 


S 


Quincìina' . . 






Vi. 


5 


= = — oppure = — 1= 


Tn'ens . . 






Va 


4 


__ ^~~ 


Quadì^ns . . 






'A 


3 


zz — 


Sextans . . 






Vo 


2 


?_ 


Scscunx . . 






1 ' 


1^ 


rn<'2"^ . . . 






1 

i2 


1 


— ovvero • oppure u ossia c/> 


Sonuncia . . 






%4 


% 


Jiinae sextulae . . . 




\'30 


1 


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SicUicus 




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CAPITOLO TERZO 



201 



L'asse era V unito ^ il tipo unitario, a qualunque cosa si riferisce, 
fosse a una somma, o ad un complesso omogeneo di cose, o formanti 
un tutto, come un patrimonio, un'eredità, un fondo sociale ecc. E tale 
voce è passata anche nell'uso moderno {^isse 'patrimoniale^ asse eredi- 
tario, asse indiviso ecc). 

Le suddivisioni del danaro basavansi sulla divisione in quarantot- 
tesimi. 

I conti in sesterni esegulvansi in decimi, alla maniera greca, pei 
quali occorrevano nuovi nomi e nuovi segni. 
Così rappresentavasi : 

l22 seslerzo con S oppure quimjuae Ubellae 20[40 
JjlO V ». — n libella • 4i40 . 

1120 y> T» 5 » sembella 2 [40 

JiéO 7» » T n teruncius li40 



In una tavoletta di quitanza trovata a Pompei nel 1875, è ap- 
punto indicata la somma 

HS O-^ DOLI. S {1051 I sesterzi) 

Dopo che si ebbero i tre tipi di rame, argento e oro, nelle ope- 
razioni di banca i pagamenti seguivano in Assi, Danari e Aiirei^ 
mentre durante tutta la Repubblica e anche nei primi tre secoli del- 
l'Impero non contavasi in Danari ma soltanto in Sesterzi. 

Sestertius era un'espressione qualificativa che indicava grandezze 
d'ogni specie; la moneta indica vasi specialmente con niimmus sester- 
tius, e indicavasi, per esemp., così: HS. D^. N, leggendo: 

sestertium sexaginta ìnilia nummum. 

Il neutro sestertium indicava un certo pondus sestertium^ così come 
Denarium indicava un certo p)ondus denarium. 

Questo modo di notazione del numerario, fu assai frequente sotto 
l'Impero: esso presentava vantaggi sia per la concordanza in moneta 
romana e greca, sia per quella dei conti in moneta d'oro e d'argento; 
poiché la dramma e il denaro, all'epoca di Varrone, e^an dello stesso 
valore; il talento d'Attica valendo 6000 danari, una mina attica 100 
denari o 400 sesterzi, l'uno e l'altra poteron diventare una moneta di 
conto romana. 

Usavasi però anche la voce sestertium aggiunta semplicemente a 
un avverbio decis^ vicies, tricies, ecc. 

Così ad esemp. : decies sestertium, dato dalla notazione f^I HS, 
che noi abbiamo già detto significare decies centena milia (dieci 
cento mila) ossia un milione; e quindi dedes sestertium, tricies sester- 
tium^ ecc. in cui il decies, il tricies ecc., erano sostantivati, indicavano 
abbreviativamente un milione, tre milioni ecc. di sesterzi. 

Costantino, colla nuova organizzazione data all'Impero, introdusse 
anche un nuovo metodo di contare, per follis; metodo che malgrado le 
ricerche ingegnose e coscienziose fatte da dotti antichi e moderni, non 
si è ancora arrivati a comprenderlo completamente. 

Il Macquardt però riassume così i punti principali, su cui non 
può esservi dubbi d'interpretazione. 

Follis non vuol dire soltanto una borsa d'argento, ma ben anco 
un sacco ricolmo d'argento; e come in tutti 1 tempi le monete piccole 
si son messe in rotoli o in sacchi, per modo che senza contarle, si 
può stabilirne il complessivo ammontare del peso, così con follis s'in- 
tese una somma, o un peso determinato, e la si applicò a diverse 
mposte, alle quali si diede il nome di follis. 



208 



STOBI A DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



In tal modo questo sacco veniva considerato come una m.oneta di 
conto. 

Per l'argento, Costantino prese come ti^o i\ millarense, di cui 1000 
pezzi equivalevano a una libbra d'oro. 



■ 9. — In Roma, come in Grecia, vigeva per lo stato il sistema di 
tesaurizzazione. I prestiti pubblici erano sconosciuti. 

E' soltanto verso il 300 av. Cr., all'epoca delle cruerre con tra i San- 
niti, che compaiono due debiti pubblici, ma con la garanzia personale 
dei Consoli, e senza vincoli ed obbligazioni da parte del Senato. 11 pre- 
stito è temporaneo; e uno d'essi viene assunto dal Console P^abricio, che' 
lo estingue dopo terminata la guerra. 

Ma fu un'eccezione. 

La legge Gabinia proibiva agli alleati di far imprestiti a Roma, ed ai 
Giudici di riconoscere la validità delle obbligazioni nascenti da tali prestiti. 

Il principio della tesaurizzazione era invece così radicato, che sotto 
la Repubblica fu ordinata un* imposta speciale, detta aìtrum vtcesf- 
mariu7n, mediante la quale nei tempi di pace, si raccoglievano i tesori 
occorrenti j^er le guerre. 

È facile dedurre quindi che i Romani dovevano avere un'idea assai 
relativa sulla funzione economica del Capitale. 

Lo Stato era tutto : gli averi, le sostanze dei cittadini oran troppo 
intimamente legate alle sorti dell' armi, perchè non doves se facilmente 
succedere, che ove le vittorie mancassero, ove un pericolo si palesasse 
sull'orizzonte politico, le crisi tosto dovevano necessariamente manifestarsi. 

Come i Capitali attìuivano in Roma, era pur necessario che trovas- 
sero uno sfogo rinumerativo per altre parti. E ciò avvenne con la for- 
mazione di grandi associazioni. I redditi delle imposte nelle provincie ve- 
nivano appaltati dallo stato ad associazioni di capitalisti ; ed erano ca- 
pitalisti fra loro associati possedevano e che facevano coltivare immense 
estensioni di terreni in Italia e fuori. 

Cosi i viaggi per mare in lontani regioni, le anticipazioni ai popoli 
soggetti per pagare i tributi loro imposti, tutto insomma facevasi por 
associazione. ♦ 

Ed era naturale. 

Tali operazioni in lontane regioni, fuori della possibilità di rapi<le 
notizie e di sicura vigilanza; la necessità quindi di metter schiavi alla 
testa di siffatti servizi; eran circostanze di seri e continui pericoli e ri- 
schi, per cui se facili erano i guadagni, altrettanto facili potevan esser 
le perdite che ne derivavano. 



CAPITOLO TERZO 



209 



Quando Siila, dopo la prima guerra contro Mitridate (84 av. Cr.j im- 
pose alle città dell'Asia di consegnare 70 navi e di pagare duemila ta- 
lenti (circa L. 11.000.000) per le spese di guerra, fu un' associazione ili 
capitalisti Romani, che anticipò tale somma alle città gravate da tale 
imposizione. 

Dovettero bensì le città vendere le loro statue e i loro monumenti 
e i padri vender schiavi i propri figli per poter pagare; ma con 40 anni 
d'interessi accumulatisi, il capitale erasi sestuplicato. 

E quando invece le provincie d' Asia e d' Italia si sollevarono, tur- 
bando il normale andamento degli affari, in Roma /u una bancarotta ge- 
nerale. 

Posto su tali basi lo svolgersi degli affari, era naturale che in Roma 
dovesse svilupparsi l'idea dell'associazione, come quella, che — pur af- 
frontando 1' alea delle operazioni — divideva però fra molti le perdite 
che eventualmente si fossero incontrate. 

Catone stesso lasciò scritto : «. Se hai con che armare una nave, non 
farlo, ma cerca altri quarantanove che abbiano quanto te, e forma con 
essi una società, che armi cinquanta navi ». 

Quando gli affari andavano male, e un debitore cadeva in stato d'in- 
solvenza, i suoi creditori dovevano provare tale stato davanti il Magi- 
strato, che li autorizzava a impossessarsi de' beni di lui, e ne concedeva 
loro per diritto la citsfodm et ohsei^mnfm, nonché la denuncia pubblica 
dell'immissione in possesso dei beni stessi. 

11 debitore doveva opporre le sue ragioni entro 30 giorni. Dopo que- 
sto termine il pretore convocava i creditori perchè scegliessero fra di 
loro un Map/ster, che s'incaricasse della liquidazione dei beni. 

Noi non sappiamo se queste liquidazioni costassero anche allora 
quello che ora costano le procedure di fallimento. Fatto si è, che dopo 
altri 30 giorni dalla nomina del Magùler, sovra autorizzazione del pretore 
si procaleva all'asta pubblica dei beni dell'insolvente ; e che il fallimento 
doloso, secondo la riforma leopoldiana, veniva parificato al furto quali- 
ficato, ed era colpito da pene severissime. 

Cicerone nella 2» Filippica, e' informa come i falliti distinguevansi in 
tre Classi: Forhinac ritio, rei suo; rei pmHim fortunae ; rei pariitéi 
suo vitto. 



»0. - La ricchezza di Roma segue le sue conquiste. Bellum .^e 
ipsum alit. 

Quando le vittorie si seguono e si accumulano, come negli anni della 



210 



STORIA DELLA EAGIONERTA ITATJANA 



Repubblica, la ricchezza di Koma raggiungre il suo massimo splendore; 
quando le vittorie finiscono, perchè più nulla rimane a conquistare, an- 
che le sue ricchezze vanno gradatamente scemando ed hanno il loro 
triste epilogo nella caduta dell'Impero. 

tt Se guardate il mondo romano da Ottaviano a Costantino — scrive 
il Settembrini — vedete una fiera torbidezza nel pensiero e nell'azione: 
vi pare di vedere un uomo che mangia con mani sanguinose il pane 
che ha rubato, e cerca dimenticare i suoi delitti tuffandosi ne' più sozzi 
diletti. 

tt Considerate pochi uomini che rappresentono quel mondo, Tiberio, 
Cajo, Nerone, Messalina, Vitellio, Domiziano, le Faustine, Comraodo, 
Eliogabalo, Caracalla, ogni nome è una congerie di scelleratezze. Con- 
siderate gli scrittori, Seneca, Persio, Plinio, Tacito, Giovenale: dov'è la 
la serenità dell'animo ? non sanno che dolersi e maledire alla loro età, 
la quale visibilmente va in dissoluzione ». 

Eppure, in mezzo a quegli uomini, sorgono istituzioni e organiz- 
zazioni ammirabili ; e da qualcuno di quegli stessi uomini anzi, vediamo 
tentate o adottate misure di tutto vantaggio all' Impero. 

Caligola, nei primi anni del suo regno, diminuisce alcune imposte 
e rende conto dell'amministrazione sua. Nerone limita le spese, punisce 
i questori che vessavano il popolo e frena le prepotenze e le ruberie 
»?ei governatori ; abolisce o diminuisce le imposte più gravi, e avrebbe 
voluto abolire anche le dogane, se il senato non gli avesse dimostrato 
che in tal caso le Uscite sarebbero state superiori all'Entrate, con ro- 
vina dello Stato. Abolisce però il quarantesimo e il cinquantesimo sulle 
merci importate ed esportate, alleggerisce il diritto sul trasporto del 
grano, e libera le navi mercantili dal da^io. 

Caracalla restringe le immunità, e accorda la cittadinanza romana 
a tutti gli abitanti dell'Impero. 

E in seno a questa società, sono quegr Imperatori stessi che fon- 
dano scuole nelle varie città italiane, e sanciscono leggi per gli studi, 
istituiscono Commissioni speciali perchè giudichino dell'attitudine a 
esercitare certe professioni e rilascino brevetti di capacità. 

Già vedemmo come s'istituissero in Roma scuole speciali d'Arit- 
metica, cui presiedeva protettrice la Dea Numeria. 

Più avanti (1) faremo anche alcune considerazioni sulla pro- 



i\ Capitolo Vili u Sulle origini della scrittura doppia n. 



'-"Tr^T 



CAPITOLO SECONDO 



211 



duzione intellettuale dei Romani, che fu scarsa e quasi tutta a imi- 
tazione della greca. :Ma che perciò, dobbiamo ravvisare nel modo ro- 
mano non altro che scelleratezze, infamie, mollezze di costumi, di vo- 
lontà, di propositi? 

Ma non è forse in questo mondo che sorsero quei monumenti di 
Diritto, che ancor oggi sono i capi saldi della nostra società? 

Aver disprezzato il commercio e l' industrie lasciandole agli schiavi, 
non vuol già dire che commercio ed industrie mancassero; l'opero- 
sità commerciale, l'intraprendenza, il senso speculativo, vi furono : il 
commercio ebbe un proprio sistema economico, e ad esso gli equiti par- 
teciparono con poderose associazioni, quali forse non si riscontrano che 
nelle società moderne. 

Egli è per ciò, che noi — senza voler fare dell'apriorismo acca- 
demico — stentiamo ad ammettere le argomentazioni di alcuni, intese 
a dimostrare che lo sviluppo del pensiero computistico doveva essere 
ostacolato dai pregiudizi e dalle restrizioni, che importavano gli ordi- 
namenti romani ; epperò, a nostro avviso, mal s'appongono coloro, che 
istituendo confronti fra ciò che noi siamo o sappiamo fare, e quello 
che furono i nostri predecessori tìi venti secoli or sono, vorrebbero de- 
durre che tutto il bello ed il buono che loì possediamo, è senz'altro 
creazione nostra. 

Ma su quest'argomento ritorneremo più tardi. Ora troppo ci ri- 
mane ancora da esaminare dell'organismo romano. 






Capitolo Quarto 



I ROMANI 

Gli ordinamenti politici 



SSl. La Monarchia — La Costituzione fino a Servio Tullio - Nuova organizzazione e 
«livisione della popolazione. - Censimento in ragione della proprietà. - Ordinamento del 
controllo finanziario. — S2&S. La Repubblica. Divisione dei poteri. -L'A/i/JO/»». -I Magazzini 
pubblici. - I Questori e gli Scribi. — £2S3. L'ìhs auxili, l' ius intercedendi, l'ius pren- 
Monts. - Il peculato e la concussione- - Le XII Tavole e l' usura - I Censori e il Bilan- 
cio quinquenale delle Entrate. - L'esazione delle imposte. — a-^. Il regime democratico. 

- I soprusi negli appalti delle entrate. - L'instaurazione del potere regio. — 22^. L'Im- 
pero. I nuovi Impiegati dipendono dall'Imperatore. • Il censimento generale dell'Impero - 
Il riparto dei tributi. - 1 Tahulari, i Sxsceptores, gli Opiaatores, i Compulsores. - La cassa 
delle largizioni. - Il Ragioniere. - Il Breriarium Imperi. - 220. La nuova organizzazione 
«li Costantino. • I Vicarii e i Rettori. • Il Controllo dell'imposta fondarla. ■ Ciclo d'indizione 

- I Rendiconti delle Provincie e Città - Le Cariche e gli Uffici di Corte.- Il Ragioniere. 



^1. La Monarchia — La Storia di Roma antica si divide, come 
Of^imno sa, in tre periodi, il primo dei quali abbraccia la dominazione 
dei Re e si estende dal 753 al 510 av. Cr. 

Sino a Servio Tullio (578} il potare supremo era diviso tra Re, Se- 
nato e Comizi delle (.^urie. 

Il Re esercitava il potere sacerdotale, il giudiziario e il militare. Il 
potere supremo, in materia di finanza, spettava a lui. 

Aveva quindi la massima influenza su tutte le parti del governo : 
convocava e presiedeva Senato e Curie, faceva proposte e aveva le chiavi 
<lel pubblico tesoro, la cui gestione non fu mai limitata dai cittadini; e 
fissava le imposte, che ripartiva fra le Curie. 

Il Re percepiva un'imposta di protezione dagli stranieri; i diritti di 
porto ; le rendite del demanio o aeger publicus ; il tributo di pascolo o 
acriptura ; e gli afiitti in natura o rectigalia, delle terre di ])roprietà 
dello stato. 



■•^"^4*^-' ■"*?-'T?'^is^a 



214 



STORIA DELIA RVOIONEIIIA ITALIANA 



CAPITOLO QUARTO 



•215 






II trilmtKm, ch'era in facoltà del Re «l' imporre nei casi di bisogni 
finanzari, era più un prestito forzato sui cittadini, che non un'imposta 
nel vero senso, poiché in seguito veniva anche rimltorsato. 

La proprietà privata del Re era distinta da quella dello Stato, e le 
di lui entrate consistevano, come si disse, in una certa parte iMVnegn- 
publicus. corrispondente in qualche guisa all'attuale patrimonio dello Stato. 
II Re aveva insomma anche in allora, beni assegnati e beni di proprietà 
privata. 

II Senato discuteva e deliberava sulle cose pubbliche; era consultato 
dal Re sull" imposizione dei tributi, sul riparto del bottino di guerra, e 
spese pub})liche ; ma nessuna disposizione obbligava però il Re ad osser- 
vare le delibei'azioni del Senato. 

In tal modo, com' è facile scorgere, la funzione previsiva in materia 
lìnanziaria era accentrata nel Re. 

I Comizi Centrali, cui prendevano parte i soli patrizi, decidevano 
della guerra, dell'accettazione di nuove leggi, dell'elezione del Re, e, pare 
anche, dei Questori. ì:ò loro deliberazioni erano però sempre suboixJinate 
alle proposte o rogaiiona^ del Senato. 

Servio Tullio modilìcò la primitiva costituzione di Roma. Egli rico- 
nol)be, che a mantenere l'ordine puìiblico ed a ì^romuovere Io sviluppo 
dello Stato, bisognava estendere i diritti dei Cittadini, facendoli parteci- 
pare al governo della pubblica cosa. 

E però i Comizi centuriati, nei quali risiedeva il summum imperio 
l'alta sovranità di tutto il popolo; ma i patrizi vollero però riser- 
barsi il diritto di ratificare i decreti di quest'assemblea. Per estendere il 
godimento della cittadinanza anche ai pleblei e per determinare la quota 
delle imposizioni, nonché per regolare il servizio militare, Servio Tullio 
divise i cittadini liberi in tre classi principali : patrizi, plebei e clienti. 
Questi ultimi erano artigiani e operai. 

Abolì r imposta di protezione degli Stranieri, che vennero compresi 
fra le classi censite e sottoposti agli obblighi degli altri cittadini. 

L' intera popolazione fu divisa in 195 centurie, ognuna delle quali 
comprendeva una parte delle tre classi di cittadini, che raggruppati se- 
condo il numero di ansi che possedevano, furono censiti in ragione della 
loro proprietà. I mercanti e grindustriali, che non avevano proprietà fon- 
diaria, costituivano ima classe a parte, esente dal servizio militare, ma 
che pagava un'imposta. Eran chiamati nerariM tribidum in capita o 
testalico, che costituì fino allora la fonte principale della finanza romana 
ma che pesava troppo sulla plebe, fu sostituito il tributum civium rch 
manorunu 



Il patrimonio \ eniva accertato per mezzo del ccìiso, eh" era tenuto 
ogni cinque anni dal Re. Tutti i cittadini dovevano denunciare, sotto 
giuramento, le loro sostanze : case, campi, schiavi, bestiame, rame coniato, 
metalli preziosi ; nonché tutte le nascite e tutte le morii, i cambiamenti 
<li abitazione, le volture di proprietà ; e ciò sotto gravi pene in caso di 
mancata denuncia. 

Con .senaiusconsulfo venivano determinate, secondo i bisogni dell'e- 
rario, le somme delle imposizioni, le quali poi ripartivansi tra i censiti 
in proporzione del capitale dichiarato, cioè un tanto ogni mille assi. 

Con le modificazioni di S. Tullio alla costituzione dello Stato, si fece 
quindi un gran passo avanti, poiché si ebbe una razionale divisione dei 
poteri, un'organizzazione amministrativa, che importava necessariamente 
un controllo finanziario assai meglio ordinato, per quanto ancora non 
fosse ben definito, inquantoché la volontà del Re era superiore alle stesse 
deliberazioni del Senato. 

Servio Tullio doveva perire per mano del genero L. Tarquinio Su- 
peri)o, che senza elezioni di popolo, né conferma di curie, s' impadronì 
del trono, e asservì il regno al suo dispotismo, finché Bruto adunò il po- 
polo tumultuante, e scacciati i Tarquini, venne proclamata la Repubblica 
e conferiti i poteri a due pretori annuali, detti poi Consoli. 

32. La RepuDbiica. — Il secondo periodo, cioè Roma Repubbli- 
cana, si estende dal 500 al 30 av. Cr. 

Fu sotto la Repubblica che s'istituì VAerariumpopuM romani, al 
quale atìiuivano i dazi d'importazione; quello sul sale, e il provento del- 
l' affrancazione degli schiavi, denominato vigesima manomissionum o 
ngesima Ubertaiis. 

II cambiamento più importante nella Costituzione, fu la divisione dei 
tre poteri lln'allora accentrati nel Re. 

Il potere sacerdotale fu assegnato ad un reoc sacrornm o sacri/i. 
ciilas. 

II potere civile e militare passò a due consoli, eletti ne' comizi cen- 
turiati, il cui imperiian era annuale. Essi erano i supremi magistrati 
arili, stavano a capo dell'amministrazione; convocavano e presiedevano 
1 comizi ed 11 senato,- curavano l'esecuzione dei decreti, e compilavano 
li prospetto delle entrate e specialmente dei vectigalia, che era oggetto di 
discussione senatoria e che potrebbe ritenersi un Bilancio dell'Entrata 
abbenché un vero Bilancio cominci ad apparire soltanto sotto l'Impeni 
con Tiberio, come ricorda Tacito. 



2U 



STORIA DEUA RAr.IONERIA ITALIANA 



CAPITOLO QT'ARTO 



217 






La burocrazia, la milizia, il fasto, assorbivano però tutta la moneta 
circolante; jrià nei contratti (Valfitto e dì mezzadria fra privati, erasi 
ricorso all'espediente della divisione dei prodotti per sopperire alla man- 
canza o scarsità di moneta. 

(K>uan<lo poi lo Stato medesimo non potè nemmeno più esigere i tri- 
buti in denaro, perdio questo era totalmente scomparso, dovette neces- 
sariamente adattarsi a ricevere i tributi in natura, come frumento, orzo, 
avena, olio, frutta, vino, che si davano nell'epoca dei raccolti. 

Da ciò ebbe origine quel tributo che fu chiamato annona, o di ap- 
provvigionamento della città, ma il cui prodotto servì anche per le paghe 
ai soldati, i quali in seguito, quando anche questi prodotti vennero a 
mancare, occupavano senz'altro le terre, esigendo por proprio conto i 
tributi. 

L'annona creò conseguentemente la necessità di grandi magazzini 
pubblici, per accogliere le derrate; e più ancora fece sorgere la neces- 
sità di un controllo di carico e scarico dei magazzini stessi. 

In tempi di pericoli straordinari, quando l'autorità dei Consoli fosse 
stata insudiciente, con senatusconsulto (1) e con la formola videant con- 
saies, ne quid ì-es pnhblica deprimenti capiat, venivano investiti d'au- 
torità dittatoria. 

Essi però orano sempre sottoposti a sindacato, e l'alto controllo 
spettava al senato, che con la caduta della monarchia, prese la suprema 
direzione del Tesoro, e dispose da solo delle Entrate dello Stato. 

I Comizi censuriati subirono poche o nessuna modificazione. 

A limitare i poteri che sull'erario avevano i Consoli, P. A'alerio 
(Publicolaj conmì su/l'ecfas fece conferire a due questori il maneggio 
della finanza dello Stato; motivo per cui furon chiamati q^aedores (2) 
aeraH, 

II tesoro era custodito nel tempio di Saturno, e nessun pagamento 
i direttori di esso potevano fare ai funzionari dello Stato senza la pre- 
ventiva autorizzazione del Senato. 

Nel 420 si trovò conveniente controllare — specialmente sulla ven- 
dita del bottino OnanubioeJ — i Consoli in guerra, ponendo loro a 
fianco altri due questori, che andarono sempre aumentando di numero, 
finché sotto Cesare furono 40. 



(1) Il voto della maggioranza nelle assemblee chiamavasi auctoritas. e se era redatto 
in iscritto, chiamavasi senatuscotuitltum; esso poteva comprendere più decreti su og- 
getti diversi. 

(2) Da quaerere = procacciar denaro 



I Qìiaeslores v.rbanis, in numero di due custodivano l'erario di 
Roma; percepivano il tributo e le somme dovute per gli appalti di 
rectigalia, li stipeìtdia dei paesi tributari, il provento dei bottini in 
guerra, ed eseguivano i pagamenti ordinati dal Senato. 

Gli altri Questori erano distribuiti in Italia e nelle provincie a se- 
conda che necessitava il controllo. 

I Questori presentavano al Senato i loro conti unitamente a quelli dei 
<,'onsoli. Il Senato li esaminava e nel caso che non fos^^ero stati da lui 
approvati per irregolarità riscontrate, venivano esposti al pubblico perchè 
il popolo potesse giudicarli nei Comizi centuriati. 

Ai Questori soltanto spettava l'incarico di rice\ ere e pagare danaro 
per conto dello Stato. 

Gli Scriìfi tenevano la contabilità della loro gestione; dei quali 
scribi, Atto Vannucci, nella Vita d'Orazio, sull'autorità di Plutarco, 
dice, che «tenevano i libri dell'amministrazione ed erano incaricati di 
tenere in vigore gli editti relativi alle finanze. Essi avevano molto 
ascendente sopra i Questori e profittando spesso della loro ignoranza 
commettevano molti abusi per cui si arricchivano. Catone li soppresse 
in parte, ma ricomparirono tosto ch'egli cessò d'essere Questore. >> 

E .Tules Michelet, nella sua Hintoire romaine (1] dice: 

« I)opo la fine della seconda guerra punica, il governare, tanto 
nelle lontane missioni dei consoli e dei pretori, che nello stesso Senato, 
ove dovevano afiiuire i donativi dei re, era divenuto siffattamente lu- 
croso, che i patrizi sdegnarono il lento guadagno dell'usura, e procura- 
rono per questa parte di reprimere l'avidità dei cavalieri. 

« In compenso di ciò, lasciavano loro usurpare o gli aggiudicavano 
per mezz(ì del censo tutte le pubbliche proprietà, da cui tenevano lon- 
tani i poveri. 

«A grado a grado questi poderi divenivano di dominio assoluto del 
ricco locatario, che con l'assentimento del censore cessava di retribuire 
il fitto allo stato. » 

E fu in tal modo precipuamente che vennero formandosi quei vasti 
latifondi che andarono sempre più estendendosi ed accentrando in pochi 
vastissime proprietà, fino a trovare, ai tempi di Costantino, circa la 
metà dell'Africa soggetta, in possesso di sei sole famiglie. 

Nel 509 si concluse il primo trattato commerciale coi Cartaginesi. 

Nel 508 il Console M. Orazio, consacrando il Tempio Capitolino, 
piantò il primo chiodo per fissare le date. 



(1) L. 111. Gap. L 



-T? 



218 



STORIA DELLA RAGIONERLV ITALLVNA 



*^J5. — Allorclu'^ i patrizi furono assicurati che più nulla avevano 
a tornerò dai Tarquini, cessarono i favori per la plebe, che fu oppressa 
in onrni modo e in odio alla quale fu anzi istituita la dittatura. 

T.a plebe allora, nel 495, eccittata si ribellò, e fu allora che inter- 
mediario Menenio Ajrrippa, fu concluso un solenne trattato di pace col 
([uale si abolirono i debiti di coloro ch'erano impotenti a pacarli, pur 
serbandosi intatte però le lojijri che vijrevano su tale materia; e si isti- 
tuirono i tribuni della plebe, la cui missione in ori«j:ine era di prote<r- 
ffere individualmente i plebei contro rinjriustizie e le violenze dei pa- 
trizi, entro il circuito di un miglio dalla città. 

Da questo primitivo ìm au.rilii a favore dejrli individui, venne svi- 
hippamlosi un iiis intercedendi, che esteso alla lefrislazion«\ fu dai triì)uni 
opposto alle rojjazioni dei map-istrati, dei loro propri Colle}2:hi ed ai de- 
creti del popolo. 

E così venne pure sviluppandosi Mhh prensionis che fu applicato 
non solo contro i privati, ma anche contro i sommi magistrati, i consol i 
ed i censori. 

Severe leggi punivano il peculato e le concussioni. 
Bene spesso, per opera dei tribuni, che pretendevano il diritto di 
patrocinare gl'interessi dello Stato, furono condannati dei Consoli dopo 
terminata la loro magistratura, per le irregolarità riscontrate nelle ri- 
spettive amministrazioni. 

Si ricorda come Scipione fu accusato di aver approfittato del bottino in 
Siria e fu allora che egli strappando di mano al fratello il libro delle ra- 
gioni, rifiutò rispondere dichiarando che non intendeva sottoporsi a tale 
ingiuria; e invitò in quella vece il popolo a recarsi in Campidoglio a 
festeggiare la vittoria di Zama, da lui riportata in Africa contro An- 
nibale. 

Il che dimostra, che quell'Africa, malgrado tutte le sue barbarie, 
arrivò sempre opportuna in ogni tempo, comodo puntello agli entusiasmi 
patriottici di quassù. 

Col tribunato fu istituita anche la carica degli edili della pjlébó, 
i quali fra l'altro, avevano la sorveglianza dell'archivio plebeo, e della 
polizia dei mercati, degli edifici ecc. 

Ma la mancanza di una legge scritta per i plebei e l'arbitrio quindi 
con cui consoli e magistrati patrizi decidevano le controversie tra pa- 
trizi e plebei, originò nuove lotte accanite e sanguinose, che portarono 
alla compilazione di una legislazione generale per i due ceti. 

Dieci senatori, investiti di autorità suprema e inappellabile, ebbero 



CA TITOLO QTARTO 



219 



l'incarico di compilare leggi scritte, che furono incise in 10 tavole di 
bronzo ed affisse al pubblico. 

(«Queste tavole, che fino all'epoca degl'Imperatori, furono il fonda- 
mento del diritto romano, andarono però perdute, e assai scarsi sono i 
frammenti che se ne conservano. 

Nel 450 il secondo Decemvirato aggiunse due nuove tavole di leggi. 

Si sa pertanto che mentre jirima l'usura era libera, le nuove leggi 
proibirono l'interesse maggiore tMVunciariu/n fwnuSy da alcuni inter- 
pretato l'I Vrt al mese, da altri l'I " ^ all'anno. 

Successivamente fu fissato il semunciarium funnis, che pare fosse 
il 6% all'anno. 

Ma anche i Decemviri, finirono, col loro dispotismo ad esacerbare 
la plebe, che insorta, constnnse nuovamente i' patrizi a venire a patti : 
i Decemviri abdicarono e il Tribunato fu instaurato. 

Le rogazioni del tribuno C. Camulejo (444) portarono modificazioni 
alla costituzione, mirando al connubiwn fra patrizi e plebei. 

Finché un passo notevole verso l'eguaglianza dei due ceti la tro- 
viamo nelle leggi di Publio Filone (338-339) per cui uno dei due censori, 
eletti dapprima con una durata in carica di 5 anni, quindi abbreviata 
a 18 mesi, dev'esser scelto fra i^lebei. 

Essi avevano l'incarico della conservazione ed accrescimento delle 
forze sia morali che materiali dello Stato; opperò attendevano all'am- 
ministrazione di esso. Appaltavano i dazi e in generale le imposte dirette : 
fissavano gli appalti dei lavori pubblici, tenevano il censo e sulla base 
di questo ordinavano la percezione del bnbiUum. 

Con ciò i Censori formavano il Bilancio quinquennale delle Entrate. 
ma non avevano punto l'esazione delle entrate, e riguardo alle spese oc- 
correnti pei lavori pubblici, erano limitati alla somma a tal scopo con- 
cessa dal Senato. 

E'esazione delle imposte indirette (dazi) e dei proventi demaniali, 
era fatta dai pubblicani, cui venivano date in appalto, e cui spettava 
render conto a giurie dette qaaesiiones ji^n^eiuae. 

Le imposte dirette venivano invece pagate in somme fisse dai nui- 
nicipi, come in Sardegna e Sicilia, o sotto forma di decime dalle Pro- 
vincie direttamente, come in Asia, dove prendevasi una gerba su dieci ^ 
mentre gli Ebrei davano ogni dieci anni un quarto delle semenze. 

La proprietà veniva accertata nel valore dell'estensione, dal numero 
delle uscite, e dalle teste di fanciulli e schiavi. 

Una copia di questo accertamento veniva consegnata a ciascheduno 



CAPITOLO QUARTO 



221 



220 



STOBIA DBLLA RAQIONE&IA ITALIANA 



m 



M 



«lei «governatori delle sino:ole provincìe, che dovevano provvedere accioc- 
ché i niaj?istrati cittadini compilassero, in base ad esso, un ruolo di con- 
tribuenti con la somma rispettivamente di debito per ciascuno. 

Il governatore riceveva il prodotto netto dell'imposta, di cui una 
parte doveva essere spedita a Roma. 

Ma in sejruito anche l'esazione di quest'imposta veniva a/Iìdata ad 
appaltatori che fruivano deirajr?io d'un tanto per cento sugl'incassi. 

Le Provincie erano inoltre .trravate dalle rcqnisizioni, per le quali 
«^urni città doveva tornire ai ma;jristrati ed ai soldati alloggio, le^rna ecc; 
e che in tempo di <,merra si estendevano a tutto ciò di cui i jrovernatori 
avevano di bisormo, salvo poi al jioverno di Roma farne i rimborsi. 

In projxresso di tempo queste requisiziont specialmente in tempo 
<li guerra, si trasformarono sotto forma di condanne o di contribu- 
zioni «volontarie oVUigatorie » in una delle imposte più oppres- 
sive, cui inutilmente si cercò porre rimedilo con limitazioni, stanteché 
il loro ammontare restava pur sempre all'arbitrio del Governatore. 

24. Certamente la Repubblica rapr^iunse il suo lìiassimo sviluppo 
nel secondo suo periodo, cioè sotto la dominazione della democrazia. 

L'importanza del patriziato era andata scomparendo : la nobiltà ere- 
ditaria cessò dal costituire un partito politico, ma a sostituirla era 
sorta una nobiltà di reta^'jzio nelle famiglie, che considerava come di 
esclusiva pertinenza le cariche supreme, quali il consolato, la pretura, 
Tedilità. 

Contro questa classe di nithìiati eran sorti i i)opulares, rappresen- 
tanti la massa del popolo. 

Nell'epoca della Repul)))lica, le provincie distinguevansi in consolari 
e lìreioric. 

Erano consolari le regioni conquistate, che fossero ancora teatro 
di guerra, e che venivano assegnate per un anno ad un Console. 

Le altre assegnavansi ad un pretore. 

Le regioni conquistate erano soggette a tributo. 

Norma deiramministrazionp era la legge data dal conquistatore o 
da una commissione di dieci senatori. Però, tanto per le imposte, quanto 
l)er l'esercizio dei diritti civili, i Romani distinguevano le provincie con- 
quistate coll'armi da quelle pervenute per volontaria dedizione. 

Li speciali favori che accordavano a quest'ultime, non miravano 
però se non ad assicurarne il possesso: una volta raggiunto questo scopo, 
cercavasi a poco a poco di spogliarle de' privilegi accordati. 

Le relazioni di Roma con gli altri popoli liberi eran fondate su trat- 



tati, che conchiudevansi acquo foedcrc quando importavano eguaglianza 
reciproca di condizioni, ed iniquo foedere, in caso contrario; locché av- 
veniva con gli stati piii deboli, come ad esp. con Cartagine, dopo le due 
prime guerre puniche. 

Ma anche la Repubblica volgeva alla decadenza. La classe de' liberi 
contadini, angariata, costretta al servizio militare, obbligata dall'indigenza 
a vendere i propri fondi, a poco a poco scomparve. Gli otUmati ebbero 
il soppravvento, e le stesse leggi dei (^racchi caddero in dimenticanza, 
indi furono completamente abolite. 

I soprusi e la corruzione erano all'ordine del giorno. 

Nelle Provincie, gli eqviii, quali appaltatori delle pubbliche entrate 
commettevano le più palesi ingiustizie, che nella loro qualità di giudici 
lasciavano poi anche impunite. 

Siila mirò a rimettere su nuove basi il governo dell'Aristocrazia. 
Riconfermò il potere supremo del Senato in materia di finanze. Tolse 
alle città che parteggiavano per la fazione nemica il diritto di cittadi- 
nanza e i loro terreni li donò ai soldati per trovare in questi un ap- 
poggio alla nuova costituzione; ma non trovò modo di riordinare l'Am- 
ministrazione. 

Nò valsero i trionfi di Pompeo a risollevare la Repubblica. 

La potenza dittatoriale di Cesare sorgeva imponendosi, e portava 
diritto all' instaurazione del potere regio. Egli previde che la Repubblica 
aveva finito di vivere, e risolse di abbattere la nobiltà e il suo idolo 
Pompeo per mezzo del popolo, per regnare poi e sulla nobiltà e sul popolo. 

II Senato, sia per timore, sia per egoismo, adulando il dittatore po- 
tente, s'affrettò a rovesciare le antiche leggi e istituzioni, e gli conferi, 
oltre che gli onori divini, il titolo d* Imperatore a vita, con facoltà di 
disporre del pubblico erario. 

E Cesare infatti prese la suprema direzione della finanza, che riformò 
del tutto. Egli tolse al Senato le chiavi del tesoro, per affidarle a' suoi 
devoti ; distinse le entrate particolari del principe, da quelle dello Stato. 

L'amministrazione della moneta e l'esazione delle rendite provinciali 
furono tolte alle commissioni permanenti senatoriali, e passate a schiavi 
ad affrancati dal principe. 

Spogliati i governatori delle loro attribuzioni amministrative, essi 
non rimasero che semplici capi di milizie. 

L'esazione delle imposte dirette venne affidata agli stessi distretti 
fìnanzarì. Per le indirette, riformò il sistema degli appalti. 

L'esazione delle tasse nelle provincie, venne aflidata ad ufficiali im- 
periali, che dipendevano unicamente da lui, verso il quale rispondevano 



222 



STOEIA. DEIiLA R4GI0XEBIA ITAIJANA 



CAPITOLO QUARTO 



223 



. *i 



con tutto lo stesso rip:ore con cui rispondevano j?li schiavi e ?li affrancati. 

Diminuì le imposte ordinarie e straordinarie; continuò la distribuzione 
<li grano per il numero grande di poveri che esistevano in Roma, limi- 
tando però il numero di coloro che pote\ano concorrervi. 

L'amministrazione insomma fu ordinata su basi piìi rigide, con uni- 
cità di direzione e con severità di ordine. 

Ma Cesare ricusò sempre il titolo d'Imperatore perchè sempre era 
mancata l'approvazione del popolo. I suoi fidi, scoprendo negli apocrifi 
libri sibillini l'oracolo che predicava non poter Roma vincere i Parti, se 
non fosse governata da un Re, chiesero che gli si conferisse la dign'ità 
reale fuori d'Italia. 

Intanto, al 15 Marzo 44, Cesare cadeva assassinato per mano di pom- 
peiani e cesariani malcontenti, e si preparava a Roma un nuovo ordi- 
namento politico, informato nella massima per l'anuninistrazione, al nuovo 
assetto datole da Cesare. 

^Zy. L'Impero — Il terzo periodo di Roma antica si estende dal 
30 av. Cr. al 476 dopo Cr. e riguarda la dominazione degf Imperatori. 

La costituzione, lino a Diocleziano (284 d. Cr.} comprendeva : Vaufo- 
rm imperlale, cui era annessa la facoltà di far leve militari, impcn-re 
tributi, decidere della guerra e della pace, sovrintendere all'amministra- 
zione di tutte le provincie, convocare senato e jwpolo, intercedere contro 
i decreti di questi, infine la direzione delle cose religiose ; 

il Senato, cui fu trasferito l'uso della sovranità tolta ai Comizi ; 
le Mapìstrature, alle quali però gì' Imperatori miravano a togliere 
ogni potere ed influenza ad esse già conferite dalla Repubblica, ma senza 
però toglier loro quello splendore esterno che l'attorniava. 

Tutto ciò ch'eran pratiche amministrative, si mirò a passarle in mano 
d'impiegati nuovi, estranei al ceto senatorio o direttamente in quelle 
dello stesso Imperatore. 

I Consoli più non avevano che la presidenza del senato. Pretori, edili, 
tribuni, continuarono a sussistere ma con limitazione di poteri. 

I Censori furono aboliti e le loro attribuzioni passarono agli Imperatori. 
I Questori si dividevano in Qiiaeslor principisi Quaeatores urbani 
e Qaaeatores proncicioìmm. 

I nuovi impiegati non erano uiliciali pubblici, ma impiegati dell'Im- 
l>eratore, dal quale erano nominati senza intervento di senato e di popolo. 

II primo posto spettò in principio al Praefcctus urlìi, che vegliava 
sull'andamento della città. 



I Praefccius praeiorio divennero in breve le persone più potenti 
<ìopo l'Imperatore; ad essi spettava, tra l'altro, anche l'amministrazione 
delle finanze, delle provincie, e il controllo delle opere per lavori pub- 
blici in Città. 

Un censimento generale dell' Impero ordinò Augusto in Roma, in 
Italia e nelle provincie ; censimento che servi ad eguagliare la popolazione 
doniinante, d' Italia, agli abitatori soggetti delle provincie. 

II riparto dei tributi facevasi in ogni provincia dai Censitores o 
Pcrequatores, sotto la direzione del Governatore. 

I Tabulari tenevano i ruoli del riparto e mandavano ai suscejìtor-es 
o percettori, gli estratti pei contribuenti. 

La nota dei contribuenti morosi veniva mandata agli opiniatores ed 
ai eompulsores per l'esecuzione forzata. 

Le somme o i prodotti esatti annualmente nelle provincie erano versati 
al Tesoro, o nei magazzini jiubblici, o nei quartieri dei soldati. Una parte 
(CanoneJ si pagava di 4 in 4 mesi, ma in quanto ve n'era il bisogno il 
Prefectus praetorio aumentava la quota d'imposta, ovvero obbligava i 
i proprietari a vendere il grano occorrente per le truppe, a un prezzo 
<li tariffa. 

Oltre a una Cassa dello Stato, Augusto fondò un Erario militare 
<letto Cassa delle largizioni, per pagare il soldo ordinario alle truppe 
e gratificare i veterani. Lo iniziò con un fondo di 170 milioni di sesterzi 
e con soccorsi dei popoli stranieri e dei re. 

In seguito Augusto propose di assegnare alla Cassa delle largizioni 
il ventesimo sulle eredità e sui legati ; ma essendovisi mostrati contrari 
senato, equiti e popolo, egli minacciò una tassa sugl'immobili, ottenendo 
così l'approvazione del ventesimo sulle eredità, che non andassero però 
a parenti prossimi od ai ])overi. 

A questa Cassa si assegnò pure Tun per cento sulle cose venali, e 
il cinquantesimo sul prezzo degli schiavi venduti. 

Augusto istituì pure un Fisco, che comprendeva tutte le entrate 
speciali del principe. 

Ad amministrare e dirigere la polizia e ripartire i tributi, eravi adun- 
que una gerarchia perfetta di pubblici uOlciali ; a capo dei quali era il 
l)rincipe, cui spetta\a l'istruzione dei processi e l'esazione dei tributi. 

Quindi venivano i Tatmlari, che compilavano i ruoli dei Contribu- 
enti, esigevano i tributi e tenevano le scritture e tutti i conti riflettenti 
le finanze. 

Seguivano altri ufficiali, tutti nominati dall'Imperatore, i quali ogni 
anno venivano promossi di un grado. 



224 



STORIA. DBLLA BiGIONERlA ITALIANA 



CAPITOLO OlAllTO 



225 



M^'- 






1 Tiv' tìi • 



Scelto fra gli eqiiiti e fra gli affrancati, il Procuratore o ie«^2o- 
n«£?r(? era l'intendente generale alle finanze imperiali. 

Eravene uno per ogni provincia, dapprincipio con poteri limitati, ma 
ben presto con incarico di provvedere all'esazione di tutte le entrate e 
al pagamento di tutte la spese. 

Col pretesto di tutelare gl'interessi del fisco, il Ragioniere ingerivasi 
nell'amministrazione, mentre in alcuno Provincie egli agiva adirittura 
come governatore. 

Allo scopo che il popolo sapesse come il danaro puì)blico veniva 
erogato, cioè a benefìcio del popolo e non dell'Imperatore, Augusto isti- 
tuì il Rationaritim o Brevim-ium impetni, che era il libro delle ragioni 
dell' Impero, e del quale ci occuperemo nel capitolo seguente. 

Questo libro era tenuto dai Prefetti del fisco e dell'erario ; e veniva 
scindendosi in hreviarii secondari per ci;iscuna provincia, nei quali erano 
classificate per ognuna di esse, tanto le entrate quanto le sjìese. 

Non solo quindi, noi qui troviamo la funzione previsiva ordinata o 
regolata mirabilmente ; ma vi si scorge altresì tutta l'organizzazione con- 
tabile che doveva rivestire un tale ordinamento nel suo passaggio dalla 
sintesi suprema all'analisi più minuta : vogliam dire, l'indubitata esistenza 
di un ben ordinato controllo concomitante. 

*6. — Con un succedersi di periodi felici e burrascosi, l'Impero — 
specie dopo Alessandro Severo (222 a 235) — andò sempre più decadendo, 
né valse ad Aureliano d' acquistarsi il nome di rc^iilutor imperi, quando 
conquistata e distrutta Palmira e portatine a Roma i tesori, ravvivò la 
ricchezza romana che già andava scemando, e riuscì a riunire l'Impero 
diviso fra Tetrico e Zenobia. 

Con Diocleziano ricomincia la partizione dell'Impero, diviso niente- 
meno che fra cinque imperatori. 

Egli emise editti per reprimere la rapacità degli agenti del fi^co, e 
impose una tassa all'Italia, che ne era stata esente fin allora. 

Nel 324 d. Cr. Costantino rimane solo, e dà una nuova organizza- 
zione, ponendo il fondamento ad una divisione permanente dell'Impero 
coll'erezione di una nuova Capitale, Bisanzio. 

Roma e Bisanzio erano perfettamente eguali di grado fra loro, cia- 
scuna con un Senato proprio, e con proprio Prefectm urbi. 

Alla testa dello Stato v' è Y Imperatore. 

L' amministrazione continua ad essere nelle mani dei Prefetti. 

Le diocesi sono amministrate da Vicani, luogo-tenenti dei Prefetti; 
le Provincie dai Uetiori. 



Ogni provincia ha un ufiicio di controllo — tahulmnum — dell' im- 
r»osta fondiaria e della taglia personale ; e le ragioni, i conti e le casse 
degli amministratori e dei Contabili soiiO -sottoposte a verifiche annuali 
e di tratto in tratto ad ispezioni specijfcH^^c 

Ogni 15 anni fciclo d'indizione ì doveva rinnovarsi il censo, in base 
al qualecon apposito ?m^?c/?(? dell'Imperatore, veniva stabilita un'annuale 
fondiaria e personale, ciie si pagava parte in danaro e parte in prodotti 
naturali. 

Eravi inoltre un'imposta sui mercanti, sulla rendita, sui dazi, le do- 
gane, i porti, le miniere, le monete e le fabbriche imperiali. 

I contribuenti dovevano pagare i tributi nei Municipi dove esiste- 
vano i beni ; ed erano nulle le vendite di beni in cui stabilivasi che il 
tributo dovesse esser pagato dal venditore. 

^tIì agenti di riscossione nelle provincie rendevano i loro conti ai 
rettori. Il Senato esaminava i conti dei consegnatari della Cassa frumen- 
taria; il Vicario di Roma quelli dei consegnatari della cassa del vino. 

Prefetto e Vicario esaminavano anche i conti che dovevano dare an- 
nualmente i patroni dei granai del porto d' Ostia dell'impiego delle der- 
rate entrate nei magazzini. 

Le cariche supreme di corte erano sette : 

lo il Preposiitus saa-i cuhiciili, che comandava l'interno del palazzo 
imperiale; 

2o il Maoisfer offlcionim, che sorvegliava all' entrata e all' uscitii 
dell' imposte in natura, e perciò i maestri delle milizie gli spedivano il 
fabbisogno esatto delle truppe e i prefetti al pretorio gli mandavano il 
prospetto delle derrate imposte ai proprietari delle provincie; 

30 il Quaestor sacrii palata, segretario di stato, che aveva cur.i 
dell'intera legislazione e contrassegnava gli ordini di Gabinetto; 

40 il Comes mcrarium largitionum, ministro delle finanze, cui eran 
soggetti e dovevan rendere conto i preposti al tesoro, e i ratioìiali sitm- 
marium ; controllava l'esazione e la centralizzazione dei fondi nella sua 
Cassa ; ordinava la vendita dei Ijeni sequestrati ai debitori dell* erario : 
deliberava sulle spese di manutenzione degli edifici pubblici, sui beni dei 
condannati, sui tesori scoperti in luoghi pubblici, sulle imposte indirette, 
sugli affari di commercio ; impediva il contrabbando; mandava i miiten- 
dari nelle provincie a verificare i conti dei Contabili, e ad esigerne i 
residui. 

Al Comes mcraritwi largiticrnm o al Prefetto al pretorio, secondo 
che dipendevano da questo o «la quello, dovevano gli agenti di riscossione 



..^^^,4 



226 



STORIA DELLA RAGIONEBIA ITALIANA 



«Ielle imposte straordinarie sottoporre i loro conti, i quali dovevano in- 
dicare le somme accertate, quelle riscosse, i residui da riscuotere, i de- 
bitori per le entrate accertate e non riscosse e le cause del mancato 
paframento. 

50 il Cornac rei tìrimtac, amministratore della casa privata deirim- 
peratore : 

60 e 7° i due Comitea domesficoitim, che comandavano le <?uardie 
istituite in luojro dei pretoriani. 

Questi sette impiegati, col Prefetto al i)retorio, col Prefetto urbano 
e coi Com/feft consisioriani o consiglieri propriamente detti, formavano 
il Consiglio di Stato fConsisloriumJ, che rimiioratore consultava in cose 
di legislazione e intorno all' alto controllo dell' Impero. 

La casa privata dell' Imperatore in Roma, era divisa in sei unici 
principali, chiamati Scrigni, e precisamente: 

Scrirìium numerarium, eh' era come l'ufflcio di ragioneria ; 
« ialmlarinm o archivio ; 

canonum ufficio delle imposizioni : 
nureae masfiae e 

ab argento, che erano le tesorerie dell'oro e dell'argento; 
annulnrense vel iniliareììne. o tesoreria degli anelli, oi-o 
argento e bronzo ccmiato, danaro ecc., di proprietà dell' Imperatore. 

I Numcì^rf o addetti allo Scnnium rumierarium tenevano le ra- 
gioni della moneta, delle provviste, dei tributi, e delle spese delle am- 
ministrazioni provinciali. 

II Primicei'iuR numerarium era il Ragioniere Capo ; quindi in ge- 
rarchia venivano il secondocer-ius, il ierlìocerius, il qunrincnnvsy ecc. 

Gl'impiegati ])iù eminenti, sia civili che militari, sino al Comes rei 
primtney avevano il predicato ài'Umiri, cui seguivano gli speilahffi, i 
r/iiarissimi, i perfeffis^inri, e tra questi era il Ragioniere ; venivano in- 
line gli egregi. 

In tale ordinamento amministrativo, è facile arguire, che l'opera del 
Ragioniere dovette semi)re rendersi, più che necessaria, indispensabile. 

Già fino dalla dominazione dei Re, il Ratiocinator era colui che 
riceveva e trattava le ragioni del Principe, e successivamente della 
Repubblica. 

l>opo di lui, in via gerarchica, veniva il Ilationalis sumìnm-um, 
che maneggiava il danaro del Principe. 

Ultimo era il Logografus, al quale spettava soltanto la scrittura delle 
ragioni. 



« 
« 

« 



CAPITOLO QUARTO 



227 



Era insomma la distinzione che ancora oggi si fa tra Ragioniere, 
< 'ontabile e Computista; con questa differenza però : che in Roma, come 
già in Grecia, il Ragioniere aveva aperta dinanzi u)ia via di onori e di 
ricchezze quali oggi certamente non si avverano, che sotto forme di ec- 
cezioni fenomeni professionali, non come valore, importanza acquisita 
;illa classe. 

Ed infatti, Vincenzo Campi, nella pregevole sua opera H Ragioniere, 
accennando a quanto alcuni ritengono, che anche Quinto Orazio Fiacco 
*^i annoverasse tra le file dei Ragionieri, ricorda come Atto Yannucci 
nella sua « Vi/a d'Orazio » affermi con certezza (perchè dichiarato dallo 
stesso Orazio nella Sat. II. 6j quanto segue : « Poscia per ristabilire la 
sua fortuna o per mostrarsi grato ai favori di Mecenate, allora governa- 
tore d' Italia per conto d' Ottavio, cercò rendersi utile, e si procacciò la 
carica di Scriba del tesoro, colle rendite delle quali comperò a Tivoli 
una piccola villa ». 

E dallo stesso Campi apprendiamo come in Civita Latina, nel Lazio, 
esiste un marmo con la seguente iscrizione : 

T. AURELIO 

AUG. LIB. 
APHRODISIO 
PROC. AVG. 
A. RATIONIBUS 
«la cui rilevasi, che T. Aurelio era libero e non schiavo, cioè suddito che 
poteva fruire dei diritti civili ; che era inoltre proconsole d'Augusto in 
Afrodisia, e che quindi ai Ragionieri era aperta la via anche alla car- 
riera consolar^, carriera cui miravano i migliori ingegni della più alta 
aristocrazia. 

Non così invece era dei Logografis Computisti, che non eran tenuti 
in alcun pregio e potevano essere anche sottoposti ai tormenti, mentre i 
Raiiocinatoì-es eran perfino esenti dalle prebende e dalle imposte. 

Sul cader dell'Impero, i Ratiocinatores furono anche detti Nunm^an, 
e i Computisti, che li coadiuvavano, chiamavansi Tabulari. 

Quattro numerari erano a capo degli ufiici di Roma, e due ne esiste- 
vano per ciascuna provincia. 

(Questi delegati agli ufiici pubblici chiamavansi Prefecii numerari. 

Tali erano l'organizzazione e le condizioni economico-sociali dell'an- 
tica società romana. 

Di fronte a tante ricchezze, a tanto slancio, a tanto sviluppo ; davanti 
a un complesso così rigido di leggi e prescrizioni, che quella società 



CAPITOLO QrARTO 



228 



renfolavano; di fronte a una divisione così cliiara di mansioni, di respon> 
sabilità, dì cariche, è mai possibile non ammettere che le funzioni del 
controllo rispondessero a quello sviluppo, a quella organizzazione? 

In modo troppo evidente apparisce, che un controllo siffattamente^ 
ordinato non avrebbe potuto esplicarsi senza una ben ordinata funziono 
del calcolo ; opperò è d' uopo riconoscerò quanto fondamento vi sia nel- 
r induzione del padre Boschetti (l) quando osserva che non doveva man- 
care l'arte dei computi laddove si trovano tanto spesso citate le espres- 
sioni dell'arte del rajrioniere. 

Ed ora passiamo ad esaminare il modo di tenuta dei libri presso i 
romani. 



Capitolo cp^jiinto 



LA RAGIONERIA DEI ROMANI 



l) V. l'arte 1. - Chj). II. - p„;r, 4;}. 



-^i 






e) 



- Form» e miteria con cui faoevarisi i registri - Indole e carattere dei medesimi 
- loro origine causale. 0S. - Libri di carattere commerciale - Non esistevano diversiti 
ira registri d'aziende pubbliche e private. - Il Breoiartum Imperi - Il valor i.robatorio 
delle scritture - Il contratto ad Htteris ed il Codex accepti et espensi. SG. - Gli atti 
<;he registravansi in questo Codex - Forme adoperate per la registrazione - Il sistema 
romano e il sistema moderno di registrazione - Perchè cessò l'uso dei libri aventi carat- 
tere contrattuale. 



^T. — Originariamente presso i Romani, le registrazioni si fa- 
cevano su tavolette cerate (tabulae ceraque); ma dopo che furono in- 
trodotti il papiro (chartae) e la pergamena (membrana), si fecero 
libri con queste materie (1), mentre le tavolette furono impiegate per 
molto tempo ancora nei documenti giuridici e nei testamenti. 

Ma in progresso di tempo, e specialmente per disposizione di 
Costantino, il papiro fini per essere adoperato anche in questi atti (2). 
Una distinzione vuoisi fare tra i libri computistici romani : 
Libri unicamente d'indole privata o patrimoniale ; ' 

Libri di carattere patrimoniale e commerciale ad un tempo. 
L'origine causale dei primi, va cercata nella riforma del tributum, 
per la quale furono sottoposti a tributo tutti i cittadini, che sotto 
vìncolo di giuramento, dovevano denunciare il rispettivo patrimonio nel 
censo. 

A questa circostanza s'aggiunse la comparsa nel Lazio dei Tra- 
peziti greci, che generalizzarono, come già dicemmo, la tenuta dei 
libri. 

I rigori che accompagnavano l'obbligo della denuncia nel censo. 



(1) Ulpiano accenna ai volumina raUonum (D. xl. 7 6. § 7) 

KomlT°'^l ""^n^'n " ' ''*°°'^'«'^^' ^^ *«^"*« ^^^^ li^ri e l'obbligazione letterale dei 
Komani — trad. G. Carnazza — Catania 1891. 



'^ll.J[iÈii,'-^i^i2ÌÌSfe' , 



230 



STORIA. DELLA BAGIONEBLà ITAIJANA 



CAPITOLO QUINTO 



231 



I 






mettevano ì cittadini nella necessità di seguire cwi opportune anno- 
tazioni tutte le sussistenze e le variazioni patrimoniali, come i terreni 
(pratiae)j le scorte ai^ricole (istrumentum rusttcum), le suppellettili (sw- 
pellex), l'oro (aurum), il vasellame d'arjE^ento (argenttim factum), i pre- 
ziosi d'ornamento femminile (mundus muliebris) ecc. ecc ; epperò ogni 
dominus (padrone o capo di famiglia) teneva un registro apposito a tale 
scopo, denominato Libellus familiae o Liber patrimoni, che presso i più 
ricchi era sussidiato da un altro libro, detto Commentarium. (1) 

L'indole e lo scopo di questo libro erano assai diversi da quelli 
dell'attuale Prima-Nota^ e più ancora da quelli del nostro Giornale; 
quello era un libro che se non trova riscontro nella pratica moderna, 
ciò è a tutto scapito di quell'utilità che potrebbe invece derivare spe- 
cialmente a quelle aziende, aventi succursali o filiali, dove l'occhio dei 
padrone non può arrivarvi a conoscere certi minimi particolari, che 
talora possono avere, nel loro assieme, una certa influenza sull'anda- 
mento dell'amministrazione. 

Altro libro, d'indole patrimoniale^ era il Kalendarium, sul quale varie 
furono le supposizioni fatte intorno allo scopo suo computistico. 

Il Forcellini (2; ce lo definisce come un semplice Scadenzario. 
cioè un libro sul quale i capitalisti annotavano il nome di coloro ai 
quali avevano dati denari a prestito, coll'indicazione del Capitale, de- 
gl'interessi e dell'epoca di pagamento. 

Il conte Marcello Donato Ponzani (3) nella illustrazione degli 
scritti della Storia romana, fa di questo libro il Codice delle ragioni 
per la scritturazione cronologica dei fatti amministrativi. 

Così pare che la pensasse anche il Bosellini (4) che ritenne il Ka- 



'J) Cicerone (ad Att. VII. .V. ?) dà nn estratto d'uno di questi Commentari: 



t VII Kaleadaft Sextiles : in praedio Cu- 
mano - nati sunt pueri XXX. puellae XL; 
xublatae in horreum ex area tritici tnillia 
niodium quingenta; boves domiti quingenti 

— Eodeni die: Mithridates a^rviis in rrucem 
ac.tus est, quia Gai nostri genio nialedixerat 

— Eodem die: in arcam relatum est, guud 
cnllocari non potuit sextertiuni centies ■ Eo- 
dem die: incendium factum est in hortis 
Potnpeianis ortum ex aedibus Nastae vilici, » 



u 7 del mese d'Agosto; nel podere ili 
Cumano — sono nati fanciulli 90 e fanciulle 
40; riposto in granajo dall'aja 1500 staja di 
grano; buoi domati 500 — Nello stesso gior- 
no : 11 servo Mitridate fu punito perchè a- 
veva maledetto il genio del nostro Gaio — 
Nello stesso giorno : fu posto in cass» 
quanto non si potè impiegare — 100 sesterzi 
— Nello stesso di : si sviluppò un incenditi 
negli orti Pompeiani, derivato dalle case 



del contadino Nasta. n 

(2) Egidio Forcellini — Totius latinitatis Lexioou — 1771 

f3) Venetiis MDCIIII, pag. 383 * Kalendarium et ipsum prò Codice rationum aucipi ol> 
servamus. n 

(4) Avv. Lodov. Bosellini — Dell'arte del ragioniere — Modena ISftL 



lendarium un Mastro dei debiti e dei crediti; e il Campi (1), il quale, 
dopo accennato all'opinione del Ponzani, ricorda che Seneca, nelle sue 
considerazioni filosofiche disse : 

« Credi tu ricco colui perchè trovasi in tutte le provincie e 
perchè gli occorre un gran libro calendario ?» e fa menzione d'un 
epigramma di Marziale, in cui è fatto questo augurio: 

« Possa tu godere una superba arca colma di moneta e ti sia 
dato sfogliare le pagine di cento calendari. » 

In efietto, questo Kalendarium era un libro nel quale si registra- 
vano i capitali dati a mutuo, colle rispettive scadenze, sia del rim- 
borso del capitale, sia degl'interessi; da cui venne all'azione per inte- 
ressi, la denominazione di actio Kalendarii. 

Il Voigt (2) sulla scorta di numerosissime fonti, afierma che in 
questo libro veniva registrata anche la percezione degl'interessi; esso 
era quindi qualche cosa di più di uno Scadenzario, nel senso e nell'uso 
che oggi ha questo libro. 

I Curatores Kalendarii erano quegli ufficiali responsabili, che nelle 
Provincie dovevano procedere — come ora si direbbe — aAVaccer- 
tamento dei tributi e imposizioni in genere, riscosse poi dai Questori 
Il Kalendarium assumeva quindi un'importanza grandissima anche 
nella pubblica amministrazione. 

2©. — I libri di carattere commerciale, oltre che patrimoniale, 
erano : 

1). Vadversaria o ephemeris^ 

2). il codex tabulae rationum^ 

3). il codex accepti et expensi. 
Esaminiamone paratamente le funzioni. 

J. — La legge f. f. de edendo, così descrive Tufficio dell'Ad- 
versaria : 

Rationem autem esse, Labeo Suo scopo, dice Labeone (3)^ 

ait, ultro citraque dandi, accipiendi, è di registrare alla rinfusa, il dare, 
credendiy obbligandi , solvendi sui comperare, dar a credito, obbligarsi, 
causa negotiationem. a scopo di negoziazione. 



1 



(1) V. Campi — Il Ragioniere — Roma 1879. 

(2) M, Voigit - op. cit. 

(3) Antistio Labeone, giureconsulto del tempo d'Augusto; apri la schiera de* giuristi 
classici. y 



232 



STORIA DELL.V R^VOIONEIILV ITALUNA 



.1 



Dunque VAdversaria era uu libro paragonabile, come modo di te- 
nuta, all'attuale Prima-Nota, e non aveva la forza di prova in giu- 
<lizio. 

Ciò risulta chiaramente dalla famosa orazione di Cicerone prò 
lioscio Comedo^ ormai da tutti citata, nella quale, avendo l'avversario 
presentato al giudice l'Adversaria invece del Ccdex^ per dimostrare un 
suo credito verso Koscio, Cicerone esclama: 

ti Ti credi dunque da tanto^ da poter chiedere il denaro non in 
rirlù delle tue tavole^ ma dell' adversaria? Eccitare il testo del codice 
in luogo di testimonio è arroganza' produrre l' adversaria con le sue av' 
notazioni e cancellature non è forse pazzia? » (1) 

E volendo istruire un confronto fra l'importanza delle tavole di 
un Codex, e quella che può avere l'Adversaria, Ciccione più innanzi 
così continua: 

« Perchè scriviamo così alla buona V adversaria? perchè facciamo 
le tavole cm diligenza? quale n'è la ragione? perchè quelle sono mensili^ 
queste durature (eternej; quelle si cancellano tosto, queste inviolabilmente 
si conservano ^ qudle abbracciano la memoria di un breve spazio di tempo^ 
queste il credito e la venerazione di una stima perpetua; quelle son fatte 
alla rinfusa, queste sono disposte per ordine. Nessuno mai pertanto, 
produsse le adversaria in giudizio*^ ma ognuno produsse il codice, re- 
citò le tavole. » (2) 

II. Il Cedex tabulae rationum, era il libro più importante, giac- 
ché a forma di Mastro, diviso in due pagine, raccoglieva le entrate e 
l'uscite in contanti, nonché gl'impegni linanziari, sia attivi che passivi^ 

'ì^eWaccepti pagina registra vansi le entrate o accepta; weWexpensa 
pagina^ le uscite o expensa. 

Ogni pagina costituiva una ratio (conto); la ratio accepti, era il 
Darc'j la ratio expensi, V Avere. 

Cicerone, nell'orazione prò Scauro^ esclama : 



„ ii, 






(1) Ustine eo ne te dlligei», et magniiìoe circumspicis, ut pecuniam non ex tais tabalU, 
jied ex adversariis petis V Suum codioem testis loco recitart'. urrogantiae est : suarum per- 
!iCrLptionum et literarum adversaria prot'erre nou amentia est V 

(2) Quid est, quod negligonter soribamas adversaria? Qaid est, quod diligcnter confiolo* 
mus tabulas? qua de causa? quia haec sunt menstrua, illae sunt aeternae ; haeo delen» 
tur statim, illae servantur sanctae ; haec parvi tamporis memoriam, illae perpetuae exi- 
stimationis fidem et religionem arapleotantur ; haec sunt dejecta, illae iu ordinem con- 
jectae. Itaque adversaria in judicium protulit nemu; codioem protulit, tabulas recitivi. 



.K 



CAPITOLO QUINTO 



233 



tt Poposcit, imperami, eripuit « Chiese, comandò, tolse ^ co- 

coPgit n Si docet tabulis, quoniam strinse con la forza » dice costui, 
habet seriem quandam et ordinem Se lo dice coi registri alla mano, 
contracti negotii confectio ipsa ta- da che il modo stesso con che si 
bularum, attendam acriter, et, quid tiene un allibramento ha una colai 
in defendendo mihi agendum sit, serie e disposizione delVaffare che 
videbo. si è fornito, io vi alluderò dentro 

sottilmente, e m'avviserò di che mo- 
do io mi debba governare nel trat- 
tarne la difesa. 

E Plinio (St. Nat. IL 7. 22) a sua volta scrive: 

huic omnia expensa, huic in questa si registrano 

omnia ferentur accepta et in tota tutte le uscite, in quella tutte le 
raiione mortalium sola utramque pa- entrate, e Vuna e l'altra pagina 
ginam facit. formano un tutto d'ogni operazione 

dell'uomo. 

Questo Codex rationum, a seconda che riferivasi all'Azienda del 
Capo di famiglia o a quella commerciale del banchiere, chiamavasi: 

Codex tabulae rationum domesticorum, e 
" » 1» mensie o argentar iae. 

a) Il primo, come indica l'aggettivo, comprendeva i fatti riferen- 
tisi al patrimonio famigliare, e tanto maggiore era la sua estensione 
computistica, quanto più importante era l'estensione dell'azienda cui 
riferivasi. 

Così pei- un possidente o coltivatore, il Cudex conteneva conti 
speciali (rationes) per ogni ramo d'industria: la ratio praetii (conto 
dei terreni); la ratio pecoris (conto del bestiame); la ratio pabularis 
(conto dei pascoli); la ratio frumentaria (conto del frumento); la ratio 
vinaria (conto del vino); la ratio olearia (conto dell'olio); la ratio ar- 
gentana (conto del banchiere); e ognuno di questi conti aveva Vaccepti 
pagina e Vexpensi pagina. 

Guglielmo Budaeus, che nelle sue Xofe alle Pandette (1) esplicò 
la logica e razionale classificazione dei conti nelle scritture dei romani, 
afferma che tra l'azienda pubblica e le private, non esisteva diversità 
di registri; epperò il Rationarium o Breviarium imperii (libro istituito 
da Augusto) avrebbe il suo riscontro nel Breviarum rationum privatorum. 



M 



(1) Lyon 1651. pag. 217. 



Crmrf^ irteli j^"i"r 



234 



STORIA DBLI.A BAGIONBRIA ITATJAKA 



CAPITOLO QUINTO 



235 



E che cos'era questo Breviarium^ nell'azienda dello Stato ? 
« Il Breviario — dice Budaeus — è quel volume o libretto nel quale 
tutti gli anni il presidente dell'erario o quello del fisco stabiliscono 
ciò che nel prossimo anno debba o voglia farsi ; quanta somma di da- 
naro piaccia ad essi di assegnare ad ogni capitolo di spesa, a ciascun 
ministero ed a ciascun dignitario. Oltre a ciò quanto debbasi attribuire 
alla milizia, quanto agli stipendi, quanto alle sovvenzioni, quanto al- 
l'apparecchio delle caccie delle belve, quanto a quella degli uccelli, ed 
alla gregge dei cavalli. A quanto infine dovevasi prevedere la spesa 
per eventi incalcolabili e per titoli incerti e casuali — sotto i quali 
titoli i prefetti dell'erario si appropriano somme smisuiate — per la 
missione ed il ricevimento di legazioni e per le suppellettili, cioè a 
dire i doni che si spediscono ai legati delle nazioni estere. Nella an- 
nuaria compilazione di quel Breviario, il presidente comanda che al- 
cuni stipendi vengano aumentati, altri diminuiti, ed altri tolti o cancel- 
lati. Questo libro resta come archetipo per cinque anni e ne tengono 
uno in comune i prefetti del fisco. Gli altri sono tenuti dai prefetti 
deirerario in comune ciascuno col suo tribuno. Da questi vengono poi 
fatti dei breviarii secondarii ciascuno per i riscuotitori della loro pro- 
vincia, sui quali ripartiscono sotto i varii nomi, le somme attribuite 
alle loro Provincie. Debbono ora comprendersi i nomi dei capitoli del 
Breviario, che è quanto dire delle ragioni monetarie ed i titoli di 
quelle cose e simili che enumerammo poco fa ed alle quali si 'riferi- 
scono le spese. Da questi poi si compongono dei Sotto-Breviarii che 
diconsi brevi e ciò perchè contengono il commentario della somma delle 
cose ». 

Dal fin qui esposto, risulta, che : fosse il codex rationum che 
s'informava ai criteri del Breviarhim imperii, o fosse questo che seguiva 
i criterii di quello, il Mastro dei romani racchiudeva in sé il bilancio 
preventivo e il consuntivo, ed ofl'riva contemporaneamente i movimenti 
statistici ed economici del patrimonio, fornendo cosi gli estremi neces- 
sari ad un bilancio finale, con la determinazione dei profitti e delle 
perdite. 

h) Il Codex rationum mensae^ era propriamente il Mastro del Ban- 
chiere nel quale si aprivano le partite individuali [mensae tatio) di 
ogni singolo cliente, contiate dalle singole appostazioni o partite (nomen). 

Ne consegue, che Vargentariae ratio nel Codex del capo di famiglia, 
era naturalmente il tonto antitetico della mensae rutio, nel Codex del 
banchiere. 



Ad epoca fissa questi faceva il bilancio o chiusura del conto 
(rationem putare), ossia determinava (rationem ducere) la difierenza 
(reliqua) fra il Dare e l'Avere; e questa, o veniva liquidata per con- 
tanti, portavasi in prima linea di conto nuovo {expungere rationem). 

Il Codex mensae al pari del domesticorum^ aveva una funzione 
economica : presentare la situazione patrimoniale nell'interesse del pro- 
prietario; epperò esso aveva anche importanza giuridica, in quanto che, 
come vedemmo, soltanto le tabulae di esso potevano far prova in giu- 
dizio. 

La parte interessata poteva sempre pretendere dall'argentario la 
presentazione in giudizio di un estratto dal Codex. Ed un editto pre- 
toriale obbligava infatti i banchieri, o i figli, eredi e dipendenti di essi, 
se richiesti, a trascrivere la partita o quella parte di essa che nelle 
contestazioni coi terzi, o fra terzi, dovevasi produrre in giudizio. 

III. — Ed eccoci al Codex accepti et expensi, libro di carattere ' 
eminentemente giuridico, per ben comprendere la funzione del quale, 
è necessario fissare bene il concetto del contratto ad Utteris, ossia 
dell'obbligazione letterale. 

Già vedemmo come il trasferimento di proprietà presso i Romani 
era valido giuridicamente, solo allora che avveniva con formalità sta- 
bilite, alla presenza dei testimoni e con domande o risposte sacra- 
mentali; il nexum, la nuncupatio^ la stipulatio, furono i caratteri ori- 
ginari coi quali si estrinsecò la valida tradizione delle cose^ anche in- 
corporee rex nec mancipi. 

Vedemmo cioè, che a poco a poco, tali formalità si restringono, 
si modificano o cessano, né più occorre la presenza delle parti, ma 
basta un ordine comunque dato, per la validità giuridica dell'atto. 

Ed ecco che il creditore iscrive neWexpensum del proprio Codex 
il nome del debitore con la somma del debito; dal canto suo il debi 
tore fa altrettanto nvWacceptum, del proprio Codex; e l'obbligazione 
che consegue da questa duplice annotazione antitetica è valida e inop- 
pugnabile, ancorché il debitore non abbia effettivamente ricevuto la 
somma relativa; e la sua validità, come si vede, se traeva origine 
dall'onestà reciproca delle parti, molto più riposava sull'esattezza della 
tenuta dei libri. 

L'obbligazione insomma, sorgeva pel fatto della registrazione nei 
libri, che venivano così a dar forma scritta al contratto; sebbene 



f 



236 



STOBIA DBLfJL RVGIONERIA. ITALIANA 



questo potesse ancora attingere forza e validità a condizioni estrinseche 
come le formalità consacrate, le formole solenni. ' 

Questa nuova forma con cui veniva esplicandosi il credito, creava 
quindi una serie speciale di atti, nei quali l'obbligazione sorgeva o 
scioglievasi; non a base semplicemente consensuale, ma per il fatto 
della registrazione nel Codex. 

Il Codex acceptl et e.rpensi fu appunto il Giornale, ossia il libro 
cronologico descrittivo di questi atti, cioè delle operazioni letterali 
(così dette per distinguerle da quelle puramente verbali), che compie- 
vano il capo di famiglia o l'argentario; e da esso quindi escludevasi 
la registrazione di tutti quegli atti che non esplicavansi ad litteris. 

Da ciò emerge, che erroneamente o assai imperfettamente si venne 
finVa ripetendo, che i libri computistici romani consistevano nell'or/- 
versarla, e nel Codex accepti et expensi, parificando quella al Giornale 
e questo al Mastro, moderni. 

Il nostro Giornale fa i,rova in giudizio; le Adoersaria^ no. 

Il nostro Mastro dà la situazione patrimoniale del proprietario- 
ciò non dava il Codtx accepti ed expensi, ' 

Il libro che indubbiamente adempiva alle funzioni del nostro Ma- 
stro, era il Cod^x rationum, che appunto non aveva alcuna funzione 
nel diritto civile; cioè le annotazioni in esso non producevano effetti 
né creavano contratti aventi forza giuridica; ma soltanto adempivano 
alla funzione computistica d'illuminare il proprietario sulla sua situa- 
zione economica; e - qui sta l'unica differenza ^ \etabulae di questo 
Codex facevano prova in giudizio, mentre i Conti del nostro Mastro 
non la fanno. 

Insomma, il Codex accepti et expensi era — per così dire — un 
libro di contratti per sé stante; esso non poteva corrispondere né al 
Codex rationum, né tanto meno al nostro Mastro, perchè non forniva 
alcuna situazione, nemmeno quella di Cassa, come taluni vollero ere- 
(lere ritenendolo un Libro Cassa. 

In esso le registrazioni venivano riportate dsiW Ad versar ia in or- 
dine cronologico, distinte nelle due tabulae, accepti l'una, expensi l'altra- 
ma appunto per l'ordine cronologico nelle due registrazioni, non presen- 
tava una divisione di conti individuali, nello stesso tempo che non 
<lava neppure la nota di tutte le operazioni di debito e di credito com- 
piute, perchè escludeva quelle non litteris; quindi non comprendeva i 
pagamenti fatti per contratti consensuali, e non poteva per ciò essere 
neanche un libro di Cassa. 



CAPITOIO <JUI>TO 



237 



Il Codex accepti et expensi fu insomma un libro che aveva la forma 
ma non il carattere computisti.^o; fu un libro sui generis, che ora non 
potrebbe né avrebbe ragione di esistere, perché la meccanica del cre- 
dito è stata perfezionata coll'introduzione della cambiale, del pagherò 
del Chèque, della Delegazione, delle Credenziali, dell'istrumento dì Mu- 
tuo; titoli questi che si formarono tutti a poco a poco, facendo grada- 
tamente scomparire le antiche formole solenni dei Contratti. 

A meglio chiarire le cose fin qui dette e che verremo dicendo, non 
tornerà inopportuna una breve rassegna dei principali e più adoperati 
vocaboli, costituenti la fraseologia computistica romana; epperò riman- 
diamo il lettore all'Appendice (1). 

^^. — L'expensilatio, la transcriptio, la receptio argentari e l'ac- 
ceptilatio letterale, erano atti che venivano simultaneamente registrati nei 
propri libri sia dal debitore che dal creditore (2). 

Fra le registrazioni dell'uno e deir altro, esisteva quindi quelPan- 
titesi per cui, naturalmente, ciò che per uno era entrata, debito o ca- 
licò, per l'altro era uscita, credito, scarico. 

Gli atti suddetti, desunti d^W Adversaria venivano - come s' è 
detto — riportati nel Codex accepti et expensi, con formola semplice 
e breve. 

Del debitore o del creditore era sempre indicata anche la pater- 
nità, e al nome dell'interessato era aggiunta la preposizione af (3), 

Pei crediti a scadenza fissa, indicavasi pure l'epoca del pagamento. 

Così, per una expensilatio, redigevasi la registrazione a questo modo: 

^ X af Num. Negidio C f (ilio) promissa expressa Num. Negidio 
fero in proximas Kalendas Maias » 

Per una transcriptio : 
« X af. Num. Negidio C. f. ex emtionis causa debita expensa Numi 
Negidio fero in proximas Kalendas Majas y> 

Per una receptio argentari: 
« X af. Num. Negidio C. f. prò L. Tilio M. f. promissa in seque 
recepta expsensa Nuiu Negidio fero in (diem) » 

Per Vacceptilatio, che era una registrazione mercè la quale s'anno- 
tava l'estinzione di un'obbligazione, se veniva fatta dal debitore (ac- 



(1). V. Appendice — Nota X. 1. 
(2). M. Voigt — op. cit. 
(3). Cicerone. Or. 47. 158: praepositio 
( Vedi Voigt — op. cit. pay. CJy. 



— u af n — nunc tantum in aoot^pti tabulis msnet; 



238 



STOMA. DELLA RA.GIONEEIA. ITALIANA 



CAPITOLO QITINTO 



239 









ceptum ferrea che re<?istrava come se il pagamento fosse stato effetti- 
vamente eseguito, essa facevasi così: 

« A" AtiL Agerio T. f. debita accepta Ani Agerio fero; 

Se veniva fatta dal creditore (acceptum referre)^ che registrava il 
pagamento come lo avesse effettivamente ricevuto, la registrazione se- 
guiva cosi: 

tt A' af. Num. Negidio C. f. debita accepta Nudi. Xegidio refero » 
Il Voigt, dopo alcune considerazioni sui fenomeni linguistici rela- 
tivi ai termini tipici di queste registrazioni, quali ferre. expensiim ed 
acceptum^ così scrive (1): 

« In primo luo^^o, il sigaifieato grammaticale dei termini in discus- 
sione rimane così stabilito: 

expenswn fero: anuoto così come se avessi prestato al mio debi- 
tore UQ pagamento obbligati vo; 

expenswn refero: in rispondenza io annoto così come se avessi ri- 
cevuto dal creditore un pagamento obbligativo. 

acceptum fero: io annoto così come se avessi prestato al mio de- 
bitore un pagamento solutorio. 

acceptum refero: in rispondenza io annoto così come se avessi avuto 
in restituzione dal mio debitore un pagamento solutorio. 

In secondo luogo, riguardo al metodo della registrazione è da os- 
servare un evidente contrasto fra il sistema antico ed il moderno. 

Nel fatto del pagamento, registrato così dal debitore come dal cre- 
ditore si osservano quattro oggetti: la prestazione del pagamento ed il 
ricevimento di esso e due soggetti interessati: colui che fa l'affare e 
colui che l'affare riguarda. 

In tal modo la moderna tenuta dei libri segue il sistema che, in- 
variabilmente in ambedue le registrazioni, si presenta colui che regi- 
stra come il soggetto attivo della operazione di pagamento e conseguen- 
tHiiiente il rapporto fra pagare e ricevere è considerato come azione 
alternante, di maniera che all'annotazione di A: (io ho) « pagato a B » 
corrisponde l'annotazione di B: (io ho) « ricevuto in pagamento da A. » 

Viceversa nel codex accepti et expensi^ si segue nella registrazione 
il sistema di manteneie invariata per entrambi quelli che registrano una 
delle due relazioni, sia Vexynsum o Vacceptum^ mentre cambia la po- 
sizione del soggetto, che è ora T agente ed ora colui cui l'operazione 
rit'uarda. 



In tal modo una delle due registrazioni corrisponde sempre al si- 
stema moderno, mentre l'altra ne differisce. 

Qui è osservata quella regola linguistica per la quale il pagamento 
obbligativo è annotato come expensum o come prestazione di pagamento, 
jnentre il pagamento solutorio è annotato come acceptum o come rice- 
vuta di pagamento, ed in conseguenza V expensum latum: expensa (i. e. 
quae Negidio expendi) Negidio fero (ho pagato a Negidio e lo annoto 
come credito) sta in rispondenza allo expensum relatum: expensa fi. e. 
quae Agerius mihi expendit) Agerio refero (Agerio mi ha pagato ed io 
lo annoto come debito). 

Adunque l'antico romano formulava le sue entrate come presta- 
zione a pagamento del creditore mentre il commerciante moderno le 
formula come pagamento ricevuto dal creditore. 

E poiché V acceptum relatum: accepta (i. e. quae a Negidio accepi) 
Negidio refero (ho ricevuto da Negidio e lo annoto a debito) sta in ri- 
spondenza allo acceptum latum: accepta (i. e. quae Agerius a me acce- 
pit) Agerio ha da me ricevuto ed io lo annoto come credito) l'uscita 
è formulata come recezione del pagamento da parte del creditore, men- 
tre il commerciante moderno lo annota sotto forma di pagamento fatto 
al creditore. » 

Risulta quindi troppo evidente la diversità fra il Codex rationum 
e il Cedex accepti et expensi. 

Questo era diviso in tabulae, e precisamente: 

a) — nella tabida accepti^ in cui registravasi V expensum latum e 
V acceptum relatum' 

b) — nella tabula expensi^ che comprendeva V expensum relatum, 
Vacceptum latum^ e la receptio argentari. 

Il Codex rationum invece, era diviso in Accepti pagina e in expensi 
pagina; e mentre in quel Codice le tabulae erano veri Giornali crono 
logici, tendenti a dare unicamente valore giuridico contrattuale alle va- 
rie operazioni in essi annotate, in questo le pagine presentavano, rag- 
gruppate sistematicamente, le diverse operazioni riguardanti ogni sin- 
gola frazione patrimoniale; perciò da questo libro soltanto era possi- 
bile desumere un esatto stato patrimoniale. 

Dice il Papa-D'Amico (l) che mentre ai tempi di Cicerone (106-43 
av. Cr.) ì'adversaria e le tabulae erano d'uso quasi generale ma non 
obbligatorio (2) a poco a poco scomparvero dal comune uso civile, e 



^t). M. Voigt — op. cit pag. ?2-74. 



il). Atv. Papa. D'Amico — op. cit. 

(2). Quum quisiue suam rem neglexit. nulli qaerelae subiectus est (L. 95. % H e 31 D. 
De hacé'ed. pet.) 



240 



STORIA nP]Lr..V RAGIONERIA ITALIANA 



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la loro esistenza si limitò ai soli rapporti con gli Argentari, presso i 
quali fu invece mantenuto il Codex accepti et expensi. 

Ai tempi di Marco Aurelio (161-170 d. C), anche l'uso di que- 
sto libro è quasi del tutto scomparso, sebbene nel Digesto Giusti- 
nianeo (533 d. C.) esso trovisi menzionato per ciò solo che ha riferi- 
mento agli Argentari. 

La causa di ciò? 

Non per nulla assai antica è la sapienza dei proverbi; né molto 
recente dev'esser quello che dice: fatta la legge, trovato l'inganno. 

La malafede era subentrata all'austerità dei primitivi costuuii, per 
modo che già ai tempi di Tito Livio (59 a. Cr. — 17. d. Cr.) Asca- 
nio, che ne fu il precettore, scriveva: Sed postquam obsignandis liti eri s- 
reorum ex suis quisque tabulis damnaris coepit tota haec vetus consuetudo 
cessavit; non si vollero cioè più affidare ad un semplice registro le pro- 
prie operazioni, e farsi condannare per l'iscrizione di esse sui registri 
domestici. 

Cessò quindi nell'uso comune la tenuta dei libri aventi caiattere 
contrattuale; ma non crediamo che potesse cessar l' uso di quelli aventi 
una funzione economica: quella cioè d'illuminare il proprietario sulla 
sua situazione patrimoniale. 

Perchè ciò avvenisse, sarebbe stato necessario che sparisse o ces- 
sasse la causa determinante di quei libri, cioè i patrimoni: il che non 
fu. 

Se nella vita civile non fu più sentito il bisogno del Codex accepti 
et expensij devesi rintracciarne la causa anche nel fatto saliente, che al- 
tre forme sopravvennero, come elemento materiale dell'obbligazione, 
quali il chirografo e il sf/ngrafoj tolti dai Greci. 

Non potevano in quella vece sparire i libri di carattere eminente- 
mente economico, perchè sempre, in ogni tempo, la registrazione non 
potò essere che l'unica sussidiaria dell'ordine aziendale. 

Epperò dobbiamo logicamente ritenere che il Codex rationum, V Ad- 
versarla, il Kalendariwn^ il Commentarium, continuarono a sussistere 
nell'uso civile; ed anche dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, essi 
devono aver trovato larga applicazione nell'elemento romano sopravvis- 
suto, e impostosi cogli usi e '•olle leggi ali* elemento barbarico. 

E questo cercheremo di rendere evidente nel seguente Capitolo. 



Ca^pitolo Sesto 



L'EPOCA BARBARICA 



S^O. Divisione di quest' epoca. - I barbari e le loro legsri. - Esse conformavansi alla 
sapienza romana. — «1. I papi s'oppongono all'estendersi della potenza longobarda. - 

I Franchi. - Curio Mn^uo e il riordinamento del nuovo regno. -La feudalità. - Vantag-gl 
derivati ala proprietà rurale. — S3S. Confronto fra l'epoca bai borica e la romana. -Il 
commercio e l'industrie. • Gli uomini liberi. — Ciii. Punti di contatto fra il d ritto ger- 
manico e il diritio romano. - Com'eljbe or giue il diritto canonico.- Suoi effetti. — S3-*. 

II periodo barbarico e il pensiero computistico. 



•50. — Caduto r Impero d'Occidente, una nuova èra s' appresta a 
trasformare uomini e cose ; è tutta un'epoca di transizione, un crogiuolo 
per cui passarono, talvolta anche purificandosi, sotto l'azione di bar- 
bare dominazioni, quelle istituzioni antiche, quell'organismo politico, da 
cui doveva uscire questa società moderna, che noi boriosamente chia- 
miamo progredita, ma che è forse semplicemente meno peggio di quelle 
passate. 

Quest'epoca di trasformazione, che fu denominata Evo Medio, si » 
estende dal 476 al 1492; cioè dalla caduta dell'Impero d'Occidente alla 
scoperta d'America; e sogliono, coloro che studiano quest'epoca, divi- 
derla in due periodi: il primo, che va dal 476 fino intorno all' 800 ; il 
secondo da quest'epoca, fino al 1492. 

Certo si è che il primo è un periodo di tenebre, di corruzione, di 
barbarie ; il secondo, di rigenerazione. Fra l'uno e l'altro periodo, quale 
punto luminoso di demarcazione, sta la grande figura di Carlo Magno. 

Col nome generico di Tentoni o Gennant chiamavansi i nuovi do- 
minatori piombati sulle mine dell' impero romano ; ed essi non potevano 
a meno di portare notevoli mutamenti nei sistemi di governo e nel di- 
ritto di proprietà. 

I più antichi Germani non avevano leggi, ma consuetudini, le quali [ 
vennero poi gradatamente poste in iscritto, creando cosi le diverse leggi, ' 



242 



STORIA DKIJA RAniONKUI.V ITALIANA 



CAPITOLO QTINTO 



243 



„'• 1 






•Il cui la più antica clie si conosca è quella Salica «lata ai Franchi Salii 
anteriormente alla conversione di Clodoveo (496). La lejrjie Ripuaria, data 
ni Franchi ripuarii, è dei tempi di Teodorico (493-52()) : «piella Alemanna è 
del principio del VII secolo: quella de* lk)r^^)j:noni risale ai tempi della 
salica, e quella de* Frisoni cre<lesi del secolo MII. 

La Icx Visipnfhoìmni o fanun iìidicu^n fu certamente la i)iìi dotta: 
essa mirava alla l'uslone dei due popoli, il conquistatore e il conquistato. Fu 
(juesto lo scopo di Teodorico, che però non riuscì, sia perchè i (loti sprez- 
zavano i romani, civili e deboli ; sia i)erchè i romani odiavano i Goti, 
l)arbari ed eretici. 

I 33 anni di pace del rejrno di Teodorico contribuirono però non 
|)Oco all'assetto dell' ajiri col tura, al riordinamento «lej^li studi. Questo re, 
che a ravvicinare i due popoli impose ai Goti di vestire, radersi, vivere 
alla romana; e impose che fossero rispettate le statue e i monumenti an- 
tichi, quantunque ejrli fosse illetterato, protesse gli studi, e innalzò italiani 
e non barbari alle maggiori cariche, come hi storico Cassiodoro, a suo 
primo Ministro, e Severino lioezio a Mini'Jtro, l' Aritmetica del quale, 
come si disse, rimase guida fondamentale nell* insegnamento <li questa 
scienza per tutto il M-E. 

Passato il «lominio d'Italia dai Goti ai Giteci, e da questi ai Longo- 
l)ardi nel 568, sopravvenne la legge longobarda, di cui fu autore Rotari 
nel 644, che stabiliva le assemblee de' liuoni tfomw? per rendere giu- 
stizia, e ordinò il diritto di mundio dei padri e capi famiglia sui figli, 
le donne e i servi. 

In tutte queste leggi però, la parte maggiore si riferiva al diritto 
criminale, mentre al diritto civile era serbato d'ordinario solo una pic- 
cola parte. Gerto si è che tutte queste leggi venivano rispettivamente 
applicate ai popoli cui si riferivano, mentre ai sudditi italiani era lasciato 
lil)ero di regolarsi secondo le leggi romane, in quanto esse erano com- 
|)atibili col potei e del dominatore. 

Certo è pure che da tutte le consuetudini barbariche, trasformate 
in leggi, trasparisce 1* inlluenza dell' antica sapienza romana : non solo, 
ma da due re barbari, furono promulgate leggi romane, quali l'editto 
di 'i'eodorico nel 500, tolto dal Codice Teodosiano e il lìreviarium di 
Alarico II nel 505, tolto dalla costituzione di Valentiniano III, e dai co- 
dici Teodosiano, Gregoriar.o ed Ermogeniano, e ch*ebbe grande autorità 
nel Medio Evo : esso eT*a citato wl osservato come legge romana e scam- 
biato sovente collo stesso Codice Teodosiano. 



81. — I Longobardi non solo andavano gradatamente converten-f 
<losi alla religione dei vinti, ma ne adottavano gli usi e la lingua, principal- 
mente per opera del clero, in seno al quale venivano scielti i Buoni 
nomini giudici, che decidevano nelle questioni secondo il diritto 
romano. 

Non tardarono però i papi ad opporsi alla soverchìante potenza dei 
Longobardi ; e quando a tale scopo tornarono insuflìcienti lo forze d'Ita- 
lia, rivolsero i loro sguardi agli stranieri e chiamarono i Franchi. 

Nel 754 Pipino, dopo sconfìtto a Pavia Astolfo, penultimo re longo- 
bardo, gì' impose un annuo tributo, e del paese fece dono alla Chiesa, 
dando così origine al dominio temporale del papa. 

Vinti i Longobardi nel 794 da Carlo Magno, figlio di Pipino, egli s' in- 
titolò re dei Longobardi, lasciando dapprincipio ogni cosa nell'assetto 
primiero ; cioè lasciò a tutti di reggersi secondo le proprie leggi franche, 
l'ornane o longobarde, riserbandosi però il diritto per sé e successori di 
miiformare le leggi per tutti ; popoli a lui soggetti. 

Ma due anni di poi, nel 776, sopravvenuta la ribellione di alcuni 
duchi, egli riordinò il nuovo regno al modo franco. 

Divise quindi i ducati longobardi in Comilati (distretti) governati 
<la un Comes o Conte, e in Marche governate da Marchesi. 

E Conti e Marchesi, coi loro dipendenti fCenienari e VicariJ col- 
r assistenza di sette scabini o assessori, eran capitani delle milizie, go- 
vernatori e giudici delle cause minori ; mentre le cause e gli affari in 
genere di maggior importanza venivan portate e discusse davanti all'as- 
semblea, composta di tutti gli uomini liberi, di cui il Conte o il Marchese 
era presidente. 

Le sentenze de' magistrati inferiori eran portate in grado d'appello 
avanti al Conte palatino, ch'era la suprema dignità giudiziaria del regno. 
Messi regali o dominici, ispezionavano le provincie, i porti, le strade, 
le chiese, l'amministrazione dei Comitati e delle Marche; raccoglievano 
le petizioni dei sudditi e di tutto riferivano al re, o decidevano diretta- 
mente, se in loro potere. 

La feudalità fu l'innovazione più importante introdotta dai Franchi 
in Italia. 

11 re donaA'a a chi meglio parevagli {^VassalloJ un villaggio, una 
<ittà, una regione, con giurisdizione quasi sovrana sulle cose e sulle 
persone; e chi riceveva il tendo, doveva giurare fedeltà e obbligarsi 
verso il re a prestare servigi. 

Concessi dapprima a vita, i feudi furono poi anche trasmissibili di 



244 



STORIA DELLA BAGIONEBTA ITALIANA 



CAPirOLO QUINTO 



245 



i. 



;.^i 



!■ 



padre in fìprli'^; finché anche i Vassalli cedettero, col titolo medesimo con 
cui n'eran stati investiti, parte del feudo a terzi /^Vali'assor?y, 

Fu questa certamente una diininulio cai^ilia del potere rejrio; ma 
non potò a meno di recare p:randi vanta{?;;i, specialmente alla proprietà 
rurale. Sovra un'estensione tanto grande dell'impero, con pohissime 
strade e disaprevoli, scarsi i mezzi di comunicazione, il jjoverno non po- 
teva arrivare dovunque cwlTeflicacia della propria a/^ione; ripartita in- 
vece in tal modo l'autorità, dappertutto si videro sor?:ere edifici, castelli, 
chiese, bonghi, e terreni prima incolti, venir dissodati e coltivati. 

E Carlo Maj?no con un suo C.ipitolare fde VdUs vcl de Ciirti im- 
peratorisj distribuito a' suoi Mìhhì dominici, aveva cercato di stimolare 
e ravvivare la coltura de' vasti possedimenti imperiali. 

0<i:ni vi*2:na doveva avere una inverna coirinsep:na di una corona di 
vite, perchè vi si vendesse il vino per conto dell'Impero. 

I campi dovevan esser mondi da cesputrli, le selve inutili dovevan 
essere dissodate; i jriardini imperiali o broli (broilis, Biiihler) dovean 
esser cinti da siepi o da muri e contenere fiori, frutta, agrumi e verdura 
d'ogni specie. 

L'opera del feudalismo, malgrado i suoi difetti, veniva quindi a por- 
tare un miglioramento e preparare, anche sotto un certo aspetto, le be- 
nefiche innovazioni dei Comuni. 

/ 3*^. — Un primo confronto è facile a dedursi fra l'epoca romana e 
/ r epoca barbarica : ancor qui la conquista, la prevalenza della forza fu- 
rono la base d'ogni esistenza economica. Anche qui, come in Roma» 
l'origine della ricchezza non va cercata nel lavoro, ma nei bottino: quindi 
niente industrie, niente commerci, quali oggi potremmo ideare. 

Questi due fattori della ricchezza, vìvono di libertà, di diritto, di 
azione ; l'epoca barbarica è invece tutta di dispotismo, precisamente come 
sul dispotismo militare era fondato 1" impero romano, che è il peggiore 
dei governi, perchè « quando le armi, che debbono obbedire alla sapienza 
governatrice, tengono il luogo del diritto, forza è che tutto in breve 
ruinii e che la stessa virtù miti tare, vagante sfrenatamente fuor de' suoi 
limiti, si corrompa e si perda (1). » 

Ma comunque, è pur d'uopo riconoscere che alla dissipatezza romana 
erano subentrate la giustizia e la temperanza dei barbari, i quali pui* 
reggendosi colle loro consuetudini originarie, seppero tuttavia, a poco a 



/ 



poco, confezionare — se ci si passa la parola — queste loro consuetudini 
sul modello dell'usanze e del diritto romano, donde scaturirono e tras- 
sero forma e sostanza i codici di Rotari, Grimoaldo, Liutprando, Rachi, 
.Vstolfo e gli stessi Capitolari di Carlo Piagno. 

Certo è però che l'epoca barbarica fu un periodo di sosta, se non 
d'interruzione, nello svolgimento delle tradizioni romane in genere. Di- 
cendo però che a Roma mancò il Commercio, dobbiamo intendere che 
vi mancò quale oggi potremmo immaginare alla stregua delle isti- 
tuzioni potenti che lo reggono, allo slancio, ai mezzi di trasporto, alle 
vie di comunicazione, all'organizzazione del credito e via dicendo. 

Ma che un Commercio vi fosse, non si può ragionevolmente non 
ammettere. Riportiamo queste parole di Umberto Mantovani (Ij: <vSi può 
ritenere che nell'epoca più fiorente del Romano Impero il movimento 
commerciale del Mediterraneo poteva reggere al paragone dellodierno, 
specie se si considera che fra la potenzialità media delle navi, che oggi 
solcano questo mare, e quella delle navi di que' tempi, non corre a gran 
pezza quella differenza che è fra i mezzi di trasporto odierni e gli 
antichi. 

« Anche rOceano indiano offrì al commercio marittimo dell'antichità 
un campo, che per quanto non potesse in importanza competere col 
Mediterraneo, pure ne' tempi dell'Impero Romano vantava un notevole 
movimento. Le sete della Cina non arrivavano per carovane attraverso 
la Battriana, bensì in massima parte per mare, girando V India ; lo stesso 
?»ra delle droghe e di altri prodotti dell'Arcipelago indiano, pepe, mus- 
soline, ed altri tesMiti di cotone, ebano, avorio, ecc. Solo una parte delle 
mercanzie, tratte dalKoriente, erano dall'occidente pagate con altre mer- 
canzie, tanto che già Plinio lamentava che ogni anno ben 50 milioni 
di sesterzi dovessero prendere la via dell' India. » 

Colla rovina dell'Impero Romano, questo slancio commerciale spari- 
sce, e non lo vediamo ricomparire se non dopo cessate le irruzioni barba- 
riche, con le potenti repubbliche marinare italiane di Venezia, Amalfi, 
Pisa, Genova. 

Furono dunque sei secoli circa di sosta, causata anzitutto dalle lotte 
continue, incessanti fra impero e papato per la supremazia politica ; poi 
«lalle violenze e dalle rapine derivanti dalle guerre dei signori feudali ; 
cause tutte che togliendo ogni guarentigia d'ordine e di libertà, venivano 
naturalmente a soffocare ogni iniziativa industriale e commerciale. 



\ 



(1) L. Cibrario — L'Econ. poi. nel M. E. Lib. I. pftg. 11-15. 



(1) Encicl. di Amm. Ind. e Comm. pag. 614. alla voce u Commercio. 



■'SJT^K^ 



246 



STORIA DELLA BAOIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO QUINTO 



247 



m 



Certo è però che fra i pre<?iiidizi de' popoli barbari, quello non v'era 
che il coniTTiercio e l'industrie contaminassero la nobiltà dei natali ; certo 
è che in quell'epoche, il commercio, quale si fosse, fu esercitato dai 
buoni ho.nwi, o uomini liberi, detti talora anche nobili. 

Neffli ultimi tempi dell' impero romano eransi venute sviluppando 
la colonia parziaria e l'eufiteusi in seno al latifondo. I coltivatori d-J suolo 
da fscrm divennero coloni ; coltivatori liberi, ma di modesta fortuna, ce- 
dettero volontariamente le loro proprietà ai <?randi proprietari limitroli. 
per riceverli a titolo di colonia; precisamente come più tardi, ai tempi 
del feudalismo, fecero molti proprietari che per sottrarsi al carico delle» 
imposte, donarono le loro terre alla chiesa, le cui proprietà erano tenute 
in franca elemosina, per poi riaverle o in feudo o in alfìtto. 

La classe defili uomini liberi trae dunque un'origrine che risale ajjl i 
ultimi tempi dell' impero romano. 

Il Troja nella sua opera « Della Condizione dei romani vinti dai 
Ijongohaì'dt » avverte come pria nel 6° secolo « sorgeva la non dianzi 
udita industria d'alquanti uomini liberi, che prendevano a coltivo dell<» 
terre in qualità di livellarli, ed appariva un terzo stato ^^ E il Ghislori 
c'informa come una scritta del monastero di S. Giulia in Brescia, del 
770, nomina fra j?li agricoltori un homo Ifvcro. E in altro atto deirS37, 
liUpo figlio di Felino, li cero hominc, chiede all'abate di Nonantola fondi 
in Ostiglia per 29 anni. 

V'erano quattro catf'gorie d'uomini liberi: 

1. l liberi di schiatta ingenua, che possedevano beni in piena e per- 
fetta proprietà. 

2. I liberi non possidenti. Quelli poveri non godevano veramente di tutti 
i privilegi propri dei veri liberi, come ad esempio non erano ammessi testi- 
moni nelle cause ; e — sebbene in piccol numero — questi uomini, privi 
di beni propri, finirono per creare la categoria 

3. dei liberi al servizio altrui, o come chiamavansi, pertinenti, com- 
mendati. 

4. I liberti o libertini. 

Venivano poi quelli soggetti, chi più, chi meno, a vincoli di schiavitù. 

Per ciò che si riferisce ai coltivatori del suolo, i barbari continua- 
rono le tradizioni romane; ciò che sembra sia avvenuto anche per gli 
artigiani, giacché più d' una traccia ritrovasi in queir epoche di col- 
legi d'artifici ; e specie tra i Longobardi uomini liberi occupavansi della 
lavorazione dei metalli preziosi o dedicavansi al lucroso commercio delle 
monete. 



:I3. — La libertà individuale, cosi come ogni altra proprietà, po- 
tevasi vendere ed obbligare; e malgrado la proibizione di vari impera- 
tori, chi non possedeva in quantità sufficiente ai propri bisogni, vendeva 
la propria libertà ; e assai più frequentemente, debitori impotenti a pa- 
gare, davano al creditore la propria libertà in pegno. 

Il diritto positivo dei romani, che regolava i rapporti degli stranieiM 
fra loro e di questi coi romani fjus geniium], valse a conservare la 
iLitura, il carattere dei rapporti obbligatori anche durante il periodo bar- 
barico : e fra l'antico diritto germanico, e l'antico diritto romano, moltis- 
simi furono i punti di contatto; «entrambi — scrive i! Papa D'Amico 
— per quanto riguarda il carattere economico de' contratti, ebbero la stessa 
via di sviluppo. I Germani pria basarono il loro diritto delle obbligazioni 
sul principio, che le parti sono obbligate l'una di fronte all'altra, e che 
il creditore fosse sempre personalmente obbligato in faccia al debitore. 

« 11 solo modo riconosciuto di trasmissione delle obbligazioni in di- 
ritto germanico fu quello in itnice^^sum Indi la cessione delle 

obbligazioni ebbe luogo, ma sotto forma di rappresentanza e mandato. ^^ 

La stessa validità dei contratti trova nella sua estrinsecazione pra- 
tica e materiale, una somiglianza col l'evoluzione avvenuta in questa ma- 
teria nel mondo romano. 

Anche coi barbari, un contratto è nelle origini valido ({uando è sti- 
pulato pubblicamente, in Giudizio, nelle adunanze popolari. 

Poi la pubblicità, com3 carattere essenziale della validità dei con- 
tratti, è ristretta al matrimonio, alle successioni, ecc., mentre per gli 
atti minori basta l'intervento di testimoni. 

Finalmsnte verso la metà dell' Vili secolo, ecco introdursi nei con - 
tratti, la scrittura. La proprietà degl'immobili si trasferisce con la con- 
segna del documento, e nel diritto longobardo la traditio cartae costi- 
tuisce la conclusione del contratto. 

Altrettanto avviene per l'obbligazione in genere, pel mutuo e per le 
prestazioni, e il solo rinvenimento, anche accidentale, ài\ titolo, creandone 
il possesso nel rinvenitore, ne legìttima e titolo e detenzione. 

«Fu con il risorgimento del diritto romano — soggiunge il Papa 
D'Amico — e sotto l'influenza delle idee nuove, che il concetto germa- 
nico andò cessando e che si venne alla distinzione tra l'elemento morale 
il materiale, tra l'obbligazione e la scrittura; e fu allora che i due 
termini assunsero un carattere giuridico proprio, distinto.» (1) 



(1) Op. cit, pag. 141, 142. 



248 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITATJANA 






! 






E intanto che andava delineandosi questa evoluzione nel concetto 
}?iuri(lico di proprietà, òosi come già erasi delineato e svolto presso i 
Romani, nuovi ordinamenti sorgavano, che non poco dovevano influire 
suU'ordinamenio giuridico della proprietà. 

I conquistatori barbari, come scrivo P Ilallam (1) «lasciarono nelle 
loro foreste il culto di llesus e di Teranis, ma conservarono in cuore i 
principi fondamentali di questo culto, come d'ogni idolatria barbara, un 
rispetto superstizioso per i preti, una credulità che sembrava invitare 
l'impostura, o una fiducia illimitata nell'efficacia delle oflerte espiatricì.^> 

Da ciò derivarono immense ricchezze alla chiesa, che lasciata libera 
anche nei suoi ordinamenti, applicando i principi morali del cristiane- 
simo ai diritti di proprietà, portò alla formazione di quel dinlto cano- 
ììwn, che doveva necessariamente modi[icare anche le pi-imitive nozioni 
giuridiche in fatto di proprietà. 

Ed ecco che alle formalità solenni, alle condizioni esterne e mate- 
riali creanti la validità del contratto o dell'obbligazione, subentra un 
principio morale ben superiore a qualunque formalità: la buona fede, la 
parola di uomo onasto. 

E fu da questo nuovo principio su cui basaronsi i contratti, che tras- 
sero la loro origine i titoli di credito in genere; fu da quasto nuovo 
principio che Tintraprendenza commerciale ed industriale potè ritrarre 
serenamente maggior vita ed espansione. 

3 J. Facilmente quindi si arguisce come anche il pensiero computistico, 
durante il lungo periodo barbarico, non potesse totalmente essere negletto; 
imperocché esso imponesi dovunciue e sempre, laddove trova ordinamenti 
1 la proprietà. 

Se questo pensiero si sviluppa e prende necessariamente maggiori 
forme esplicative, dove l'organismo aziendale trova a sua volta più li- 
bero campo di espansione, sia perchè la proprietà è meglio ordinata, sia 
perchè i commerci e l'industrie senionsi meglio guarentiti sotto l'egida 
<li saggio leggi, di provvide iniziative economico-sociali, ciò non vuol 
dire, ch'esso non abbia esistito durante questo lungo periodo, solo perchè 
quelle leggi, quelle iniziative difettarono. 

Quand'è ch'ebbe origine un vero movimento di coltura spirituale? 
({uando le crociate vennero a dare un impulso considerevole ai com- 
merci ed alle industrie nelle città dell'alta Italia, della Francia e della 
<Jerniania del Sud; quando nuove popolazioni, sorle dalla fusione delle 



fi) W. Hallam - I/Europa nel M. K. 



CAPITOLO QUINTO 



249 



razzo latine colle germaniche, si diedero allo studio delle opere antiche. 
Quei cavalieri, che coll'entusiasmo della fede si portavano in lontane 
regioni, imparando a conoscere nuovi uomini, nuovi usi, nuove cose, 
aprirono un nuovo orizzonte a tutta l'economia naturale delle popola- 
zioni d'occidente, e ne soiti tutlo un mondo meraviglioso, per forze rin- 
novellate, per slancio inusitato; ma la sapienza romana ne fu la base 
intellettuale. 

Anche la storia della Ragioneria, come la storia in genere, doveva 
avere il suo periodo di silf^nzio, di tenebre; periodo però che non vuol 
già dire sopita o distrutta la vita computistica italiana. Due fatti baste- 
rebbero a dimostrare erronea una tale supposizione: il primo, che nel Codice 
<iiustinianeo del 533 fcome si di^Fe) trovasi menzionato l'antico cndex 
ncceiiii ci eorjcvsi, quale litro obbligatorio per gli argentari, che conti- 
nuarono a sussistere per hin<2hissima pezza anche dopo la caduta del- 
l'Impero; il secondo, che Carlo Magno, quando volle riorganizzare l'am- 
iiiinistrazione del suo regno, prese da noi e portò in Francia alcuni di 
quei Maestri de/l'abbaco di cui parlammo nella I parte di questa storia. 

I barbari vincitori si civilizzarono col contatto dei vinti, e fu som- 
iere Telemento romano che guidò la mente dei nuovi dominatori, nell'as- 
setto che venivano a dare alla pubblica cosa in Italia. 

Nelle loro sedi primitive essi non conoscevano diritto di proprietà 
fondiaria, nò arti, né commerci avevano; qui in Italia invece, ordina- 
rono la proprietà, ebbero arti, tentarono il commercio. 

Dunque fu qui, in casa nostra, ch'essi aprirono gli occhi della mente 
a una nuova luce, né poteva essere se non l'elemento romano quello 
rhe aveva condotto popoli bartari a concetti di ordinamenti giuridici, 
amministrativi e politici. Ed ecco i Longobardi, da un primitivo stato, 
rudimentale di convivenza politica, ritrovarli in Italia con pubblici uffi- 
ciali f gasi aldi J residenti nelle città principali, amministratori della pul> 
lilica cosa, cui è demandato l'incarico d'inventariare il patrimonio pub- 
blico, e di riscuotere le pubbliche gravezze, come il tributo del terzo 
sulle case, e il censo e le multe dai mercanti e dagli artigiani. 

Ecco questi pubblici ufficiali avere ognuno la sua Corte o Teni- 
mento, detto Azione^ e avere persone sottoposte f azionari! J per sovrain- 
tendere ai diversi servizi amministrativi della Corte. E la nostra parola 
Azienda, chi ci può dire che non sia forse un derivato, una corruzione 
di questa Azione'? 

L'epoca barbarica sarà dunque stata un periodo lungo di sosta, che 
ritardò il progresso di noi latini, ma che non distrusse i frutti dell'an- 



\ 



253 



STORIA. DELFA RVGIO^EBIA ITALIANA 



tica civiltà; t»ensi col materiale di essa diede a nuovi popoli barbari il 
sentimento del proprio perfezionamento, e fece sentir loro il biso<?no di 
spiritualizzarsi; dimostrò cioè, a questi popoli ancor primitivi, la necessità 
di sottrarsi alle leg^i materiali con cui re«^j?evansi, per crearsi dello 
le^r^i morali, degli ordinamenti economici. 

«L'umanità ha due fari — dice il Cantù — il progresso morale e l'eco- 
nomico: uno non va senza l'altro, quello risolvo le questioni di questo (1). ^ 

E mentre i precetti e il sapere della antica civiltà romana lenta- 
mente venivano educando, ex nom, popoli barbari, la razza latina deposi- 
taria ed erode di quei precetti e di qual sapare, non poteva — anche 
perchè sojjjretta — camminare rapida sulla via del proi^resso. 

Essa ottenne già molto, riducendo se non a civiltà assoluta, certo 
sulla via del progresso popoli barbari, ai quali non comandava ma do- 
veva obbedire. 

?Hon fu dunque una sosta improduttiva, ma eminentemente rigenera- 
trice, ("he forse occorre, perchè il mando cammini, un'invenzione al giorno? 

Dice Massimo D'Azeglio, che ^^ il vero progresso dell'umanità non istà 
nelle macchine a vapore, ma nella crescente potenza del senso morale, 
del senso del giusto e del vero. » Ora, noi non sosterremo che il periodo 
delle dominazioni barbariche rifulga di troppo senso morale; ma non po- 
tremmo non riconoscere la grande influenza dei dominati sulla spiritua- 
lizzazione dei dominatori, cioè sul progresso morale ed economico di que- 
sti popoli, piovutici in Italia rozzi e feroci, senza leggi e senza istru- 
zione, e assurti invece, nel contatto con la razza latina, a ordinamenti 
politici e amministrativi. 

E il miracolo fu operato dall'applicazione del pensiero economico- 
amministrativo-computistico romano, sopravvissuto colla razza latina. 

U) Cesare Cantù — Attenzione, C. XXII. 






Capitolo Settimo 



DELLA CHIESA 
SUA INFLUENZA SULLO SVILUPPO DEL PENSIERO 

COMPUTISTICO 



aXm II terzo elemento della civUtà moderna, — In quali modL la Chiesa influì sul 
pensiero computistico. — Le proibizioni della Oh esa in materia di usure. — I danni cht 
ne derivarono e le astuzie per eluderle. — Forme antiche e forme nuove di contratti. — 
«3C5» Come ebbero origine lo Immense ricchezze della l hiesa. - Mezzi escogitati per au- 
mentarlo. — la seno alla Chiesa sorgono vere aziende patrimoniali. - «37* Organizza- 
zione amminiiitrativa della Curia romana. — La proprietà territoriale nel VI secolo. 
L'organizzazione amministrativa nell'VIII secolo. — S3S* Di un registro del 1279. — In- 
troiti ed esiti di Nicolò HI. — S30a Di alcuni antichi registri di corporazioni religiose 
esaminati in Toscana dal prof. Rigobon. - Considerazioni in proposito. 



;8.». — Nella sua l)reve Storia deW Economia politica, E. Scheel 
accenna ai tre elementi fondamentali della nostra civiltà moderna, ch<» 
sono : Velemento antico, tutto di coltura materiale e spirituale, derivante 
dall' antichità romana ; il gennanisinOy dato dal carattere delle nuove 
popolazioni sopravvenute, che per la lenta azione su di esse esercitata 
dai popoli soggetti, si trasformarono in popolazioni latine ; e il Cristi/i- 
nesimo, rappresentato dalla Chiesa. 

11 pensiero computistico, sintesi suprema di ordine e di misura, do- 
vette in tutte repoche essere 1' ausiliario indispensabile ad ogni svilupjM) 
economico, sia empirico che razionale. 

Questo pensiero noi lo seguimmo in rapporto all'elemento antico, cioi"' 
alla coltura greco-romana; tentammo anche, nel capitolo precedente, 
d'indovinarlo in rapporto alle nuove condizioni di cose, create dal so- 
pravvenire delle nuove popolazioni germaniche. 

Vediamo ora quale influenza ebbe su di esso il terzo elemento della 
civiltà moderna : la Chiesa. 



252 



STORIA DELLA. BAGIONEBTA ITALIANA 



Essa influì, e non poco, in due modi : 

lo con talune proibizioni, che — come tutte le proibizioni in j?enere, 
antiche e moderne — servirono meravij^liosamente d'incentivo e sviluppo 
a ciò che si voleva proibire ; 

2» coi vasti patrimoni, le rendite cospicue, le grasse prebende, che 
Ir, Chiesa seppe formarsi e procurarsi. 

Dal giorno — bruttissimo giorno — in cui l'uomo, stanco del 
semplice acarnhio. che lo assoggettava a difficoltà nel soddisfacimento de' 
suoi bisogni, ideò la moneta come rappresentativo di tutti i generi, ai 
quali egli la preferì perchè con essa poteva procurarsi tutti gli altri 
generi di cui mancava; da quel giorno, diciamo, sul cervello dell'uomo 
gravò, con altrettanto magica quanto malefica infiuenza, un' idea falsa : 
che cioè la moneta, più che un mezzo, fosse la garanzia del benessere 
e della felicità umana. 

E fu indubbiamente da quel giorno, che nell' uomo si radicarono i 
sentimenti o malefizi che siano, dell'egoismo, della cupidigia, dell'esosità, 
dell' avarizia ! Imperocché egli, in forza di quel falso concetto, che gli 
fece nascere in cuore un culto speciale per V idolo moneta, ad altro non 
mirò se non a conquistare quell'idolo, e conquistatolo, non privarsene e 
«•ustodirlo come t>ene ad ogni altro superiore; o — privandosene — esi- 
gere un compenso maggiore di quel che avrebbe potuto ritrarre dalla 
cessione di ogni altra specie di bent. 

Ne venne, che da una parte l'avidità coadiuvata dall'astuzia, dall'al- 
tra i desideri acuiti dal bisogno, tramutarono il primordiale vivere tran- 
quillo in una lotta contìnua fra dissanguatori e dissanguati. 

La costituzione religiosa mosaica, già aveva tentato di porre un 
freno all' acidità del lucro, con le sue prescrizioni nell' Esodo, nel Le- 
r/tico e nel Leìderonomio. 

La stessa Roma pagana, dopo di aver lasciato fino all'epoca dei De- 
cemviri, pieiia libertà di usura, con la legge delle XII Tavole ne fissa i 
limiti ; e allo stesso scopo mirano le successive prescrizioni di Cajo Lici- 
nio Stolo, di Duillio e Menio, e la legge Genutia, e la Iq^o^q Gabinia, e 
altre ancora. 

Non poteva quindi, la legge di Cristo, non colpire questo male di 
tutti i tempi: l'avidità del lucro smodato. 

L' usura trovò nemici implacabili prima nei Padri della Chiesa, ma 
più ancora ne' Vescovi poi, specialmente dopo il XII e XIII secolo, 
(luando pel rifiorimento dei commerci e delle industrie, ben maggior 
rampo fu aperto alla speculazione, e quindi al guadagno. 



CAPITOLO SETTIMO 



253 



Ma, a che s'attaccarono i Padri della Chiesa, per gridar contro le 
usure tutte (1) senza distinzione né di modiche, né di immodiche? al 
famosi*!simo : mutuum date niliii inde sperantes, di San Luca; «date 
danaro, fate prestiti, né sperate più altro. » 

Interpretandolo letteralmente, il precetto lucchiano lascerebbe infatti 
supporre, ciò che poi la Chiesa predicò: l'abolizione assoluta di ogni utile 
sul danaro. Ma quando si consideri che quella massima va unita ad al- 
tre le quali prescrivono che «a chi ti percuote sovra una guancia, tu 
devi offrire ancor l'altra » e che « tu devi dare a chiunque ten chiede e 
se chiunque ti levasse ciò eh' è tuo noi rivendicare » e che « devi amare 
i tuoi nemici e beneficare chi ti odia» e cosi via dicendo; se — ripe- 
tiamo — quella massima noi la consideriamo in correlazione a tutta le 
altre, le quali sono massime d'oro, ma che hanno il difetto di non es- 
sere alla portata dell'umana pazienza o di wn disinteresse puramente apo- 
stolico, noi ci convinceremo che altro è il significato del precetto lucchiano, 
considerato da solo, e altro è quello che ha, quando lo si metta in rela- 
zione a tutti gli altri. 

Epperò è fuor d'ogni dubbio che non si può spingere IMnterpretaziono 
di quella massima, fino a prescrivere un'abolizione generale di tutte le \ 
usure. 

I danni che ne derivavano al commercio, all'industria, all'agricoltura 
erano enormi ; e li compresero anche taluni Teologi di buon senso, come 
S. Tommaso d'Aquino, i quali, discostandosi dalla massima assoluta, 
ammisero la legittimità di un compenso modico e ragionevole, derivante 
dal danno che subisce chi si priva di qualche cosa per darlo ad altri. 

Le stesse necessità economiche si ribellavano a qualsiasi proibizione. 
E allora avvenne, che all' infuori del titolo moneta, si ricorse a forme 
antiche di contratti o altre se ne crearono di nuove, per velare con esse 
la produttività dell'impiego del denaro. 

Ma alle esagerate restrizioni e proibizioni, ispirate a un sommo scrupolo 
di bene, si contrapposero scappatoie, suggerite dai bisogni reali, ma anche 
dall' astuzia ; e si ebbero le anticresi, le vendite simulate con diritto di 
ricupero, le vendite a credito per un valore eccessivamente superiore a 
quello reale della cosa che si vendeva ; oppure somministrazioni di da- 



(1) La voce usura deriva da uso; e significa precisamente il compenso che si deve per 
il diritto che si ha di usare di una cosa altrui. Tale fu il suo onesto e originario signi- 
flcato; se poi l'ingordigia degli uomini la trasformò in sinonimo di bruttura e d'infamia 
ciò fu a 8ja,JÌto del decoro umano, ma anche dell'esattezza linguistica, giacché altro vo- 
cabolo non v'è più esatto che lo possa sostituire, anslie nel siguitìcato onesto della parola. 



««fc. 



254 



STOBIA. DELTiA KAGIONEBU ITALIANA 



CAPITOLO SETTIMO 



255 



r,-,:K'' 



1 



iKiro contro ritorno di prodotti in natura a prezzi inferiori al loro nor- 
male, o contro altra specie di moneta di maj?gior valore. 

I contratti cambiari erano comunissimi. 

« E con questi contratti cambiari - dice il Cusumano (1) — comu- 
nissimi in quell'epoca, ed anche in epoca precedente, tra i nostri mercanti 
si alternavano del pari, per mnscherare l'usura, 1' anticresi, la vendita 
co] patto di ricompra, la donazione, le costituzioni di rendita, la vendita 
a credito, ma più specialmente il contratto d'accomanda, allora molto in 
uso. ->■> 

Altro dei contratti introdotti fu il censo, che mascherava pur esso 
ima forma di mutuo, perchè consisteva in una fmta vendita di tutto o 
parte del reddito di uno stabile, contro una somma che l'acquirente ver- 
sava al debitore. 

Disciplinati, questi cens?\ da Pio V con la famosa lìolla pinna del 
Gennaio 15r>0, lurono poi detti cenai boUari, 

Il più caratteristico però, dei contratti nuovi ideati, fu il cosidetto 
Conlrafto iridio, escogitato nel XV secolo. 

Precisamente come la Santissima Trinità, esso era costituito da tre 
contratti in uno solo : uno di società, a forma di accomandita o pacco- 
tiglia, per dividere gli utili che venivano anticipatamente determinati 
fra i soci, ossia fra sovventore e sovvenuto; e due d' assicurazione, me 
diante i quali il sovventore si garantiva, con uno il rischio del capitale, 
con 1' altro il guadagno probabile. 

Non ci dilungheremo più oltre su questo punto. 

Le proibizioni della Chiesa, se dovettero ostacolare lo sviluppo degli 
affari, dovevano però portare a questo complesso di astuzie, che a sua 
^;olta doveva necessariamente portare anche a una maggior espansione 
del pensiero computistico. 

Disse uno scrittore francese — il Saint Beuve - che se il naso di 
Cleopatra fosse stato un centimetro più lungo, anche l'istoria del mondo 
sarebl)e stata ben differente. 

TS'on intendiamo già di istituire un paragone fra il naso di Cleopa- 
tra con le proibizioni della Chiesa; ma se la verità racchiusa in quelle 
parole del Saint Beuve, sta per tutte le cause e relativi effetti, egli è 
certo che qualora la Chiesa, con la grande sua influenza morale, non 
avesse posto a si grave cimento la tiraorosità delle coscienze da una 
I)arte, col fascino irresistibile del lucro dall'altra, essa non avrebbe nem- 



(l) Prof .Vito Casamauo - istoria doi Banchi di Sicilia - Homa 1877 VoM. pag. l». U. 



meno acuita l'intelligenza de' ])iù furbi nello ideare operazioni che richie- 
<iovano, oltre che una certa abilità giuridico-amministrativa, anche un 
adeguato criterio computistico. 

^^*- — I^^ve la ragioneria trovò largo campo alle sue prime orga- 
nizzazioni scritturali, fu — oltre che nell'ambito delF aziende mercantili 
nelle vaste aziende monacali, nelle potenti corporazioni religiose, che 
nel Medio Kvo vennero arricchendosi di patrimoni colossali. 

Nessuna legge, sotto l'impero romano, che ormai volgeva alla rovina, 
nò tanto meno sotto le dominazioni barbariche successive, assegnava alla 
Chiesa proprietà fondiar ia. 

Eppure molte sedi, e specialmente quella di Roma, pervennero a pos- 
sessioni immense, talché molte Chiese possedevano da 7 ad 8 mila mense, 
e consideravansi appena ricche quelle che ne i)Ossedevano intorno alle 2000. 

Come avvenne ciò? 

A guisa de' buddisti e de' bramini dell'Indostan, molti anacoreti del 
secondo secolo dell' èra nostra menavano vita solitaria e austera nei de- 
serti dell'Egitto. 

Basilio da Cesarea, nel 307, visitando quelle contrade, raccoglie 
quegli anacoreti in case comuni, ove continuano la loro esistenza alter- 
nando le pratiche religiose alle pratiche agricole ; e in tal modo hanno 
il loro primo ordinamento quelle istituzioni monacali o conventi, che 
appariscono ix)scia in occidente, e introdotte in Italia da S. Ambrogio 
prima, e organizzate sul principio del VI secolo da S. Benedetto poi, 
acquistarono potenza e ricchezza e furono — nelle origini — veri fo- 
<*olari di civilizzazione. 

Per quanto la legge romana non ammettesse, come già si disse, pro- 
prietà territoriale in mano morta, pure, allorché avvennero T invasioni 
ile' barbari, questi trovarono il clero già in possesso di beni considere- 
Noli, le cui rendite erano in parte devolute al mantenimento del clero 
stesso, in parte a sollievo dei poveri. 

La conversione di Costantino ebbe successivamente a sortire, come 
olletto principale, una sanzione legale di tale proprietà, che prima aveva 
un carattere precario, giacché in tempi di persecuzione, era soggetta a 
coniìsca. 

Un editto del 313, di Milano, riconosce le proprietà appartenenti alle 
corporazioni monacali; altro etìitto del 321, riconosce la facoltà nei sud- 
diti dell' Impero di legar l)eni alla Chiesa. 

Cosi hanno origine le immense ricchezze di questa, la quale d'altronde 
aveva già saputo sfruttare con profìtto la fede superstiziosa di barbari e 



256 



STORTA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



<"AriTOLO SIGITI MO 



257 



; 
S 



non baH)ari, pro(li(\an«lo la jrrande elHcacia delle offerte espiatrici : si va- 
lutarono jrli anni «rindulj^enza e un canone stabilì perfino potersi scontare 
r indulorenza di un anno mediante una tassa, che pei ricchi era di 2(> 
solidi o^sia di 36 talleri, e p^^i poveri di soli 3 solili. 

Ma se in ciò sta l'orifrine della potenza economica, è p3rò altrettanto 
vero, che nei mezzi escoiritati psr aum9ntarv3 sempre più la riccliezza, 
ebbe orijxine anche quel falsamento nel carattere primitivo delle corpo- 
razioni relipriosp, talché non sapremmo se in quei mezzi 1 tre voti intro- 
dotti da San Basilio di Cesarea, di castità, povertà ed obbedienza, o quelli 
prescritti da San Benedetto, di costanza, obbedienza e purità, possano 
trovarvi una scrupolosa applicazione. 

Certo si è, che i monasteri con una sa^Gria amministrazione e con 
un perfetto corredo di conmizioni ajrricole, ebbero campo di aumentare i 
loro patrimoni con l'accumulazione anche delle rendite, le quali erano 
assai meno esposte al pericolo di dilapidazioni, di quello che non fossero 
le rendite dei privati. 

Le terre della Chiesa erano esenti da imposte, abbench''» non fossero 
generalmente affrancate dal servizio militare, quando erano tenute in 
feudo; ma esse erano spesso tenute in franca elemosina, e in tal caso 
libere da o<^ì obblip:o di servizio. Da ciò ebbe orij^rlno una pratica frau- 
dolenta : i proprietari davano le loro terre alla Chiesa, per esimersi da 
(iuen:li ob))lifrhi ; e da essa le ricevevano o in feudo, o in affitto, esenti 
dai publ)lici carichi. 

Accumulati con tali mezzi veri t'^sori, e alla munificenza dei prin- 
cipi e dei privati fedeli, aijjriuncrenilosi i beni che nelle corporazioni a|^>- 
portavano i filali di famiglia che vestivano l' abito reliprioso, i conventi 
e le chiese ebbero campo di aumentare ancora i propri patrimoni allV- 
poca delle crociate, coli' acquisto di vaste tenute, quando 1 feudi della 
nobiltà venivano frequentemente e a buone condizioni, posti in vendita. 

Così in seno alla C!iiesa sorsero vere aziendB patrimoniali, organizzate 
amministrativamente in modo ammirabile, come ne fanno fede le mi<?liori 
opere del secondo ciclo della letteratura computistica, (luali quelle del 
padre Angelo Pietra (1585; monaco Cassinese, e del padre Lodovico Fiori 
(1633) della Compagnia di Gesù. 

•^7. — Ma se in seno alle corporazioni religiose troviamo un con- 
trollo bene organizzato ed efficace, altrettanto era difficile che potesse 
sussistere in quella sede di Roma, ove il carattere speciale d'infallibilità 
più o meno sempri attribuito al Capo supremo di essa, rendeva ognom 



impossibile ([uel controllo completo, che deriva dal diritto in tutti di vi- 
gilanza, dall'opportunità di consigli, dal sindacato di corpi aventi anche 
diritto di opposizione e di veto. 

Tuttiivia, anche qui si ritrova un'organizzazione amministrativa, ba- 
sata sulla divisione dei poteri e delle responsabilità, fino dai più remoti 
tempi della Chiesa romana. 

(ria nel VI secolo le proprietà territoriali della se<le di Roma erano 
governate da liectorcs pafrimonit, nominati dal papa e divisi per dio- 
cesi, sotto l'alta direzione del Vescovo, assistito da un Economo, ch'era 
l'amministratore effettivo. 

Ai tempi di (rregorio I '590-604) i beni della Curia romana erano 
dati in conduzione a coloni, che pagavano il p^wsw, o canone, in derrate, 
riscosso da conductores e acfionarii. 

Nel Ubellus secitritaiix veniva aperto il conto del colono a favor(^ 
del quale facevan prova le registrazioni in esso contenute. 

Gregorio abolì il canone in derrate, prescrivendolo in danaro; e le 
somme riscosse venivano ripartite fra i vari Magistrati della Curia pei 
bisogni della Chiesa. 

Una vera organizzazione amministrativa si può ritenere che esistesse 
neir Vili secolo. Amministratore dei beni era V Arcidiacono, carica questa 
che andò man mano modificandosi, restringendosi nelle facoltà attribu- 
tive, finchò scompare del tutto, ed in sua vece trovasi il Camerlenr/o, 
che fu precisamente 1' economo o amministratore dei Ijeni della sola città 
di Roma. 

Altri Magistrati della Chiesa, erano il Primicerio o segretario di 
Stato; il Secondicerio. o sottosegretario di Stato ; l' yl rcaWo, o Cassiere; 
il Sacellario o Economo; il Protoscrinat'io, capo della Cancelleria; il 
Pnmo Defensor o Avvocato; il Noìnenclator o Adminiculator, avvo- 
cato dei pupilli, delle ^'edove e dei poveri ; il Datario e il Sotto Datario 
«lisponevano dei l^enefizì vacanti. 

Il tesoro custodi vasi nel l'est iarium, ed era appunto chiamato T'c- 
stiariits chi lo custo»liva; carica questa, che in progresso di tempo si 
modificò in quella di Tesoriere, acquistandosi grande autorità e impor- 
tanza amministrativa, giacché rispondeva, nelle attribuzioni, a quella di 
Ministero delle finanze. 

Fu soltanto verso il 1400, che si vollero afiìdare queste attribuzioni 
a persona estranea alla gerarchia ecclesiastica ; vi si delegò cioè un mer- 
cante, col nome di Depositano. 

Sta pertanto, che — sia il Tesoriere prima, sia il Depositario poi — 

17 



258 



SIOEIA DKI,I,A RAGIONERIA ITAIIAXA 



CAPITOLO SETTIMO 



259 



curavano 1 esazione delle Entrate ; provvedevano ai pagamenti dell' U- 
scita coiremissione dei mandati; compievano la revisione dei conti di 
tutti 1 Magistrati della Curia, esercitavano insomma l' alto controllo 
amministrativo su quanti avevano il maneggio di danaro della Curia 

La giurisdizione su tutto il patrimonio era accentrato nel Prefetto 
dell Annona, carica questa, che tolse buona parte d'importanza all'al- 
tra del Camerlengo. 

Dipendevano dal Prefetto, un Sostituto, un Co,«putista, un Custode dei 
gran,, due Custodi delle chiavi de' granai, ,ìixe Soprastanti alle misure 
un esattore, un Controllore e un Segretario. 

Circa la contabilità, assai minori sono le notizie che si hanno, ed 
anche queste, si riferiscono ad epoche relativamente assai recenti 

Il Kdg. Annibale Taddei, ultimo ragioniere dello Stato pontiBcio, 
presento alla Mostra Nazionale di Torino del 1884 diversi materiali dì 
contabilita, rinvenuti nell' Archivio romano di Stato, e che vanno dal 
I secolo W al X[\; dai quali risulterebbe, che già fino dal secolo di 
Paciolo, era applicata la scrittura doppia nella contabilità della Sede 
romana. 

) Documenti anteriori a quest' epoca però, non se ne hanno • e solo 

recentemente apparve la riproduzione di un registro della Corte ponti- 
tieia del 1279, di cui veniamo a parlare. 

* ^^'o 7r ^' "'"■'• ^''° Gregorio Palmieri, monaco Cassinese, chia- 

iTl 1 , „mT '''l '* ""P* ^'"' ^-^ '^ ''P''^' '» <^^'"^ di secondo 
Custode del Archivio Vaticano, fra i seicento e più libri d'Introito 
ed Es>to della Corte pontificia, che si conservano nell'Archivio 
stesso, uno ne trovò, l'unico, e precisamente il primo di essi, che sia 
scritto in lingua italiana, e che rimonta all'anno 1279 

Questo registro si riferisce agl'introiti ed esiti che riguardano gli 
ultimi mesi del pontificato di Kicolò IH, da 1.» marzo 1279 al 1280 

Il Palmieri ne fece oggetto di studio, dal punto di viste della 
nostra lingua, ravvisando in quel registro, uno dei più antichi docu- 
menti della lingua italiana ; e lo trascrisse, e lo pubblicò in nitidissima 
ed elegante edizione (1) corredandola anche con facsimile in eliotipia 
di due pagine del registro stesso. 

Nel proemio di tele pubblicazione, il Palmieri, dopo aver dichia- 
rato che 1 Archivio Vaticano contiene . t*sori antichi e pregevolissimi 



rispetto alla storia sacra e profana, che malagevolmente si potrebbero 
rinvenire altrove " riconosce che per lungo tempo gli studiosi dovettero 
lamentare « la mano troppo restìa a disserrare e alquanto avara a comuni- 
care, a far copia di ciò che anco timidamente veniva implorato"; ed 
esce in questa preziosa confessione: che i motivi di ciò erano " effetto 
di sobrietà paurosa, e qualche volta artificiale, per isgomentare i troppo 
baldanzosi e contenere i corrivi; aveano ragione, più che nel timore di 
dischiudere arcani pericolosi, nelle leggi generali dei governi dei tempi 
passati, dei quali grandissima storia è nell'Archivio Vaticano ; e se si 
continuò a tenerlo chiuso anco allora che negli altri Archivi d'Europa 
erano aperti alla curiosità degli eruditi, ciò avvenne principalmente 
perchè, uell'innovare qui si va sempre innanzi col pie di piombo, a 
passi cioè misurati e lenti, per bene scandagliare donde si muova e 
dove si vada. Ma, dacché la sapienza di Leone XIII, giudicò che i 
tempi fossero già maturi per dischiudere i suoi Archivi alla repubblica 
letteraria, a gara si vennero in varie parti d'Europa instituendo e di- 
sciplinando società di studiosi, specialmente di cose storiche, per ca- 
vare da quelli, come da granaio, il grano ivi da gran pezza raccolto, 
che ha servito, serve e servirà ancora gran tempo a sfamare la lunga 
e, fors'anco, rabbiosa fame degli eruditi. « 

Nei rapporti della lingua, il Palmieri nota l'eccezionale importanza 
di questo Codice « scritto nel volgare illustre, circa trent'anni prima 
che l'Alighieri ponesse mano al trattato De vulgari elcqìtio » e fa 
osservare che la scrittura di esso, sebbene sia del 1279 « tuttavia è 
nella perfetta e pura forma delja lingua italiana, in modo che, salvo 
qualche arcaismo, per altro tutt'ora vivente nella parlata del popolino 
della gente del contado, si giurerebbe che la sia de' secoli posteriori. « 

E quando al fatto di questo libro contabile, tenuto in pura lingua 
italiana, s'aggiunga l'altro, pure notato dal Palmieri, che in un docu- 
mento dell'I 1 Marzo 1278, rogato in Londra apud novum templum, si 
trova la sottoscrizione di quattro toscani fatta in lingua italiana (1), 



(l. Greg. Palmieri - mtroUf ed Esiti di papa Nicolò HI, Roma, tip. Vat 



icana - 18«). 



(l) Eccole : 

« E io Rainieri sopradito con la mia mano abo iscrito qnie di soto o messo lo mio su- 
gtslo con quolo de la conpangnia. 

" E io Orlandino soprandito con la mia mano abo iscrito qule di soto e meso lo mio 
sngolo con quelo de la oonpagnia. 

u E io Baroncino sopraditto con la mia mano abo schritto qnie di sotto e messo lo 
mio sugiello con quello de la conpagnia. 

« Ed io Mattlieo sopraditto colia mia mano abo iscritto quie di sotto e messo lo mio 
sngello con quello df^lla cmpagni-i. •• 



2f)0 



STORIA I)1:LIA HAr.IONERIA ITALIANA 



lecito è supporre con qualche fondamento, che la nostra lingua abbia 
avuto, ne' mondo degli atfari, monumenti in prosa anche anteriori a 
quelli che generalmente veggonsi citati ne' trattati di letteratura; giac- 
ché gli affari sono più antichi della lingua; e se teniamo conto della 
opinione di Leonardo Bruni Aretino, che la lingua italiana sia antica 
quanto la latina, e cioè sia il latino plebeo, mentre quello illustre era 
parlato dai nobili e adoperato dai classici, la supposizione nostra pò 
trebbe anche aver fondamento di verità. 

Ma veniamo al registro di Nicolò III. 

Esso consta di 59 fogli, dei quali i primi 21 segnano V Introito, i 
successivi 22, 23, 24 sono in bianco; e quelli dal 25 al 29 segnano 
VEsito. Il foglio 30 contiene quattro annotazioni di salari da pagarsi, 
fatte colla identica dizione adoperata nel registro, per gli Esiti-^ il che, 
a nostro avviso, lascia supporre che fossero annotazion i per ricordare 
pagamenti da eseguirsi in seguito; tanto più che le prime due sono 
cancellate, e parrebbe quindi che il pagamento fosse stato eseguito e 
quindi registrato opportunamente nel libro fra gli esiti (1). 

I fogli dal 31 al 59 segnano, in latino, spese fatte giornalmente 
per ordine di papa Nicolò IV in oblazioni ai poveri. 

Siccome Nicolò iV ascese al pontificato nel 1288, cioè otto anni 
dopo la morte di Nicolò III, d'uopo è ritenere che queste annotazioni 
siano state fatte adoperando quel registro, (ormai vecchio né più neces- 
sario all'amministrazione corrente), a guisa di scartafaccio o brogliazzo. 

Da tali dati quindi risulta, che questo Libro Cassa (tale era né più 
né meno) non aveva, nel modo di tenuta, la consueta forma cronolo- 
gica consecutiva, pei pagamenti e per l'introiti, o l'altra, a due pagine, 
quella a destra per l'uscita e quella a sinistra per l'entrata, bensì il li- 
bro veniva diviso, per modo che nella prima metà s'annotavano gl'in- 
troiti, e più innanzi, nella seconda metà, gli esiti. Modo questo che 
presenta inconvenienti troppo evidenti, tra cui quello, che se gl'introiti 
sono più numerosi dei pagamenti o viceversa, la parte del libro asse- 



(1) Ecco tuli annotazioni: 

u De' dare libre cento soldi sei e denari sei di ravigaaui, per Io salare del tesoriere, 
per uno anno, a due soldi di tornesi per die. 

«De' dare libro cento soldi sette, denari sei di ravignani, per lo salaro del notajo de^ 
tesoriere, per uno die, a due soldi di tornesi per die. 

u De' dare libre novantanove, soldi dioesette, denari sei di ravignani, per lo salaro 
del tesoriere, per uno anno, a duo soldi di torneai pf^r die. 

u De' dare libre novantanove, soldi dicesette, denari sei di ravignani, per lo salaro 
del uotajo del tesoriere, per uno anno, a dne soldi di torne^^i per die.» 



^"S?*' 



CAPITOLO SETTIMO 



261 



gnata a quelli è già completa, quando per questi rimangono ancora 
fogli in bianco. 

Le registrazioni si estendono dal L° Maggio 1279 al 1.'' Marzo 1280, 
giorno in cui Nicolò III metri. 

In una sua nota, il Palmieri dice : 

« Qui notiamo che, secondo l'uso comune di quei tempi, l'anno si 
cominciava dal 25 Marzo (f/ò Incarnatloney/iì che è anche osservato dal 
nostro Collettore, come si rileva dalla segnatura dell'anno 1279, appo- 
sta in capo di questo mese di maggio e seguenti, continuando poi la 
medesima anche nel Gennaio e Febbraio successivi. Dovrebbero dun- 
que esser andati perduti i conti deWAvere di parte di marzo e di tutto 
l'Aprile; e questa mancanza occorrendo anche nella partita del Dare 
che comincia tssa pure colle calende di Maggio, bisogna concludere 
che questo non è che uno de' varii libri del nostro Collettore. Del re- 
sto le partite dell'avere e del dare, andavano di conserva, cominciando 
e compiendosi ambedue dalle calende di Maggio 1279 a tutto il 
1.° Marzo 1280. È poi inutile, in questo caso, l'indagare quale delle 
moltissime possa esser la cagione dell'esserci rimasta la gestione di 
soli dieci mesi. « (I) 

Di fincature non ve n'è alcuna. In alto, nel mezzo di ogni pagina 
sta il millesimo in cifre romane. La data viene sempre indicata nel 
contesto delle registrazioni, le quali seguono a questo modo : per gl'in- 
troiti si accredita il Pontefice (Donno Papa) e per gli esiti lo si ad- 
debita, colle dizioni de' dare q de' avere ^ e precisamente acarte21,gli 
introiti cominciano cosi : 



MCCLXXVIIII 

Donno Papa Nicola terzo de' avere libre sei e soldi quindici e denari quatro di ravi- 
gnani in caien di mangio ; i quali denari ricevetti da maestro Lanfranco e da maestro 
Foranti (notari) del vicario ispiritale per la terza parte che ne toccò a noi di quello che 
guadagnarono di dì XVII d'aprile insino al detto die di sopra. 



Ed a carte 25 gli esiti cominciano così: 



MCCLXXVIIII 

Donno Papa Nicola terzo de' d.re soldi ventuno di ravignani, in calen di maggio pa- 
gai nel libro ohe io feci per iscrivere questi fatti. 



Notasi questa forma costante di dizione : ogni primo articolo di 
registrazione in foglio verso, comincia con Donno Papa Nicola terzo 



(i) 



Nota 3, pag. 1. dell'op oit. 



2fy2 



STORIA ]M'AAA RAr.IONERlA ITALIANA 



CAPITOLO SETTIMO 



263 



de' avere^ oppure de' dare ; mentre ogni prima registrazione nel foglio 
recto comincia con Donno Papa de' avere oppure de' dare, senza il 
nome Nicola terzo- tutte le susseguenti registrazioni, nel restante della 
pagina cominciano semplicemente con De' avere oppure con De' dare, 
senza né Donno Papa, ne nome. 

E così si hanno, per esempio, queste registrazioni : 

Nel foglio 2 recto degl'intioHi : 

Donno Papa di' arere soldi trenta di ravigniini, di XII di maggio ebi dal Comuno «li 
Santii Drea per lo fitto di quest'anno. 

De' acci'':: libre tre di ravignani, quesfo die pagò il comune di Domo, per lo fitto .li 
(jnest'anno. 

De' avere libro undici e denari dodici di ravignani, questo die ebi di beni che furono ca- 
ricati in mare nella riviera d'Ancona contro al divieto tlel Marchese. 



E nel foglio 2 verso aegli stessi introiti : 



Donno Papa Nicola terso de' arere libre otto di ravi^ronni, per messo maggio pagò il Co- 
niano di Monte Alto, per lo Atto di questo anno. 

De' arere libre cinquanta di ravignani, questo die ebi dal Comuno di Camerino, per lo 
titto di questo anno. 

De' avere libre quindici di ravignani, di XVIIII di Maggio ebi dal Comuno di Santo Vit- 
tore, per lo fitto di questo anno. 

Nel foglio 26 recto degli esiti: (1) 

Dnnno Papa de' dare libre dieci di ravignani, di Vfl di luglio pagai a messer iion Gio- 
vani, giudice di Monti Lupone. ai come volle il Marchese: i quali denari fuorono 
per l'esaminazione ohe fece di testimoni esaminati ne la quistione ch'ò tra la Corto 
e la badia di Farforo per cagione di corte Castell.i. 

De' dare soldi tronta di ravignani, di X di luglio pagai al Crherto balio, quando portò 
a Corto gli atti de la (luestione di Giovanni di Morico, di Salopido, al procairatoro 
della Corte. 

E nel foglio 26 degli stessi esiti: 

Donno Papa .Xicola terso de' dare soldi venti di ravignani, di XXI di luglio pagai al ohe- 
rico notajo della Corto; i quali denari volle il Maroheso ched io gli desse ({uando 
andoe a Camerino ed a Santo Marotto per citare Giacopnzzo da Santo Marotto per 
comandamento di messorio i'apa.sicome mandò al Marchese che fosse dinanzi al Papa. 



(l)Inqueste registrazioni ò fatto cenuodi un balio Gherto, di un Mar/^hese, ed ò esposta 
la moneta in ravignani. A schiarimento, avvertiremo cho nei secoli XIII e XIV, la di- 
visiono politica e reale del territorio, era ordinariamente per distrutti, corrispondenti 
agli antichi contadi o pagi, e si chiamavano — secondo i i)atìsi — contee, ballati, sini- 
soalchie. Ogni ballato, ogni siniscalchia comprendeva un certo numero di oastellanie, eil 
il balio o siniscalco tenea la principale, col carico di. sopravvedere i portamenti de' ca- 
stellani inferiori. ;V. Cibrario — op, oit.) 

Il Palmieri opina che col titolo aatonomastico di Marchese, qui si alluda a Obizzo II 
d'Este, la cui famiglia fu investita tìn dal 1208 da Papa Innocenzo 111 della Marca <IL 
Ancona, ohe allora comprendeva anche qaella di Fermo e di Camerino. 

Finalmente circa i ravignani, lo stesso Palmieri dopo osservato come fosse moneta 
antichissima usata nella Romagna, nel Kiminese, in quel di Pesaro, di Urbino, e altrove 
non sa dare il ragguaglio in moneta nostra poiché - a quei tempi il valore dilla moneta 
variava da città a città n e riesce quasi impossibile ogni congettura. Venti soldi facevano, 
una libra di ravignani, e lodici danari, un soldo. 



De' dare soldi tre di ravignani, di XXIII luglio pagai a uno balio che '1 mandò il Mar- 
chese a Sanseverino a messer .Jacopo da Regi, giudice, che procedesse sopra il mi- 
cidio fatto di Curraduccio da Ghigiano. 

^d Ogni fin di pagina è indicata la somma delle cifre iscritte nella 
pagina stessa, e ciò con questa dizione; Monta libre.... e soldi.... e da- 
nari.,., ravignani. 

In fine degli introiti, come pure degli esiti, viene poi indicata la 
somma totale di tutte le somme parziali fatte nelle pagine precedenti, 
con la dizione monta de le monte. E così gl'introiti si chiudono con 
questi due articoli di registrazione: 

Infino a qnio sono iscontrato con sor Bonaventura e trovasi bene. — Monta libre ottan- 
tttuna — Monta de le monte tutto cioè ch'oc avuto in/Ino a calca di marso, libre 
cinquemilia cinquecento quarantacinque e soldi nove di ravignani. 

Dimora ch'oe a%uto di rimanente, libre mille trecento quatordici e soldi due di ravignani. 
rebatendone libre qaatromila duscento trenta una e soldi sette di ravignani, sicome 
divisa innanzi, senza le mie spese, e cosie s'accorda il libro del notaio nostro. 

E gli esiti si chiudono con queste annotazioni : 

Monta do le monto di tute fjueste ispese, libre quatromilia duscento trenta una e soldi 
sette inhno a caleu di marzo, senza le sposo ched i' o' fante. 

Questo notaio ser Bonaventura, i cui libri '•oncordavano con quelli 
del tesoriere, doveva quindi essere o il controllore o il ragioniere del- 
l'amministrazione centrale. 

Da questi brevi cenni si può dunque dedurre; 

\.° Che il tesoriere, con quel Donno Papa de' avere e Donno 
Papa de' dare accreditava e addebitava il Pontefice di tutte le somme 
ch'egli incassava o pagava per di lui conto ; 

2.° Che il libro del tesoriere non era né poteva essere se non 
uno dei tanti libri parziali nel complesso dell'ordinamento computistico ; 
il qual libro parziale può venire periodicamente controllato con altri 
libri tenuti da altri funzionari. 

3». Il prof. Pietro Rigobon, in un breve ma pregevole suo lavoro sulla 
Contubildà delle antiche Corporazioni religiose in Toscana (1), dopo di 
aver pazientemente esaminato gli antichi registri di vecchi conventi, 
afferma che « nei primordi si tenevano nei monasteri libri con conti ac 
cesi ai soli debitori e creditori, alcune volte accompagnati da giornali 
che accennavano al conto da addebitarsi o da accreditarsi, seguito per 
lo più dalle voci de' dare o dehono dare, de' havere o dehono havere 
poi libri e giornali d'entrata e d'uscita che tenevano in evidenza il 



(1) yel Ragioniere — Sez. II., Voi. VII. -Milano. 



284 



STORCA DELLA. RiGLONBBIà ITALUNà 



movimento del danaro in cassa e anche quello delle scorte, in conti te- 
nuti in irenerale a sezioni divise, con a sinistra <^\ì aumenti, a destra 
le diminuzioni, o senza voci speciali o colle indicazioni de' dare e 
de' havere, a simiglianza dei conti debitori e creditori ; si ricordavano 
inoltre le rendite e le spese del monastero, di solito in una parte di- 
stinta di qualcuno dei registri dell'azienda, a volte in libri speciali. r> 
Il Rigobou, anch'egli del numero di coloro che vogliono trovare 
ad ogni costo nel Medio -Evo e non più in là, la formazione della P. D. 
studia, indaga l'evoluzione dalle scritture semplici al metodo di scrit- 
tura doppia; e dopo di aver affermato che u le varie aziende saranno 
giunte ad esso quando si saranno verificate le condizioni propizie, nello 
stesso modo che vi saranno giunte le aziende commerciali, quasi inav- 
vertitamente, senza che il compilatore dei registri avesse conosciuto 
forse l'esistenza di un tale metodo, ed avuto l'idea di applicarlo « nota che 
(la tempo remoto esistevano numeri di riferimento fra le pagine dei vari 
registri deputati a mettere in evidenza i movimenti delle diverse classi 
di beni, allo scopo di collegare le partite riferentisi ad una stessa opera- 
zione, per formarsi un chiaro concetto del fatto amministrativo sotto 
tutti gli aspetti. « E appunto dalla necessità di collegare maggiormente 
fra loro le scritture — soggiunge — le quali affermavano le muta- 
zioni prodotte dai fatti amministrativi sui beni che subivano movimenti 
assidui, e quindi la registrazione di tali operazioni con quella dei loro 
effetti, derivò in tali aziende, come nelle altre, la partita doppia.»» E 
per lui è partita doppia soltanto quella che concentra in un unico libro 
le partite dei debitori, dei creditori, del danaro, delle scorte, e delle 
rendite e spese, aventi tutte la medesima forma di quelle già esistenti 
pei debitori e creditori. È inrece parziale partita doppia quella in cui 
talune di queste partite non trovano posto nel mastro, ma ci hanno 
solo numeri di riferimento ad altri libri. 

Ora, noi in tutto ciò troviamo ch'è questione di forma e non di 
sostanza. 

Vorremmo forse negare che il Libro doppio domestico del P. Lodo- 
vico Fiori non sia vera partita doppia ? Eppure il mastro del Fiori 
non tien conto degli Stabili e dei Capitali fruttiferi, ma soltanto del 
loro reddito e dei loro frutti, e il perchè ce lo dice il Fiori stesso • 
« quello de' Stabili e Capitali di Rendita è di sua natura stabile e per- 
petuo; e l'annuale, mobile e variabile; e il tenerli uniti, e farne uno 
solo, causerebbe col tempo non poca confusione e sarebbe di grandis- 
simo impedimento al Bilancio e saldo che ogni anno si deve fare 
dell'annuale. » 



CAPITOLO SETTIMO 



265 



Queste aziende infatti, veri tipi di aziende domestiche, a che altro 
non dovevano attendere precipuamente, se non ai debiti e crediti e alle 
rendite? Quali mutazioni, quali trasformazioni di Capitali potevano 
mai verificarsi nell'ambito amministrativo di queste aziende, nelle quali 
quando erasi sopperito alle prime spese del convento, tutti i civanzi di 
rendita andavano accumulandosi e. come notammo, investendosi in nuovi 
acquisti di stabili ? 

Noi -— già lo abbiamo detto nel corso di quest'opera — siamo 
convinti che la tenacità delle tradizioni, degli usi, dei mezzi, sveli 
assai più d'ogni ipotesi scientifica, d'ogni indagine di evoluzioni, di 
ogni sforzo intellettuale per scoprir leggi fondamentali di formazione, 
e via dicendo. 

Angelo Pietra e Lodovico Fiori, monaco il primo, gesuita il se- 
condo, sono senza dubbio i migliori fra i primi trattatisti della P. D., 
(^d entrambi, svolgendo le loro esemplificazioni, ci presentano il libro 
domestico, formato su diversi libri a partita semplice. 

Le vacchette o squarciafogli del Pietra, come pure il registro di ta- 
rala banco, ì libretti degli officiali de' granai, delle cantine, dei sala- 
riati, delle quitanze, ecc., del Fiori, non furono già creazioni di questi 
due religiosi ; essi li trovarono già adoperati, già in uso chi sa da 
quanto tempo. 

Ma l'aver essi svolto la P. D. con applicazione a questo genere 
di aziende, non vuol già dire che ne siano stati gli introduttori; così 
come il Paciolo non l'introdusse nelle aziende mercantili. 

E sempre — secondo noi — il principio sbagliato di voler tro- 
vare l'inizio di una cosa soltanto negli scrittori che per i primi trat- 
tarono di questa cosa; dimenticando che in tutte le discipline, in lutti 
i rami dello scibile umano, i trattatisti, i teoristi vengono soltanto dopo 
che la pratica, e se vogliamo, anche l'empirismo, crearono i metodi. 

Cosi, per un es., il Gitti, nel già citato suo Discorso sulla storia 
della Bagioneria, dice; « Fu un altro frate e questa volta dell'ordine 
di San Benedetto, che primo immaginò di adattare la scrittura doppia 
alle esigenze della contabilità patrimoniale (pag. 13).» 

Questa sì. che a noi pare un'asserzione arrischiata; giacché se 
come più innanzi (a pag. 14) lo stesso Gitti osserva, che «^ il metodo di 
scrittura doppia è per sua natura universale sì da poter essere applicato 
ad ogni azienda, dalla maggiore composta e suddivisa in serie stermi- 
nate d'aziende minori di diversa natura e con diverso scopo, a quella 
modestissima d'un fittaiuolo qualunque, che cerca di sapere quale fu la 



266 



STORIA DELLA BAGIONBBTA ITALIANA 



|,| 



coltìvazionb che gli riuscì più vantaggiosa nei pochi ettari di terreno 
che durante un anno ha fecondato co' suoi sudori «; se così è, diciamo, 
è troppo evidente che il Pietra fece per le scritture delle aziende pa- 
trimoniali, né più né meno di quanto il Paciolo aveva fatto per le scrit- 
ture delle aziende mercantili; non immaginò cioè niente, bensì ordinò in 
un trattato ciò che vedeva fare generalmente nella pratica. 

Ora, i registri più antichi esaminati dal Rigobon, risalgono al 
XV secolo, a un'epoca cioè in cui è ormai accertato che la P. D. era 
conosciuta e praticata già da molto tempo ; non ci pare quindi il caso 
di voler cercare l'evoluzione dalle scritture semplici alla partita doppia 
nelle scritture tenute dalle corporazioni religiose, quali appariscono dai 
registri esaminati. 



Capitolo Otta^v^o 



SULLE ORIGINI DELLA SCRITTURA DOPPIA 



-*0» Della verità di alcune affermazioni in fatto di storia couiputistica. — -%1. 
Quando vennero gli scrittori in materia computistica. - Affermazioni e induzioni sull'in- 
venzione della scrittura doppia. — -9:B» Di un frate Angelo SenLsio e dell' invenzione 
attribuitagU. - II libro della Masseria di Genova del 13i0. • Conclusione suU' invenzione 
della 8. d. — -^3. Caratteri di continuità fra la civiltà romana e la nuova sorta dopo il 
1000. — -9:^» Dopo quest'epoca le scritture si perfezionarono, non si crearono. - Scrittori 
che ritennero la p. d. c.inosciuta dai romani. — ■^S%» Obbiezioni. - 1 prodotti intellettuali 
di Boma. - Gli ordinamenti della famiglia e della proprietà. - Le aziende domestiche - pa- 
trimoniali. - Le aziende e industrie agricole. — ^^C3. La schiavitù e sua influenza sulh» 
sviluppo del pensiero logisniologico. — ■^'ZT» La corruzione de' funzionari pubblici. - 
Quale influenza poteva esercitare. - Considerazioni generali. 



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40, — Scrisse il prof. Giovanni Rossi : « Sarebbe daA* vero una con- 
quista dell'arte e della scienza nostra, se le opere d'arte più importanti 
che sono usate in Italia e quelle che si usarono nei secoli passati, i cui 
libri giacciono inesplorabili in molli archivi, si potessero pubblicare, 
perche, come già scrisse il Wilkelmann, la vera e la perfetta cognizione 
dell'arte e della sua storia non può ottenersi per altro modo che coll'o.s- 
servazione degli originali ». 

La verità di queste parole appare lumiriosameiite da talune afferma- 
zioni che furono di tratto in tratto lanciate là, in appoggio ad indagini 
storiche nel campo della Ragioneria, che poi si videro smentite e distrutte 
da nuove scoperte sopravvenute per l'instancabili e pazienti ricerche di 
appassionati studiosi. 

Cosi ad esempio, nel 1880 il chiarissimo Prof. Bonalumi nello « Svol- 
gimento del pensiero computistico in Italia » affermava che nel 1774 il 
Della Gatta Giacomo è il primo che si occupi di scritture semplici ; 
non solo, ma in altro suo lavoro (1) il Bonalumi fa al proposito anche 
queste considerazioni : 



(1) P. A. Bonalumi - Un po' di Storia - Riv. d'Amm. e Cont. Como - Giugno 1881. 



26.S 



STOBIi^ DELLA RIGIOXERIA ITALIANA 



CAPITOLO OTTAVO 



269 



<. In altro fatto (le<?no di nota si ('• che l'arte delle registrazioni non 
comincia a comparire tra jrli scritti dei matematici se non dopo che si 
fu rivestita della doppia scrittura, sotto la quale unica forma è trattata 
nientemeno che sino al Della Gatta, ossia al 1774, essendo questi il primo 
ad occuparsi delle sa^itiure semplici weW^ msi Suo m pratica, scrittura 
ch'ei s\olo:e quasi sul modello della doppia, ammettendo e sujrj^erendo il 
conto defili avanzi e dirnvanzi. 

« Fatto questo eloquentissimo, poiché se a nessuno de* precedenti scrit- 
tori mai non venne ni mente di introdurre la semplice scrittura ne prò- 
I)ri trattati di computisteria, ciò signilica che nulla in essa scorgevano ne 
valesse la pena. Solo quando s'impossessarono bene delle nuore scrii- 
iure, volsero lo sr/mrdo alle ani i che ; e ciò non tanto pel merito loro 
intrinseco, quanto per meglio chiarire con queste il concetto e i pregi 
di quelle ». 

:Ma ecco il Comm. Giuseppe Gerboni dar di piglio ad indagini nelle va- 
rie biblioteche del Hegno per la compilazione di un Elenco cronologico 
delle opere di Computisteria e Ragioneria venute in luce in Italia^^dal 
1202 al 1888: e tali indagini portano a stabilire che già nel 1515 Gero- 
lamo Tagliente ha scritto e stampato un <. Luminario di Aritmetica, 
sc7'ittnra semplice. » 

E il chiarissimo prof. Pietro Rigobon prosegue appassionatamente le 
indagini : cerca il libro, lo trova nella biblioteca privata del Conte Fran- 
cesco Fiorenzi di Osimo, lo esamina, accerta l'anno di pubblicazione — 
nel 1525 — e pubblica (Ij unaccurato studio dellesame fatto. 

Non più dunque nel 1724 — ma due secoli prima, nel 1525 — la 
scrittura semplice ebbe il suo trattatista. 

E pel Tagliente si potrebbe egualmente ripetere ciò che Bonalumi. 
disse del Della Gatta, cioè che gli scrittori « solo quando s'impossessarono 
bene delle nuove scritture, volsero lo sguardo alle antiche ». 

Non solo ; ma il IJonalumi ancora, dopo di aver nel predetto suo 
studio (2j notato come i primi scrittori di cose computistiche s'occuparono 
della pa7'lita doppia, descrivendone l'applicazione, e non trattano già — 
come parrebl)e naturale - della semplice, a suffragare l'asserto, aggiunge 
queste parole di (Roberti : « ciò che fa cogliere il vero senso dei^istemi 
e penetrarne le leggi recondite è il confronto, mediante il quale si può 



,'Ì1 ^?\«^.;^«"Ì"« '^«1 Collegio dei RajTionieri di Milano. N. 20 Oennajo 1804. 
(2) i. A. Uonalumi. - In po' di Storia. ■ Riv. d'Amui. e Cont. - Giugno 1881. 



discernere agevolmente la parte accidentale dalle sostanziali nelle spe- 
culazioni ». 

Ma noi osserviamo, che cento diciotto anni trascorrono dal più an- 
tico registro a scrittura doppia che si conosca (il Libro della Masseria 
di Genova - 1340} al primo autore conosciuto che tratti di questo metodo 
11 Cotrugli - 1458J ; e se poniara mente all' affermazione di chi ebbe ad 
esaminare attentamente il Libro della Masseria, che cioò nel 1340 quel 
metodo presentavasi « non bambino ma adulto », ò d'uopo convenire che 
troppo tempo invero ò occorso per cogliere il cero senso del sistema 
penetrarne le lepgi recondite, e trovare dei trattatisti della scrittura 
doppia. 

Non dimentichiamo piuttosto che anche per l'aritmetica trascorsero 
ben quasi tre secoli dal Fibonacci al Paciolo, senza che un'opera di polso 
venisse in luce ; e che prima del Fibonacci nessun libro ci spiega o quanto 
meno ci dice come si facessero i calcoli ; e sì che lo ste>iso Bonalumi as- 
serisce : « l'arte dei computi era già vecchia, che l'arte <lei conti non era 
ancora concepita ». 

41. — Atene, Tebe, e altre città dell'antica Grecia ebbero, come 
già si disse, compagnie nelle quali gli associati versa\-ano ogni mese una 
data somma per aiutarsi vicendevolmente nelle disgrazie : nessuno scrit- 
tore dà notizie ampie e precise di queste società, il che potrebbe lasciar 
cretlere che di esse non si fosse penetrato lo spirito eminentemente utile, 
previdente, e nmanitario, e si tenessero in poco conto. Ma e per questo 
si può dire che la Grecia non possedesse società di mutuo soccorso, e che 
queste siano nn prodotto della società moderna, solo perchè gli scrittori 
antichi non parlano di quelle in allora esistenti ? 

Cosi avvenne per le scritture computistiche, le quali, nate spontanea- 
mente per il bisogno impellente di ricordare le operazioni compiute, si 
organizzarono nella pratica dapprincipio come semplici memorie, pf)i 
come mezzo probatorio di diritti e di obblighi : e noi vedemmo in- 
fatti, che abbenchè nessuna opera si possegga dell'antichità romana 
che tratti di scritture contabili, pure un'importanza, un valore gran- 
dissimo avevano le scritture stesse, ed era colpa il non tenerle re- 
golarmente. 

Gli scrittori computistici vennero; ma quando? quando coll'inven- ! 
zione della stampa, si verificò quel meraviglioso risveglio scientifico, pei- I 
cui di tutto si trattava, si scriveva e si stampava. i 

Ecco — e già lo ve<lemmo — il motivo per cui dal Filionaccì al \ 



270 



STORIA DELIA RAr.IONERlA ITALIANA 



l'aciolo nessuna opera di polso appariva in fatto di Aritmetica, e si che 
questa era jrià formata, era jrià assurta a una concreta forma scientifica. 

Se mancarono p:li scrittori, non si può per questo dire con fonda- 
mento che mancasse la cosa ; e ad o<;ni modo, col ricordo delle parole 
di M'ilkelmann i-ipotute dal Rossi, osserviamo un i)o' come ed a quanti 
mai venne attribuita Y iììvenzione (\) della scrittura doppia. 

y. noto come da taluni ne fu ritenuto autore Y Ann:olo Pietra (1586} 
|)erch('' non conoscevano altri scrittori a lui precedenti che l'avessero 
1 rattata. 

Ma poi si dovette convenire che assai prima del Pietra, frate Luca 
Paciolo da San Sepolcro l'aveva ampiamente trattata nel 1404 nell'opera 
Summn de Aì-Hìundwa, e maljrrado le afiermazioni e dichiarazioni del 
Paciolo stesso, specialmente chi ne parlò senza avenie letto le opere, 
fece di lui senz'altro Y invenlore del sistema, che fu anche denominato 
pacwlann. 

Ed è strano che perfino ne<.^li <^ Studi e lavori del Comitato centrale 
l)el 1° Congresso de' rajrionieri » parlandosi del trattate^ di Paciolo si 
turibuli il povero frate con esagerati quanto inesatti elogi, chiamando 
le sgrammaticate (1; \\eT quanto esattissime norme eh* ei viene esponendo 
nel suo trattato: .^ vergini elucubrazioni d'una mente creatrice». 

Non ebbe torto il IJonalumi, quando scrisse: 

<^ Curvi come indiani dinnanzi all' altarino di fra Paciolo, sul quale 
in una gloriosa aureola di raggi liguro-veneto-toscani, brilla a mo' del- 
l' O di Giotto lo stupendo ma limitato circolo della doppia scrittura, non 
si faceva altro che moltiplicargli i moccoli d* attorno, accendendoli per 
giunta, gli uni nelle fiamme degli altri. Si scruti bene a fondo tutta la 
l)ibliografia computistica della prima metà del nostro secolo, e si vedrà 
che il circolo di Ira Paciolo era finito per diventare il circolo di Popilio, 
sulla cui periferia sembra scritta la biblica intimazione : ìincusqne ve- 
niet;. Tutte le novità che vi s'incontrano, direblje un musicista, sono 
variazioni sull'istesso motivo ; ingegnose variazioni, se lo volete, ma che 
girano tutte in un'orbita chiusa, nella quale è assolutamente impossibile 
il far entrare altri movimenti computistici all'infuori di quelli che se 
r han praticata {2;. ->•> 

Ma gli studiosi continuarono le ricerche, e si trovò che prima ancora 
del frate di S. Sepolcro, Bedetto Cotrugli nel 14Ó8 accennava al metodo 



(1) Annibal Caro cliiamò la Summa, n cenoraccio n pel modo l)arl)<iro con cui è scritta. 
*2) F. Bonalumi- Il risveglio dogli studi computistici - Rivista di ContabilitH Novara isyO. 



|. 



CAPITOLO OTTAVO 



271 



di scrittura doppia nell'opera <<. Della mercatura e del mercante 'per- 
fetto». Dunque il Paciolo se ancor non bastassero le sue stesse afierma- 
zioni non ne fu l' inventore ! 

E venne quell'illustrazione della Ragioneria, che è il prof. Fabio 
Hesta della R. Scuola Superiore di Commercio in Venezia. 

Al forte ingegno, alla vasta dottrina, il Besta ebbe la ventura di 
poter unire l'esame negli Archivi di Stato delle principali città italiane 
dei più antichi registri che si conoscano. Niuno meglio di lui quindi tro- 
^avasi nelle condizioni desiderate dal AMlkelmann e ripetute dal Rossi; 
ed egli, assai più logico e persuadente, non attribuì ad alcuna determi- 
nata persona l' invenzione del metodo, ma ne trovò la formazione nello 
svolgersi naturale delle aziende mercantili, e precisamente delle aziende 
veneziane, sia perchè i più antichi registri a partita doppia eran con- 
servati negli archivi di Venezia ed eran scritti in dialetto veneziano; sia 
perchè dovunque erasi adottato tal metodo, esso veniva chiamato modo 
veneziano; sia infine perchè Paciolo, Manzoni, Casanova, i più antichi 
ed autorevoli trattatisti della scrittura doppia, avevan scritto le loro 
opere a Venezia. 

E il più vecchio Giornale a partita doppia che esaminò nelle sue 
ispezioni nelle varie città, restava pur sempre quello che trovasi nella 
raccolta dei registri Barbarigo presso 1' archivio notarile di Venezia, e 
che comincia colla data 2 Gennajo 1450. 

Dunque, otto anni prima del Cotrugli, s'usava in pratica la scrittura \ 
doppia ! 

11 tedesco Telchow, intanto, nella sua Theorìe und praxis de?^ 
Kaufmdnisclic Buchfalrrung, affermava che il mastro di Antonio Fugger 
dal 1413 al 1427, conservato nella Biblioteca d'Augusta e i registri 
della casa Gheldersen, dal 1367 al 1408, conservati nell'Archivio di Stato 
d'Amburgo, eran tenuti a partita doppia. 

Non mancarono coloro, che vollero dedurre da ciò l'origine tedesca 
anziché italiana della scrittura doppia; con grave scandalo di quanti 
anche senza mai addurre un motivo persuadente, ammettono e dichiarano 
a fortiori che la scrittura doppia è italiana, né deve essere d'origine di- 
\ ersa. Ora, noi ci guarderemo Ijene dal negare ciò, che sarebbe contra- 
rio alle nostre convinzioni e alle prove storiche, che ormai si hanno in 
proposito. 

Ma non vogliamo per nulla escludere la possibilità che la scrittura 
doppia fosse conosciuta e praticata in Germania fin da queir epoca, 
quando — comj già si disse — consideriamo che fra Italia e Germania 



272 



STORIA DELLA. BAGIONEBIA ITALLA.NA 



vi furono vive comunicazioni, sia conimsrciali che scientifiche. E allo 
stesso modo che da noi si propajxarono gli scritti aritmetici del Purbach 
e del Rejriomontanus, nulla v'è di strano che, in quell'epoca stessa, in 
Germania si conoscesse e si propajrasse la nostra scrittura dopi)ia. 

Il Lindwurm nel 1869, e IMiiger nel 1876, dopo esaminati quei libri, 
negarono ch'essi presentassero le l'orme caratteristiche della scrittura 
<loppia, affermando che « l'idea del metodo di scrittura doppia non 
era ancor nata in chi li teneva, poiché in luogo di contenere registra 
zioni cronologiche e sistematiche regolari, come dovrebl)ero, se fossero 
tenuti secondo il sistema suaccennato, non presentano che una raccolta 
di operazioni elencateper ordine di data, si da far supporre che fossero 
tutt'al più svolte secondo il metodo di scrittura sempli(;e » (1). 

Dunque sul finire del XIV e sul principio del XV secolo, l'idea della 
scrittura doppia non era ancor nata! 

Il Pagni scrive sul 1" Amministrazione del Regno d'Italia e all'erma 
che nel 1432 il Comune di Firenze teneva la sua contabilità a partita 

doppia. 

Ma ecco il Gitti (2) osservare che l'asserzione gli pare arrischiata 
« poiché dato anche il caso che a quell'epoca il metodo suaccennato 
fosse noto ed applicato generalmente dai connnercianti e dato pure che 
i comuni non fossero vincolati da bilanci preventivi, uè avessero tutti 
quei cespiti d'entrata e di spesa che hanno attualmente, è tuttavia 
difficile che uno fra essi e di non poca imi)ortanza, tenesse nota de' 
suoi fatti amministrativi secondo questo metmlo di scrittura, 4lopo che 
noi vediamo quante difficoltà si sono incontrate ai nostri giorni, dopo 
quattro secoli di studi e di applicazioni, per attuarlo in alcune pul)- 
bliche aziende. » 

Si potrebbe e vero, contrapporre a quest'ultima osservazione del 
(ritti, un'altra osservazione di Gerolamo Boccardo, che cioè per le ognora 
crescenti esigenze della civiltà, i pubblici bilanci triplicarono <la ciò che 
erano nel secolo passato. «. Tutto ha ingigantito — soggiunge al proiK)- 
sito il Gerboni (3) — spese ed entrate; i milioni diventarono miliardi... 
.... coir ingrandimento dei vecchi orizzonti amministrativi se ne aprono 
ogni giorno di nuovi, in cui tutte le umane attività trovano altri campi 
dove espandersi ed esplicarsi lil)eramente. In seguito di che l'ammini- 



(1) V. Gitti - Discorso sulla Storia della Kagioneria - Torino 1h7>s - pag. 11. 

(2) V. Gitti — sudd. — pag. 12. 

(.1) Gina. Cerboni — Ragioneria soientilica — pag. 124. 



CAPITOLO OTTAVO 



273 



nistrazione aziendale allarga sempre più la sua sfera d'azione e per ciò 
stesso chiede un sempre più ampio sussidio alla ragioneria. ^> 

Perciò se la scrittura doppia può essere di difficile attuazione nelle 
pubbliche aziende dei nostri tempi, resta a vedersi se nel 1436 tali diffi- 
coltà stavano egualmente: ma ad ogni modo, siccome il Pagni aff'erma, 
ma non dà prove che il Comune di Firenze usasse della scrittura doppia, 
vada per l'asserzione an^ischiata, e teniamo per fermo l'inapplicabilità 
della S. T). alle pubbliche aziende. 

Se nonché, nel 1879, il prof. Richeri nella cessata Rivista di Ragio- \ 
neria, di Genova, dava queste notizie sulla colabilità di quel Comune, 
a partire dall'anno 1348 : 

« I registri del nostro Comune anteriori al 1339 furono sgraziata- 
mente distrutti da un incendio scoppiato in queir anno, e quelli degli 
anni successivi fino al 1347 andarono smarriti. Colla data del 1.348 esiste 
nell'Archivio di S. Giorgio un registro cui manca il principio: 

« È il libro del Massaro generale del Comune, o, in altri termini, del ' 
Tesoriere Comunale. Però è tenuto in modo affatto differente dai comuni 
libri di Cassa e può paragonarsi ad un maestro in partita doppjia. Ed 
invero in detto registro si trovano distribuiti per ordine alfabetico i li- 
bri seguenti: 

« 1» Conto pì'cventiw del Comune di Genova ; ' ■ - • ' 

« 2» Conto del Massaro, di ciò che ha effettivamente esatto e pagato, 
ossia conto consuntivo ; 

« 3° Conti individuali delle varie parsone che avevano rapporti col 
Comune. 

« Le varie partite portate a credito del Comune nel conto preven- 
tivo per diritti di gabelle ecc., sono riportate a debito dei collettori delle 
iral^elle stesse. Viceversa le varie assegnazioni della parte passiva del 
preventivo sono poi registrate a credito degli aventi diritto. - 

« Tutte le esazioni figurano a carico del Massaro e a discarico dei 
collettori, come pure tutti i pagamenti a credito del Massaro e a debito 
delle persone che hanno esatto. 

<^ Devesi specialmente notare che ogni articolo ha sempre il suo nu- 
mero di riferimento, indicante il foglio in cui venne registrata la con- 
tropartita. 

« ;Mì par quindi che questo libro si possa ritenere un Maestro in 
doppia scrittura. 

« E questo metodo doveva pur essere conosciuto e adoperato dai 
nostri mercanti di allora, perchè in un codice manoscritto del 1303 
esistente nel detto archivio, si stabilisce che i conti del Comune debbono 

91 



rs^. 






274 



STOBIA DELLA BAGIONBBLA. ITALIANA 



CAPITOLO OTTAVO 



275 






'I 



f 



esser tenuti collo stesso ìnetodo usato dai l>anchì per owiat^e gli sbagli 
che lìrima di allora si erano verificati ». 

Anche a noi pare che le notizie date dal prof. Richeri fossero siifli- 
cienti a far ritenere che, in effetto, la partita doppia era conosciuta ed 
applicata anche nelle pubbliche aziende fin dal 1348 ; eppure si concluse 
che le prove date non erano sufllcienti a stabilire che quel registro fosse 
davvero un Mastro a partita doppia. 

4^8. — Nel 1881, il Rafr. Ignazio Cignani pubblica a Palermo il suo 
« Ragionamento storico di Amministì-azione razionale finanziaria » 
e in esso, parlando delle scritture dell'antiche aziende siciliane, eh' egli 
classilìca in scrittura signorile, scnttura l)orgcnsatìca (borgensatici o 
allodiali chiamavansi i borghesi) e scrittura mercantile, ci presenta ad- 
•iirittura l'inventore della partita doppia nella pei*sona di Angelo Senisio, 
frate benedettino del Monastero di S. Martino delle Scale in Palermo, nel 
1348, il quale aveva l'incarico di registrare i beni del convento, i con- 
tratti, e di copiar libri. 

Scrive il Cignani: « L'inventore della partita doppia non fu un Senese, 
ma un siciliano, che portando il nome <li famiglia chiamavasi Angelo 
Senisio, dal che è nato 1' equivoco, cioè confondendo il cognome di que- 
sto, con la patria nativa del supposto autore toscano. » 

A tanto giunse la materialità delle affermazioni su questo argomento! 

E il Cignani trasse motivo alla sua affermazione, da una nota del 
1384, nella quale sono indicati i manoscritti che in quell'anno esistevano 
nel monastero suddetto, tra cui eravi un Breviale unum, quod tenef 
cellerarius, quod scripsit abbas, dallo storico Di Blasi (che fu pure abate 
cassinese nel Monastero di S. Martino) attribuito al Senisio. 

La nota suddetta spiega che il Cellerario, presso i benedettini, era il 
Procuratm^e generale, che amministrava tutti i l^eni della comunità ; 
e il Cignani ci informa che il Br emale <v era quel libro, che dopo molti 
tempi portò il titolo di pronta soddisfazione. » 

Ma se da tutto questo si può trar argomento per attribuire al Seni- 
sio l'invenzione della scrittura doppia, lasciamo giudice chiunque. 

Ed ecco sorgere un fatto nuovo, assorbente, che viene a togliere 
ogni fondamento a tutte le varie ipotesi e supposizioni de' vari scrittori, 
cui abbiamo fin' ora accennato. 

Ecco che nell'archivio di Stato di Genova, il Direttore di esso, Signor 
Cornelio Desimoni, scopre un registro a partita doppia, non più del 1348, 
ma del 1340: il Libro della Masseria del Comune di Genova ; e non più 
scritto in alcun dialetto, né tampoco in volgare, ma in latino. 



E lo stesso prof. Besta lo esamina, e conclude che quella è partita 
doppia autentica. 

Il Desimoni, in una sua recensione pubblicata negli Atti della società 
ligure di storia patria (1) sull'opera «Cristoforo Colombo ed il Banco di 
San Giorgio — Studio di Henry Ilarrisse » parla di quel Libro della 
Masseria, e riportando alcune scritture, osserva che in esso il metodo 
appare « non bambino rrm adulto » (2). 

Non v'ha dubbio quindi: questa scoperta annientava anche l'afferma- 
zione del Besta, che la scrittura doppia si formò nell'ambito mercantile ve- 
neziano; e dimostrava errata l'affermazione di chi disse non ancor nata \ 
l'idea della scrittura doppia sul finire al XIV secolo. 

Come si vede, adunque, l' ultima parola sulle origini della partita dop- 
pia, non è ancor detta. Chi sa quanti libri ingialliti dai secoli, che ancora 
N^ giacciono inesplorabili in molti archivi » aspettano che la paziente ri- 
cerca dello studioso venga a ridar loro un po' d'aria di questa età 
ricostruttrice, per convincerci di quanto afferma il Settembrini : « L'imi- 
tazione dell'arte greco -latina per gli altri popoli è sforzo, per noi è 
ritomo alla natura nostra, perchè noi siamo d'una stirpe con gli antichi, 
e viviamo sulla stessa terra, dove vediamo le stesse cose belle ed ado- 
rabili. Jj'errore sta in credere che noi siamo di altro sangue, che la 
semenza antica fu spenta, e che noi nasciamo dai barbari. Noi siamo un 
popolo medesimo e continuo; e questa che gli altri chiamano imitazione, 

noi la chiameremo riproduzione e ritoì^no la riproduzione c'è, 

ed è spontanea, e non poteva non esserci, perchè un popolo col tempjo 
muta giudizio e creder falso ciò che prima teneva per vero, ma non 
muta fantasia, la quale dà le forcine. E la fantasia piglia sua condizione 
«lalla stirpe, dai luoghi e dalla natura esteriore, che fra noi è sempre 
la stessa.... La riproduzione dell'antico apparisce ancora nella vita civile. 
< il' italiani non poterono mai dimenticare l'imperio romano, il diritto 
romano e la lingua latina, che credettero essere lingua loro nazionale. » 

43. Caduto l'impero romano, sopravvennero le irruzioni barbariche 
attreverso le quali, per lo svolgersi di parecchi secoli, le antiche leggi e 
costumanze sopravvissero in gran parte: così, ad esempio, vediamo l'an- 
tiche tradizioni romane del credito, risorgere non si tosto che l'industrie 
e i commerci rifioriscono, appena cessano l'irruzioni de' barbari. 



(1) VoL XIX - fase. III. - Genova 1889. 

(2) Vedi Appendice Parte Seconda - Nota 2. 



276 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



Lodovico Muratori, nell'Antologia italiana, dice appunto: « Dacché 
dopo il 1000 buona parto delle città d'Italia, cominciarono ad alzar la 
testa e ad erigersi in repubblica, si diedero i cittadini ad aumentiire non 
solamente la loro potenza, ma anche le sostanze proprie, s'introdussero 
molte arti utili; gran commercio per mare si fece, gran mercatura 
per terra. -» 

Esaminiamo le leggi e i costumi di quegli empori commerciali che 
furono Venezia, Amalfi, Pisa, Genova. Quale rapporto di non interrotta 
continuità nell'organismo del credito degli ultimi tempi di Roma e quello 
delle prime città italiane I 

I Romani avevano la ir(ifccfìfia pccimta o nmitìca pecunia. Ed ecco 
verso il 1000, questa forma di prestito già divulgatissima negli usi com- 
merciali di Genova. 

1 carnhiaiorc^ del medio- evo, facevano commercio estesissimo di 
credit(ì, con paesi lontani. (v>uesto non fecero gli argeniari romani, poi- 
ché, come vedemmo, era l'ambiente, l'organismo romano stesso che lo 
rendeva inattuabile. Eppure, coli' estendersi delle relazioni di Roma, 
anche il campo d'azione del credito si estende ai municipi, alle provincie, 
alle colonie. 

' Cicerone scrive ad Attico per sapere se il fìgliol suo, che deve recarsi 
ad Atene, avrebbe potuto trovar danaro colà col mezzo di una permu- 
tazione tra Roma e Atene. Sed quivro, quod opus UH erit Aihcnii<, 
peì'iìiutaìHne possift an ?j?.s7 ferundum s?'f. 

È il contratto di cambio che si manifesta in relazione ai bisogni 
d'espansione, di relazioni con altri paesi. 

Se è soltanto più tardi, che questi bisogni si accrebbero e il contratto 
di cambio si sviluppò e si formò giuridicamente, è altrettanto vero però 
che questo avvenne con elementi dell'epoche romana e barbarica. 

La tenacità delle abitudini e degli usi antichi, continuò siflatta- 
mente, che perfino le forme simboliche nelle tradizioni di proprietà, si 
riscontrano ancora in epoche avanzate, quando già la scrittura era 
adoperata da tempo nei contratti d'acquisti d'immobili e di relativi 
diritti. 

Così il Ghisleri (1) ci avverte che « in carta del 928 nell'archivio di- 
plomatico di Milano, il venditore di fondo feudale investe il compratore 
presentandogli un coltello 'segno del diritto di sangue) una tessera, un 
guanto (figurante la mano dominatrice] un vaso di terra ed un ramoscello. 



(1) L'agricoltura nella Storia - pag. 37 



CAPITOLO OTTAVO 



277 



In carta fiorentina, edita dall' Ugabelli, del 1008, uno vivente a legge 
ripuaria, eseguisce il simbolo di tradizione di proprietà fondiaria i>er 
culteUum, /htucuni nodatum, vanfonem, vasonem ien'(V aiqae 
ramos arboris » 

La continuità o la riproduzione si spinse tant'oltre, che non colla sola 
civiltà romana si trovano punti di contatto nel medio -evo, ma perfino 
colla civiltà ellenica. 

Furono le società mercantili d' Egina, del Pireo e di Rodi, che dando \ 
un impulso considerevole ed incredibile al commercio, gettarono le basi ' 
<ìi un codice commerciale marittimo ben 1300 anni prima che molti stati 
del medio -evo adottassero la Tavola aìnalfìtana, o codice marittimo 
introdotto dalla Repubblica d'Amalfi, che si può dire, lo ricopiò; di 
quella Repubblica, che nel X secolo avviò pur essa uh traffico conside- 
revole coir Oriente, ma che presto decadde per la gelosia dell'altre re- 
pubbliche marittime italiane. 

E che più ? la stessa numerazione romana, continuò nei registri del- 
l'aziende mercantili del medio -evo, fino ad epoca avanzata. Ce lo dice 
il Prof, Alfieri nella sua opera: La scrittura doppia applicata alle / 
antiche aziende veneziane-. 

«. Nei vecchi registri indicanti i valori, anche nelle colonne dove ap- 
pajono le somme da addizionarsi, sono espressi in cifre romane. 

« Si può credere che, nel secolo XIV, i veneziani abbiano adottate le 
cifre arabiche nei libri preparatori. Già fino dalla seconda metà del 
XIII secolo esse trovansi nei registri dei Fiorentini, avendole fatte co- 
noscere il pisano Leonardo Fibonacci, col suo liber abaci. 

« Lo si può desumere da una disposizione contenuta nello Statuto 
<leirarte de' cambi, compilato nel 1299, in cui alla rubrica CI è proibito 
l'uso delle cifre arabiche nei registri, e prescritto ai mercanti di rappre- 
sentare i numeri con cifre romane, e di scriverli in tutte lettere. 

« Il più vecchio registro veneziano, che si conosca, in cui le somme 
sono in cifre arabiche, è del 1436, ed è quello compilato da Jacomo 
Badoer a Costantinopoli, Tuttavia esistono registri del secolo XVI in cui 
i numeri sono ancora in cifre romane. 

« Usavansi le cifre romane, perchè si reputava che meno facilmente 
potessero modificarsi. Forse le cifre arabiche si adottarono prima per le 
registrazioni del Giornale che per quelle del Mastro, A ogni modo, anche 
quando si adoperarono le cifre romane, le ultime divisioni della moneta 
<li conto esprimevansi generalmente in cifre arabiche. » 

Lo stesso diritto commerciale, formatosi soltanto nelle repubbliche 






278 



STOBIA DELLA SAGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO OTTAVO 



279 



:-;f 



italiane del medio-evo con le raccolte def?li usi mercantili, e copiate da- 
gli altri popoli, tra cui sono celebri le collezioni del consolato del mare. 
i Rooles di Oleron, e le Tavole o diritto manttimo di W'isby, col- 
l'andar del tempo perdette della sua caratteristica e del suo cosmopoli- 
tismo impressigli dai trafficanti del medio- evo, per adattarsi, specialmente 
dal 1400 in poi, ai principi del diritto civil0 per opera dei dottori delle 
leggi civili, che nel Digesto vedevano « le colonne d'PZrcole della 
scienza del diritto. » (1) . - 

Non si seppe, né si volle allontanarsi, insomma, dalla piattaforma di 
quel diritto civile, che Roma ordinò e spinse al più alto grado di sviluppo. 

41. — Nel medio evo, per l'estendersi dei comuni, pel sorj:ere e 
l'organizzarsi d'una società nuova, anche le scritture computistiche si 
perfezionarono; ma perfezionare non vuol dire creare nel senso materiale 
à' inì'cntare, come taluni adoperano impropriamente, quasiché la scrit- 
tura doppia possa essere il prodotto di qualcuno che si mise a tavolino 
col proposito di trovare la formola bilanciante nelle scritture. 

Anche Stephenson perfezionò la macchina di Travethik, il quale 
alla sua volta non aveva fatto che applicare le leggi del moto accelerato 
trovate da Atwood, con la macchina di sua invenzione. 

E per questo, si potrà dire che Stephenson o Trevethik siano glMu- 
ventori del vapore? 

Certo è che la scrittura doppia non troverà mai il suo Atwood, 
perchè essa è come la canzone di cui parla Cesare Cantù; essa è dovuta 
a quel primo uomo, perdutosi nella folla, e che è tutt'uno con la folla 
stessa. 

Il professor Pietro Rigobon, appasionatissimo quanto valente cultore 
di Storia della Ragioneria, nel già citato suo lavoro: Cenni sulla con- 
tabilità delle antiche corporazioni religiose in Toscana (2) fa queste 
considerazioni per dimostrare che la p. d. si formò e nacque nelle aziende 
mercantili, prima che in altra forma d'aziende: 

^< È stato da molti ripetuto, che la partita doppia nacque nel 
medio -evo nelle case mercantili e nei banchi, ed invero sembra naturale 
che fossero queste le prime aziende a giungere ad essa: il fiorire dei 
traffici, il veloce giro dei capitali, la natura dei beni che li componevano 
tutti quasi tutti soggetti a continui mutamenti e la necessaria con- 



ci) P. Triaca — Elem. di diritto Civ. e Comm. Voi. II. 
<2) 1. e. pag. 19B. 



seguenza di tenerli tutti in evidenza nel sistema di scritture; la cono- 
scenza dell'aritmetica mercantile ravvivata dalla pratica degli affari: lo 
studio assiduo per ammaestramento avvenire dei vari risultati dell'am- 
ministrazione passata e quindi la necessità di note per le diverse classi 
di rendite e di spese in stretta relazione con quelle relative ai beni e 
alle operazioni che avevano portato per effetto i risultati predetti; 
l'aspirazione a qualche espediente che rendesse minore la facilità d'er- 
rare nelle scritture; l'oculatezza e l' ordine propri delle aziende mercan- 
tili e bancarie; tutte queste condizioni intimamente legate a quello 
spirito d'interesse individuale, che primeggia in tali aziende, avranno 
contribuito al sorgere della partita doppia in esse prima che in altre. » 

Noi non faremo ora questione se la S. D. nacque in questa piuttosto 
che in quell'azienda; ma ci si permetterà d'osservare, che se le condi- 
zioni necessarie perchè la S. D. si formasse sono quelle cui accenna il 
valente Prof. Rigobon, non si può ammettere che tali necessità si mani- 
festassero soltanto con lo sviluppo, con l'incremento, che al movimento 
commerciale ed amministrativo portò la Rinascenza; ma doveva pur 
manifestarsi nelle esigenze che richiedevano le vaste possidenze, le po- 
derose banche, le molteplici operazioni dell' antichità, quali noi vedemmo 
effettuate dai trapeziti greci, dagli argentari romani ; o nelle imponenti 
organizzazioni amministrative della città madre in relazione con le 
Provincie soggette, o nelle stesse rigide amministrazioni della casa de- 
gl' Imperatori Romani. 

E perchè dunque dovremmo ritenere infondate le asserzioni di coloro 
che fanno risalire l'origine della doppia scrittura ai romani? 

Tanto potrebbero essere infondate quelle, quanto avventate forse, 

le asserzioni contrarie. 

Con questo di differenza: che le prime si fondano su ragioni, su di- 
mostrazioni di continuità o di riproduzione negli usi e nelle istituzioni 
tra l'antica civiltà romana e gli usi, le organizzazioni del medio -evo; 
mentre le seconde negano per negare, escludono per escludere, ma non 
forniscono mai una dimostrazione persuadente. (1) 



(1) Dopo che fu chiuso il Concorso per cui fu fatta questa Storia, e dopo che la 
Commissione esaminatrice aveva emesso il suo giudizio, avemmo cognizione di una 
pregevolissima Monografia u La Computisteria dei Romani e l'invenzione della scrittura 
doppia. — A proposito di un' opinione dello storico G. B. Niebuhr » Roma 1896, del 
chiarissimo Prof. Giovanni Rossi. 

Che noi sappiamo, è questo il primo studio col quale si obbietta, con argomentazioni 
serie, la possibilità che i romani conoscessero la scrittura doppia. 

Noi abbiamo tentato di confutare il Rossi, con altro opuscolo « I Romani e la scrit- 
tura doppia « ,• e abbiamo fatto una pubblicazione a parte, per lasciar immutata la 
Storia, quale l'avevamo presentata al concorso. 



280 



STOaiA DELLA. RAGIONERIA ITAUANA 



E se la continuità, la riproduzione ci fu nel campo economico, e 
nel diritto, e perfino nelle divisioni monetarie e nelle forme del calcolo 
aritmetico e nella numerazione, perchè non poteva esserci per le scrit- 
ture contabili, le quali alla fin fine non potevano avere, tanto prima 
che dopo, se non un identico movente, un identico scopo? 

Non fu jjià la scrittura doppia che creò X antitesi costante esistente 
fra diritti ed obbli^rhi o quelle modificazioni patrimoniali sintetizzantisi 
nei prolìtti e perdite; sibbene furono e queìl'antitesi e quelle modifica- 
zioni, che per tradursi esaurientemente in dimostrazione scritta, ovv^ì- 
narono la partita doppia. 

K <ili efl'etti dell' obblifjazione non si manifestarono certamente sol- 
tanto nel medio -evo. 

Ecco perchè il Niebhur volle vedere (note all'orazione di (Cice- 
rone per Fontejo] (1) la partita doppia non solo nei registri privati de' 
romani, ma pur in quelli che tenevano i Questori. 

Ecco perchè lo Stevin, fino dal 1607 esprimeva l'opinione che la 
scrittura doppia fosse conosciuta dai Romani e fin' anco dai Greci. 

Nelle Tabulac accepti et r.r;;e>2.'?2 ejjli in trav vedeva il maestro; nel- 
V adver saria y II giornale; nei nomina translata in taimlas il trasporto 
delle partite dal giornale al mastro; nei nomen Jacens le omissioni di 
riporti; nélVacceptmn et exjiensuìn, il dare e l'avere; e le due pagine 
<lel conto, in un passo di Plinio, che recentemente anche Edmondo Guil- 
lard, nella sua opera : Les banquiers ntheniens et roìnains (2) parlando 
dei codici degli argentari romani, cita a sostegno della stessa tesi: 
« probablement ces registres — scrive egli — étaient tenus en partie 
doublé avec une colonne pour Tactif et une autre pour le passif; du 
moins e' est ce qui semble rèsulter du passage suivant de Plinio: Jtuic 

omnia expensa, Imic omnia ferentur accepta et in tota ratione mor- 

talium sola utrarnque paginam facit » ; 



45. — Ci si osserverà forse, che in queste stesse pagine affermammo 
noi pure la poca produttività scientifica di Roma. Come poteva quindi 
creare la partita doppia? 

Sì, è vero. Roma nulla produsse, nel campo della letteratura, se non 
fin verso il 240 av. Cr. con Livio Andronico di Taranto (liberto di M. 
Livio Salinatore^, che fu per cosi dire, il creatore della poesia romana; 
e fu tutta a imitazione della greca. 

L'influenza della civiltà greca, non si limitò solo nel campo lette- 



ci) V. appendice Parte Seconda - nota 3. 
(2) pag. 54 e seg. 



^"W^SS^ISl^!^ 



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CAPITOLO OTTAVO 



281 



rario, ma si estese benanco ai sistemi filosofici; e la filosofia greca ebbe 
la maggior diff"usione con gli scritti di Cicerone. 

Così pure in Arto, tolta una primitiva imitazione etrusca, nei tem- 
pli e negli edifici pubblici sotto i Re e parte della Repubblica, Roma 
ebbe in seguito una decisa imitazione delle forme greche, specialmente 
sul finire della Repubblica e sotto 1 primi Imperatori. 

E più ancora che per V architettura i romani furono imitatori dei 
lireci nella scultura, mentre nella pittura non ebbero nemmeno l'onore 
«li un artista. 

Ma se Roma non produsse gran che nel campo scientifico e artistico, 
è però tutta romana la scienza del diritto, che trovò la sua forma Ci>n- 
creta nelle Pandette di Giustiniano. 

L'attuale nostro sviluppo economico, il nostro stato di diintio tro-^ 
vano le proprie origini in quegli ordinamenti giuridici dell'antichità 
romana che furono e rimasero la pietra angolare della vita civile e sociale. 

In Grecia, Platone idealizza uno stato retto col sistema della comu- 
nione dei beni e delle donne : Roma invece innalza l' individualità u- 
inana non proclamando la comunione dei beni e delle donne, ma ponendo 
il fondamento giuridico -sociale della famiglia; e il concetto della pro- 
prietà, nel diritto romano, si estrinseca su basi rigorose e ferree accanto 
al concetto nobile e umano della famiglia. 

Ed è soltanto con un saldo organamento della famiglia che può 
organizzarsi queir azienda <lomestica e patrimoniale, nel cui grembo trova 
origine e ragion d'essere l'organizzazione delle scritture contabili. 

Il Gerboni, dopo avere affermato che « la famiglia in Roma diventò 
il primo inizio e la base della vita sociale e pubblica » soggiunge: 

* La costituzione giuridica e sociale della famiglia e dei relativi 
l)atrimoni fece fare al pensiero aziendale un passo notevolissimo verso 
il suo perfezionamento. Infatti, da allora in poi l'uomo ha trovato final- 
mente il suo centro; da allora in poi sa che, o pensi o lavori, egli 
pensa o lavora a vantaggio proprio o dei suoi. 

« La gran molla del tornaconto personale, della felicità propria e di 
quella dei figli, ha finalmente trovato la meta verso la quale può e 
deve dirigersi. Ma gran parte della personalità e della individualità 
umana si è rivelata, e il pensiero aziendale ha trovato finalmente il 
terreno suo proprio mediante il quale potrà in processo di tempo svol- 



j^ere le sue energie ». (1) 



(!) Or. Gerboni — La Ragioneria scientifica — pag. 147. 



^SJ^ 






282 



STORIA DELLA. BAGIONEBTA ITALIANA 



Disprezzarono bensì i romani l'industrie e i commerci, lasciandoli 
a<?li stranieri, ai lil>erti, ajrli schiavi; ma noi vedemmo pur tuttavia 
come j?li equiti prendessero parte, in progresso di tempo, al commercio 
in grande, colla formazione di colossali associazioni, con operazioni di 
banca, di cambio, d'imprese. ^ 

Ed ebbero obbiettivi commerciali ed ordimenti da costituire un vero 
sistema protettivo, ciò che dimostra la loro capacità commerciale. Cosi 
ad esempio, quando il sistema dei latifondi scemò i redditi delle terre, 
(^icerone c'informa che i proprietari fecero elevare artificialmente il 
valore del vino e dell'olio d'uliva proil)endo ai transalpini di coltivare 
viti e ulivi. (1) 

Se non fosse perchè l' indagine ci porterebbe troppo fuori dall' argo- 
mento nostro, a noi piacerebbe uno studio sulla formazione e le cause 
storiche dei diversi tipi d'aziende. 

Ma nel caso presente ci basterà notare quanto i romani abbiano 
saputo portare a un grado avanzato, relativamente alle cognizioni dei 
loro tempi, l'aziende agrarie e l'altre che da queste derivano o con 
esse si connettono. 

Il caseifìcio, rammentato dalle Paliliey o feste a Pale, vi fu anti- 
chissimo. La viticultura, sebbene comparsa tardi nel Lazio, ebbe razio- 
nale sistema. E l'allevamento del gregge fu pure ordinato in branchi 
stabili sui poderi, per la produzione della lana, che col lino erano le 
principali e quasi uniche materie dell'industria tessile. 

E già quando le aziende degli argentari si svilupparono, le aziende 
agricole erano fiorenti. I ricchi vi attendevano direttamente, e fu solo 
quando col sorgere delle vaste possessioni diminuì la potenzialità pro- 
duttiva delle terre, ch'essi — preoccupati anche dagli sconvolgimenti 
che portarono alla fine della repubblica — ne affidarono la direzione a 
gastaldi, che scelsero specialmente fra Greci, in agricoltura già molto 
esperti. 

Consideriamo gli scrittori romani di cose economiche : Catone, Var- 
rone, Columella ; nelle loro opere non mirano che a rendere piìi razio- 
nali i sistemi d'agricoltura. <^ 1 loro precetti tecnici — scrive il Cossa 
— si ispirano più specialmente al desiderio di rendere più razionale l'agri- 
coltura, di far conoscere le pratiche agrarie di altri popoli, ed in parti- 
colare dei Cartaginesi, di risvegliar Tamore per la vita campestre, ecci- 
tando i proprietari alla coltivazione diretta dei loro poderi, e sconsi- 



CAPITOLO OTTAVO 



283 



gliando la costituzione di troppo vaste tenute abbandonate alla coltivazione 
servile. ^> (1) 

E Plinio, pure ammettendo la maggior produttività della grande 
agricoltura, deplora i danni dei latifondi coltivati da mani servili, e mo- 
strasi avverso al lusso, alla esportazione delle monete con cui s'introdu- 
cono merci estere, ed espone la dottrina del valore, delle sue cause e 
de' suoi movimenti (2). 

J6. — Parlando della schiavitù, e dell'influenza cheebbe il cristianesimo 
proclamando l'eguaglianza degli uomini, sul pensiero logismologico, Giu- 
seppe Gerboni scrive : 

« Anche nel mondo romano non mancò chi si ribellasse alle idee 
allora generalmente ammesse. Così Seneca (che fu nemico dell'avarizia, 
del lusso, delle conquiste e delle guerre e favorevole alla frugalità; scrisse 
contro la schiavitù. Ma queste furono voci isolate della coscienza umana, 
non la voce della umanità che vuole il posto che le spetta. » 

È bensì vero che poco più innanzi soggmnge : « la schiavitù, oltre 
che sociale era anche un'istituzione eminentemente economica » ; ma ap- 
punto perciò, noi vogliamo osservare come e perchè sorse l'istituto della 
schiavitù; in quali condizioni si svolse, e se realmente furono voci iso- 
late quelle cui accenna l'illustre ragioniere. 

La schiavitìi comparisce colle prime forme della convivenza politica. 
Ebbe origine dalla guerra, si estese con le conquiste, fu resa indispen- 
sabile col sorgere delle vaste proprietà accentrate nelle mani di pochi 
privati. 

Prima delle conquiste dei Romani, in Italia vigevano costumi sem- 
plici, pei (inali nella vita domestica non s'aveva bisogno di molte braccia 
e nell'agricoltura preferivasi il lavoro proprio o di liberi 'mercenari a 
quello degli schiavi; perciò allora il numero di questi era così piccolo 
anche in Roma, che nell'anno 287 a. C. vi si contava uno schiavo sopra 
25 liberi, e per la scarsezza degli schiavi si trovava conveniente rendere 
tali i debitori insolventi (3j. 

Il numero degli schiavi crebbe esorbitantemente in Roma, quando 
con le immense conquiste crebbero le proprietà e le ricchezze. 

Dunque l'istituto della schiavitù sorse in grembo alla società romana \ 
per le stesse ragioni che diversi secoli più tardi, comparvero nella no- * 



(l) L. Cosa» — Guida allo studio deW Economia politica. 

{2} L. Cossa — idem. 

(3) Dureau de la Mafie — Economie politifiiie des romains — e A. Chisleri, op. cit. 



(1) Cicerone — De rep. lib. 3, 



284 



STORIA DELTA SAGIONEBIA ITAUANA 



stra società i grandi capitali e le macchine col sor;?ere della grande in- 
dustria. 

I Romani, come pure i Greci, non conobbero certamente l'industria, 
nel significato moderno della parola. Tra gli avanzi dei loro monumenti 
colossali non scorgiamo alcun indizio di edifici adibiti all'intelligente 
e organizzato lavoro delle popolazioni. 

Lo schiavo era un capitale, era la macchina, e come tale fu neces- 
sario e tenuto con cura, fino a che non si mutarono le condizioni eco- 
nomiche della stessa società. 

Sul cadere dell'Impero, Municipi, Stato e ricchi trovarono conve- 
niente di dividere le terre abbandonate fra servi perchè le coltivassero 
coll'obbligo delle contribuzioni, del censo e d'una parte dei frutti. 

Sviluppatesi così la colonia parziaria e Tenfit^usi, vediamo con esse 
mutarsi anche la condizione degli schiavi, che divengono coloni, non più 
legati alla persona, ma alla terra. E mentre prima lo schiavo non aveva 
diritto al matrimonio legittimo, né quindi fruiva del diritto di tutela sui 
figli, ne di testare, né di ereditare ; nel nuovo stato di coloni li troviamo 
in possesso dei diritti di famiglia e possono avere anche un peculio proprio. 

Questo miglioramento dà un'idea del sentimento che spingeva ben 
anco in quell'ambiente, in quella società romana, a redimere gli esseri 
schiavi. Non sarà « la voce delfumanità che reclama il posto che le 
spetta N> ma é il principio umanitario che s'impone, come già erasi imposto 
quando Augusto proil)ì la promessa che lo schiavo reso libero doveva 
fare con giuramento di non ammogliarsi, afllnchè i suoi averi andassero 
a totale beneficio del padrone. 

Non crediamo quindi che fosse voce isolala quella dello sventurato 
educatore di Nerone : essa rispecchiava quel sentimento che già facevasi 
strada ; né per nulla Cicerone aveva tradotto l'Economia di Senofonte, 
pel quale sono beni tutte le cose utili alla vita ; sono elementi produt- 
tivi la natura che dà le materie, modificate poi dal lavoro, ch'egli ap 
prova quando è abilmente diretto a scopi legittimi ; e afferma il vantag- 
gio derivante dalla divisione delle professioni, pur avendo idee relativa- 
mente corrette circa l'arti manifattrici e il commercio. (1). 

Non dimentichiamo che anche nelle questioni economiche, i Greci 
servirono di modello ai Romani ; e Aristotile affermando che la posi- 
zione degli schiavi è naturalmente abbietta, aveva di già osservato <. che 
quando la cetra suonasse da sé e parimenti da sola lavorasse la spola 
del tessitore, la schiavitù sarebbe affatto inutile. ^> 



(1) L. Cosaa, op. cit. 



CAPITOLO OTTAVO 



285 



E noi troviamo che una schiera di filosofi sorge anche in seno alla 
società romana, i quali difendono la dignità umana e sanno alzar la 
voce contro il dispotismo, l'ambizione, la reazione, proclamando l'egua- 
glianza degli uomini. 

Non può essere voce isolata quella di Seneca, se nel 50 d. C. un 
liberto di Roma, Epitteto, filosofo stoico, compendia i suoi insegnamenti 
nel motto : Abstine et subsiine (moderati e sopporta) ; se Dione Cassio 
(155 d. C.j senatore, pretore e due volte console, che lavorò 22 anni a 
scrivere la storia di Roma in 80 libri, diffonde al pari di Papiniano e 
di ripiano principii altamente umanitari. 

E tutti questi filosofi non erano cristiani : erano pagani. Il cristia- 
nesimo era bensì sorto giù da due secoli : la lotta fra cristianesimo e 
paganesimo esisteva pur tuttavia : e ciò malgrado noi troviamo tanta 
concordia fra di essi nella proclamazione di un diritto sacrosanto. 

Noi non sappiamo se fu il cristianesimo ad influire sull'abolizione 
della schiavitù : sappiamo invece che la Chiesa non la condannò, ed anzi 
accettò essa medesima la servitù, facendosi proprietaria di servi, e difen- 
dendo tale proprietà con concilii ed estendendola dove non esisteva, sia 
jer le punizioni canoniche, che per la persecuzione degli eretici. 

E chiameremo quindi voci isolate della coscienza uìnana, il grido 
che partiva da quei filosofi? 

No ; esse ripetevano un sentimento intimo della umana coscienza ; 
esse preludiavano quel novus ordo presentito da Virgilio, il grande poeta 
dell'antichità romana ; ({mqW ordinamento nuovo, che doveva trasformare 
il mondo antico. 

La schiavitù fu in Roma, come fu in tutta l'antichità, ma come e 
perchè vi sorgesse e si sviluppasse, noi lo vedemmo ; né i fatti son tali 
da indurci a ritenere ch'essa potesse ostacolare lo sviluppo del pensiero 
logismologico ; bensì questo doveva, a nostro avviso, trovare un forte 
impulso in quelle vaste associazioni di capitalisti, che come vedemmo, 
sorsero in seno alla società romana; doveva trovare un ausiliare potente 
in quello spirito d'indagine, che da Servio Tullio ad Augusto spinse alla 
compilazione di sapienti monumenti statistici, talché sì ebbero anagrafi 
quinquennali della popolazione, e il quadro statistico di uno Stato, che 
si estendeva sovra un territorio di circa 412 milioni di ettari. Né il 
funzionamento ammirabile delle operazioni di banca, poteva non influire 
sull'incremento del pensiero computistico. 



417. — Ci si osserverà ancora, come in queste pagine dicemmo che 



286 



STORIA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO OTTAVO 



287 



l'impero romano si sfasciò per la mancanza di un ben ordinato controllo 
amministrativo e giudiziario. 

Per ciò che può riferirsi all'ordinamento {giudiziario, ninna attinenza 
e influenza vi possono essere coll'idea computistica; ma per ciò che ha 
riferimento all'amministrativo, non crediamo che l'obbiezione possa vol- 
•jersi a sostenere che il pensiero lojjismolojjico non poteva, presso i Ro- 
mani, aver ra<ip:iunto un jrrado sensibile di sviluppo. Imperocché se noi 
fissiamo nettamente il concetto dell'ordinamento amministrativo e quello 
dell'ordinamento contabile, vediamo che la deficienza del primo non può 
influire a scapito della bontà del secondo se non in un solo caso : quan<lo 
siavi la corruzione. 

Dicemmo che il controllo sta all'amministrazione, come la procedura 
al diritto; sbaprliate l'interpretazione dì un articolo di codice, ed anche 
la procedura che vi edificate sopra, vi condurrà a conclusioni erronee. 

Sbagliate una mossa amministrativa, la contabilità ve la rispecchierà, 
e potrà anche avvertirvi a tempo, ma quando non vi sia la corruzione. 

La corruzione «lei funzionari, non implica la deficienza degli ordina- 
menti contabili. 

È vero; l'impero romano volse a precipitosa rovina: ma quali ne 
furono le cause ? le guerre civili, gli eserciti permanenti, l'invasione dei 
barbari, le dilapidazioni degl'Imperatori, le passioni smodate e la smania 
del lusso e dei godimenti, che avevano consumato le rendite di uno 
stato che abbracciava due terzi del mondo conosciuto, e di famiglie, che 
avevano possessioni estese come regni. (1) 

Ma ciò doveva ostacolare forse lo svolgersi di un ordinato concetto 
computistico ? 

O che forse, in pieno secolo XIX, che vide sorgere il sole dei si- 
stemi logismogradci e i perfezionamenti multiformi della scrittura doppia, 
e i rigori della legge per amministratori e sindaci delle Società Anonime, 
non si ebbero esempi spettacolosi di corruzione, che portarono alia ro- 
vina colossali imprese e banche d'ogni genere, non esclusa qualcuna di 
emissione? E per questo, gli storici nei secoli venturi, dovranno dire 
che il secolo XIX non segnò il risorgimento scientifico della Ragioneria ? 
r Noi non affermeremo che l'antichità romana possedesse la nostra 
/scrittura doppia. 

Vedremo in seguito, come anche dopo che le scritture contabili si 



organizzarono ed ebbero trattatisti, la p. d. andò sempre modificandosi 
nelle forme e nel concetto fondamentale, perfezionandosi col progredire 
dell'ambiente, dell'ente aziendale. 

Non dimentichiamo che il pensiero computistico è strettamente col- 
legato colla materia economica, e ch'esso progredisce col progredire 
delle scienze sociali. Che gli ordinamenti contabili subiscono necessaria- 
mente nel loro sviluppo le esigenze dell'ambiente economico-amministra- 
tivo entro cui vengonsi svolgendo. 

« È della natura del controllo economico — scrive il Prof. Besta (1) 
— che l'importanza sua non è solamente in ragione della ricchezza, ma 
in ragione composta di essa e della rapidità dei mutamenti suoi. » 

Quando si fu che la Francia, prima fra ogni stato, senti la necessità 
di riformare la Contabilità pubblica? Quando la rivoluzione francese, 
abbattendo i vecchi privilegi della nobiltà e del clero, distruggendo il 
sommo autoritarismo sintentizzato nel famoso: La Francia sono io, 
proclamò l'eguaglianza di tutti i cittadini, e l'inaugurò con un nuovo 
ordinamento politico di contribuzioni. 

E solo allora che i cittadini tutti ebbero facoltà di controllare e 
giudicare il pubblico erario, s'impose la necessità d'una riforma nella 
contabilità di Stato; e dopo i tentativi di Sully e di Necker, ecco il conte 
di Mollien introdurre l'applicazione della scrittura doppia mercantile 
italiana, limitatamente però, al solo servizio di Cassa. 

È facile immaginare che per questa prima applicazione alla pubblica 
azienda, il vecchio sistema dovette adattarsi, svilupparsi, migliorare. 

Ma risaliamo più addietro. 

Prima che la grande riforma del Cristianesimo, proclamando l'unità 
o l'eguaglianza della razza umana, ricostituisse la famiglia rendendo 
possibile la formazione di patrimoni, diffondendo istituti di beneficenza, 
migliorando insomma, anche nell'aspetto economico, le condizioni gene- 
rali dell'umanità, era mai possibile che si organizzassero quelle aziende, 
che ora classifichiamo col nome di domestico-patrimoniali ì 

Ma quando queste aziende sorsero, frutto del nuovo assetto sociale^ 
anche quel qualunque sistema di scritture che allora dovevasi usare, 
«lovette necessariamente, per adattarvisi, essersi svillupato e migliorato. 

È bensì vero che dalla caduta dell'Impero romano fino alla seconda 
metà del XIV secolo, nessun documento viene a portarci un po' di luce 
su questo lungo periodo; ma noi lo vediamo: di tratto in tratto parlano 



(1) Prof. Oiov. Formento — Dello spirito di associamone nella evoluzione sociale -Ui' 
lano. 1891. 



(1) F. Besta - Introiluzione al Corso di Ragioneria alla Classe di Magistero. 



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ps^^pilMpi 



288 



STORIA DELLA RAOIONERLV ITALIANA 



le antiche carte inpriallite, che ci riportano sempre più verso quel pe- 
riodo inrnoto, svelandolo a poco a poco. 

Si sviluppò il commercio: ed ecco fiorire la s^crillura mercantile 
S'arricchirono le aziende cenobitiche: ed ecco sorgere la .9c;vy/nm no/;?/g 
e baronale. Si assestarono le grandi possidenze: al ecco modellarsi la 
scrii hirn signoyHle o patrimoniale. 

Supponendo quin.li che la scrittura doppia fosse conosciuta ancln^ 
dagli antichi, non dobbiamo immaginarcela quale attualmente l'abbiamo 
noi. 

Ricordiamoci che lino a pochi anni or sono, la Ragioneria non In 
che xxix'arte, ristretta - nel concetto dei più - alla sola tenuta dei 
libri; fu xxv^arte, senza un'idea bene definita del proprio organismo e 
il perno su cui girava tutta la modesta sua funzione, era questa scriiturn 
doppia, nata quando e dove, nessuno lo sa di preciso; ma esistita certa- 
mente, anche quando non si sapeva di averla. 

Ora, noi non vogliamo spingere la supposizione fino a credere, che 
se 1 romani praticavano una scrittura bilanciante, dovessero anche a- 
verne rintracciate le ragioni ultime, (Ino a ricavarne una teoria qua- 
lunque. 

Ma quando poniam mente, che dai .300 ai 400 anni prima ancora che 
un Degranges, un D'Anastasio, un Grippa, un Marchi, un Gerboni o un 
Resta, ci dassero delle teorie, un Paciolo ci aveva dato una descri- 
zione completa di questo metodo, e nella pratica la partita doppia era 
diffusissima, noi siamo portati a credere che la sua antichità vada di 
parecchi secoli oltre i limiti soliti che gli si fissano; perchè l'evidente 
semplicità della formola su cui essa si basa è tale, che non si può a 
m-iori negare che in antico funzionasse un congegno qualsiasi di scrittu- 
razioni a base di bilancio costante, né l'intuizione di formola tanto eie- 
mentare, che sta dall'azienda più semplice alla più complessa e colossale, 
doveva dipendere dagli ordinamenti sociali, o da rivolgimenti politici o 
religiosi; fatti e circostanze queste, che dovevano bensì influire sul I(» 
sviluppo del pensiero computistico, ma non su quella meccanica o mate- 
rialità scritturale, che formò Varie de' computisti, prima ancora che la 
scienza de' trattatisti. 



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Capitolo Mono 



APPUNTI STORICI 
SULL'ORIGINE DEGLI ENTI ECONOMICO - AMMINISTRATIVI 



-%9>i» Sulla storia e sulla classifìcazioue degli enti aziendali. - Distinzione basata 
sul fine diverso cui le aziende s'informano. — 4tO» Le antiche città italiane seguirono 
l'ordinamento amministrativo romnno. - I Comuni. - Le Parrocchie. - I Consoli. - Il Po- 
destà e gli Assessori. - I Corpi d'Arte. - Il Consiglio del Comune. — SO» Gli enti di vita 
domestica. - La forma feudale di proprietà dopo il 1000. - Il rifiorimento agricolo. - Le 
aziende mercantili. - La carta moneta.- I Monti pubblici. - Le Compere. • Le Gasane. - La 
grande industria. - La nobiltà della seta e della lana. — 4SI» Il ».entimento della carità 
e del fratellevole HJuto. - Corporazioni operaje dell'antichità. - Il M. S. in Grecia. - I Col- 
legi romani. - I Maestri Comacini. - Le pie istituzioni. - Le Assicurazioni. — S%&» L'i- 
struzrione e le scuole celebri dell'Antichità. - Le Università italiane. - Privilegi e immu- 
nità agli studenti. - Gli em.oIumenti ai Professori. — S50» Nuovo indirizzo della coltura 
nel XVIII secolo. - Gli enti pedagogici e <U vita superorganica. 



48. Un esame storico sulla formazione degli enti economieo am- 
ministrativi, porterebbe da solo a uno studio cosi vasto, da fornire 
materia a una storia speciale, ad un volume per mole più poderoso di 
quello che importerebbe una storia analitica della Ragioneria. 

tt II mondo aziendale — scrive il Cerbooi (1) — per sua natura è 
molto complicato e costituito di elementi innumerevoli e diversi; che 
si intrecciano, si sovrappongono e si urtano, cosicché poco si presta 
ad un esame scientifico e completo, tanto più che si tratta di fenomeni 
e di fatti che sono di natura loro biologici e quindi dei più difficili 
ad essere ben determinati e spiegati. y> 

Noi non vogliamo già spingerci ad un esame scientifico e completo di 
questo mondo, così disforme e così vasto ; tanto vasto, che nessuno 
potrebbe dire quanti enti-tipi vi si agitano, sotto le più o meno men- 
tite spoglie di organismi amministrativi. 



(1) G. Gerboni - La Bagioneria scientifica - pag. -205. 



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20 



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290 



STORL\ DELLA RAGIONERLV ITALLVNA 



CAPITOLO NONO 



391 



Da uno spoglio sulle statistiche dei contribuenti fondiari e di ric- 
chezza mobile, il Gerboni desunse (1) che in Italia oltre alle aziende 
pubbliche, e cioè quella dello Stato, 69 di Provincie e 8296 di Comuni, 
altre ve ne sono per circa 45 mila di semi pubbliche (opere pie ed 
enti ecclesiastici), e circa 1.400.000 fra enti privati e collettivi, cioè 
ira aziende patrimoniali, industriali e commerciali. 

Ma se il tema è assai vasto e arduo n'è 1' esame scientifico, noi 
crederemmo incompleta quella storia della nostra scienza, che anche a 
I grandi, a grandissimi tratti, non riassumesse le vicende storiche prin- 
cipali, che delineano l'ambiente entro cui il pensiero computistico trovò 
la sua ragion d'essere e il suo sviluppo. 

Ed è perciò, che in pochissime pagine, abbiamo voluto raccogliere 

non la storia di quegli enti, ma alcuni appunti storici che li riguardano. 

/ Una classificazione degli enti, che al pensiero computistico danno 

; vita e materia, era ed è data dalla vecchia scuola, che li riassume in 

tre gruppi massimi: aziende pubbliche, semi pubbliche e private. 

Ma veramente, quella denominazione di semi-jmbbliche è così in- 
determinata ed ambigua, che volendo, si presterebbe anche alla allegra 
equiparazione fatta da un filosofo burlone, il quale prendendo le due 
parole semi-vivo e semi-morto, e basandosi sul principio che se due 
metà sono eguali fra loro, anche i rispettivi interi sono fra loro eguali, 
arrivò alla conclusione che un uomo morto è eguale a un uomo vivo. 

Il prof. Giovanni Rossi, forte campione della nuova scuola, nella 
poderosa opera 1' Knte economi co-amministrativo (2), dà anch' egli una 
classificazione, basata sul fine diverso cui gli enti s'informano, e ar- 
riva a questi sei gruppi massimi : 

V Enti di vita pubblica (Stati, Provincie, Comuni, e questi in 
Comuni rurali e Comuni urbani). 

2" Enti di vita domestica (famiglie popolane, borghesi, ricche, 
opulenti). 

a*' Enti di vita economica propriamente detta (enti di semplice 
industria reale od industria immateriale, imprese di produzione, im- 
prese di circolazione, imprese di credito). 

4" Enti di provvidenza, di previdenza e sicurezza economica (opere 
pie, assicurazioni, pensioni, mutuo soccorso, beneficenza). 



(1) Vedi : O. Cerlioni - Conferenza al Collegio dei Ragionieri di Roma tenuta il 18 
Marzo 1886Ì - Roma Eredi Botta. 1881. 

(2) Reggio Em. Tip-Artigianelli 1882. 



5» Enti pedagogici (istruzione elementare, istruzione media, istru- 
zione superiore). 

6° Enti di vita superorganica (scientifici, religiosi, transito! i). 

Noi verremo ora ad un rapido esame storico sull'origine e forma- 
zione di questi enti. 

40, __ Le città italiane, fino da più antichi tempi s'amministra- 
vano da sé. Anche quando Roma le ebbe tutte soggette e mandò suoi 
Magistrati speciali a reggere le provincie, le città ebbero la facoltà di 
reggersi da sé. E pur uniformandosi sempre agl'interni ordinamenti di 
Roma, talché quando nella città dominalrice l'autorità suprema venne 
tolta al popolo e data al Senato, indi al piincipe, anche nelle città sog- 
gette la direzione degli affari passò dal popolo alla Curia, ossia agli 
Ottimati riuniti in corpo; pure — diciamo — le città rimasero am- 
ministrativamente indipendenti. 

Il Municipio era rappresentato da Duumviri o Quattuorviri, che 
reggevano la Curia alla quale il governo imperiale, per assicurarsi la 
riscossione dei tributi e l'amministrazione dei municipi, dava in appalto 
la riscossione stessa. Sicché la Curia finì per essere un potere inter- 
medio fra Stato e Cittadini. 

Nell'epoca barbarica l'elemento cattolico mantenne nelle città una 

forma dì municipio. 

Le immunità e i privilegi temporali concessi ai vescovi ed abati 
servivano di primo passo verso la libertà dei Comuni, giacché in ta- 
lune città gl'imperatori resero vescovi ed abati immuni dall'autorità 
del conte, in altre furono essi stessi investiti dell'autorità di questi. 

Nel 961 Ottone il Grande conferiva privilegi e feudi all'Arcive- 
scovo di Milano e ai principali cittadini la dignità di Capitani e di 

Valvassori. 

E intorno a quest'epoca, in Milano, si radunano i vicini di cia- 
scuna parrocchia, e deliberano sui comuni interessi. 

Già fino dal 6° secolo la parrocchia costituiva nelle campagne 
una comunità, che doveva radunarsi e deliberare intorno agli affari 

temporali. 

Un decreto di Clotario II (584-628) stabiliva che chi in un dato 
territorio avesse patito danno, dovesse essere risarcito dal capo e da- 
gli abitanti di questo territorio. 

E in Francia, anche dopo la costituzione de' nuovi Comuni, con- 
tinuarono a ch'amarsi scabini coloro che in Italia si dissero credenzieri^ 






§ 



292 



STORU DELLA EAGIOXEBIA ITALIANA 



CAPITOLO NONO 



293 



I 



consighen o savii. E gli scabini, rappresentando il popolo ne' giudizi 
rappresentavano, come istituzione, un principio essenzialmente municipale' 
Dopo 1 1000 gli abitanti delle città italiane, erano divisi, come 
SI disse ne le quattro classi di Vassalli, Valvassori, Cives od uomini 
liberi e \olgo, delle quali soltanto le due prime imperavano: l'altre 
due eran passive. 

Tra Valvassori e Vassalli nacquero contese perchè i primi pretende- 
vano che ad essi pure fossero lasciati in eredità i feudi cosi come ai 
Vassalli. 

Ariberto, arcivescovo di Milano, capo dei Vassalli, invocò l'autorità 
dell' Imperatore Corrado, il quale anziché aiutarlo, lo dichiarò prigioniero 

L'accorto arcivescovo seppe approfittare del momento per toccare il 
sentimento nazionale: e chiamate tutte le classi della cittadinanza mi- 
lanese a ribellione contro il tedesco che gli moveva opposizione ed of- 
tesa, die' vita a un generale movimento di reazione; le citta italiane 
SI armarono, si fortificarono, si cinsero di mura, s'organizzarono a vita 
municipale. Ne conseguì che a mettere un argine alla preponderante 
invadenza dei grandi Vassalli, al posto dei Conti furono nominati citta- 
dim autorevoli col nome di Consoli, i quali erano giudici e ammini- 
stratori in tempo di pace, condottieri in tempo di guerra. E cosi a poco 
a poco risorsero gli antichi municipi romani ; cosi ebbero origine i Co- 
muni, che ordinati a maggior libertà, dovevano portare a uno sviluppo 
del commercio e dell'industria, ammassando grandi ricchezze pubbli- 
che e private. 

In progresso di tempo, e precisamente dopo il Trattato di Costanza 
(1183), Il potere esecutivo fu tolto ai Consoli e passato a un forestiero 
chiamato potestà, che doveva giurare le leggi o statuti della città pre- 
siedeva 1 Consigli e a mezzo de' suoi assessori giudicava le cause cri- 
minali. Verso il 1250, temendosi che in tale larghezza di autorità il 
potesU potesse aspirare alla tirannide, si divisero le funzioni fra lili e 
un Capitano del popolo, scelti fra gentiluomini di città amica. 

La cittadinanza, che originariamente era divisa per quartieri o 
sestteri, e suddivisa in parrocchie o contrade, venuta in seguito divisa in 
corpi d'arte, ciascuno dei quali aveva la propria bandiera, i suoi capi 
i suoi statuti e il suo tesoro. ' 

Già vedemmo come in Firenze Paolo Dagomari o Mastro Dall'Ab- 
baco, fu Priore delle arti, ne' mesi di Maggio e Giugno del 1363. 

Tanto nelle città libere come nelle città suddite, il Consiglio del 
Comune variava di numero secondo la grandezza e l'importanza delia 
città, da GO fino a 200, 300 e più magistrati. 



In qualche città, come per esp. a Firenze e Genova, era il pic- 
colo Consiglio, che dividevasi in più magistrati, i quali, all'uso romano, 
pigliavano il titolo dal numero e dall'ufficio. 

Cosi a Genova il Consiglio era composto dal Doge e da XII Anziani. 

Le deliberazioni si prendevano o ad sedendum et levandum o a fave 
bianche e nere ; a Pisa con denari bianchi e gialli; a Genova a pallot- 
tole a sassolini bianchi e neri. 

50. — Ma prima ancora che si organizzassero amministrativa- 
mente gli enti di vita pubblica, in linea storica appare evidente l'or- 
ganizzazione di quegli enti, che il Rossi classifica di vita domestica e 
di vita economica propriamente detta. 

E diciamo evidente, inquantochè Stato. Provincia, Comune altro 
non sono che ordinamenti giuridici della società. 

liO stato riposa su leggi naturali così come vi riposa la famiglia: 
nò può organizzarsi quello se prima non è organizzata questa. 

Un' indagine simile però, ci porterebbe a tempi così remoti, da 
escire da quei limiti che possono interessare la presente storia ; epperò 
parlando nei capitoli precedenti degli ordinamenti della proprietà, come 
pure svolgendo nella prima parte, la storia dell'aritmetica, vedemmo 
com.e traessero origine e si sviluppassero le aziende domestico-patrimo- 
niali, e le commerciali. 

Quando per ovviare alla mala coltivazione dell' agro pubblico, i | 
romani lo cedettero in locazione o perpetua o a lunga scadenza, diedero \ 
origine all'enfiteusi, che dai beni costituenti il patrimonio dei templi, 
da quelli demaniali, e da quelli privati del principe, si estese ai beni 
dei privati cittadini. | 

Dall'enfiteusi, alla colonia parziaria e — più tardi — al sistema 
feudale, si ha tutto il passaggio storico delle primitive forme di prò- 
prietà, le quali forniscono pure un criterio sull'evoluzione storica delle 
diverse forme di aziende domestico-patrimoniali. 

Dopo il 1000 la forma feudale di proprietà assorbì tutte l'altre 
forme : le gabelle, i censi, gli animali e perfino il diritto di esercitare 
un mestiere, tutto era dato in feudo. 

I vincoli, le restrizioni erano siffattamente tante, che quasi nessuno 
possedeva proprietà perfetta; da ciò conseguiva che i contratti in ge- 
nere erano vari e i prestiti di danaro portavano a interessi talvolta 
perfino del 40 '7,,. 

Le censure ecclesiastiche erano il mezzo più potente per indurre 



294 



STOAIA. DELLA BàOIO^££U ITALIANA 



i debitori morosi a pagare. Guglielmo di Rossiglione Sire d'Alamand, 
fu scomunicato per un debito verso Amedeo Vili. ' 

A conseiruire il pagamento difficile di un credito si ottenevano dal 
principe lettere di rappresaglia, in forza delle quali il creditore poteva 
arrestare il debitore e confiscare non solo i beni di questi, ma pur 
quelli dei sudditi e de' suoi concittadini. 

Nel 1409 Giovanni Marchiandi, figlio di Guicciardo cancelliere di 
Savoia, fu arrestato a Firenze per un debito di 1000 fiorini, che aveva 
con Buonacorso Pitti. E nel 1346, per un debito di 80 mila fiorini che 
la compagnia del Buonsignori aveva con la Chiesa romana, fu posto 
l'interdetto a Siena; sicché l'intera città dovette subire il peso del 
mancato pagamento da parte di alcuni suoi cittadini. 

Tutto questo dimostra le restrizioni che impedivano il perfetto 
sviluppo della proprietà: nei soli franchi nllodii il diritto di proprietà 
era pieno ed assoluto: ma essi eran scarsi, ed anche quei pochi eran 
bene spesso assorbiti dal vicino più potente. 

Eran detti cittadini allodiali quelli agiati ma non nobili, che co- 
stituivano cioè la classe borghese, le cui case, nei comuni liberi, non 
potevan esser vendute, ma eran tenute con ragione d'allodio, cioè 
restavano come pegno al comune per gli obblighi di cittadinanza. 

Ma se tutte queste restrizioni ostacolavano il diritto di proprietà, 
ciò non toglie che nel rifiorimento specialmente agricolo per opera dei 
Comuni, le aziende venissero assestandosi, e le possidenze si organiz- 
zassero amministrativamente. 

Certo è che dopo il 1000, le prime a organizzarsi potentemente 
furono le aziende mercantili e industriali. 

Di tutto il rinnovellamento nelle scienze, nelle arti, nei commerci 
e nelle industrie dopo quest'epoca memorabile e venendo fino al XIV 
secolo, abbiamo avuto occasione di accennare nella Prima parte, svol- 
gendo la storia dell'aritmetica. 

Non ripeteremo quindi le cose già dette. 

Il lavoro e la produzione, specialmente nelle città libere, rette a 
repubbliche, era un bisogno cosi naturale e universale, che doveva 
necessariamente portare a uno stato di grande prosperità. 

I commercianti moderni molto invero avrebbero da imparare dai 
mercanti d'allora; tutta gente di un'attività e di un coraggio senza 
pari, e di una coltura da far arrossire gli sgrammaticati e miseri ban- 
carottieri, che costituiscono tanta parte del commercio d'oggidì. 

dove mai si troverebbe adesso un Megollo Lercari, mercante 



CAPITOLO NONO 



295 



genovese, che nel 1389, osò solo misurarsi contro un imperatore greco 
e pur dopo la vittoria, diede tanto esempio di generosità e di modestia? 
Dove mai si troverebbe ora, che pur tanti comodi e^ veloci 
mezzi di comunicazione si hanno e per terra e per mare, mercanti 
come quelli del XIV secolo, che dalla Norvegia alla China, esplora- 
vano tutto il mondo conosciuto, ed usi, costumi, monete, misure, lin- 
gue, leggi conoscevano d'ogni luogo, mentre ora a stento si conoscono 

quelle del proprio paese ? 

dove mai troviamo oggi trattati importanti di Mercatura, quale 
per esempio quello che risale al 1250, il Liher secretarum fidelium 
crucis di Marin Sanuto, che può dirsi un trattato del commercio e 
della navigazione di quell'età, o l'altro più importante, che nel XIV 
secolo diede il Francesco Pegolotti Balducci, fattore della Compagnia 
de' Bardi di Firenze ? 

In tale sua qualità il Balducci ne' suoi viaggi reeavasi in China 
per comperarvi seta, e là trovò l'uso della carta-moneta, di cui nella 
sua ^^ Pratica della mercatura,, dà queste notizie: 
a Tutto l'argento che i mercatanti portano e che va al Gattajo (1) 
il signore del Gattajo lo fa pigliare per sé e metterlo in suo tesoro e 
mercatanti che luì portano, ne dà loro moneta di pappiero, cioè di 
Ciirta gialla coniata della bolla di detto signore, la qual moneta si 
appella'' bobisci, della qual moneta puoi e trovi da comperare sete e 
ogni altra mercatanzia, e cose che comperare volessi; e tutti quegli 
del paese sono tenuti di prenderla, e già però non si sopracompera 
la mercatanzia, perché sia di pappiero, e de la detta moneta ne sono 
di tre ragioni, che l'una si mette per più che l'altra, secondo che 
sono ordinate a valere per lo signore. « 

Di carta monetata in Italia, si ha una prima notizia a Milano 

nel XIII secolo. 

Successivamente, nel secolo XIV si hanno a Firenze dei debiti 
pubblici come si dicevano, monti: uno nel 1336, dopo la guerra con 
Mastino della Scala; un altro nel 1353 dopo la guerra coi Pisani, 
per una somma di 800 mila fiorini pari a Lire 17222^20, coll'interesse 
di un danaro per lira al mese. 

Fin dal 1150 Genova cedeva ad alcuni cittadini la privativa dei 
banchi di Cambio coll'obbligo di tenerne otto. 



(l) Cosi era denominata la China dagl'italiani prima clie i portoghesi le dassero que- 
sto nome. 



296 



STOEIA DRLLA EàGIONEBIA ITÀLIiLNA 



Al creditori del comune furono concesse alcune gabelle- il cpi- 
tale non veniva mai restituito, ma era diviso in titoli, denominati 
con^jre, s.m.li alle moderne azioni, le quali si negoziavano come de- 

E nel 1408, a Genova, dalla fusione di tutte le moltissime e di- 
sparate compere che trovavansi in circolazione, trasse origine e vita il 
famoso Banco di S. Giorgio che amministrava appunto la massima 
parte delle entrate del comune. 

La speculazione su questi titoli era diventata così forte da creare 
veri giuochi di borsa; tanto che a Firenze, nel 1371, se ne moderò 
la toga ponendo una tassa sulla vendita dei fondi pubblici. 

Fino dal XII secolo in varie città d'Italia eranvi banchi di pre- 
stanza e cambio, chiamati casane. 

Fu specialmente nel XV secolo, che i prestatori privati andarono 
scemando e si videro in loro vece organizzarsi e sorgere banchi rego- 
larmente costituiti. ^ 

Tuttavia, case importanti e potenti, adibite anche al servizio di 
re e di pnncipi, già funzionavano mirabilmente prima del 1400- e vi 
erano le compagnie de' Bardi, de' Peruzzi, de^ Frescobaldi a Firenze, 
de Balardi a Pisa; de' Salimbeni a Siena. 

La ricchezza di questi ultimi era tale, che comprendeva sedici 
casane le cui entrate erano tutt« amministrate da un solo Camerlenao 
che nel 1357 era Benuccio di Giovanni Salimbeni. Essi avevano anche 
miniere di rame e d'argento. 

I Peruzzi nel 1303, tenevano banco oltre che a Firenze, anche 
a Chiarenza, nel principato d'Acaja. Nella stessa epoca, i Balardi ave 
vano banco anche a Parigi. 

A Douvres e Cantorbery eranvi banchi di Giovanni Vanno e Soci. 

A dare un'Idea del movimento d'affari di questi banchi, basterà 
dire che al epoca del fallimento de' Bardi e de' Peruzzi, banchieri del 
re d Inghilterra, essi erano creditori di questo re, di 1.365.000 fiorini 
corrispondenti a più che 28 milioni di lire nostre. 

E nel 1358 i Salimbeni comprarono da un mercante di Soiia un 
gran blocco di mercanzie per 115 mila fiorini, (circa L. 2.300.000) 
Essi aprirono tre fondachi per la vendita all'ingrosso ed al minuto e 
m un anno avevano rivenduto quasi tutto. ' 

1 f ì^"T^ ^.^^'''' ^^"^'^ ^''°''°*' ^^«°^» « ^'«°ez»a eran celebri per 
le fabbriche di panni e drappi di seta. 

250 ZuT' J"^"^^"' ^^'°''^* °' °^'°^"^* ^° Lombardia per circa 
^ou mila ducati all'anno. 



CAPITOLO KONG 



297 



La grande industria aveva uno sviluppo degno di nota, per quanto 
ostacolata da pregiudizi e restrizioni d'ogni sorta. 

Gli Statuti di Venezia, per un esempio, prescrivevano che allor- 
quando un artigiano, a detrimento della Bepubblica portava l'opera sua 
in paese straniero, gli doveva anzitutto esser fatta l'ingiunzione di ri- 
tornare in patria ; se rifiutavasi, si mettevano in carcere i suoi pa- 
renti; e se malgrado ciò persisteva nel rifiuto, il governo ordinava a 
un sicario di ucciderlo ; e soltanto dopo la sua morte i suoi parenti 
riacquistavano la libertà. 

Queste restrizioni alla libertà industriale miravano però, sotto un 
certo punto di vista, a favorire i progressi delle Arti paesane, precisa- 
mente come la proibizione di esercitare simultaneamente più profes- 
sioni, mirava ad accrescere i benefici della divisione del lavoro. 

Ed ecco sorgere gli opifici : ecco crearsi la nobiltà della seta e 
della lana : ecco Venezia, Genova, Pisa, Firenze e la Sicilia rivaleg- 
giare nel commercio e nell'industria. Nel 1338 erano in Firenze due- 
cento botteghe d'arte della lana, che fabbricavano da 70 a 80 mila 
panni all'anno, per un valore di circa 1 milione e 200 mila fiorini 
(L. 25 milioni circa) di cui un terzo rimaneva per la lavorazione iu 
città, dando guadagno a più di 30 mila lavoratori. 

E Bologna, Milano, Verona, Padova e altre città ancora distingue- 
vansi per quest'arte. 

I panni fini venivan di Francia, di Fiandra, di Brabante; e in Fi- 
renze si ritingevano, si miglioravano e aumentati delle spese di ga- 
belle, di viaggi e di lavorazione si rivendevano in Italia e fuori. 

E ciascun panno portava in testa una carta su cui dovevasi se- 
gnare tt la spesa di primo costo, del denajo di Dio^ del recarli a casa, 
del tingerli o ritingerli, del cardarli, cimarli, spianarli^ affettarli o 
piegarli^ della bandinella, della maletolta, del teloneo, dell'uscita alle 
porte, del legaggio, caricaggio, ostellaggio e vino e d'ogni altra spesa 
die occorresse ». (l) 

Già fin dai tempi di Giustiniano (550) erasi introdotto in Europa 
il baco da seta. Nella Spagna e nella Sicilia, i Saraceni propagarono 
l'industria della bachicoltura. Dal XVIII secolo in poi essa prosperò 
rapidamente in gran numero di città italiane. 

Nel 1327 Modena ordinava che in ogni luogo cinto si dovessero 









(1) Della mercatura de' fiorentini . 



298 



STORIA DELLA RAGIONEBIA ITAUANA 



CAPITOLO NONO 



299 






piantare almeno tre gelsi ; Firenze nel 1440 orainava ad ogni proprie- 
tario di fondi di piantarne almeno cinque. Nella sola Bresciana, Ago- 
stino Gallo (1499-1570) scrisse che ogni anno se ne piantavano milioni 
addirittura. 

E il setificio fiorì in Italia e fu una delle fonti di quelle immense 
ricchezze che s'ammassarono in quell'epoche. Il più antico libro della 
matricola di quest'arte in Firenze è del 1225. 

51- — Così mentre la natura socievole dell'uomo e le necessità 
amministrative della convivenza politica, creavano gli ent di vita 
pubblica, e la « gran molla del tornaconto personale » poneva le basi 
agli enti di vita domestica, o di vita economica propriamente detta; 
altri sentimenti, insiti nella natura umana, la carità — che come 
disse Pitagora, innalza i mortali a divenir quasi simili a Dio — e il 
fratellevole ajuto, davano origine e vita a un altro genere di istituzioni, 
che in progresso di tempo dovevano rivestire necessariamente un carat- 
tere proprio di enti aziendali. 

Ne' tempi più remoti, quando la società umana era contristata 
dalle divisioni in caste, e nemmeno il sentimento religioso valeva a 
sollevare il povero, oppresso, diseredato, angariato in ogni modo, il 
mezzo più naturale e semplice che s'affacciò a questi deboli per di- 
fendersi contro la prepotenza e l'egoismo dei ricchi, fu quello di unirsi 
e di contrapporre la forza del numero alla potenza dei mezzi. 

Ed ecco già fino da 2000 anni prima di Cristo, sulla testimonianza 
del poema di Valmici, il Ràmdjana^ apparire nella vita indiana cor- 
porazioni operaje, che avevano i loro vessili in Ayodhya, la capitale 
degli Icsvacnidi. 

Delle associazioni di mutuo soccorso in Grecia, abbiamo già ac- 
cennato, e di esse è Teosfrato che ne parla. 

Dunque, già tre secoli prima di Cristo, la previdenza erasi orga- 
nizzata in modo che contro le sciagure imprevedute, provvedevano gli 
associati mediante un fondo comune costituito da contributi mensili. 

E queste associazioni o Collegi^ come allora dicevansi, appariscono 
anche in Roma ai tempi di Numa Pompilio; e ad ogni modo se ne 
hanno prove sicure, anzitutto nella legge ottava delle XII Tavole, che 
disponeva : 

Sodales legem qiiam volent, cium ne quid ex publica lege corrumpat, 
slbi ferunto (abbiansi i sodali la legge che vogliono, purché non ne sia 
corrotta la legge pubblica). 



E più tardi nel Digesto appariscono leggi punitive per quelle so- 
cietà che si formavano allo scopo di far rincarare i prezzi dei generi 
e perfino per coloro che, mettendosi d'ae«;ordo, ritiravano e distrugge- 
vano per non rivenderle, le merci acquistate sul mercato, o ne ritar- 
davano la vendita in attesa di annate cattive. 

Queste disposizioni della legge romana dimostrano quindi che lo ] 
spirito di associazione doveva essere assai progredito; e che non 
s'arrestava soltanto al concetto del mutuo soccorso, ma estendevasi 
anche a quello della speculazione o, se vogliamo, della camorra. ' 

E Roma ebbe il Collegio dei plstorii o fornai; dei suarii o pizzi- 
cagnoli; dei pecuarii o beccai; dei navicularli o barcaiuoli; dei basta- 
garii carrettieri; dei calcis cottores o fornaciai; dei linteones o 
tessitori; dei gynaecìarli o appaltatori di filatrici o cucitrici; dei 
murileguli o tintori in porpora; dei vini susceptores o vinai; degli 
olei susceptores od oliandoli e d'una infinità d'altri, si può quasi dire 
uno per ogni genere di mestiere. 

E a questi Collegi venivano fatte donazioni. 

Così da un'iscrizione pubblicata dallo Spon, si rileva come la 
ricca matrona Salvia Marcellina, nel 154 dopo Cristo, donava al Col- 
legio d' Esculapio e d' Igea un luogo per erigere una Cappella sulla 
Via Appia, e molto danaro per feste e commemorazioni; e ciò per 
onorare la memoria del defunto marito Marco Ulpio Capitone. 

I collegi romani scomparvero a poco a poco con la caduta del- 
l'impero romano; ma la loro organizzazione doveva più tardi servire 
di norma e guida alle associazioni del medio -evo, da cui trassero poi 
vita le moderne, che s'informano a uno spirito di fratellanza e d'a- 
more quale doveva scaturire dalla nuova organizzazione sociale, portata ' 
dalle esigenze dei nuovi tempi impostisi con la rivoluzione francese. 

L'associazione in cui molte leggi e consuetudini romane eransi 
conservate, e che ebbe norme speciali dai re longobardi e protezioni 
e privilegi dai papi, fu quella dei Magistri Comacini, la più antica 
dopo i Collegi Romani, dei quali forse fu una continuazione. 

Quest'associazione trasse origine nella diocesi di Como, che com- 
prendeva anche i distretti di Mendrisio, Lugano, Bellinzona e Magadino ; 
e univa in corporazione muratori ed architetti. 

La sua estensione era così vasta, che comprendeva a quel che 
pare, quanti attendevano all'arte costruttrice in Italia, Inghilterra, 
"Fiandra e Normandia. 

I magistri comacini fissarono le mercedi, si governarono da loro 
stessi, e l'un l'altro si chiamavano col nome di fratelli. 






300 



STORIA DFXLA ILVGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO KONO 



301 



sa 



l ■ 



Vuoisi da taluno trovare in quest'associazione l'origine della 
Massoneria. (1) 

Comunque il sentimento della previdenza, della provviaenza e della 
canta abbia potuto esplicarsi nei tempi remoti, certo è che lo sviluppo 
maggiore doveva riceverlo dalle grandi riforme del Cristianesimo, prò- 
clamante l' uguaglianza degli uomini, tutti fratelli in faccia a Dio 
Ed ecco lo spirito di carifà religioso venire in ajuto all'umanità 
« Qua sopra un grosso fiume costruivasi un ponte — scrive il 
Cibrario (2) - e a capo di esso un ricovero di pellegrini, ed una 
chiesetta; e a guardia del passo ed al pietoso ufficio di spedalinc^hi 
erano deputati li cavalieri del Tempio, come a S. Egidio di Monca- 
lieri. Là al varco di un infido torrente teneasi una barca con noc- 
chieri che tragittassero i poveri per amor di Dio, come alla Badia di 
Stura appresso a Torino; ed i monaci di Vallombrosa aveano cura di 
quel caritatevole uffizio e del vicino ospedale. 

'^ Nei difficili passi dell'Appennino e de' Pirenei, nelle gole selvagge 
e gelate delle Alpi, la carità cristiana vegliava a prò dei viandanti- e 
dalle tremende altezze del Montegiove (^ran S. Bernardo), del Monte 
della colonna di Giove (piccolo S Bernardo) e del Moncenisio, stendea 
le braccia all'universo ogni cattedrale, ogni monastero avea an- 
nesso uno spedale o pei pellegrini ( xenodochium ) o per i vecchi 
( fferontoconuum ) o per gli orfani (orphanotrophium) o pe' mendici 
{ ptocotrophmm ) o pe' malati { nosocomium ) o pe' fanciulli poveri 
{brephotrophium) o come ora si direbbe sala d'asilo. I diaconi aveano 
1 amministrazione di teli ospizi, onde siffatti uffici si chiamavano 
diaconie. 

« Il primo ospizio pe' fanciulli esposti, vittime innocenti della lus- 
suria della seduzione, fu istituito nel 787 da Dateo arciprete di 
Milano. Lo spedale di S. Spirito fondato a Mompellieri nel 1070 da 
Olivieri de la Tran riceveva eziandio i fanciulli esposti. Nel 1210 
Innocenzo Ut privilegiò una casa pei trovatelli fondate a Gerusalemme 

dai cavalieri di S. Spirito Due ospizi furono fondati circa 1' 838 

da Alrico vescovo del Mans. uno con una chiesa, onde ricevervi vescovi 
conti, abbati e chiunque vi giungesse, era presso la Sarta, in capo al 
ponte di S. Maria. 

« L'altro presso alla cattedrale pe' poveri, ciechi, storpiati, este- 
nuati, colpiti da altre infermità, o dalla miseri^». « 



(1) e. Romussl - II libro dello società operaie - Milano 1886. 

(2) L. Cibrario - L' Ec. poi. nel H. E. Lib. II Gap. Ili 



Ed è ancora in quest'epoca, che trovano estesa applicazione i 
contratti d'assicurazioni pel trasporto delle merci e del danaro, contro 
un premio che variava dal 6 al 15 per cento. 

Ce lo dice il già citato Pegolotti Balducci nel Trattato della mer- 
catura; contratti che venivano designati con le formole: a valori in 
terra — a rischio di gente e di mare — a tutto periglio di mare o di 
gente, di foco o di corsali. 

L'idea di assicurazione sembra sìa cominciata ad esser messa in 
pratica con l'assicurazione marittima. 

Loccennio e Puffendorfio fanno rimontere l'uso delle assicurazioni 
marittime all'epoca romana, basandosi sopra un testo di Tito Livio, il 
quale, nel libro XXIII cap. 49 delle Historie, parlando della seconda guerra 
punica, accenna alle promesse che il governo faceva ai naviganti che 
s'obbligavano a trasporterò munizioni in Ispagna, di indennizzarli in 
caso di perdite subite durante il viaggio, sia per avarie di mare, sia 
per opera del nemico (1). 

Il Molynes, ne fa salire le origini ai tempi dell'imperatore Claudio. 

Ma comunque questi contratti dell'antichità mancano delle forme 
di una vera assicurazione. 

Essa nacque dal complesso di tre elementi essenziali: un rischio, 
un'indennità, un'associazione. 

Questi elementi non potevano trovare un'esplicazione estesa, se 
non col movimento commerciale sorto dai rivolgimenti verificatisi 
dopo il 1000. 

Certo è che più antica dell'assicurazione marittima, fu l'assicuia- ' 
zione contro la mortalità del bestiame. ^ 

Leone WoUemborg, basandosi sopra un passo di Bava Camà, che 
fa parte del Talmud di Babilonia, e che tratte dei provvedimenti usati 
tra il 3° e il 4*' secolo dalle carovane dei^ mercanti contro i pericoli 
che le insidiavano attraverso il deserto, assevera che gli antichi ebrei / 
<lella Palestina praticavano l'assicurazione contro la perdita del/ 
bestiame. 

Nell'epoche greca e romana, nessuna traccia si ha di questa ■ 
assicurazione; mentre ricomparisce nel medio -evo. 

Le gilde londinesi del X secolo si costituirono per la difesa co- 
mune contro le rapine e i furti di schiavi e di bestiame. 






I 



(1) Bario e Cantelli 
Milano Voi. I 



— Assicurazione — nell' Encicl. di Amm. Ind. e Comm. — 



, * 



302 



STORIADELIA RAGIONERIA ITALIANA 



CA.PITOLO XOKO 



303 



' 1 



■4. 



Un'assicurazione obbligatoria comunale esisteva in Islanda nei 
XII e XII [ secolo. 

Ma l'impulso maggiore all'idea assicuratrice, doveva venire dal- 
l'associazione dei capitali, cui fecero ostacolo ancora, sui primordi, le 
leggi canoniche che proibivano l'impiego del danaro a scopo fruttifero. 
Fu l'Olanda la prima a sorvolare su queste proibizioni, e nel 1602 
/istituisce la prima Società per azioni: la Compagnia Olandese delle 
I Indie Orientali ; cui seguì nel 1613, in Inghilterra, la Compagnia 
Inglese delle Indie Orientali; una terza nel 1629 ancora in Olanda, 
e una quarta nel 1668 in Francia. 

Ma nessuna attecchì, per la poca preparazione a un tal genere 
d'associazione. 

Già in Inghilterra nel 1066 esistevano a Cambridge e ad Exter 
società create allo scopo di ajutare gli associati nei loro bisogni indi- 
viduali, derivanti dai sinistri del fuoco, dell'acqua, del furto, delle 
malattie ecc. 

La società di Santa Caterina, fondata a Conventry nel XIV secolo, 
fu una di queste; e da esse dovevano poi scaturire le Friendey so- 
cietes (società amichevoli) e le Trade's Union (società professionali) 
che furono il primo germe delle assicurazioni sulla vita. 

Ma come si vede, l'ente assicurativo trova la sua origine vera 
in epoca a noi molto vicina: e se il principio di associazione a base 
di previdenza è assai antico, e seppe successivamente organarsi in 
disposizioni legislative e in opere pregevoli quali quelle del Pegolotti, 
dell' Uzzano, del Santerna, dello Straccha, pure fu solo dall'organismo 
moderno eh' ebbe quello sviluppo da cui sorsero le potenti compagnie 
d'assicurazioni marittime, terrestri, contro gl'incendi, la grandine, la 
vita, le disgrazie accidentali ec^-. che formano tanta e si imponente 
parte del nostro mondo aziendale moderno. 

SS. — Ma un altro sentimento ancora è insito nella natura umana. 
« Quanto noi abbiamo imparato - dice il Mantegazza - dobbiamo insegnare 
a chi non sa ancora ; in questo modo paghiamo un debito sacrosanto. » 

Ed ecco fin dai più remoti tempi organizzarsi l'istruzione; ecco 
sorgere scuole, enti educativi, vere aziende a base di capitale intel- 
tettuale. 

Dall'antiche classi sacerdotali dell'Egitto, depositarie del sapere 
antico, noi vedemmo impartite ai fanciulli le prime nozioni dell'aritme- 
tica e della geometria, esercitandoli con pietruzze e cubi. Dai filosofi 



areci vedemmo istituite scuole celebri che lasciarono impronta profonda 
nei sistemi scientifici dei loro tempi: ed ecco Pitagora, Confucio, Pla- 
tone, Euclide, Nicomaco, Diofanto, e le loro scuole, le Accademie ed i 
metodi da essi fondati, creare sistemi politici scientifici, che brillano 
ancora attraverso la fitta nebbia dei secoli che da quei filosofi ci se- 
parano. 

Roma stessa, che nel campo scientifico diede cosi scarsi prodotti, 
sentì la necessità dell'istruzione; e gli imperatori romani fondarono 
scuole nelle diverse città italiane. Le scuole palatine di Roma esistet- 
tero fino ai tempi di S. Gregorio. Sotto l'impero, anzi, regolamenti spe- 
ciali imponevano a chi voleva esercitare la medicina l'avvocatura 
di seguire nelle città designate, corsi pubblici; ed erano commissioni 
speciali, nominate dall'imperatore dal magistrato, quelle che giudica- 
vano dell'attitudine a esercitare certe professioni, per le quali venivan 
rilasciati brevetti di capacità^ da cui dovevan trarre la loro origine i 
moderni gradi accademici. 

E alle leggi romane per l'istruzione s'informarono pure le disposi- 
zioni dei re normanni. A Napoli due costituzioni di Roger attestano 
che erano i giudici e il re stesso, che accordavano la facoltà di eserci- 
tare la giurisprudenza. Non parliamo poi delle Accademie arabe, che 
segnarono il risorgimento scientifico d'Europa. 

Perfino sotto le dominazioni barbariche, ^oi Goti e coi Longobardi, 
si ritrovano scuole a Verona, Pavia, Modena, Bologna e Roma, che 
protette da Carlo Magno e da Lottano, dovevano — come a Pavia — 
dar vita a qualcuna delle nostre attuali Università. Epperò, sebbene 
talune di queste Università abbiano voluto far risalire l'antichità della 
propria origine fino a credersi fondate da imperatori romani, d'uopo è 
osservare che nessuna traccia positiva e autentica si ha di Università 
italiane prima del XII secolo; e se una rassomiglianza può trovarsi, 
è piuttosto fra la forma delle nostre Univertità e quella delle Acca- 
demie arabe. 

Certo è che le più antiche Università si formarono per lo svilup- 
parsi e il popolarsi continuo delle scuole comunali. 

Intorno alla sete del sapere di cui fu presa la civiltà occidentale 
dopo il 1000, già ci occupammo. Le rivalità sviluppatesi in quell'epoca 
fra le città italiane, intese ad aumentare sempre più la propria impor- 
tanza, si manifestarono nobilmente anche nel campo istruttivo, e dap- 
pertutto si volevano scuole. 

Si può anzi dire che l'insegnamento pubblico si concretò solo con 
la Rinascenza, quando si riformarono le leggi relative airinsegnamento. 



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304 



STORIA DFXLA RAOIONKRLV ITALIANA 



CAPITOLO NON'O 



305 



Quelle scuole, dapprima poco numerose, indi anche più frequentate 
e divenute celebri per la fama acquistatasi da qualche professore non 
potevano a meno che di attirare l'attenzione dei Governi. ' 

I cittadini stessi, accesi del sacro entusiasmo d'illustrare la pro- 
pria terra, facilitarono con ogni mezzo il sorgere e il moltiplicarsi 
delle scuole, a favor delle quali si moltiplicarono e legati e donazioni. 
Nel Xirr secolo l'Università di Bologna era frequentata da fran- 
cesi, fiamminghi, tedeschi, portoghesi, inglesi e scozzesi ; e per la sua 
Università, Bologna spendeva annualmente 20000 ducati, cioè la metà 
delle sue entrate pubbliche. (1) 

Ma tanta affluenza di forestieri arricchiva la città ; e in un'epoca 
in cui forestiero significava quasi nemico, si cercò con speciali fran- 
chigie di accordare privilegi e garanzie agli studenti, perchè potessero 
liberamente accorrere da ogni parte. Statuti speciali sottraevano gli 
studenti alle leggi comuni della città. Essi formavano un corpo armato 
diviso per nazionalità, ognuno dei quali aveva propri capi o rettori' 
ch'erano i loro rappresentanti legali. * 

Ed a sottrarre le università dalle influenze che facilmente avreb- 
bero potuto loro far subire i frequenti cambiamenti politici di quell'e- 
poche, le si accordavano privilegi e immunità d'ogni genere- ebbero 
giudici speciali, leggi speciali, magistrati appositi rivestiti di grande 
autorità: e furono poste sotto la protezione e la direzione della Chiesa 
Nei professori però, l'incarico dell'insegnamento era temporaneo- 
e con tale sistema ponevansi gl'insegnanti nella necessità di metter^^i 
continuamente in vista, rendersi celebri con nuovi studi, nuove sco- 
perte per non essere superati dai loro colleghi concorrenti 

Nell'Università di Padova, Galileo aveva incarichi brevissimi nei 
quali veniva riconfermato ad ogni nuova scoperta scientifica. 

Con ciò restava però anche più facile alle diverse università di 
possedere successivamente ì più celebri professori; il che produceva 
quel fenomeno economico elementarissimo per cui dalla grande ricerca 
di celebrità, derivavano correlativamente grosse cifre di emolumento 
pei professori. 

Questi emolumenti quindi, variavano non solo da scienza a scienza 
ma anche da nome a nome; epperò qualche volta, anziché una retribu- 
zione annuale, ai professori assegnavasi un capitale in pien a proprietà 



(1) Ouglielmini — Eloyio di Leonardo pisano. 

Il ducato valeva circa lire 12,59. V. Cibrario - Ecoa. poi. nel M. E., pag. U9. 



Ciò spiega come, nelle repubbliche italiane, la spesa maggiore do- 
vesse necessariamente esser quella per l'istruzione pubblica. 

53. — Ma se — come dicemmo — l'istruzione era stata posta, per un 
complesso di circostanze speciali di quei tempi, sotto la protezione e 
la direzione della Chiesa, eccoci avviati nel XVIIE secolo sovra un 
campo d'idee ben diverse. L'idea filosofica ha il sopravvento sull'idea 
religiosa, e suo scopo è la distruzione dei privilegi e degli abusi feu- 
dali e clericali. 

Per arrivare a questa rivoluzione che doveva scuotere dai cardini 
l'antica struttura sociale, e dalla quale il mondo tutto doveva ritrarre 
frutti tanto preziosi, era pur d'uopo anzitutto una trasformazione nel- 
l'indirizzo della coltura intellettuale: e questo avviene perchè sono i 
tempi stessi che lo esigono. Ecco non solamente svilupparsi le teorie, 
e progredire la matematica, la medicina, l'anatomia, la fisiologia, ma 
progredire rapidamente e contemporaneamente anche le applicazioni. 
La chimica, lo stereometria, la geometria descrittiva, la botanica, la 
geologia, r economia politica, sono scienze nuove di questa secolo. Il 
barometro, il termometro, l'areometro, l'igrometro, la teoria delPelet- 
tricità, i parafulmini, il microscopio solare, le lenti acromatiche, i pal- 
loni aerostatici, i telegrafi, le stufe, la stenografia, la vaccinazione, la 
misurazione dell'arco del meridiano terrestre, sono tutte prodigiose {ap- 
plicazioni che convincono dell'umano progresso intellettuale, che inve- 
stiga, esperimenta, scruta e spiega anche quei misteri della natura, che 
alla Chiesa conveniva proclamare e voler impenetrabili. 

L'abate de l'Epée istituisce a Parigi, nel 1770, il primo istituto 
pei sordomuti; e Valentino Hauy, intorno a quest'epoca, inventa un 
metodo per l'istruzione dei ciechi. È pure a Parigi che nel 1780, si 
inizia il mutuo insegnamento. 

L'istruzione insomma fa progressi giganteschi, ed eccoci arrivare 
ad una classificazione secondo il genere delle cognizioni e secondo il 
grado dell'insegnamento. 

Secondo quelle, si ha l'istruzione letteraria, classica, tecnica, scienti- 
fica, agraria, militare, religiosa, ecc. ; e secondo il grado d 'insegna- 
mento si ha : 

l'istruzione superiore (Università e Istituti superiori); 

l'istruzione secondaria, suddivisa : 

a) in classica (ginnasi e licei) ; 

b) professionale (tecniche ed istituti tecnici) ; 

21 



306 



STORIA DELIA RAOIONKKIA ITALIANA 



l'istruzione primaria (^scuole elementari) e, 
l'istruzione popolare (scuole serali, festive, ecc.). 
Ma l'istruzione in genere ha bisogno di un coordinamento, di un 
centro cui far capo, anche amministrativamente, imperocché all'infuori 
del campo didattico, vi sono necessità amministrative cui provvedere, 
sia per gli stabili delle scuole, sia per la loro manutenzione, per gli affitti, 
gli stipendi, le pensioni, il materiale dei gabinetti scientifici e così via; 
ed ecco negli stali civilizzati, un J/m/s/ero delV Istruzione pubblica, che 
in Italia comprende : 

a) le divisioni per l'istruzione superiore; per quella secondaria 
classica; per la tecnica industriale e professionale; per la primaria e 
normale; per l'arte antica e per l'arte moderna; 

b) la commissione geodetica italiana ; 

e) Il Consiglio superiore della pubblica istruzione. 

Ecco nelle provincie i Consigli provinciali scolastici; ecco .infine 
nei Comuni, gli Assessori per l'istruzione pubblica. 

E tutte queste istituzioni hanno la propria gestione, il proprio bi- 
lancio, che fa parte rispettivamente della contablità dello Stato, delle 
Provincie, dei Comuni. 

È però appunto perciò, che noi qui troviamo forse non troppo 
esatta la classificazione del Rossi, che tra gli enti pedagogici pone quelli 
per l'istruzione elementare, per l'istruzione media e per la superiore, 
generalmente considerati. 

A noi sembra, che formando essi una parte integrante di quegli 
altri enti che il Rossi stesso chiama di vita pubblica (Stati, Provincie, 
Comuni) essi non potrebbero costituire un gruppo a se, ma tutt'al più 
una sottospecie degli enti di vita pubblica; mentre sarebbero ^w//j>erfa- 
gogici propriamente detti (e sono molti egualmente) quelli che sussi- 
stono indipendentemente dallo Stato, dalle Provincie, dai Comuni, cioè 
per iniziativa privata. E in tal caso ancora, sempre a nostro modo di 
vedere, più che un gruppo massimo^ si avrebbe una sottospecie degli 
enti di vita economica propriamente detta (enti d'industria immateriale). 

Comunque vogliansi considerare però, accanto a questi enti, altri 
ne troviamo, specialmente in questi ultimi tempi, che sorgono per un 
complesso di cognizioni acquistate con lo studio da una o più persone, 
ma che hanno un'esistenza propria, indipendentemente da quella delle 
persone che li compongono. Tali sono ad esempio le Società Geografiche^ 
le Società Storiche, insomma le accademie scifntiflche in genere, purché 
autonome, cioè in quanto non siano emanazioni o dipendenze di enU 
pedagogie'. 



'tr%(^.' 




m^^sm. 



CAPITOLO NONO 



307 



E in tal modo sorgono quelle aziende dal Rossi comprese nel sesto 
gruppo massimo della sua classificazione; cioè gli enti di vita super- 
organica; e diciamo aziènde perchè — se bene consideriamo — ne sia 
poi base il principio della convivenza politica, o quello della conserva- 
zi oue del miglioramento della propria posizione economica, o della 
speculazione commerciale e industriale, o della previdenza, o della 
pietà, dell'istruzione o della scieoza, sempre e dovunque, diciamo, 
accanto all'alta poesia che forma lo scopo, l'incentivo di queste intra- 
prese, sorge la prosaica necessità di precisare, seguire, curare i mezzi 
di cui abbisognano per sostenersi ed arrivare alla meta prefissa. 

E in mezzo a tanta luce d'intraprendenza e produttività intellet- 
tuale, ecco assidersi, o poco o molto, ma però sempre necessaria, la 
Ra^'ioneria, che come disse un benemerito (1) di questa nostra scienza, 
« compendia la suprema idea del tuo e del mio, così bene espressa 
nella sua splendida formola Unicquique suum. » 



(l II Cav. Annibale Taddei nel discorso inaugiirale del 1 Congresso dei Ragionieri 
tenutosi a Roma nel 1879. 



'f^^^ 



Capitolo Ceoit^o 



Documenti di Ragioneria antica 

IL LIBRO DELLA TAVOLA DI JACOPO RICCOMANO 

(1272) 



«^. I pochi documenti di Ragioneria antica che si hanno, dimostrano il primo 
passo dalla pratica AÌVarte. - «»• Che cosa era la Tarala in Sicilia e in Toscana - 
La Tavola di Biccomano • Il libro di questa Tavola riflette la tutela di minorenni - Det- 
tagli e avvertenze relative a questo libro — «O. Esso era un semplice manuale o Bro. 
gliazzo - Da che lo si desume - Considerazioni su questo libro. 



51. Di documenti antichissimi, in fatto di Ragioneria, ne abbiamo 
assai pochi, ed anche quei pochi noi non li potemmo esaminare negli 
originali, né ci fu possibile procurarci buona parte delle opere in cui 
•sono riprodotti o ne è per lo meno fatto cenno. 

Tuttavia non crediamo indispensabile che la storia di una scienza \ 
<lebba assolutamente riprodurre tutti i documenti che la potrebbero in- 
teressare. Ci vorrebbe altro ! 

Però, nella considerazione che la scienza computistica derivò dal- 
Vartey sorta dalla pratica che s'impose in ogni età nel soddisfare air im- 
perioso bisogno di seguire con un mezzo grafico qualunque gl'interessi 
nostri economici^ sia poi che questi riflettano la nostra azienda privata, 
o r altra assai maggiore, collettiva, qual'è quella del nostro comune, 
della nostra provincia, del nostro stato, o di quegl'istituti che ci soccor- 
rono, ci ajutano nelle varie contingenze della nostra vita sociale, noi 
riteniamo che anche quei pochi documenti a nostra cognizione, siano 
più che sufficienti a dimostrare l'evoluzione storica dalla pratica, al- 
l'arte, alla scienza. 

E cosi, con una breve rassegna, sia di quei documenti, sia di 
taluni fatti o condizioni d' ambiente, dai quali sarà facile arguire 
quale poteva e doveva essere lo stato della Ragioneria, anche se i do- 



310 



STORIA DKLIA RAGIONERIA ITALIANA 



CAI»ITOLO DECIMO 



311 




cumenti ci mancano, noi verremo capacitandoci del perchè l'arte pri- 
mitiva, che pure in linea pratica si presenta d'interesse tanto generale, 
dovesse parere, in lenea teorica, una dottrina astrusa. 

Dal che, molto probabilmente, derivò il fatto che gli scrittori di 
Ragioneria apparvero solo molto tardi, quando cioè la pratica, sotto l'a- 
^zione dell'esperienza individuale, tradusse l'applicazione del pensiero 
computistico in arte contabile, con norme lìsse e metodi propri. 

55. Raffaele de Turi, nel suo Tractatm de Cambiis (1) dice che 
a Palermo la Banca chiamavasi Tavola, e gli amministratori si dice- 
vano Go rematori f Iella Tavola; e tale nome derivò dal fatto che i 
primi campsoresy o banchieri mediovali, ponevano sulle piazze e sui mer- 
cati un tavolo o banco, sul quale contavano le monete che cambiavano. 

Pare per tanto, che in tale secolo la denominazione di Tavola fosse 
in uso anche a Firenze; e lo prova un documento che risale al 1272, 
sotto vari aspetti importante. 

È questo il Libro della Tavola di Riccomano Jacopi, ossia il qua- 
derno stesso sul quale Riccomano o uno de' suoi cempajjni della tavola, 
notavano le varie partite relative alle ragioni dei nipoti Giovanni e 
Donato figli di Baldovino, e dei quali lo stesso Riccomano era mano- 
valdo o tutore, unitamente alla madre dei pupilli, monna Decca. 

L'originale di questo documento (2) consiste in un codicetto in per- 
gamena composto di due quaderni, in tutto di fogli 18 compresa la 
copertina, assai guasta e logora, pure in pergamena. 

È di forma oblunga, cioè alto 0,435, largo 0,19. Parte del libro è 
scritto dallo stesso Riccomano, parte da Nero Cambi, suo compagno nella 
tavola. La coperta in principio, e i primi quattro fogli seguenti, sono 
vuoti, e così pure gran parte del recto e tutto il verso del foglio 7. e i 
fogli 14 a 17. 

La nota ultima (XXXIl) è scritto su l'ultima pagina ^formata dalla 
copertina. 

Tutte queste notizie sono premesse dal signor Carlo Vesme alla ri- 
produzione ch'egli fece di tal libro, i\e\V Archivio stotHco italiano (3), dai 
cui a nostra volta l'abbiamo tolto. 

Il ^^'esme, a meglio chiarire le relazioni esistenti fra le varie per- 
sone cui la Tavola si riferisce, dà anche il seguente albero genealogico. 



(1) Januae — 1629. 

(2) Riproduciamo l" intero Lihro della Tavola in Appendice — Parte II. — Nota 4 

(3) Tom. XVIII. serie 3. — 1873 



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RICCOMANO 



.IACOPO 

I 



I I I 



BALDOVINO - MOIM Bttca Aciai 
H- 1271 I 

Inghilljerti 
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Del Rovinoso 

I 

^_ Lapo 



c. 



E circa il testo della sua riproduzione, scrive: « Appena è neces- 
sario avvertire, che il documento viene da noi riprodotto colla più 
scrupolosa esattezza, soltanto aggiungendovi 1" interpunzione e lo apostrofi, 
e staccando, ove può farsi senza mutare o togliere lettera, le parole fra 
loro congiunte. Sciogliommo senz'alro le abbreviazioni più semplici e 
comuni; "per quelle maggiori o più ambigue diamo fra parentesi rotonde 
le leUere supplite. Nelle partite del dare e dell'avere conservammo in- 
vece le abbreviazioni indicanti le lire, soldi e denari; anzi quelle delle 
lire rih' o lib'J fu da noi conservata anche dove s' incontra nel contesto 
poiché pare fosse semplice forma convenzionale proveniente dal latino, 
e che la voce si pronunziasse livera, livra o lira. Diamo in corsivo i 
supplementi delle lacune provenienti da guasto o mancamento della per- 
gamena; in carattere ordinario, ma fra pare) itesi quadrate le parole che 
nel codice sono aggiunte fra le linee o in margine.; parimenti fra pa- 
rentesi quadrate, ma in carattere corsivo, le parole cancellate. Per 
maggiore facilità dì citazione abbiamo indicato con numeri romani pro- 
griivi le varie partite o note, che nel codice sono, come le diamo noi 
pure, separate con una linea tratta tra l'ima e l'altra; indicando inoltre 
di cadauna con numeri arabici i paragrafi o frazioni. » 

51;. _ Questo libro della Tavola, doveva certamente essere, una 
specie di Manuale, nel quale annotavansi provvisoriamente le operazioni 
della Tavola, riflettenti però la sola tutela. E allo stesso modo che presso i 
banchieri siciliani, come diremo in uno de' capitoli seguenti, tenevansi, 
oltre al giornale e al mastro, altri libri denominati uciri, introita et 
exitus, quaternolum caxe, note, incordo picholo, i quali dimostrano 
che per ogni specie di operazioni tenevansi libri speciali preparatori; 
cosi è a ritenersi che il Ricomano abbia voluto tenere un manuale se- 
parato per tutte le operazioni che riguardavano la tutela dei nipoti. 



312 



STORIA DELLA RAGIONERLV ITALIANA 



CAPITOLO DECIMO 



313 



Ciò è tanto più d'edibile, quando si osservi che il libro, così 
piccolo di mole, va dal 20 ottobre 1272 al 10 maggio 1278, e in esso 
non vi si ritrovano che operazioni riferibili ai due pupilli Giovanni e 
BonatOi 

D'altronde crediamo che a convincere chiunque della nostra suppo- 
sizione, basterebbe il §. 3 della partita XXX. 

Il M'esme avverte poi, che: «Le partite, come saldate, sono tutte 
dannale con tratti di penna atraverso, salvo quelle che diamo sotto i nu- 
meri XXVII, XXVIII e XXXII come contenenti semplici note o memorie »• 

Si esaminino bene le operazioni descritte in queste partite e si ve- 
drà che — tranne la prima, che si riferisce a « una ragione di ma- 
gim^e soma del lilrro di fìaldonno » — tutte le altre sono semplice me- 
morie, non suscettibili di registrazione immediata; epperò tutte l'altre 
partite si può credere che siano state dannate, non come partite saldate, 
ma come indicazione che furono riportate agli altri libri maggiori. 

Notiamo ancora una circostanza: i primi quattro fogli, parte del 
settimo, tì gli altri dal quattordicesimo al diciasettesimo inclusivi, sono 
in bianco. 

Tale circostanza ci ricorda il moflo di tenuta del libro d'Introiti ed 
Esiti di papa Nicolò III, di cui tenemmo parola nel capitolo MI e che 
rimonta appunto intomo a quest'epoca (1). Ancor qui vedemmo come 
alcuni fogli fossero lasciati in bianco ; il che dà motivo di credere che 
fosse costume quasi generale questo di lasciar fogli in bianco nei libri d'in- 
dole cronologica (che non fossero però il giornale; per poter\'i annotare 
operazioni o dimenticate o comunque ommesse. 

Meglio ancora si può dedurre da tale circostanza, che il libro in 
parola era semplicemente un libro sussidiario, dal quale poi le partite 
venivano ordinatamente riportate agli altri libri, che costituivano la 
contabilità della Tavola. 

Basterebbe infatti osservare, che fra la partita XXVII, che si rife- 
risce all' anno 1275, e la XXIX, che riguarda l'anno 1276, vi è la XXVIII, 
che è del 1278, cioè dell' anno con cui finisce il libro stesso. 

E se teniamo conto, che la partita XXXII, riflettente l' anno 1273, 
è — come si disse — scritta suir ultima pagina formata dalla copertina, 
si dovrà convincere chiunque, dalla saltuarietà, tutt' altro che cronolo- 
gica delle registrazioni, che il libro della Tavola era un semplice Ma- 
nuale, un Brogliazzo; e come tale quindi, non è un libro che lasci la 



possibilità di formarsi, in chi lo esamina, un criterio del congegno scrit- 
turale della Tavola. 

D'uopo per tanto è di notare la grande minuziosità di descrizione 
delle operazioni', quella minuziosità stessa che ritroveremo nei banchieri 
del XV e XVI secolo e ch'era originata dal fatto, che i libri de' banchieri 
godendo la publica fìdes, le loro registrazioni equivalevano a veri atti 
notarili, dei quali perfino talvolta imitavano la dicitura, e facevano 
piena fede in giudizio. 

Insomma il documento che riproduciamo, ha, per la nostra storia, 
una sola importanza: quella di dimostrare la diligenza somma con cui 
le operazioni venivano accertate o descritte, con una ricchezza insolita 
di dettagli. E da ciò può facilmente dedursi la grande importanza che 
davasi alla tenuta dei libri. 




(1) Qxiel libro è del 1279; questo della Tavola è, come si disse, del 1272. 



Capitolo Undecimo 



(Documenti di Ragioneria antica) 

GLI ORDINAMENTI AMMINISTRATIVI E CONTABILI 
DEGLI STATI ITALIANI DEL M. E. 



(Xlil a XV secolo) 



'• Perchè si ha maggior numero di documenti di Ragioneria pubblica, che non 
di privata - L'opera de' mercanti e de' banchieri nell'azienda pubblica — SS. Le città 
reggevansi generalmente con propri Statuti — ^&» Gli ordinamenti amministrativi e 
contabili del Comune di Pisa nel XIII secolo — OO» Oli ordinamenti di Firenze -Fatti 
illnstri di quella pubblica amministrazione - La Contabilità — Ol* Di uno specchio 
delle Entrate e Spese del Comune di Firenze dal 3336 al 1338 — 0£fi« I Mercanti nella 
Contabilità pubblica - Il rioniinamento delle scritture del Monte — €m» Confutazione 
di un'opinione del prof. Gitti - €34r» Il libro dilla Masseria di Genova nel 1340 - Con- 
siderazioni su questo Libro — OS* Gli ordinamenti amministrativi nei vicereami di 
Sardegna e Sicilia e nel ducato di Savoja-^O* Il ducato di Milano. 



w. 






è»7. — Se Tazienda privata, per quanto importante, è tal organismo 
che assai dillicilmente può lasciare, attraverso il corso di parecchi secoli, 
l'impronta, il segno, o — per dir così — gli avanzi organici della sua 
esistenza, come carte, registri, documenti, non così può accadere per 
quelle aziende che, rivestendo carattere pubblico, hanno maggior possi- 
bilità di conservare e tramandare ai venturi gli atti e documenti che le 
riflettono. 

L'azienda privata, continuerà di padre in figlio, finché o per mina, o 
per liquidazione, o per estinzione della stessa famiglia, l'azienda finisce ; 
e chi più si cura o può avere interesse a conservare i suoi documenti, 
i suoi registri, i suoi sistemi"? 

In ciò quindi la causa della quasi assoluta mancanza di documenti 
antichi interessanti la ragioneria delle private aziende, specie de' 
primi secoli della Rinascenza, ne' quali pur tanto fiorirono industrie e 
commerci. 

Ma per l'azienda pubblica, è tutt' altra cosa. 



316 



STORIA DEfJ^ BAGIONEEIA ITAIJANA 



Qui fjli Statuti, i Brevi, i Regolamenti, le Ordinanze; qui i Corpi 
costituiti, le deliberazioni, le piante organiche degli uffici e le leggi che 
li governano; qui le Cronache e le Istorie, qui infine gli Archivi, che 
custodiscono e conservano atti, libri e documenti. 

Ed ecco perchè, volendo risalire coll'indagine storica,al mondo com- 
putistico del XIII e XIV secolo, i dati maggiori ci sono fomiti dagli or- 
dinamenti amministrativi di quelle repubbliche. 

E siccome risulta altresi che per attivare un servizio pubblico, per 
riordinare un ufficio, per disimpegnare una carica amministrativa, quasi 
sempre quelle repubbliche ricorrevano all'opera di mercanti prescrivendo 
perfino che i registri contabili dovessero tenersi secondo il modo de' 
banchieri, facilmente potrà capacitarsi chiunque, che se di queir epoca 
mancano documenti i quali dimostrino come venisse svolgendosi il pen- 
siero amministrativo-computistico nell' azienda privata del mercante o del 
banchiere, pure l'arte computistica doveva essere assai più sviluppata e 
progredita nella privata che non nella pubblica azienda. 

Ed è forse perciò, che non trovando documenti se non nell'ambito 
delle pubbliche aziende, il Rag. Ignazio Cignani nel già citato suo Ra- 
Uionamenlo storico, dopo aver detto che in Sicilia la scrittura contabile, 
secondo taluni, rimonta al 1135, cioè all'epoca in cui Ruggiero divise il 
territorio dell'isola in tre categorie, e dopo di aver lanciato la falsa sup- 
posizione che la scrittura doppia fu inventata da un Angelo Senisio nel 
1348, disdice sé stesso e sconvolge anche l' opinione generale, concludendo 
col ritenere che probabilmente la scrittura doppia dovette avere le sue 
origine nello svolgimento della Contabilità signorile, o come ora dicesi, 
jMhblica. 



5». — Dopo la caduta di Napoli, Gaeta ed Amalfi, aumentò d'assai 
l'importanza commerciale di Genova, Pisa e Venezia, le tre città ma- 
rittime italiane che risentirono anche un beneficio maggiore dalle accre- 
sciuti comunicazioni tra le splaggie del Mediterraneo, dopo le prime 
quattro crociate. 

La rivalità sempre esistita fra popolo e nobiltà, dimostra indubbia- 
mente l'interessamento che ovunque prendevasi alla pubblica cosa. 

In Venezia, già fino dal XII secolo, il popolo partecipava alla no- 
mina del Doge e del Gran Consiglio. Poscia la nobiltà tolse a poco per 
volta queste facoltà al popolo: il Gran Consiglio nominava il Doge, 
quindi gli stessi membri del Consiglio dovean provvedere alla nomina 
di quei membri che fossero venuti a mancare. Né di ciò contenta, la 



CAPITOLO Ul^ DECIMO 



317 



nobiltà limitò i poteri del Doge stesso, assoggettandolo a sorveglianza 
per gli atti in vita e a sindacato dopo morte. 

E cosi si arrivò alla Serrata del Maggior Consiglio, come fu chia - 
mata la totale esclusione del popolo dal governo, accentratosi nelle mani 
di pochi privilegiati. 

Maggior libertà ebbe invece Genova, la quale fin da* tempi dei ro- 
mani fu quasi sempre indipendente. Fu bensì sottomessa a Carlo Magno, 
ma dopo la morte di questi si costituì a repubblica, e il suo commercio 
fu sempre esteso, come fu grande la sua potenza in guerra. 

Quivi le pubbliche spese ed entrate erano amministrate da un Con- 
siglio di nobili; ma però l'assemblea generale continuò sempre a delibe- 
rare sugli affari del governo. 

In generale, le città italiane reggevansi con propri statuti, che re- 
golavano il funzionamento della pubblica amministrazione. 

Perfino Roma, che per le sue condizioni speciali ebbe un ordina- 
mento politico assai più lento e incompleto dell'altre città italiane, op- 
però si ritenne che lo statuto del 1363 fosse il primo e il più antico da 
essa posseduto, pure da recenti ricerche fatte fu assodato che assai 
prima di tale epoca, Roma possedeva, fra l'altro, uno Statutum senatus 
fra il 1212 e il 1227; uno Statutum rei Capitulaì^e Senatoris vel Se- 
natus del 1235 a cui successe nel 1241 uno Statum urbis È sin dal 
1267 i Consoli delle Arti entravano regolarmente nei Consigli, e VArte 
dei Mercanti, fin dal 1255, teneva le proprie adunanze ordinarie. (1) 



59. — Dagli Statuti di Pisa, pubblicati dal Bonaini, si possono ri- 
levare molti dati interessanti intorno all'organamento amministrativo di 
quel Comune, nel XIII secolo. 

Ogni due mesi procedevasi alla nomina di dodici Anziani (tre per 
quartiere), cui erano affidate le cure amministrative del Comune, sul 
quale esercitava l'alto sindacato un Capitano, scelto tra forastieri, e 
che rimaneva in carica un anno. 

Gli Anziani nominavano quattro Priori, che davano esecuzione agli 
ordini di quelli, ognuno nella propria giurisdizione o priorato. 

I Priori, a lor volta, nominavano 24 Consiglieri per il minor Con- 
siglio, 60 pel maggiore, e un Notajo. 

II Capitano doveva investigare l'operato degli Anziani, tosto scaduti 
di carica. E cosi pure <^ ciascuno notajo di catuno amministratore. 



(t) Pasi- Villari — Il Comune di Roma nel M. E. Nuova antol. - 1. Aprile 1887. 



318 



STOEIA DELLA RAGIONEBIA l'iALlAKA 



exailori, di mcogliìori u vero dì sopraslanti di date, di condenna- 
gioni, et di qualunque beni del Comune di Pisa u del popiilo, sia 
tenuto di mostrare lo libtn^o autentico fratiociniumjj et copia fare, 
se prezente tanto, ad ciò ch'ei possano redei^e et la sua ragione co- 
gliere al suo amministratore, e.rattore, recolettore u ret^o sopra 
stante^ mostrare et dare, infra XXX dì, al jiiu, di po' lo deposito of- 
flc'm del dicto animi ni stilai or e, eractore, recollctore, u rcì-o sopra- 
stante suo ad qualunque Capitano del pojnilo, u vero ad suo giudici, 
iid altro moderatore. -> 

E chi non rispondeva a qiies^'o])l)lirro era punito nel doppio di 
quello che non aveva restituito al Comune. 

Gli Anziani erano obblijyati di far descrivere e registrare in due 
libri « tutti et singoli beni mobili et immobili, proventi, honoH et 
iurisdictioni del Comuno di Pisa et del imputo li quali et le quale 
io dicto Comuno et populo ae, u è uzato d'avere, in ogni luogo. » 

E di questi due libri, uno doveva essere depositato nella Cancelleria 
del Comune, l'altro rimaneva presso jilì Anziani. 

Tutti gli introiti e proventi del Comune passavano ai Camerari, 
scelti fra mercanti probi, assistiti da due buoni e legali notai, 1 quali 
dovevan far risultare por carta pubblica tutti gl'incassi superiori ai :> 
soldi; mentre i pagamenti non eseguivansi che su mandati. 

Gl'incassi doveano poi, per cura degli Anziani, esser trascritti in 
libro apposito, da passarsi ai sindacatori dei Camerari. 

V'erano due Massari: quello che sopraintendeva ai lavori e al 
traffico del porto ; e quello del sale, che ne era, in ultima analisi, il ma- 
gazziniere, il quale era obbligato alla tenuta di un libro « lo quale deìj- 
Itia avere aposè di scriverle la quantità del sale che flricemitada lui 
per lo comuno di Pisa, e la persona de la quale riceverà, e lo dt 
quando riceverà. Et etiandio la quantità del sale lo quale drà et 
consegnerà a petitione dclli dovanieri della dieta Domna » (ordinam. 
I>ogana del sale — 13.39). 

Lo scrittore o contabile della gabella doveva tenere un libro sul 
(luale era obbligato a registrare tutti gli atti del suo ufficio. Due volte 
per settimana, coll'intervallo di due giorni, egli doveva sulla scorta di 
detto libro, comunicare al giudice della gabella le merci pesate, l'elenco 
dei compratori, dei venditori e prezzi fatti. 

Il giudice poi controllava questi dati con quelli ritultanti dalle scrit- 
ture tenute nella Curia o ufficio delle gabelle, dove i compratori dove- 
vano denunciare le merci acquistate e i prezzi fatti « at in ordinamento 
facto a sapientibus viris continetur. ^> 






CAPITOLO UNDECIMO 



319 



E sulla scorta delle scritture generali della Curia, il giudice costrin- 
geva poi al pagamento i debitori morosi. 

Allo scadere della carica di Capitano del popolo, quindi annual- 
mente, avveniva il rendiconto generale; mentre tutti gli ufficiali conta- 
bili del Comune (consoli, camerari, massari ecc.) dovevano render conto 
ogni quattro mesi davanti all'assemblea del popolo, appositamente con- 
vocata. E quando ciò non si faceva, incaricati speciali rivedevano ed 
ispezionavano, riferendo in iscritto i risultati delle loro verifiche. 

Fu certamente ad una di queste ispezioni cui fu delegato Leonardo 
l'^ibonacci, al quale, come vedemmo (Parte I Cap. ITI § 17) fu assegnato 
nn compenso annuo e deliberata dal Consiglio una lode, scolpita poi 
anche in una lapide ancor oggi esistente in quell'Archivio di Stato. 

Il controllo contabile apparisce quindi della massima evidenza, e 
in tutta la sua efficacia in questi ordinamenti, in queste disposizioni, 
rese ancor più rigide da pene pecuniarie per ogni trasgressione, per ogni 
mancanza od errore. Il prof. Brambilla (1) osserva che non soltanto 
\\ s'intravvede la registrazione semplice o analitica de' singoli uffici, 
ma anche il loro collegamento con scritture sintetiche, quali dovevan 
esser quelle ad esempio che teneva la Curia delle gabelle, la quale riuniva 
poi le scritture de' diversi ufl!ici, di cui valevasi sia per agire contro 
*debitori morosi, sia per fornire il mezzo ai Giudici di controllare tutti 
i diversi wfRoì. 

©O. — Dopo la morte dell'imperatore Federico II, verso il 1250, 
Mrenze riorganizzò la propria amministrazione, dividendo la Città in 
sesti, ciascuno dei quali annualmente nominava due anziani, preposti al 
governo della cosa pubblica. 

Un podestà aveva cura della giustizia e dell'esecuzione delle sen- 
tenze^ mentre a un Capitano del popolo era affidata V amministrazione 
<lella milizia e gì' incumbenti di guerra. 

E col nuovo assetto Firenze divenne in pochi anni una delle prime 
città d'Italia; a ciò contribuì non solo la buona e oculata amministra- 
zione, ma l'integrità e incorruttibilità de' suoi amministratori di cui ri- 
masero celebri alcuni fatti, che dimostrano come non la sola ambizione 
o secondi fini, spingessero gli uomini di quei tempi a coprir cariche 
pubbliche. 



(l) Prof. G. Brambilla 
gioniere 1985 - N. 1. 



La coutabilità del Comune di Pisa nel XIII secolo — Ba- 



wKm 
ose' ' 



320 



STOMA DELIA BAGIOXEJftlA ITALIANA 



CAPITOLO TXDECIMO 



3-21 



E noto infatti come nel 1255, essendo Ottobuono Aklobrandini uno 
<legli anziani, egli persuadesse, non senza fatica, il Consiglio a demolire 
il Castello di Montrone, tolto ai pisani. 

Questi, che ancora ignoravano la decisione presa dal Consiglio, of- 
fersero segretamente 4000 fiorini in dono all'Aldobrandini, appunto 
perchè dal Consiglio ottenesse la demolizione del Castello. Aldobrandini 
non solo si rifiutò, ma convocato nuovamente il Consiglio, pur tacendo 
della fattagli proposta, seppe indurlo a ritornare sulla presa deliberazione 
e a conservare il Castello. 

Meravigliò tutti questo atto che sembrava d'incostanza neir Otto- 
buono, e che si spiegò solo quando gli stessi pisani, sorpresi, palesarono 
il dignitoso riliuto. 

E un esempio altrettanto eloquente di disinteressato amore al pub- 
blico bene lo si ebbe nel 1260 con Cece Gherardini, che contrario alla 
maggioranza del Consiglio per continuar la guerra coi Saiiesi, gli an- 
ziani gì 'intimarono il silenzio. 

Chi contravveniva agli ordini degli anziani, era colpito di multa: 
egli la pagò, e continuò nella sua arringa contro l'impresa che riteneva 
pericolosa alla sua città. Raddoppiatagli la multa, tornò a pagare, ma 
continuò l'arringa, e ancora pagò la multa triplicatagli, solo tacendo 
allorché gli fu imposto silenzio, pena la testa. ^ 

Con tempre e caratteri di questo genere, anche le pubbliche ammi- 
nistrazioni di sei secoli or sono potrebbero servir di modello ad ammi- 
nistrazioni consimili dell'età moderna, ricca di prepotenza solo coi de- 
boli e con gli oppressi. 

Il Higobon. in una pregevolissima monografia (1; c'informa come 
nella Repubblica di Firenze, con le Provvisioni canonizzate della Ca- 
mera, compilate nel 1289, si vietò Camerlinghi ed altri ufficiali, di scri- 
vere senza alcuna distinzione l' entrata e l' uscita, il che rendeva diflìcile 
la revisione dei Conti, e fu prescritto « che i due numeratori del danaro 
dovessero registrare giorno per giorno e partita per partita 1' uno in un 
rotolo di pergamena le singole entrate, il secondo in un altro rotolo si- 
mile le uscite, da collezionarsi ogni sera e alla fine di ogni settimana coi 
qiuideìmieri dei Notari della Camera e <lei Notai (^ustodi, facendo le 
somme relative. I due Notai di Camera avrebbero dovuto per la stessa 



disposizione registrare, in un quaderno d' entrata e in un quaderno 
d' uscita, le entrate e le uscite distinte in capitoli, indicati nelle Prov- 
visioni stesse, con spazi convenienti per le successive scritture e col 
giorno della riscossione o del pagamento. I due Oistodi della Masseria 
della Camera dovevano fare, nel primo o secondo giorno del loro ufHcio, 
per mano del loro notare, esatto inventario di quanto trovavano e te- 
nerlo sempre al corrente. 

* Tale inventario dovea compilarsi in doppio esemplare, per darne una 
copia a termine del loro ufiìcio ai ragionieri e snidaci depli uffici della 
Camera. Nel libro dei debiti e in quello dei crediti del Comune, da rin- 
novarsi ogni anno e tenuti da due notari, si dovevano impostare in 
categorie e capitoli, tutti i debitori e creditori. » 

Con disposizione di poco anteriore al 1384, fu stabilito che annuaf- 
menie si calcolassero, si rivedessero e si dimostrassero tutte le entrate 
e le spese del Comune « in quanto ne fosse stato facile il computo » (Ij. 

Percui, sul finire del XIV secolo, la gestione finanziaria del Comune 
non si considerò più relativamente alla sola durata in carica dei Magi- 
strati che ad essa soprastavano, ma fu divisa in periodi amministrativi 
costanti, e col 1 Gennajo 1388 si cominciò la tenuta di un registro a 
scritture sistematiche, detto libro o specchio di entrata e di uscita del 
Comune oppure lil)ro del Comune o del provveditore o dei i)rovvedi- 
tori, alla cui tenuta era obbligato il provveditore di Camera o un suo 
scrivano « mettendo ciascuna ragione di per sé per poter vedere quanto 
sarebbe stato di bisogno intorno alle entrate e uscite del Comune. » (2;. 

E circa il libro a ciò destinato, che va dal 4 Gennajo 1401 al 3 



(1) Ecco il documento pubblicato dal Rigobon : 

raccolti nel 141Ó e stampati tiel 1778 - t li, pag. ó60. 



(1) Prof. Pietre Rigobon — La coatahiHta di Stato .uHa KepxiWHca di Firenze e nei 
Granducato di Toscana • Girgenti ISftei. 



Quod domini cum collegiis et regulatoribus possint facere revidere rationem in- 
troitus et exitus communis. 

RUBRICA LVII. 

Domini priore» artium, et vexillifer iustitiae populi et communis Florentiae, et gon- 
falonerii societatum populi, et duodecim boni viri communis praedicti, et regulatores introi- 
tila et exitus dicti communis, et sen duae partes omnium ipsorum aliis etiam absentibus, 
et irreiuisitis non acoeptantitus. mortuis, vel remotis possint semel, et pluries providere. 
et ordinare quomodoetQuemadmodum saltem semel qualibet anno temporis secuturi ratio 
integra totius introitus, et totius exitus dicti communis revideaatur, et diligenter cal- 
culetur, et revideri, et calculari diligenter possit, et d«beat ita quod dare videatur quan- 
lum prò uno anno tuno praeterito dictum commune habuerit in redditibus, et quantum 
m expensis omnibus computatis, quae possent, sen potuerunt comode computnrL. .. 

(2) P. Rigobon — op. cit, — pag. 103. 



322 



STOBIA DELLA SàGIONEBlA ITAUANA 



CAPITOLO T'NDECIMO 



323 



*i 



^74«'' 













♦ tennaio 1402. il Rigolx)n riproduce rial Paj?ni retili' nmminisiraziorìe 
economica del Regno d'Italia - pap. òòj questa definizione data dallo 
scrivano cui era demandata la tenuta del libro stesso: «m sul qual 
libico si so^cern tutta l'entrata, e donde viene, e così tutta l'uscita 
di detta entrata» sicché chiaro si potrà redei^e pei' questo libro tutta 
l'entrata del Comune di detto anno. » 

E siccome il Pagni da questa dichiarazione deduce che quello scri- 
vano, viene <^ con inimitabile semplicità a darci quasi la perfetta defi- 
nizione della scrittura per bilancio », il Rigobon osserva come esso Pa- 
gni trovi troppe cose nelle parole riportate, e afferma per tanto che i 
registri appartenenti a questa serie non sono tenuti in scrittura dop- 
pia. (1) 

Siccome in pagine separate del libro dei jì^'ov l'editori eran tenute 
distinte le entrate e le uscite del Comune, secondo le diverse Casse cui 
quelle si riferivano e secondo i vari rami di entrate e di spese, quando 
a più classi di esse era deputato un solo Camerlengo, così necessaria- 
mente avveniva che i passaggi di somme da Cassa a Cassa si registras- 
sero nelle due diverse pagine in cui eran classificate le Casse rispettive. 

In questi libri le entrate eran generalmente nella pagina a sinistra, 
le uscite in quella a destra; e l'intestazioni eran poste in margine, alla 
sinistra per la facciata sinistra, alla destra per la facciata destra. 

Ecco due esempi riprodotti dal Rigobon, che li tolse dal IJìiro 
specchio segnato A dell'anno 1.38.3-84: 

(a carte 17 7 J 
-A^oooittl tll r»r>e>«t;ct^xiaB&' — hCrt'tfck.-tc». (2) 

MCCCLXXXIII 

Xastaglo di beniacasa chamerlingUo del monte deputato a rendere l'accatto della 
terza prestanza prese adi III[ di Gennajo da piero di mighorotto chfuuirlingo della ga- 
bella del sale e di salina adietro a car »1 ab dato t. — l. XXX VII. XLVl s. 1 — 

fa carte 81) 

1^ sottra, di 0^»i>eiia. (8) 

A dati aldi IIII detto mi-se il detto piero (4) a nastagio di benincasa deputato a 
render la terza prestanza innanzi a car. 177 . • f. — 1, XXXVll. XLVl s. 1 



(1) G. Hlgobon — op. cit. pag. 104. 

(2) «... le somme relative alle varie partite sono sempre nei registri originali al di 
fttorl dello spazio riserl.ato alla descrizione delle operazioni . . . . b fN. d. R.) 

(3) «Alla facciata a sinistra in corrispondenza a questo titolo è detto: Gabella del 
.sa/e e di salina « (id. id./ 

^4) u La prima scrittura relativa a tale gabella comincia col nome di piero di migho- 
rotto cainirliitfjo del saie. « (i*L id.) 



Ol. — Giovanni Villani nel Libro Undecimo Capitolo XCI delle 

sue Storie fìorentine, ci dà uno specchio dell'entrata e delle spese del 
(^omune di Firenze dall'anno 1336 al 1338. 

Di rendite proprie, il Comune ne aveva ben poche; ma esso regge- 
vasi per entrata di gabelle, e quando abbisognava di denaro <v si civiva 
per prestanze e imposte a' mercanti e ricchezze e altri singulari, asse- 
gnandoli con guiderdoni sopra le gabelle. » 

I seguenti dati egli dichiara di averli rilevati diligentemente dai 
j-egistri del Comune di Firenze: 

Vendeasi l'anno la gabella delle parti di merca- 
tanzie e vittuaglie e cose, ch'entravano e uscie- 

no della città, fiorini 90.200.— 

2 « La gabella del vino a minuto jjagando il ferzo 

valeva fiocini 59.300 — 

3 « L'estimo del contado pagando l'anno soldi dieci 

2)er libra di loro estimo, fiorini 30.100. — 

•/ « />« gabella del sale vendendo a cittadini soldi qua- 
ranta lo stajo piccolo e a contadini soldi venti, 

riorini 14.450.— 

I proventi di queste quattro gabelle erano assegnati 
a sostenere le spese della guerra di Lombardia. Veni- 
vano poi: 

J « / beni de' rnbelli sbanditi condannati valeano l'an- 
no fiorini 7.000. — 

(j « La gabella sopra i prestatori e usurieri fiorini . . 3.000. — 
7 « / nobili del contado pagavano V anno, fiorini . . . 2.000. — 
rS' « Jji gabella de' contraiti caleva l'anno, fiorini . . 11.000. — 
9 « La gabella del macello delle bestie della città va- 
leva V anno, fiorini 15.000. — 

10 « lineila del macello del contacio, fiorini 4.400. — 

11 «. La grdìeUa delle pigioni valeva l'anno, fiorini . . 4.050. — 

12 « La gabella della farina e m,acinatura valeva 

l'anno, fiorini 4.250. — 

13 << La gabella de' cittadini, che vanno di fuori m si- 

gnoria, valeva l'anno, fiorini 3.500. — 

14 « La gabella dell' accuse e scuse del comune, fiorini . 1.400. — 

15 « Il guadagno della moneta dell'otto valeva l'anno 

„ pagate le fattw^e, fiorini 2.300. — 



''^ftr^^'^T'V'^ ■' 



324 



STORIA DELIA RAGIONERIA ITALUNA 



ti 






'^ì<fe 



JO « L'enh-aia del guadagna, della moneta, di quaiirlni 
e de' piccolU pagato l'orraggio (cioè l'opera e i 
maestri) valeva V antio, fìorwì l.r)U(). 

17 « / tJeiìi propri del comune e pa>isaggì r alerà l'anno 

^'^^•"^^' 1JJ(J0.~ 

JS « / mef^catz di città delle bestie vice mlerano, fiorini, 2.ir)0.~ 

IO « La gabella dì segnare lìesi e misure e paci e beni 

in pagamento. Vanno porini 000.— 

20 « La spazzatura d'orto S. Michele e jjrestare bigon- 

^'^' /^''^•"^«" " . . 750- 

21 « La gabella delle pigioni di conta/lo, fiorini . . . nòO.— 

22 « La gabella de' mercati di contado, fiorini . . . 2.000.— 

23 « Le condannagioni, che si riscuotono Vanno, si 

ragiona vagliano, fiorini ........ 10.000,— 

e lì più anni montano troppo più pmHni ventimila 

24 « L'entrata de* difetti de' snidati a cavallo e a pie' 

non contando quelli, ch'erano in Lombardia, 

vallano Vanno, fori ni . . • 7.000.— 

2.') « La gabella delti sporti delle case. Vanno, fiorini ^.rj'jO.- 

20 « La gabella delle trecche e trecconi (fmttajuoii) fiorini 4.')0.- 

27 « La gabella del sodnmento vale Vanno, fiorini . . 1.300.— 

cioè di Portare armi di difensione a soldi 20 

di piccoli per uno. 

25 « L'entrata delle prigioni, fiorini ' 100.— 

20 « La gabella de' foderi di legname (zattere] che 

viene j)er Arno, f orini r^_ 

Dopo le suddette categorie di entrata, il Villani in- 
dica le seguenti, per le quali però non è segnato 
l'ammontare: 

30 « La gaJìClla degli approvatori de' sodamenti si 

fanno al comune, fiocini 

31 M. La gabella de' richiami de' consoli delVarti, la 

parte del comune si fa Vanno, fiorini . . . . 300.— 

32 « Ijx gabella sopra le possessioni del contado, fiorini 

33 « La gabella delle zuffe a man vote vale Vanno fiorini 

34 « La gabella da Firenzuola, fiorini 

35 « La gabella di coloro che non Juinno casa in Fi- 

renze e vale il loro da fiorini mille in su, fiorini 

30 « La gabella delle mulina e ijescaje, fiorini 



CAPITOLO UNDECIMO 325 

Così, in totale, le entrate del comune di Firenze ammontavano a 
circa fiorini d' oro 300 mila, pari a circa lire 3.700.0D0. delle nostre. 1, 

Bella pertanto è l'apostrofe che il Villani rivolg3 ai fiorentini nella 
chiusa di questo Capitolo dell'Entrate del Comune: 

« O signori Fiorentini, come è mala procedenza accrescere 
Ventrata del comune della sustanza e povertà d/^' cittadini colle 
inforzate gabelle per fornire le folli imprese ! Or non sapete voi, die 
come è grande il mare, è grande la tempesta, e come cresce V en- 
trata, è apparecchiata la mala spesa? 

Temperate carissimi i disordinati disideri, e piacerete a Dio, e 
non graverete il popolo innocente. » 

Chi non direbbe che il Villani ammoniva certi Governanti del XIX 
secolo ? 

Le spese consistevano nella massima parte in salari, di cui eccone 
pertanto la nota, secondo il Villani : 

1 Salario del Podestà e di sua famiglia, lire 15000 e piccioli 240 

2 » » Capitano del popolo e » » 5000 » 880 

3 » » delVeseguitore di giustizia e fam. » 4000 » 900 

4 » del comercadore del popolo e sopra 

gli sbanditi con 50 cavalieri e 100 

fa'>^tì, f orini 8400 

5 » del giudice delV appellagioni sugli af- 

faH del comune nrc 1000 » 100 

» delVu fidale degli oy-namenli delle 

donne e altri divieti » ioOO 

7 » delVufficiale sopra la piazza deWorto 

S. Michele della biada ..... » iOOO » 300 

8 » degli u fidali sopra la condotta de' 

soldati e notai e messi » JOOO 

y » degli uficiali e notai e messi sopra 

i difetti de' soldati » or^g 

10 » dei camarlinghi della camera del co- 
mune e loro uficiali e massari e lori 
notai e frati » ioqq ,, ^qq 



n«ti H?^ 1 t ' T '°°''^''* ^^' ^*""'' * Montalcino, i florentini batterono una mo- 
neta doro, la quale siccome vinceva ogni altra in bontà, così in breve la vinse di fa^ 
Fu questa U fiorino d'oro della suprema purezza di 24 carati e del peso d'una dram^' 
U L?a /d- '" " -f -fatta in quasi tutte le zecche d'Europa, e'^.on vLlÌli^Z^ 

di lega e di peso ancor dura sotto al nome di zecchino ««azione 

Il valore del fiorino di Firenze sarebbe di L. 12.3655. 

(L. Cibrario - L'Ec. nel M. E.) 






"s^^ps."' 



326 



STORIA DELLA BAOIONESIA ITAIJANA 



CAPITOLO T-NDECIMO 



327 



lì 



li » (leplt tip dal i sopra le recidi te pr^oprìe 

del Comune Ure 200 

12 '^ dei so2)rasfmiti e onardie delle pigioni » 800 

13 Le spese del mangiare e bere de' signori Priori 

e di loro famiglia, costa l'amio .... » 3600 

14 I salari dei donzelli e servidori del eomime e 

campanari delle due torri, cioè quella de' 

Prioìv' e della Podestà » 1150 

15 II Capitano co' sessanta herrorieri Sguardie) che 

stanno al servizio e guardia de' Pnori . » olOO 

16 II notaio forestiere sopiti le riformazioni e 

suo compagno » 4-jO 

17 II pasto dei lioni, e torchi e candele e pan- 

nelli per li Prioì^i %> 2400 

18 II notajo che ligistra nel pnlagio de' Pilori 

i fatti al comune » ioo 

19 I messi che serrono tutte le signoì^ie ...» 1500 

20 I tromhaaoìH f4j e banditori f6j del Comune lire 1000 

21 Per limosine a religliosi e spedali .... » 2000 

22 Secento guardie che guat^dano di notte alle 

poste per la città ^y 10800 

23 II paglio dello scìanvito, che si corre l'anno p. 

S. Giovanni, e quelli di panno per S. Bar- 
naba e S. Liperata fiorini 100 

24 Per ispese e spie emessi, che ìianno fuori pei- 

lo Comune ure 1200 

25 Per amJmsciatoi^, che vanno per lo Comune 

stimati l'anno più di fiorini 5000 

26 Per castellani e guardie di rocche si tengono 

per lo Comune di Firenze » 4000 

27 Per fornire la camer^a dell'armi e balestra e 

saettamento e palesi ^> 1500 

28 Somma l'opportune ispese senza i soldati a ca- 

vallo e a riede più di » 40000 

Avverte pertanto il Villani che « A soldati a cavallo e a pie' 
non ci ha regola di numn-o fermo, ch'erano quando più e quando 
meno secondo i bisogni che occorrevano al comune. Ma al continuo 
si può ragionare sanza quelli della guerra di Lombardia e non fa- 
cendo oste da 700 a 1000 cavalieri, e simile i pedoni continola). 



E non f acciaino conto delle spese delle mura ne' dei ponti ne' 
di Santa Liperata ne' di più altri lavori di Comune; che non si può 
mettere numero ordinato, come si fanno l'aitile di necessità. » 

In totale quindi, queste spa*^e ammontavano a fiorini 39119, che a 
lire 3 soldi 2 per fiorino, darebbero un totale di lire 121270. 

Sismondi Simondo, nella cla«^ica sua Storia delle Repubbliche ita- 
liane nel Medio-Eco '}) riproduce questi dati del Villani, riflettenti 
l'Entrate e le Spese del Comune di Firenze, dicendoli argomento inte- 
ressante per l'economia politica e la scienza delle Finanze. 

Noi pert<\nto vi riscontriamo un lato assai interessante anche per la 
ragioneria, ed è perciò che qui abbiamo voluto farne cenno. 

0«. — Dice il Rigobon che la riforma del 22 agosto 1458 portò un 
notevole progresso nelle sue scritture. 

Lo scrivano doveva tenere <^ U'^o libro di gran forma che si chiami p. 
tìtolo sommario o campione o altrimenti come paresse a' mnssai, in 
sul quale libro el detto scrivano quanto a lui almeno ogni dì una 
volta sia tenuto e debba riferire al detto libro grande qualunque 
scriptura messa per entrata et per uscitu il capsiere, faccenda rifo 
rire ciascheduna partita singularmente a quella ragione do'ce andare 
dovesse et per modo chiaro rapporto che volendo intendere i facii 
del Comune o d'altri a chi appartenesse non s'abbi a ricercoi^e 
altre scripturc che il detto libro grande. Et che in su detto libico sì 
tenga ragione singularmente di qualunche gravezza, imposta o imr 
posinone o assegnamento facto o che si facesse appartenente alla 
Camera, secondo pei massai della Camera.... gli sarà ordinato, ad 
fine si possa intendere et vedere il ritracio di tali imposizioni et 

gravezze. » f2j 

E il Rigobon soggiunge : « Dal primo registro di tale serie (an- 
no 1458) appare manifesta la volontà di introdurre in queste scritture 
la partita doppia : però tale metodo non vi è proprio integralmente ap- 
plicato. » (3) 

Egli offra un esempio, con la riproduzione di alcune scritture (4), per 
dimostrare che la doppia scrittura era evidente nei passaggi da Cassa a 
Cassa, nei due conti relativi; ma per altre operazioni, e specialmente 
per quelle che costituivano vere entrate e vere spese del Comune, pare 
non fosse così. 



(1) VoL II: pag. 342. 

(2) Prof. P, Rigobon — op. cit. pag. 112. 

(3) Sudd. — op. oit. pag. 115. 

(4) Vedi — Appendice Parte II — Nota N. 5. 



328 



STORIA DELLA RAOTONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO UNDECIMO 



329 



ri 



t 5,- 



m 



tgh osserva che i ragionieri erano bensì preoccupati dall'idea di 
avere per ogni fatto amministrativo la scrittura in due conti diversi e 
in sezioni opposte, ma molte volte, nelle spese, contro l'accre,litamento 
della Ca«a si addebitava la persona cui si pagava, senza che questa 
(osse stata antecedentemente accreditata per la competenza o dovesse di- 
ventar debitrice pel fatto del pagamento stesso. 

Non ci dilunglieremo però maggiormente sulla contabilità del Co- 
mune di Firenze fi). 

Certo è pertanto che anche qui si ricorreva in tale materia all'o- 
pera de mercanti, come quelli che meglio sapevano ordinare, corre-en> 
e tenere le scritture. "" 

Ce ne fornisce una prova Matteo \illani, in un capitolo delle Mo- 
ne (2) ove parla dei falli del Monte. 

Il Comune di Firenze, nel 1.34.-,, per la guerra ch'ebbe coi pisani, do- 
vette contrarre un debito di più che 600 mila fiorini .Voro. Non avendo 
di che soddisfarlo, purgò il debito facendo un prestito o Monte, divido 

!lt :»''^°.""' ''"^"'^'■'' "^' •»"'"• '" """"« ''"■''''etico, vennero 
iscritti 1 cittadini creditori, e con leggi penali premunì i creditori contn> 
qualsiasi privilegio diretto o indiretto sovra i danari del monte 

Stabili inoltre che ogni creditore avesse in perpetuo ogni mese, a ti- 
tolo d interesse, un danaro per lira; e ogni cre,litore aveva il diritto di 
vendere o tramutare in altri la proprietà dei danari che aveva nel Monte 
coi relativi privilegi e immunità. ' 

Com.l'n^'TA*"^""""'"'" '"" P"^"'" " '" •*"<'"'' amministrazione del 
Comune attirò sempre più nuovi capitali, dal che derivò che « molto si 

Ii,7Til7r a '""""' «'^''«'""^<""' «"«'««« cento, e racenaone 
m. e a monte alt.; cento, e a aerto termine ne assegnava 200 sopra 
le gabelle del Comune, sicché i cit/adini guadagnamno col Comune a 
ragwne di XV per centinajo fanno, e essendo i libri e le ragioni 
mal guidate, per gli notai che nolli sapeano correggere, e ci avevano 
commessi molti er-rori e falsità, si ridussono inLnodisZTrZ 
uomrn, mercatanti che gli cm^eggessono. e ro,Tessono molto chiara- 
■mente a salvezza del Comune e de credito,-! harendo al co,itinoro 
nn notaio che faceva carta delle trasmutazioni con licenzia del vero 
'Jc.more. e poi gli scrivani gli acconciavano in su li registri del 
(omune. levando alluno e ponendo all'altro. „ 



(1) Rimandiamo il lettore alla hnlla A-,**^ « --^ 
a, Le Istorie di Matteo Villani . Gap. CVI, pag. m. 



63. Con questi accenni airaniniinistrazione e alla contabilità degli an- 
tichi Stati raedioevali, non intendiamo certo di studiare ora lo svolgi- 
mento del pensiero computistico in rapporto alFazienda pubblica ; ma — 
lo ripetiamo — siccome il sistema de* mercanti era,per così dire, quello 
che dava il la alla contabilità d'ogni specie d'aziende, questo nostro esame 
a null'altro mira se non a ricercare e a stabilire come era inteso e pra- 
ticato il controllo economico nell'epoche di cui trattiamo, indipendente- 
mente dalla natura delle aziende. 

• Certo è che in quei tempi la contabilità finanziaria, vincolata da 
preventivi e quale s'impone negli Stati moderni, allora nemmeno la si 
supponeva; epperò, anclie nell'azienda pubblica, tutto riducevasi a seguire 
contabilmente operazioni per natura e per effetti in tutto simili a quelle 
che si verificano nell'aziende mercantili. 

Lo vedemmo nel Comune di Pisa, lo s'indovina dal bilancio del Co- 
mune di Firenze e lo vedremo ora ancor meglio riportando i documenti 
tlel Desimoni relativi alla Masseria di Genova : le operazioni sono incassi 
e pagamenti, carico q scarico, compere e vendite di merci, utili e per- 
dite. E tutte queste operazioni venivano contabilmente coll^ate fra loro, 
talché i riscontri, le verifiche, in una parola il controllo, era facile e 
piano. 

Il Gitti scrisse (1) : « quello però che sembra certo si è che fino alla 
metà del secolo decimoquarto le forme semplici e convenzionali, che ora 
sono in uso per la tenuta dei conti, non furono introdotte, poiché nel 
1345, anno memorabile pel fallimento dei banchieri fiorentini, le case 
Peruzzi e Alberti, che pur erano fra le più reputate nel commercio 
bancario, non ricordavano le operazioni loro secondo alcun metodo di 
scrittura* » 

Ma di fronte a tale affermazione, starebbe questa notizia fornitaci 
<lal Peruzzi (2) : che sopra un registro del 1382, conservato nell'Archivio 
di Firenze, leggasi : Paltano di Folco Paliano, compagno di Giovanni 
Portinaia, Libico che chiamasi libico bianco, dove scriverò i miei debi- 
tori e creditori e lo scriverò alla veneziana, cioè da una carta dare 
e dirimpetto avere. Ora, ciò dimostrerebbe, che precisamente in quella 
stessa Firenze dove i Peruzzi e gli Alberti non tenevano contabilità al- 
cuna, le forme semplici e convenzionali erano in uso per la tenuta dei libri. 

Un fiore non fa primavera, dice il proverbio ; epperò allo stesso 



(1) V. Gitti — Discorso citato, pag. 10. 

(2) L. L. Peruzzi — Storia del Commercio, ecc. 



330 



STORTA DELLA RAGIONERIA ITATJAKA 



CAPITOLO UNDECIMO 



331 



1} 




modo che non sarebbe lecito dedurre una generale mancanza di registra- 
zioni, solo perchè due case importanti fiorentine non le tenevano, così 
sarebbe altrettanto arrischiato l'affermare che l'uso della partita doppia 
era generale, solo perchè la si ritrova praticata nella Masseria di Genova. 

(ììoYSL però avvertire, in tale considerazione, un fatto di non lieve 
importanza: ad essere negligenti, trascurati e colpevoli fino a non tenere 
alcuna registrazione, occorre semplicemente la mancanza assoluta di qua- 
lunque metodo ; mentre per applicare un metodo, sia pure ad una sola 
fra le infinite aziende che popolavano anche allora l'Italia, era ben ne- 
cessario un lungo studio di applicazione, di esperienza, di prove e ri- 
prove. E se nel 1340 questo metodo ci si presenta sviluppato e perfetto, 
o come mai si dovrebbe ritenere che lino alla metà del 14.® secolo le 
forme semplici e convenzionali non erano in uso? 

O che forse la scrittura doppia uscì di getto, come dal capo di Mi- 
nerva, da quel povero notaio o scrivano genovese? 

Del resto, se le esigenze di un buon ragioniere moderno, possono 
fargli ritenere insufficiente la scrittura semplice per una casa bancaria 
importante, non si può per altro dire ch'essa costituisca una mancanza 
di registrazione; e i Peruzzi, gli Alberti ed anche i Bardi tenevano nei 
loro libri « la scrittura sciempia, la quale, accendendo una partita nel 
libro Giornale, rinviava continuamente ai diversi libri ausiliari, e di 
questi ve n'era forzatamente un gran numero. » (1) 

64. Le notizie che il Desimoni ci dà relativamente alla contabilità della 
Masseria di Genova, suffragate da citazioni di regole, leggi e capitoli da 
lui esaminati in quell'Archivio di Stato, sono importantissime per la sto- 
ria della Ragioneria. 

Queste notizie possiamo riassumerle così : 

1." Che fin dal principio del XIV secolo il Comune ordinava do- 
versi tenere le scritture secondo il sistema de' banchieri ; 

2." Che le cancellature e gli spazi in bianco nei registri, erano 
vietati ; 

3.0 Che ogni registro prima di esser posto in uso, doveva esser nu- 
merato nei fogli ed esserne fatta dichiarazione conforme in principio 
del libro. 

4.0 Che gli errori non si cancellavano materialmente, ma con regi- 
strazioni di debito e di credito si riconduceva l'armonia del conto generale: 



5.0 Che annualmente i libri venivano rinnovati, portando nelle 
partite «lei nuovi, i saldi delle singole partite del vecchio registro ; 

6.0 Che le mutazioni di proprietà, obblighi, ecc. venivano trascritte 
e ripetute dal libro principale nei rispettivi registri sussidiari ; 

7.0 Che finalmente, già fin dal principio del XIV secolo v'era una 
netta distinzione del libro Mastro dal Giornale. 

Ma in tutto ciò, dove trovasi la scrittura doppia ? 

Ed ecco il Desimoni a fornircene inconfutabilmente la prova : 

8.0 Col documento III da lui riprorlotto, dal quale risulta la du- 
plicazione delle partite; 

9.0 Col documento IV, dal quale, oltre alla duplicazione delle par- 
tite, si scorge come nel conto del pe2fe vi sia stato un danno di cente- 
nari 84 e libbre 12, e questo sia riportato al conto Perdite e Profitti. 
Ecco pertanto tali documenti, ai quali per maggior evidenza noi 
non abbiamo aggiunto altro che un numero progressivo alla sinistra 
delle singole partite. 

Massaria Communis Januae de MCCCXXXX 



Carte 90 e. 



(documento III) 

Carte 90 r. 



MCCCXXXX, die vigesima sexta MCCCXXXX, die vigesima sexta 



augusti 



augusti 



1. Jaoobus de Bonicha debet nobis 
prò Antbonio de Marinis valent nobis in 
iato in LXI. lib. XXXXVIIII, s. IIII 

2. Item die quinta septembris prò Mar- 
zocho Pinello valent nobis in iato in 
LXXXXII lib. XII, 8. X. 

3. Item MCCCXXXXI die sexta martij 
prò alia sua racione valent nobis in alio 
cartulario novo de XXXXI in Cartis . C 

lib. - 8. XVI 
Summa lib. LXII s. X. 



Recepimus in raoione expense Comuniì» 
Janue valent nobis in is to in CCXXXI et 
suntpro expensis fhotia per ipsum Jacobum 
in exercitu Taxarolii in trabachis et aliis 
neoessariis prò comuni Janue, et hoc de 
mandato domini Ducis et sui eonsilii 
scripto mano Lanfranci de Valle notarli 
MCCCXXXX die decimanona augusti 

lib. LXII s. X. 



(1) L. L. Peruzzi, op. oit. 



Questa sopra è dunque la partita di Giacomo De Bonicha, e trovasi 
a pagina 90 del Mastro. Porta un solo accreditamento di lib. 62, soldi 
10, e due addebitamenti : il primo di lib. 49, soldi 4; il secondo, di 
lib. 12, soldi 10 ; per cui con la registrazione a debito N. 3 viene esposto 
il saldo di lib. 0, soldi 16; col riferimento a pag. 100 del nuovo Cartu- 
lario Mastro dell'anno 1341. 

Le due partite poi, N. 1 e 2 trovano la loro registrazione antitetica 
nelle partite di Antonio Marini a pag. LXI e di Marzoco Pinello a pa- 
gina LXXXXII, come appare qui sotto: 



v'<.lr 



332 



STORIA DKL^A RAOIONKRU ITALIANA 



I I 






Carte ni. 

MCCCXXXX, die 4 iuliì 



Anthonius de Marinis debet nol)is prò 
ulia sua ratione etc. 



Carte 61, 



xMCCCCXXXX. 



1. Beoepimns eto, 

2. Item die XXV'I au^tiU accipiendi 
Jaoobo de Bonicha in racione valent nobin 
in Ì8to in XC. lib. XXXXVIIII s. UH. 



'.'arte 9i 



MC(XXXXX 

Marzochns Pinellus debet nobis eto. 



Carte 9i 

MCCCXXXX 

1. Reclpimns etc. 

•2. Item die quinta septembris aocipiente 
Jacobo de Bonioha in racione valent nol)is 
in -^t\ lib. XII 8. X. 



(documento IV) 

La colonna Piper rCoìito del PepeJ 



Carte 73 

MCCCXXXX, die VII marcii 

1. Piper Centenaria I.X XX del>ent nobis prò 
Venoiguerra Imperiali valent nobis in Vili 
et sunt prò libris XXIIII sol. V prò cente- 
nario. lib.M.D.CCCC.XXXX. 

Censarius Lucbas Donatns. 

2. Item die XVII marcii prò labora- 
tibus et aunt prò avaria dicti piperis de 
racione Pacbalis de Furneto valent nobis 
in Villi bis. g. XIII I. 

3. Item ea die aocipiente Anthonio de 
Framura garhellatore . prò garbellaturis 
dicti piperis centenaria XXXXI de racione 
dicti Paschalis. valent nobis in Vili. 

lib. — 8. X. d. UH. 

4. Item die XX marcii prò saohi XIIII et 
prò garbellaturis dicti piperis de racione 
dicti Paschalis valent nobis in X 

lib. II. 8. UH. d. IIII. 

5. Item ea die ponderatnris piperis 
de racione dicti Paschalis valent nobii in 
X termino kalend. iuUi . . . 

lib. — s. X d. VIII. 

6. Item quia scribi debebatur usque die 
VII marcii prò centenariis UH et libris 
XH li2 dicti piperis, prò libr .VXIIH solo 
V prò centenario, de racione Venciguerre 
Imperialis in VIII m,. q^ yj. 

7. Item ea die prò ripa totins piperis 
centenaril LXXXXHH et libre XII lilO de 
racione dicti Venciguerre in VIII 

lib XXX s. — d. X. 

8. Item ea die prò sachi XX dicti piperis 
de racione dicti Venciguerre in VIII 

lib. II g. HI d. UH 



Carte 73 

MCCCXXXX die XEI marcii 

1. Recepimus in vendea de centarijs 
dicti piperis in Jeanne de Franco de Flo- 
rentia, el prò eo in racione Cristiani Lo- 
mellini, valent nobis in III. 

lib. CCXXVII s. V. 
et snnt prò libr. XXII sol. XIIII d. VI 
ad numeratum. 

2, Item die XXX marcii in vendea de 
centenario uno liperis in Jacobo Maria de 
tiuerio. et prò eo in racione Anthonii de 
Reoho, notarli, valent nobis in XIIII prò li- 
br. XXII. s. X. libr. XXII 8. X. 

3. Item ea die in vendea de centen. XV 
et IH quar. pipeiis prò libris XXII sol. X 
prò centenario, in lacolio Tanso de Medio- 
lano et proeo in Paschale de Furneto, valen^ 
nobis in X. Uh. CCCLIIII s. VII d. VI 

4. Item ea in vendea de centinariis lì 
prò libr. XXII, sol. X. in Petro Bordino de 
Ast, et prò eo in Pascale de Furneto va- 
lent nobis in X . . . lib. XXXXV. 

5. Item <lie predicta prò pluribus cen- 
tenariis piperis in racione vendee dicti pi- 
peri» valent nobis in isto antea in pre- 
senti carta LCCIII . . . 

lib. MCCLXXIH s. Villi d. VI. 

6 Itom die VII novembris in dampno cen- 

tenariorum LXXXIHI et libri XII I^IO 

dicti piperis in racione proventium in isto 

XXXVII. lib. CXXXXVIIII, 8. XII. 

Snmma libre 'lILXXIII, s UH. 



C.\PIT0LO UXDECIMO 



333 



H, Item die Vili aprilis prò certis avariis 
dicti piperis de racione piperis valent no- 
bis in LXXIIII. . . lib. I, s. X, d. X. 

Summa libre HLXXIII s. UH. 



Le sei registrazioni che si trovano nell'Avere del suddetto conto 
del Pepe, trovano il rispettivo riscontro antitetico nei conti che seguono, 
tra i quali l'ultimo, quello cioè indicato a carte 37, rappresenta il conto 
prorentnìiì, cioè, come ora dìrebbesi «Perdite e Profitti». 

Riscontri all'Avere della colonna "Piper,, 

carte 3. MCCCXXXX. 



:^S^13> Questa ò la partita «li Giovanni 
Franco di Firenze; però il I>are è illegibile 
perchè questa parte del. foglio ò stracciata 
e guasta dall'umido. 



Recepimus etc. 



Carte li. 

MCCCXXXX, die ^ martii 

1. Anthonius de Keclio notarius dcbct 
nobis prò Jacobo Maria de Querio prò cen- 
tenario uno piperis de racione dicti piperis 
valent nobis in LXXIII lib. XXII s. X. 

Summa etc. 



Recepimus etc. 



!>>umma etc. 



Carte 10. 



MCCCXXXX 



1. Pasqxial de Furneto debet nobis etc. 

2. Item die XXX marcii prò Jacobo 
Tanso de Mediolano et sunt prò centenariis 
XVIII piperis prò lib. XXII, sol. X, prò cen- 
tenario da racione dicti piperis valent nobis 
in LXXIII. 

lib. CCCLIIII, 8. VII, d. VII 

3. Item ea die prò Petro Bordino de Ast 
et sunt prò centenariis H piperis prò libr 
XXII, g. X, prò centenario, de racione dicti 
piperis in LXXIII lib. XXXXV. 

Summa etc. 



Recepimus etc. 



Summa etc. 



Cttè'te 73 verso 

MCCCXXXX die XXX martii 

1. Vendea piperis debet nobis etc. 

2. Item ea die prò ratione piperis va- 
lent nobis in isto retro in presenti cartis 
LXXIIL 

lib. MCCLXXIV, 8. VIII. d. VI. 
Summa etc. 



Recepimus ect. 



Summa etc 



334 



STORIA DELLA BAGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO TNDECIMO 



335 



:£ 



Carte 37 

MCCCXXXX, die X marcii 

1. Proventus Cambil et dampnum de 
raulia vendita debet nobls eto. 

2. Item ea die (7 novembris) prò dampno 

(Illegibile) 

Snmma eot. 



Kecipimus etc. 



Summa etc. 



Le nove registrazioni che stanno invece nel Dare del suddetto conto 
del PcjfC, hanno le rispettive contro partito nei conti che vengono, l'ul- 
tim odei quali, indicato a carte LXXIV, è il conto <k Avarie Dirersc» 

(Contro partite del Dare della Colonna « Piper> ) 



arte 9 verso 



MCCCXXX. 



Vencigtierra Imperialis dobet nobls eto. 



Siimnia etc. 



Carte 'J 



MCCCXXX X 



Pasqual de Furneto del>et nobis etc. 



Sunima etc. 



' urte l'> 



MCCCXXXX 



Pasiual del Furneto debet nobis eto. 



Sii mina etc. 



Carte fi 



MCCCXXXX 



Venoiguerra Imperialis de)>et nobis etc. 

Stimma etc. 



MCCCXXX, die VII marcij 

l.Reoepimus inpipere centenaria LXXX 
prò libris XXIII, sol V iannuinorum prò 
centenario valent nobis in XX XII, 

lib. MDCCCCXXXX. 
Termino (?) die VII iulii- 

Sunima etc. 



MCCCXXX 

1. Recepimus etc. 

'J. It. die XVII inarcij laboratoribus prò 
avaria piperis in racione dicti piperis va- 
lent nobis in LXXIl lib. — s. XIIII 

3. It. ea die ao.cipiente Anthonio de Fra 
mura garbellatore in racione dicti piperis 
valent nobis in LXXVIII 

(Poco leggibili entrambe e il seguente 
ma abbastanza per capire V identità del ri- 
scontro a scrittura doppia). 

Summa etc. 



MCCCXXXX 

1. Recepiiuu!> etc. 

2 prò sachi XIV prò garbellaturis 

dioti piparis ceuten. XXI et prò laboratori' 
bug in raoione dicti piperis valent nobis 

lib, II, 8, ini d, un. 

7. It. usque die XX marcij prò ponde- 
raturis piperis in racioni dicti piperis. 
valent nobis in LXXIIl lib. — s. X, d. IlII. 

Summa etc. 



Reoipimus etc. 

(Illegibile affatto) 



Carte 'J rerso 

MCCCXXXX 

Venciguerra Imperialis debet nobis etc. 



Summa etc. 



1. Recepimus etc. 

2. It. ea die (VII marcii) prò ripa dicti 
piperis in racione dicti piperis in LXXIIl 

lib. XXV, s. X. 

3. It. ea die prò saohi XX dioti piperis 
in racione dicti piperis in LXXIIl 

lib, II, s. III. d UH. 
Summa etc. 



Carte 74 



MCCCXXXX, die XXX inartis. 

Avarie piperis et aliis debent nobis, eto. 



Summa etc. 



Carte 74 

MCCCXXXX die VIH aprilis 

Recepimus in racione piperis valent no- 
bis in isto in LXXIIII... lib. 1, s, X. d, X. 

Smma eto. 



Non faremo in vero molte considerazioni intorno a questi documenti 
che parlano abbastanza eloquentemente da sé. 

Noi qui non troveremo le particelle a e jpeì\ né le virgolette, né 
tutti gli altri amenicoli introdotti nel secolo successivo; in quel se- 
colo al quale, fino a pochi anni fa, sì volle far risalire V invenzione 
della scrittura doppia, mentre non fece che introdurvi del convenzio- 
nalismo di forma, non certo dei mutamenti nella sostanza del metodo. 

Molto si scrisse da parecchi sulla lenta evoluzione dalle scritture 
semplici alla doppia; e secondo questi scrittori, il processo d'evoluzione 
dovrebbe aver importato un lavorìo non poco dissimile, per poderosità, 
da quello che occorse alla trasformazione ÒìqW homunculus in uomo. 

Ebbene, ammettiamolo pure. Ma se occorse un secolo circa per 
introdurre, come diremo, l' a, il per e le virgolette nella tanto sem- 
plice e pur tanto chiara scrittura dóppia usata nel 1340, quanti secoli 
mai dovrebbero essere occorsi perchè il metodo della Masseria di Ge- 
nova si formasse ? 

Fa soltanto dopo il 1000 che la vita civile risorse, e con essa si 
svilupparono i commerci e si organizzarono le aziende. 

Prima di quest' epoca, e risalendo appunto fino agli ultimi tempi 
dell'impero romano, è in seno alla Chiesa, che dobbiamo cercare, se vo- 
gliam trovare organizzazioni estese e potenti di aziende. 

Noi non lanceremo giudizi avventati, come ad esempio fece il Per- 
rot (1) ; né ammetteremo nemmeno che la s. d. siasi venuta formando 
nell'aziende cenobitiche. i 



(l) Qiorgio Perrot, in un pregevole studio su Demostene et ses conteinporaines (Revue 



336 



STORIA DELIA KAr.loNEHlA ITALIANA 



A chi, per dedurre che la p. d. doveva esser conosciuta dai ro- 
mani, volle trovare una prova nel fatto che le scritture del Massaro 
di Genova eran scritte in latino, e che perciò l'uso di questa lingua 
applicata all'unico e più antico documento di s. d. esistente, poteva 
render fondata la supposizione, fu risposto che nel M. E. era* consue- 
tudine affidare a monaci il maneggio del danaro nelle aziende pubbli- 
che, e che perciò spiegavasi l'uso del latino anziché della lingua ita- 
liana in quelle scritture (1). 

Ciò quindi lascerebbe a sua volta supporre, che soltanto i monaci 
possedessero la conoscenza del metodo, giacché nell'altre aziende, come 
nei banchi fiorentini di queirepoca, si ritrova soltanto la scrittura 
semplice. 

/ E se i monaci la conobbero, essi - che nell' ambito amministra- 

tivo conservarono le tradizioni romane, e furono diremmo quasi, l'anello 
di congiunzione fra quell'epoca e questa di cui trattiamo — essi di- 
ciamo, dovettero semplicemente conservare e tramandarci il processo 
la struttura scritturale dell'antiche aziende romane. " ' 

Ma noi non vogliamo nemmeno dare soverchia importanza al fatto 
che nella Masseria di Genova adoperavasi il latino nelle scritture, piut- 
tosto che r italiano ; e pensando, che Genova — come si disse — fin 
dai tempi dei romani fu quasi sempre indipendente, epperò non dovette 
subire innovazioni o alterazioni ne' suoi usi e ne' suoi sistemi per 
effetto di dominazione straniere, cosi riteniamo che, se la s. d. era co- 
nosciuta dai romani, in nessun' altra città italiana meglio che a Genova 
potevasene conservare la tradizione. E Genova infatti ci offre il primo 
e più a^.ti.ìo documento di questo metodo di scrittura. 

e 5. — Il controllo nella pubblica amministrazione apparisce 
anche in Sardegna, la quale, datasi a casa d'Aragona fino dal 1323, era 
retta con ordini informati sufficientemente a libertà. 

A capo del Governo stava un vice-re spagnuolo che mntavasi ogni 



dea deux Monde* _ ir, Novembre 1873 - pag. 413) parlando de' banchieri ateniesi dice- 
^ Les Oangiaers araient des i^x^rwxe^^^:^ (?r,a£pt5c;), des rl^^u^m (U7roa.,?uaT« 
Tpairi^tTixa -ypa^-xara), auxquels les orateurs et autres écrivaim anciem font 'des fré- 
<iuentes aUusiom ; ils tenaient leurs écritures en partie douOle, et toutes le. som^nes qui 

ni.^"' r°'' "^'"^ ""^ T°^t' ""^ °°'"* '^''^'' ^^^" ^«^^«""^ *«°"« i" scrittura doppia; né for- 
nisce alcuna prova. In tal modo, si potrebbe affermare qualunque cosa. 

.colo del Ra"; 'vrH'i- ^" ^j^'^^f " "«J ^"^^oniere, ai Maggio 18*>. a proposito di un opu- 
acolo del Rag. l'rol. Lanfranolii u t;ul{e origini della sn-ittura doppia » 



BSg«fe^f.^M^'' 



CAPITOLO UNDECIMO 



337 



tre anni ; un Parlamento che convocavasi ogni dieci anni, composto di 
tre stamenti: il militare, l'ecclesiastico e il regio. 

Durante l'assenza del vice-re aveva la reggenza e disimpegnava 
anche le attribuzione di tribunale supremo, oltre che di Consiglio Am- 
ministrativo, una reale udienza. 

I municipi eran retti da Consoli estratti a sorte, che per gli af- 
fari straordinari dovean prendere avviso dal Consiglio Maggiore, com- 
posto di tutti i cittadini iscritti nella matricola. 

La Scrivania di razione era come l'ufficio di ragioneria del vice- 
reame; e il prof. Caro Leone, in una pregevole monografia (1) riferisce 
alcune disposizioni riguardanti codesto ufficio. 

Un decreto reale 13 Maggio 1334 ordina al Governatore generale 
(li Sardegna e Corsica di non permettere a veruno d'entrare nell'ar- 
chivio del Razionale fuorché al Maestro Razionale o a chi egli vorrà. 

Nello stesso anno, con carta reale del 9 Novembre, viene imposto 
al Vicario e al sotto-vicario di Sassari di render conto al Maestro 
Razionale dei diritti delle firme e delle penali per l'esportazione delle 
armi proibite, come spettanti al regio Patrimonio. 

Altra carta reale del 1345 obbliga l'Università di Cagliari a ren- 
dere annualmente conto alla Scrivania di Razione delle somme esatte 
per tasse sulle cose impiegate nella costruzione delle mura. 

Con Prammatica 24 Agosto 1355 è fatto obbligo all'Amministra- 
tore delle regie rendite di portare e trasmettere ogni volta ne sia ri- 
chiesto, i suoi conti al Maestro Razionale. 

E gli scrivani delle governazioni sono obbligati, sotto pena di 500 
maravegli d'oro, da carta reale del 22 Ottobre 1370 a render conto 
al Maestro Razionale dei diritti ed emolumenti da loro percepiti. 

Né feudi, censi, gabelle, rendite ecc., del patrimonio reale potean 
esser concessi, se prima, a norma della Prammatica 14 Febbrajo 1381 
non eran state registrate nell'ufficio della Razione, indicando appiedi 
del privilegio, l'avvenuta registrazione. 

Gli ufficiali regi ed i ricevitori delle rendite reali di Sardegna 
non eran poi tenuti a rendere i conti al Maestro Razionale d'Aragona, 
bensì al suo luogotenente in Sardegna, mediante strumento pubblico da 
lui firmato e fatto dal notaro dell'Amministrazione del capo di Cagliari, 
eccettuati però gli Amministratori Generali, i Doganieri, i Salinieri di 
Cagliari ed Alghero, il Camerlengo e il Maestro della Zecca d'Iglesias. 

(1) Organismi finanziari delia Sardegna sotto gli Spagnuoli, - nel Ragioniere - lo lu. 
glie 1889. 

22 



■c-i.';p.V^»^J=!5EP?ÌW 



T^^^P^^™' 



338 



STORIA DELLA BAOIONBBIA ITALIANA 



CAPITOLO UKDECIMO 



339 



Anche nel ducato di Savoja la pubblica finanza ebbe, fin da' primi 
secoli del dominio di questa casa, buoni ordinamenti. 

Il Consiglio del Principe aveva l'alta amministrazione della cosa 
pubblica. 

Con lo Statuto del 7 Febbrajo 1351, fatto da Amedeo I, venne 
poi istituita la Camera dei Conti, la quale aveva il controllo delle en- 
trate e delle spese a mezzo di due Maestri dei Conti, magistrati che 
furono rivestiti di grande autorità. 

La resa dei conti fu imposta a quanti avevano la gestione della 
pubblica cosa, con giuramento di renderli esatti e fedeli, sotto pena 
di L. 25 forti ; condizione, questa del giuramento, necessaria per essere 
ammessi a rendere i propri conti. 

Prima della chiusura dei conti d'amministrazione, nessuno poteva 
abbandonare la carica; né si poteva procedere alla verifica della ge- 
stione in corso, se non erano approvati i conti dell'anno precedente. 

I Maestri dei conti dovevano compilare un elenco delle pensioni e 
dei salari a carico del Principe; ma le spese in genere non erano re- 
^'olate da norme, né classificate, sicché il controllo della spesa era 
assai deficiente al confronto di quello dell'entrata. 

Alla stessa guisa che per la Scrivania di razione in Sardegna, 
anche in Savoja e Piemonte i maestri dei conti avevano l'obbligo ri- 
goroso di custodire le chiavi degli uffici, i registri dello stato, né di 
lasciar estrarre conti da essi, i quali venivano custoditi e conservati 
nel castello di Chambery. 

Nel 1389 i Maestri dei conti furono aumentati a quattro, e ordi- 
nato che tutte le riscossioni fatte dai Casteìlani (o halii^ così chiama- 
vaasi gli Amministratori dei redditi ritraibili dai beni del Principe, e 
che costituivano il principal ramo della pubblica finanza del ducato) 
fossero versate direttamente al Tesoriere genert-le, o ai due segretari 
«iella spesa deirustello. 

Fu meglio organizzato il controllo della spesa obbligando chiun- 
que riceveva danaro, a rendere conto esatto dell'impiego fattone a chi 
glie l'aveva versato. 

Tutte le cedole o lettere di debito rilasciate ai creditori dello stato 
non erano titoli sufficienti per conseguire il pagamento, se non erano 
accompagnate dal relativo mandato di pagamento ; le quietanze venivano 
.-.tese sul dorso delle cedole, che spedite quindi ai maestri dei conti, ser- 
vivano di scarico ai contabili pei mandati di pagamento rilasciati. 

Nel 1452 poi, tutti i servizi di tesoreria, d' entrata e di spese 



furono concentrati nel Tesoriere generale, verso il quale gli ufficiali 
contabili dovevano rispondere ; e al Principe rimase però ancor e sem 
pre il diritto di limitare o disporre le spese tutte a suo talento, solo 
assegnando una somma determinata per ogni categoria di essa. 

Riformato da Emanuele Filiberto (1553-1580) un secolo dopo, il 
sistema tributario, sul concetto che tutti i sudditi dovessero contri- 
buire al pubblico tesoro in proporzione delle loro sostanze, le pubbli- 
che entrate s'accrebbero enormemente. Il pubblico tesoro, da 100 mila 

scudi d'oro salì a 500 mila. 

Favorite le industrie e il commercio, cresciuto il movimento eco- 
nomico dello stato e aumentate le sue risorse, imponevasi la necessità 
di un più ordinato controllo. Ed Emanuele Filiberto vi provvide nel 
1554 unificando il servizio di tesoreria coU'istituire la carica di Teso 
nere generale di tutte le finanze, e nel 1561 col creare l'ufficio di 
Correttor generale delle Finanze per il controllo di tutti gli uffici, non- 
ché un Contador g'>nerale per l' ufficio del soldo, il quale, riunendo 
tutti i servizi amministrativi militari, fu staccato dalla rimanente am- 
ministrazione dello St?.to. 

66. — Un Rendiconto del Ducato di Milano e sue dipendenze, per 
r anno 1463, fu dottamente illustrato dal Rag. Formentini in una sua Me- 
moria (1), dalla quale ricaviamo questi dati. 

È un Resoconto delle Rendite e delle Spese, dal quale si possono 
rilevare notizie interessanti intorno alla qualità e quantità delle impo- 
ste; ai pesi e spese occorrenti per la percezione delle medesime e per 
l'andamento dell'amministrazione e della giustizia; al genere e al va- 
lore delle monete allora in corso; al corso delle derrate e di oggetti 
d'uso comune in quell'epoca. 

Dà inoltre minuzioso conto d'ogni titolo di rendita e spesa, tanto 
riferibile all'Amministrazione ael Ducato e delle città annessevi poste- 
riormente, quanto riferibile alle entrate speciali del principe, ed ero- 
gazioni nel mantenimento della sua casa e famiglia. 

« È di tutta evidenza — scrive il Formentini — che trattasi di 
un vero conto di previsione e determinazione e non di un consuntivo, 
e in ciò sta appunto il maggior merito, imperocché per quanto ci è 



(1) _ Rag. Marco Formentini — Memoria sul Rendiconto del Ducato di Milano per 
l'anno 146i — (Bollettino degli atti dell'Accademia dei Ragionieri di Milano - 1S70 - Voi. Il 
fase. III). — Questa dotta Memoria fu ricavata da un prezioso manoscritto latino, di 
fogli 232, dal Formentini pot-ito psnmìnare. e che la -pulihlicò negli Atti dell'Accademia 
di cui era P csuiintf. 






340 



STORIA DELlJk RAGIONEBIA ITALIANA 



I 

1 ^ 
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i 



risaltato da notizie raccolie niua altro governo può forse vantare per 
epoca così lontana, un'amministrazione tanto regolare ed ordinata. » 

Rendite e Spese vi sono classificate in ordinarie e straordinarie, e 
divise in tre serie: 

1. — quelle delle città di Milano, 

2. — quelle delle rimanenti parti del Ducato (pievi e comuni in 
cui dividevasi), 

3. — quelle delle città e comuni aggiunti posteriormente. 

Le rendite della prima serie erano aumentate dell'addizionale del 
cambio, che « si risolveva in un aumento u'imposta per coprire la per- 
dita della diminuzione del corso delle monete d'argento in confronto 
delle monete d'oro: contrariamente al sistema di altri governi e spe- 
cialmente di quello della Repubblica di Venezia, i quali non ricevevano 
in conto e saldo dell'imposte che monete d'oro o monete d'argento a 
prezzo di tariffa e superiore a quello della comune contrattazione rag- 
giungendo però il medesimo scopo. y> 

Tali rendite erano costituite dai vari dazi (sulle merci, sulla ma- 
cina del frumento, sulle grascie, sui pesci, sulle armi, sulla vendita del 
vino, sulle ripe del Naviglio per la navigazione ecc.), da varie notorie 
(del Civico palazzo, del Giudice delle mercanzie, dell'ufficio multe per 
contravvenzioni, dell'ufficio sorveglianza strade, ecc.), dalla Gabella del 
pane bianco alle diverse Porte e del prestino dei Resti, dalla Gabella 
del sale, dal prodotto delle dogane, dei bolli diversi, dalla zecca ecc. 

La seconda serie, oltre alle rendite generiche straordinarie, com- 
prendeva il Dazio del consumo pane e vino, l'imbottatura vino e rac- 
colto biade, il dazio su talune partite di sale, i prodotti di multe e 
tasse di notarie. 

Le città aggiunte posteriormente al Ducato, avevano ciascuna una 
specie d'amministrazione finanziaria; epperò ai titoli di rendita, come 
quelli della seconda serie, aggiungevansi quelli di due tasse speciali : sul 
cariggio (mezzi di trasporto delle salmerie dei principi nei loro viaggi) 
e sui cavalli, per stabilire il qual numero si formava ogni anno un 
ruolo esatto. 









CAPITOLO TTNDRCIMO 



341 



In riassunto, le rendite del Ducato di Milano, dal documento esa- 
minato dal Form en tini, risultavano essere le seguenti : 



Città di Milano 
Pievi e Com. dipen. 
Città aggiunte . , 



Ordinarie 



372.483.10. 6 

190.014.12.11 

1.040.441. 3. 4 



1.G02.939. 6. 9 



Straordinarie 



7.288.17.— 
16.492.13.— 
38.029.12. 3 

61.811. 2. 3 



TOTALE 



379.772. 7. 6 

206.507. 5.11 

1.078.470.15. 7 



1.664.750. 9.— 



I Pesi e Spese erano divisi in quattro classi generali 



170.882. 5.11 

8.873.10. 9 

14.686. 5.— 

29.926.10. 2 

1.875.10— 



Camerali ordinarie .• . L 

Riguardanti il traffico del sale ........ 

Per l'Università di Pavia y, 

Straordinarie « 

Impiegati per le Tasse e Dazi del Gualdo . . . t, 

in totale L. 226.244. 1.10 
La rendita netta (L. 1438506, 7, 2) passava a disposizione del 
Principe per le spese dell'esercito, della sua cancelleria particolare, pel 
mantenimento della sua famiglia e per sussidi ai nobili della sua ()orte 
pel proseguimento dei lavori del Castello, del palazzo ducale e d'altri. 
Il Principe aveva inoltre altri diritti attivi speciali di regalie, de 
scritti in apposita partita intestata: Intrata Illustr. D. Nostri Ammi- 
nistrata jyer Magnum Domini Joaninum Barbatimi, e che importavano 
altre L. 23473. 

L'Amministrazione generale del Ducato era costituita: 

I — Da un Ducali Consiglio segreto, composto di 12 membri con 
a capo l'Arcivescovo di Milano, 2 Segretari, 4 Cancellieri, 7 Coadioa- 
tori e 6 portieri. 

II — Da un Domini de Ducati Consiglio Justitiae, che come dice 
il nome, aveva l'amministrazione della giustizia ed era composto di 3 
membri, 2 Segretari, 4 Cancellieri, e 5 portieri. - 

III — Da un Domini Mag. Intratorum, magistratura camerale per 
le rendite, composta di 5 membri, 1 ragioniere generale, 3 cancellieri, 
5 coadiutori, 1 sotto ragioniere e 6 servitori. 

IV — Da tre speciali uffici di contabilità: 

a) Eationatores ad Papiri, con due ragionieri ed un coadiutore; 

b) Eationatores ad Expensae Conficiens, con 1 ragioniere ed 1 
coadiutore; 

cj Eationatores ad Cartam 

V — Da un Tesoriere Generale. 



H.*j 



342 



STORIA DELIJl RàGIONEEIA ITALIANA 



. t 



Questi cinque uffici costituivano l'alta Amministrazione e il con- 
trollo del Ducato; e alle loro dipendenze, stavano: 

Il BancOj con amministrazione speciale, alla cui testa erano 3 di- 
rettori, 4 ufficiali e un accusatore; 

La Direzione delle Gabelle con un direttore, 2 ufficiali, '52 caba- 
lari, e una quantità di riscuotitori della tassa sul sale; 

Sette Ufficiali incaricati della percezione dei dazi a ciascuna porta 
della Città (Porta Romana, Porta Vercellina, Porta Tenaglia, Porta 
Nuova, Porta Comasina, Porta Orientale, Porta Tosa). 

La Podasteria di Milano, che componevasi di un provicario, di un 
Giudice per le multe; di un altro Giudice per le materie civili; di un 
aggiunto, di un Cancelliere, di 5 donzelli, 2 ufficiali, un cocchiere, un 
cuoco, un sotto- cuoco, 36 guardie e 6 soldati. 

Per le città, borghi e Castelli dipendenti dal ducato, esistevano 
uffici pressoché uguali, a seconda del genere dell'amministrazione e 
delle imposte, sempre assistiti da un numero di ragionieri più o meno 
grande, secondo i bisogni. 

Di fronte a si ammirevole ordinamento, ben a ragione il Formen- 
tini osserva che il congegno di codesta macchina amministrativa doveva 
essere ammirabile, se ogni anno offriva la facilità di compilare un conto 
così esatto sotto tutti i riguardi. 

Ogni ramo di Amministrazione, anche il più piccolo, aveva sem- 
pre una regolare Contabilità; eravi perfino un ragioniere per ciascuna 
delle speciali gestioni delle fabbriche del Castello e del palazzo ducale; 
motivo per cui il Formentini soggiunge : « possiamo perciò, senza tema 
di essere smentiti, dichiarare che lo studio di ragioneria in questa città 
fu sempre coltivato dai nostri maggiori con particolare amore e cura. 
Da ciò il prosperamento ed il massimo ordine in ogni amministrazione 
pubblica e privata, e la possibilità di poter costruire, coi pochi mezzi 
che offriva un così piccolo ducato, i dispendiosi canali del Ticino, della 
Martesana, il Duomo. l'Ospedale, le Chiese, le Certose, e di poter equi- 
paggiare e mantenere un esercito che ci rendeva rispettati dalle altre 
nazioni, le quali ambivano la nostra amicizia. y> 

Le quali ultime parole del Formentini, ci ricordano oggi quest'al- 
tre di Gerolamo Boccardo: « gli stranieri troppo sovente si dimenticano 
che sul nostro suolo veramente ebbe principio quel movimento indu- 
striale, ch'essi hanno con tanto successo ereditato. » (1) 



Ca^pitolo IDiJLOclecimo 



(Documenti di Ragioneria antica) 
I MERCANTI E I BANCHIERI DAL XIV AL XVI SECOLO 



(1) Gerol. Boccardo — Economia Tolitica — Voi. 2". pag. 118 — Torino 1879. 



CJ^. — I primi germi del moderno diritto commerciale - La società nel Diritto romano 
- La ragione o Ditta sociale - Società in nome Collettivo - d' Accomanda o Implicita - 
Le leggi canoniche e lo sviluppo del credito - Gli statati delle città - Organizzazione 
del credito - Il servizio di cassa allo Stato - Il banco-giro - OS — Le specializzazioni 
giuridiche del credito - Loro influenza sull'arte computistica - Perchè molti banchieri 
usavano la scrittura semplice - Dove era diffusa la s. d. - ^O — Di alcuni libri di ban- 
chieri siciliani - Com'erano tenuti - Modello d'una partita d' un Mastro del 1520 - Perchè 
anche in Sicilia doveva esser praticata e diffusa la s. d. - ■yo — Il fallimento dei ban- 
chieri e le relative procedure - ^X — La tenuta dei libri negli statuti e nelle consue- 
tudini delle città italiane. 



07. — Le pubblicbe e private ricchezze, che tanto slancio e lu- 
stro diedero alle aziende medioevali, trassero in gran parte origine non 
dalla cieca fortuna, ma dal genio fecondo di quei mercanti, di cui già 
abbiamo avuto occasione di accennare alFiniziativa, alla cultura, al 
carattere. 

È dal XIII secolo in poi che noi vediamo sorgere e formarsi istitu- 
zioni, consacrarsi usi e fissarsi norme in materia commerciale; e tutto 
questo materiale venendo ad aggiungersi a quegli statuti che i mercanti 
avean saputo formulare nel primitivo intento di regolamentare e proteg- 
gere l'esercizio del Commercio, dovea poi prevalere sul diritto comune 
e dar vita alla legge commerciale, ai moderni codici di commercio. 

Pel diritto romano, la società come ente morale, non poteva valida- 
mente obbligarsi verso terzi se non col concorso personale di tutti i suoi 
componenti, oppure col loro mandato esplicito, conferito ad uno dei soci. 

Ciò non poteva che ostacolare la libera azione commerciale in 
un' epoca in cui il commercio era l' anima del vivere civile. 

Ma ecco la finezza, l' acume pratico de' mercanti del XIII secolo 
opporre una forma pratica agli ostacoli creati dalla legge civile : ecco 



344 



STORLV DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO DUODECIMO 



345 



introdursi la RriffìOìic o Ditta nodale, per la quale ojjni socio è rive- 
stito dei diritti e <lei i)oteri di tutti gli altri soci. E cosi sorjje la Società 
in nome collettivo, nella quale, firmando ognuno dei componenti 
A', e Compagma, lente sociale viene giuridicamente ad obbligarsi in so- 
lido per gli atti compiuti sotto tale ragione. 

Né qui s'arrestano i frutti di quell'acume pratico. 
Quando il commercio marittimo si estende, ecco escogitarsi dagli spe- 
culatori, un contratto iVAccomenda o Implicita, mediante il quale, con- 
segnando o merci o danari a un capitano di mare o ad altro mercante, 
col mandato di negoziare in paese lontano, questo consegnatario dovea 
poi riportarne il ricavato, trattenendosi una parte degli utili, secondo i 
patti prestabiliti. E da questo contratto ecco sorgere la Società in Ac- 
comnndita. 

La scoperta d'America venne i)iù tardi a produrre una forte impor- 
tazione d'oro dal Messico e dal Perù. La proprietà fon<liaria ne scapita 
grandemente; ma ecco i nostri banchieri e i nostri mercanti perfezionare 
i meccanismi del credito, e sorgere una proprietà nuova, che sconvolge 
tutto il mondo commerciale: la proprietà del credito. 

Allo sviluppo del credito ostacolò in principio — come si disse — 
la questione dell'interesse, condannato dalle leggi canoniche; ma poi le 
Unzioni legali modilicarono a poco a poco anche le prescrizioni in pro- 
posito, e il credito ebbe notevole sviluppo. 

« Pria che a questo pervenissero le leggi e la dottrina, v'era arri- 
vata la pratica mercantile, indipendentemente. Infatti, per gli statuti 
di Piacenza, r^tat. antic, mere. 1321. GlSj di Parma rstai. mere. 1295. 
23J di Genova fstat. di Pera. 1. 8. 11. OlJ, in Genova principalmente, 
dove i divieti furono tosto dimenticati, <liventarono liberissime le ven-. 
dite a credito. In Genova furon valide altresì le vendite a termine. 
Comunissime in Firenze le operazioni di mutuo fiatai, di Catim. 1332. 
IL 19,J. Il medesimo delle operazioni di cambio in genere (1). » 

E così in quest* epoche, mentre i Comuni italiani e le città bal- 
tiche davano il primo esempio di nazioni ricche e indipendenti, traen- 
done causa non dalla conquista o dai vasti possessi, ma dal lavoro 
sapientemente collegato alla libertà, e la grande industria manifattrice 
trovava in ciò il mezzo di sorgere e organizzarsi, anche il credito potè 
raggiungere un bel grado di feconda esplicazione. 
j I mercanti e i banchieri italiani non solamente facevano operazioni 



(l) Av. Papa d'Amico, op. cit. pag. 97-96. 



importanti di compra e vendita a credito ; non soltanto facevano prestiti 
e organizzarono il credito pubblico venendo in ajuto ai rispettivi governi 
o a stati esteri ; ma seppero facilitare anche il giro del danaro con l'a- 
pertura di una specie di Conto Corrente. 

Così, ad esempio, da un documento che trovasi presso la Biblioteca 
Nazionale di Parigi, risulta che il mercante Lercario provvedeva al pa- 
gamento de' soldati di Lodovico IX (verso il 1250) mediante assegni di 
pagamento, che questi traeva su di lui. 

La società Beccini, di Genova, eseguiva un servizio simile per Ame- 
rico II di Savoia; e i Boccanegra, pure di Genova, V eseguivano pel conte 
di Tolosa, fratello di S. Luigi. 

In tal modo le case de* nostri mercanti e banchieri salirono in 
grande riputazione, e godettero la fiducia e la confidenza di tutti i po- 
tenti di quell'epoca. 

Il banchiere pisano Jacopo de Jhota vien chiamato da Riccardo re 
d'Inghilterra, dilecto nostro. 

Il genovese Lgo Lercario è qualificato da Luigi IX per adriiiratus 
y'ihistj-is Rcgis franco rum. 

E mentre a Venezia il Senato chiamava la Casa Soranzo a tutti 
nota.... di nobile ed utile portanìento, questa stessa casa, unitamente a 
quelle dei Garzoni, dei Priuli, dei Barbarigo, dei Pisani e dei Lip pò mani 
eran chiamate le colonne dello Stato per le forti somme che sovveni- 
vano alla Repubblica. 

Ed è facil cosa comprendere tanta deferenza da parte dell'austera 
repubblica veneziana, pei banchi della sua città. 

Dai documenti pubblicati da Francesco Ferrara nell'ai /'CA /no Veneto 
(L volume), rilevasi infatti come in quell'epoca la Repubblica non co- 
stumasse tenere nelle proprie casse riserva di danaro, ma ricorresse di 
volta in volta, secondo i bisogni, all'intervento de' banchi privati. 

Nel 1459 il Bailo di Costantinopoli fa tratta di 470 ducati sulla 
Repubblica. Chi paga? Il banco Soranzo. 

Nel 1478, un mercante di cavalli, tedesco, certo Cunich, chiede con 
vive istanze il pagamento di ducati 666 per cavalli venduti alla Re- 
pubblica ; e questa fa eseguire il pagamento, appunto di 666 ducati, dalla 
casa Soranzo, che li dà in prestito. 

E cosi per pagare armajuoli, per acquistar biade, per allestir galee, 
per far doni ai principi, per pagar soldatesche, per estinguer le tratte 
degli ambasciatori sulla Repubblica, o per far tenere le somme occor- 
renti per le spese alle ambasciate di Francia, Ungheria, Spagna, Roma, 

chi provvede ? 



r-- i 



346 



STORIA DEFJiA EAGIONEEIA ITATJANA 



CAPITOLO DUODECIMO 



347 



1 



l ll-f . 



Sono sempre i banchi dei Soranzo, dei (farzoni, dei Pisani, dei Ve- 
rnzzi, dei Friuli, dei Baldi, dei Ciera, così come jrià a Firenze provve- 
devano i Peruzzi, gli Alberti, i Bardi; e a (Genova i Boccanera, i Bec- 
cini, i I^ercario, ecc. (l) 

E furono questi banchieri privati, che introducendo il banco -grrn 
perfezionarono il meccanismo del credito, facilitando le operazioni com- 
merciali, corno che, con tale introduzione, il materiale trasporto del de- 
naro venivasi ad evitare nei paj>amenti in generale. 

« La utilità — scrive il Rota (2) — che il commercio traeva rial 
sistema di pagamento in paì^tita dì hancn, aveasi per grandissima in 
epoche come quelle in cui erano tanto diHicili e mal sicuri i mezzi di 
accertare i pagamenti avvenuti. Fatto il pagamento per mezzo di 
una paì-tiia di banco, di esso e della sua causa restava notizia nei re- 
gistri del banco, e questi avevano autorità di atto pubblico ed erano 
inoppugnabili. » 

68. -— Mentre quindi, tutte queste nuove specializzazioni del cre- 
dito, dovevano manifestarsi in nuove specialità giuridiche per la scienza 
del Diritto, non poca importanza venivano a dare all'arte computistica. 

I libri dei mercanti e dei banchieri infatti, acquistarono un'impor- 
tanza ancora maggiore, giacché venivano a rivestire un carattere di atti 
pubblici, conseguendo la piena forza probatoria, che in giudizio faceano 
le registrazioni in essi contenute. 

Davanti a queste specializzazioni giuridiche, che consacrate dall'uso, 
dovean poi diventar legge commerciale nei codici moderni, si spiega il 
fatto per cui in quest'epoca si trova sovente la tenuta dei libri affidata 
a Notaj, i quali non potevano certamente intendersi ed interessarsi dei 
metodi di scrittura, più di quello cui lo scopo precipuo della tenuta dei 
libri allora mirava. 

Bastava una chiara esposizione dei fatti, e più che altro una scru- 
polosa registrazione dei crediti e dei debiti; e in questo fatto noi pen- 
siamo risieda unicamente la causa per cui molti banchieri, come i 
Peruzzi, i Bardi e gli Alberti di Firenze, tenessero i loro libri in scrit- 
tura semplice, accendendo (come vedemmo riferito da S. L. Peruzzi) le 
le partite nel Giornale e rinviandole continuamente ai diversi libri au- 
siliari di cui <s ve n'era forzatamente un gran numero. » 



(1) Pietro Rota — Storia delle Banche — pag. 102-103. 

(2) sodd. — id. — n lOL 



Ma se il metodo a scrittura doppia non era generalizzato, non vuol 
già dire che fosse sconosciuto ! 

Quante mai sono, ancora oggidì, le aziende che non tengono le loro 
scritture con questo metodo ! eppure non si potrà dire, crediamo, che 
il pensiero computistico oggi non sia progredito e sviluppato. 

E così, mentre nel 1345, a Firenze i principali banchieri seguivano 
la scrittura semplice, a Genova, nel 1340 noi ritroviamo la scrittura 
doppia già arrivata o un grado assai progredito; e mentre a Venezia, 
come vedremo dai documenti che veniamo riproducendo, fin dal prin- 
cipio del XV secolo i Soranzo, e i Barbarigo tenevano registrazioni in 
perfettissima scrittura doppia, i banchieri di Palermo, ancora un secolo 
dopo tenevano registri che — nei rispetti della buona ragioneria — 
non presentavano certamente la perfezione di quelli tenuti dalle case 
veneziane. 

Il Prof. Alfieri (1) infatti, c'informa che nell'Archio di Stato di Ve- 
nezia, trovasi un Mastro completo, di pagine 168, appartenente alla 
fraterna Soranzo, rimontante al 1406 (2), e tenuto in buonissima s. d. 
li libro è numerato per ogni coppia di pagine di fronte, abbenchè il 
Dare e l'Avere, cioè le due sezioni di ogni conto, si trovino sulla stessa 

pagina. 

Vi è pure un Mastro dei Barbarigo, risalente al 1430 ; ed altri libri 
ancora delle famiglie Grimani e Barbarigo, come il libro de lettere ini- 
portanti, il libico ì^ezcceri, il zornaleto de le sjjexe del viver de caxa, 
il libro de li aricordi, la rachetta de le fatture, il libro del cargo, il 
libro de salariadi, il libro particolar de li /itti, il libro di entrata de 
terra ferma, il libretto lìcr dipese de concieri di caxe, il menmal de 

spexe minute, ecc. ecc. 

Le operazioni annotate in questi libri, venivano poi riportate perio- 
dicamente, in generale a fine di mese, nei libri principali. 

Noi, togliendoli dall'Alfieri, riproduciamo in Appendice :3) un sag- 
gio dei due sopracitati mastri Soranzo e Barbarigo. 

OH. _ Il prof. Vito Cusumano (4) esaminò alcuni registri di antichi 
banchieri siciliani, \ìiò\\ archivio della R. Corte Pretoriana di Messina. 



(1) Prof. Vittorio Alfieri — La partita doppia applicata alle antiche aziende vene - 
ziane — Milano 1891. 

(2) P. Rota scrive : « 11 banco della famiglia ducale Soranzo, fondato prima del 1 383 
durò fino al 1491 — A' 21 aprii" 1491 Piero Soranzo q. Zuane ha salda el so banco a trotnOe 
e pifferi — (Malimpiero, citato dal Ferrara), 

(3) Vedi Appendice Parte II Note 6 e 7. 

(4) Storia dei Banchi della Sicilia, Parte I — Roma 18B7. 



348 



STORIA DEL 'A RIGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO DUODECIMO 



349 



Quasi tutti questi libri, e<jli «lice, sono spezzoni o brani corrosi dal 
tempo, logorati o'quasi distrutti dall'umidità, m modo che appena se ne 
può ricavare l' anno cui rimontano, mentre in nessun modo si può sta- 
bilire a quali banchieri appartenessero. 

Questi spezzoni si riferiscono a Giornali, Mastri e Memoriali. 
« Il libro Giornale — scrive il Cusumano - era destinato a rac- 
contare, per ordine cronoloprico, tutti -li afìari che si iniziavano, si 
svolnrevano e si compivano nel banco. La forma rolla quale era temilo 
quel libro riprofluce il metodo della partita doppia; non vi si trova 
una distinzione netta tra contoniebitori e conto-creditori, ma dalla chia- 
rezza della causale emerpre evidentemente la ragione del debito e del 
credito. Nel margine del loglio, a sinistra di chi legge, trovasi un nu- 
mero espresso in forma frazionaria : il numeratore rappresenta il conto- 
• lebitori ed il denominatore il conto-cre<litor; ; sicché nelle operazioni 
nelle quali vi è una ragione di debito per la cassa del banco, troviamo 
lo stesso numero ripetuto come numeratore della frazione, mentre l'altro 
numero segna, invece, la persona che vanta il cre<lito rispettivo. \'i sono 
dei casi nei quali trovasi a numeratore e<l a denominatore lo stesso nu- 
mero ; ed allora la operazione espressa è una partita di giro, cioè vi 
è debito e credito simultaneo risultante dalla medesima operazione per 
uno stesso conto. 

«Nel margine del foglio, a destra di chi legge, trovansi annotate le 
sonune relative alle operazioni scritturate; ma queste somme non sono 
addizionate appiè di pagina. 

« L'accuratezza colla quale sono analizzate tutte le operazioni del 
libro Giornale, specialmente per la causale del deposito, dà un'idea 
alquanto favorevole alla bontà della tenuta dei libri di quei privati 
banchieri. Vi sono causali che occupano due intere tìicciate del libro 
Gwrnale. E molti fogli di tali libri, di grande Ibrmato, bastavano ap- 
l)ena per annotare le operazioni di un sol giorno, tale era la frequenza 
delle operazioni bancarie in quei tempi !... » 

Come si vede, le ragioni da cui il Cusumano deduce, che la forma 
di tenuta riproduce il metodo di scrittura doppia, sono alquanto re- 
lative. Anche nella scrittura semplice le registrazioni seguono, per la 
massima parte delle operazioni, a debito di un conto e a credito di un 
altro; giacché la scrittura semplice non segna, nelle sue registrazioni, 
le modificazioni che portano al patrimonio i fatti economici o modifi- 
catwi (classificati nel conto Spese e Rendite o Perdite e Profìtti della 
scrittura doppia); ma segue solo le modificazioni statistiche nelle consi- 
stenze patrimoniali. 



Ora, è evi<ìente che il solo fatto di avere quei brani di giornali, nel 
margine a sinistra i due numeri di riferimento, cioè il numeratore per 
la pagina del conto debitore e il numeratore per indicar quella del conto 
creditore, non è dato sulliciente per stabilire, in via assoluta, ch'essi fos- 
sero tenuti a scrittura doppia, in quanto che dovrebbesi anzitutto stabi- 
lire a quale specie di conto quei numeri di riferimento si rapportano. 

E cosi pure, non ò argomento sulliciente quello che il Cusumano 
accenna, in sostegno dell'asserzione, circa l'accuratezza dell'analisi nel- 
l'esposizione delle operazioni, specialmente per la causale del deposito. 
La chiarezza e la minuziosità della dicitura nella descrizione delle 
operazioni, nulla può avere a che fare col meto<io di registrazione. 

Distrraziatamente il Cusumano non riproduce alcuno di questi brani 
di Giornale; e solo limitasi a dare la descrizione di un libro del banco 
di Giovanni Costanzo, quale trovasi nel volume Atti, ìtandi e provviste 
del 1511- L512: « Liber unus magnus in forma magna et in maxi mo 
roluìnine coperto in coperta ìnagna de coreo viridi eluso in carta 
regali magna de libris hereditatis condam magnifici Johannis di' 
Costantio publici campsoris felicis urbis panormi quod consista in 
cartis scripiis in nuììiero ini Ili et quaraìita quactro et in carfis 
non scriptis in numero trichentonovantatri... Qui liber magnus est 
signatus de Ut era X in anno prime indicionis 1^82. » 

Circa il Libro Mastro, il Cusumano avverte come nei secoli XV e 
XVI chiamavasi «.Bilanzo di lo d.oviri dari et doviri havi ri particolari >> 
oppure « Bilanzo del libro de dari et aviri » denominazione che, se- 
condo lui, proviene dal modo della scritturazione delle partite in Conto 
Corrente e che trovasi ripetuta nelle fedi di partita del banco, rilasciate 
dai banchieri. Non esclude però la probabilità che questa dizione « divi 
dare e divi havere ->> fosse sopravvenuta in sostituzione di altra più 
antica « poiché in altre fedi di partita di banco della seconda mata del 
secolo XV là scritturazione della partita, riportata integralmente nella 
fede, termina colle parole in credito ed in debito, che equivalevano a 
quelle de havere e de dare » (1). 

Ma questi libri, sono veramente Mastri a partita doppia, cioè libri 
nei quali vengono svolgendosi tutti i diversi conti costituenti l'asse pa- 
trimoniale del banchiere, e le rispettive variazioni in aumento e in di- 
minuzione verificantisi durante l'esercizio, o non sono invece se non 
semplici partitari dei clienti del banchiere? 



(l) op. cit. Pag. 128. 



350 



STORIA DKLLA R^VGIONERU ITALIANA 



CAPITOLO DIODECIMO 



351 



Stando alla descrizione che il Cusumano ce ne dà, niun dubbio ri- 
mane che fossero semplici partitari. « Il libro Mniiiro o Maeslì'O dei 
banchieri privati di Palermo — scrive egli — riproduce per ordine si- 
stematico le varie operazioni d'introito e di esito del banchiere. La 
prima pagina, a sinistra di chi legge, segna il dare (^de darej del dr- 
poxilanie, e l'altra a destra, segna l'avere fde havet'ej : nello stesso 
modo sono scritti i libri Maxfn' dei banchieri di Messina ». (2) 

Ora, se cosi è, troppo evidente risulta che tali libri posson benissimo 
lasciar supporre, in chi li esamina, il metodo a partita doppia, senza che 
ef l'etti vame) ite vi sia svolto: e ciò per la semplice ragione, che i rap- 
porti del banchiere col depositante, ora come allora, non creano e non 
potevano creare che semplici fatti permutativi: introiti ed esiti, depositi 
e rimborsi: operazioni queste che danno simultaneamente luogo a due 
rejjistrazionì antitetiche fra il conto Cassa e il conto del Cliente, qua- 
lunque fosse il metodo di registrazione, e cioì^ sia a scrittura semplice, 
che a doppia. Pertanto sarebbe stato utile che il Cusumano avesse detto, 
ad esempio, se decorrevano interessi e come venivano registrati quelli 
liquidati a favore del depositante; perchè questa liquidazione, costituendo 
un fatto modi peni ivo rispetto al banchiere, il modo di sua registrazione 
avrebbe assai più dimostrato, se o meno, quei libri eran tenuti a partita 
doppia. 

Invece il Cusumano seguita a descrivere quei Mastri cosi : <^ Mentre 
nei libri masi ri odierni un solo foglio segna, a destra, il dare a sinistra 
V arare di ciascuno depositante, nei libri dei banchi di Palermo si tro- 
vano, in un medesimo foglio, scritti i conti di parecchi depositanti, e 
ciò colla massima chiarezza, perchè il nome del depositante è ripetuto 
nelle due facciate in una medesima, liìica. In ogni conto, precisamente 
nell'ultima linea e nel mezzo del foglio, si trova il montare complessivo 
del dare e dell'avere, scritturati, quindi, a differenza dei conti odierni 
che segnano il montare del dare e dell' avere in una apposita colonna, a 
destra, del montare parziale ». 

Le partito erano registrate coli' ordine seguente: prima col nome 
del depositante, poscia la data, indi la causale del pagamento de dare o 
de liarerc e la somma che l'accompagna, scritta talvolta, in lettere e 
talvolta in cifre arabiche e romane, ed infine il numero di riferimento, 
come sulla seguente partita a f. '291 dello Spezzone del 1520 : 



MDXX. Vili ind. MDXX. Vili ind. 

I.o iUustri speotabili D. Fé lerieo Patella Lo illustri speotabili D. Federigo Patella 

magistru Portulano per conto di corti DEVI HAVERE per comto di Corte per re- 

DEVI DARE a di XX di Inglio anzi XXX X sto daltro suo conto posto dare in p" . . . • 

per sua petro zafaraaa al nu- 224 

^« xxxxiii, xxiiii, xiir. 

mero ti38 posto XXXX et a XXI dagosto unzi vintidui per luisi 

et a due dagosto unzi vintotto tari XXVI darcangilo al n. 41 po- 

« gr. XIII per sua a pompilio imperatore su 

.ja indorso a giovanni magro posto sto . , XXII 

^^^ a di ditto unzi 12 tari quattordici gr. due 

••.;•••• XXVIII, XXVI. XIII per lo ditto al numero 68 

a di primo settembre per resto e saldo del 311 

presento conto allibro sudetto di n. 4 a f. 29 posto XII. XIIII II 

«* ai >^i- O. 78. w. 1.-, 



Innzo in questo 



VIII, XI, II 



O. 78. & 1.-) 



Lo stesso Cusumano conclude che « dalla forma speciale di tali ma- 
estri, come anche dalla larga esposizione della causale del pagamento 
l)er ogni singola operazione, non meno che dalle noie aggiunte che si 
riscontrano al disotto delle operazioni specialmente pei depositi vincolati, 
si desume facilmente che quelli erano libri speciali di conli correnti, 
che doveano rispondere alle esigenze legali di quei tempi e, per conse- 
guenza, far fede in giudizio; non si potrebl)e spiegare altrimenti il lusso 
(Iella dicitura e le numerose indicazioni che si riferiscono agli atti pub- 
blici stipulati dal depositante, alle procure e simili autorizzazioni. 
<^ Sebbene in forma embrionale, quei libri parrebbero rispondere agli 
odierni libri di Conti correnti, mentre, tecnicamente parlando, non sono 
che conti di dare e di avere simili ai Code.r accepli et eu-pensi dei Romani : 
<^d in virtù di essi avea origine, non già il vero contratto di Conto cor- 
rente, bensi quello di un deposito irregolare. Si dava però, a quella scrit- 
turazione il nome di Conto corrente, sin dal secolo XV, come risulta 
<la una resta racionis currentis citato in un volume del 1449 e di un 
e.a'tu di cuntun carrenti cennato nel 1495. » (1; 

Se dunque quei libri erano partitari di Correntisti, non è il caso 
di parlar di Mastri e di scrittura doppia, abbenchè nulla potesse impe- 
dire che un addentellato, un collegamento di scritture vi fosse, per modo 
che pur essendovi il :\lastro partiduplistico, questi partitari adempiessero 
al solo ufficio di raccogliere le molteplici partite dei clienti. 

La prima forma della scrittura doppia fu, come si sa, a conti estesi, 
cioè analitica. 



■a • ''^- 



(l) op. cit. Pag. iti. 



(l) Pa-. 125-120. 



352 



STOEIA DELLA BAGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO DUODECIMO 



Un numero ra-uardevole di depositanti avrebbe, foi^e, reso imbaraz- 
zante la tonuta di tutte le rispettive partite nel Mastro, donde il ripie-^o 
di tenere queste partite fuori del Mastro, in partitari speciali 

Certo è, che dopo i bei Mastri tenuti con tanta chiarezza e nitidezza 
ino da un secolo prima a Venezia dai Soranzo, dai Harbarigo, dai IJa- 
doer; due secoli prima a (Genova dal Massaro di quel Comune e dopo 
che g,a hno dal 1404 Fra Luca Paciolo, a proposito delle partite a Ma- 
tro sciveva: «Ancora è da notare quando una partita è piena, o in 
;lare o m avere, che non vi si può metter più, bisogna portarla innanzi 
immediate a tutte le altre non lascian.lo spazio nel Quaderno ira il dotto 
riporto e le altre partite, che si reputeria iraude nel libro », certo è 
.liciamo, che fa alquanto impressione il barocco modo che tenevano i si- 
J?nori banchieri siciliani /in dopo il 1500, constatata dal Cusumano, il quale 
scrive: «Devesi, però, notare, che, essendo uno stesso foglio destinato 
a parecchi depositanti e rimanendo talvolta esaurita la parte del nare 
le partite susseguenti di debito trovansi scritturate dal lato AeWai-erc 
e precisamente sotto il medesimo conto ./. havere. Il che viene eseguito 
con una linea che separa la partita de hacerc da quella de dare, che 
per mancanza di spazio, venne scritturata sotto la colonna do havcrr - 
ed in questa ultima la prima causale notata indica il totale delle partite 

tTnV."" f' ''*'" ^" "'^'""^ '''^'^'''' ^«" '^ ^^icitura et per 
le partite di cantra de dare onze... » flj. 

Tutto ciò non lascia supporre una corretta idea circa la tenuta dei 

da questi dati fornitici dal Cusumano, che l'arte computistica in Sicilia 

raggiunta più da un secolo e mezzo prima, a Genova e Venezia. 

st.>ri 1 ^"'^'^' ''''^' ^' ^^'"'^ '^" frequentata e<l abitata da fore- 
t eri, che vi si recavano e stabilivano per la mercatura, attirativi dalla 
felice posizione geografica dell'isola, ch'essendo centro del Mediterraneo 
costituiva un'importante stazione fra il Continente italiano e l'Africa 
settentrionale. 

Genova Pisa, Venezia avean rapporti d'affari con Tunisi, la Barbe- 
ria e Tripoli ; genovesi, pisani, veneziani e lombardi risiedevano nel- 
I isola, come lo attesterebbero - se altre prove non esistessero - le 
chiese costruite e riedificate dai forestieri riuniti, come allora usava.i 



353 



(1) Pag. 123. 



ili Corporazioni. Così i veneziani, nel quartiere Serracaldi in Palermo, 
riedificarono una chiesa già distrutta dai Saraceni, e la consacrarono a 
S. Marco; i pisani avean la loro chiesa accanto a quella de' lucchesi; i 
genovesi quella di S. Luca prima, e poi quella di S. Giorgio : i lombardi 
una Cappella in S. Giacomo. 

E dai re Aragonesi furono accordati favori, immunità e privilegi a 
questi mercanti forestieri, residenti nell'isola, pei quali esistevano perfino 
esenzioni dalle imposte, ed ai quali era accordata una quasi completa li- 
l»ertà di commerciare in tutta l'isola. 

L- influenza di queste relazioni, di questi contatti, e la stessa immigra- 
zione nell'isola di tanto elemento, proveniente da centri commerciali, quali 
erano Venezia, (ienova, Pisa, rendono persuasi che ancora là in Sicilia, i 
l)Uoni sistemi di registrazione doveano essere praticati: ed è perciò che 
ì-iteniamo attendibilissima la dichiarazione del Cusumano 'abbenchè non ce 
ne fornisca la prova evidente,] che quei banchieri cioè, usavano la scrit- 
tura doppia. 

70. Xel periodo di tempo, di cui veniamo trattando, i fallimenti dei 
banchieri furono numerosi per la crisi bancaria scoppiata quasi contempo- j 
i-aneamente a Venezia, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Messina e Tra- 
l>nni. 

Più che la causa di questa crisi, può interessare la nostra storia il 
l»rocedimento che tenevasi ne' giudizi di fallimento. 

Ed è perciò che vogliamo darne un breve cenno. 

In Sicilia, con bando speciale del Senato e della Corte Pretoriana o 
lìf^l A'icerò, veniva portato a cognizione del pul)blico l'avvenuto fallimento; 
e in modo identico procevasi a Venezia, cioè con bandi e proclami, i 
quali, oltre allo scopo di dare pubblicità al fallimento, servivano a fis- 
sare il tempo in cui cominciava 1" incapacità e l'infamia del fallito. 

I libri venivano sequestrati, e sulla scorta dei medesimi compii avasi 
il bilancio, che a Venezia chiamavasi estratto dei Creditori o fondi del 
hftnco. 

In Sicilia, il Senato nominava i Deputati del banco fVillito, i quali, 
|)rocedendo ad un nuovo esame dei libri, dovevano compilare anche un 
elenco e pubblicare i nomi dei debitori del banco. 

Questi Deputaii (dai quali erano esclusi tutti i parenti dei falliti, fino 
al quarto grado, e chiunque avesse rapporti d' interesse col fallimento) 
erano investiti di tutta l'Amministrazione, nell'interesse dei creditori: 
<iuindi riscuotevano crediti, pagavano debiti, vendevano i beni del fallito. 

23 



354 



STORIA DELL.V RAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO DUODECIMO 



355 



ri 



Essi avevano, dapprincipio, una durata in carica per tempo indeter- 
minato, e il loro utlicio era jrratuito: ma poi fu rimunerato, ma anche 
limitato il tempo della carica. 

Per la Prammatica del 1561, esvsi dovevano, ew/>*o mt? «>? no «restrin- 
gere, riscuotere e saldare tutte le partite dei debiti e dei crediti di detto 
banco. ^> 

A Venezia, invece, in luogo dei Deputati, il Senato o il Maggior 
Consiglio, nominava due Prov l'editori per la liquidazione, e talvolta al- 
runi Commissari speciali, in numero variabile, non interessati nel 
banco, gratuiti o rimunerati secondo le circostanze. 

Per le conseguenze penali, distinguevansi anche allora i fallimenti 
dolosi o fraudolenti, da quelli semplici. 

Quando il fallimento avveniva con sottrazione di libri, del danaro 
«lepositato, e con la fuga del fallito, questi, su domanda del Fisco, era 
colpito da sentenza di forgiudica o di esilio. 

In Sicilia, i cittadini potevano godere di due privilegi: 

a) del ffuidafieo o salva condotto, che dapprima veniva concesso da 
alcuni Comuni, ma poi fu soppresso per ritornar in uso nel 1517; anzi 
con licenza del Viceré, il guidatico poteva esser concesso anche dai cre- 
ditori al debitore; finché la Prammatica del 1591 tolse anche al Viceré 
tale facoltà. 

Il salva condotto vigeva anche a Venezia, con questa differenza :cho 
in Sicilia tutelava le persone e i beni, mentre a Venezia era solo perle 
persone. 

ffj del refiKjio domua, o immunità del proprio domicilio. 

Orbene, chi apriva banco, doveva a priori rinunciare a questi due 
privilegi, abbenché in Sicilia il Viceré potesse accordarli in via ecce- 
zionale; e pel caso di fallimento doloso, una Prammatica del 1535 mi- 
nacciava i banchieri anche della pena di morte. 

Il fallimento semplice lasciava invece alcuni benefìci al fallito, tra 
^'ui, principali, erano (luelli derivanti: 
«lalla cessione dei beni ; 
dal concordato. 

La ces.sioììc consisteva nell' abl)andono, da parte del fallito, «li tutti 
i propri beni a favore dei creditori : obbligandosi con giuramento, di sod- 
disfarli per intero, volta che avesse conseguito in seguito altri beni. 

Tale atto importava la liberazione dal carcere. 

Il Concordato invece, (sul genere della moderna moratoria), era una 
dilazione di pagamento che si accordava ai falliti. 



Così, per esempio, nel fallimento dei banchieri Antonio Sanchez e 
benedetto Ram di Palermo, avvenuto il 20 Agosto 1526, il bando relativo 
tu pubblicato il 22 dello stesso mese : i due banchieri furono incarcerati 
malgrado il reclamo con cui facevano appello al privilegio del refvgio 
domus, come cittadini palermitani. Ai 27 di quel mese furono consegnati 
i libri del fallimento al mercante Giovanni Gilberto per l'opportuno esame. 
Con altro bando del 1531, si avverti che del passivo di 310 mila fiorini, 
ne restavano da pagare soli 25 mila, per cui i falliti avevano presentato 
un progetto di pagamento con dilazione. 

Una Prammatica del 1569, sottoponeva anche i fallimenti dei Magaz- 
zinieri pubblici, alle stesse norme di quelli dei banchieri. 

In molti Statuti di Città italiane era poi sanzionata pei falliti la pie- 
tra del vitupero^ o procedura ignominiosa, per la quale il fallito, pre- 
sentandosi all'udienza del Tribunale, doveva battere tre volte il sedere 
nudo sovra la pietra del vituperio, pronunciando talune parole o frasi 
d'obbligo. Così in Sicilia dovea ripetere per tre volte la frase: ci«/<ar/ 
recipiri si regna a paga. 

Oh, tempi mutati 1 esclameranno molti, mettendo a confronto Tinco- 
moda e ridicola posizione dei banchieri falliti d'un tempo, con quella dei 
falliti moderni; giacché oggi, generalmente, chi resta a nudo, sono gli 
Azionisti e i Correntisti. 

Ti. — Prima di passare all'esame della letteratura computistica, 
ora che abbiamo accennato all' ambiente entro cui ebbe inizio la dottrina 
nostra, è necessario vedere con quali norme, nella legislazione di quei 
tempi, si provvedeva in materia contabile. 

Le consuetudini municipali italiane, se non prescrivevano un obbligo 
assoluto pei commercianti di tenere i propri libri, pure in tutti gli sta- 
tuti delle diverse città, si hanno disposizioni più o meno complete su 
questa materia (Ij. 

Le registrazioni nei libri potevano esser fatte anche da persone di- 
Nei'se da quella cui appartenevano; i libri dovevan essere vidimati e 
bollati dall'autorità giudiziaria, coli* indicazione del numero dei fogli di 
cui si componevano: nel primo foglio dovevano portare T intitolazione, 
cioè il nome del proprietario, dei soci, e del commesso delegato alla te- 
nuta dei libri stessi. 



(l) Vedi Alessandro Lattes — Il diritto commerciale nella legislazione statutaria 
•Ielle città italiane — MUano. Hoepli 1S84. 



306 



CAPITOLO DrODKCIMO 



3.')' 



STORIA DELL.\ RAGIONERIA ITALIANA 



« Alcuni Statuti — dice il Lattes — danno reprole minute di conta- 
bilità, prescrivono l'indicazione della causa dei pagamenti, oltre a tutte 
le altre circostanze ^lata, somma, nome del creditore e del debitore ecc.^ 
vietano Tuso di cifre numeriche nell'interno delle partite, permettendolo 
solo nei riporti estemi, per poter compiere facilmente le necessarie ad- 
dizioni; né mancano redole e pene per le alterazioni e falsificazioni dei 
registri. » (1) 

Da un capo all'altnì d'Italia, insomma, i legislatori avevano rico- 
nosciuto l'importanza di una buona tenuta dei libri. 

A Perugia (ò il Paciolo '2; che ne informa^ era un ufficio di mer- 
canti delegato a vidimare i libri, che dovevansi tenei*e senza raschiature, 
lacerazioni, (iute registrazioni, ecc. 

In Sicilia f3) i libri dei banchieri e dei mercanti godevano la pv- 
blicn /kles, e le registrazioni in essi fatte eriuivalevano a veri atti no- 
tarili. V, Avendo per conseguenza — dice il ('usumano (4; — una grande 
importanza pel publ)lico, erano tenuti pul)blicamente e chiunciue lìotea 

prenderne visiono 1 banchieri erano obbligati di presentarli a ri- 

< hiesta e di rilasciar certificati di banco o ledi o copie di partite, onde, 
nel 14()(), i siciliani domandarono al Uè di conservare e custodire tali 
libri, compresi tra essi anche quelli de' mercanti, e di poterne soltanto 
cb ledere la copia, siccome era in uso a Venezia. » 

E a Venezia in fatti, non solo erano in vigore le stesse norme che a 
Perugia, ma allo scopo di vieppiù garantire i mercanti ed i terzi, il 
Maggior Consiglio, con suo Consulto 17 Agosto 1466 ordinò che v. da 
ino' avanti pì-estar fede non si possa ai Wn^i di Drappieri, TellaroU, 
Chiodaroli et di qualunque altri Botteghieri di questa Nostra d'ft'f, 
e.rcepto de anni cinque in zoso. yè possano, pax^ado dicto tempo, esser 
in alcun Zudepado over Opcio Xostro, autenticati. Il qual spatio di 
tempo è a cadaun conrenientissimo poter dimandare quello chr 7 
die ha cere. » Epperò si lasciava tempo ancora un anno per far auten- 
ticare i proi)ri libri in « zudeoado over offìno » a chi veramente 
avesse volut(ì e potuto provare con essi, d'essere in credito verso qual- 
ctmo. 

Pili tardi poi, ne! 1521, venne stabilito, che « da ma' innanzi, > 
libri de' predetti Bottcgìderi, per lo detto tempo d'anni 5 siano creduti 



solamente sino alla summa di Ducati 5; ina se il dehito fosse di 
magoiore sumnvi, non sia data fede ad essi Lilm, se le partite non 
saranno sottoscritte dal debito^' o almeno se 7 non sarà constatato 
per il detto di due testimoni, si come è giusto ci contenuto, » (1^ 

Anche a Napoli, qualche anno piti tardi, nel 1563, il \'icerè Parafan 
ile liivera, ordinò che i lil)ri dei banchieri (in parte oggi ancora esistenti 
iu quell'Archivio di Stato) fossero depositati presso la Regia Camera. 

Tutto ciò quindi* dimostra, che per quanto la Ragioneria fosse ri- 
•^tretta entro i confini di una pura materialità registrativa, senza un 
concetto chiaro della propria funzione come scienza autonoma, pur tut- 
tavia fu riconosciuta e dalla scienza e dalla ( liurisprudenza di somma 
imi)ortanza, come mezzo })robatorio. 

E Benvenuto Straccha, infatti, giureconsulto anconitano, nel suo 
Tractatus de Mercatura (^'enezia 1551) si occupa largamente '2; della 
tenuta dei libri, imicamente nei riguardi del diritto. 



(l) Prof. Vitt. Alfieri — op. cit. pag. 4f). 

(•À, In S20 Capitoli, e precisamente dal 51 al 70 inclusivi. 






'1) Lattea, oii. cit 

(2) Fra Luca Taciolo — :5umm» de Arithmtìtic» ecc. ■ 

:<) Prof. V. Cusumano — Storia dei Bracchi di Sicilia ecc. 
A) siidd. — id. pa{,'. lao-iai 






Capitolo Deoinnoter2;o 



LA RAGIONERIA DAL U58 AL 1558 
E IL PRIMO CICLO DELLA LETTERATURA COMPUTISTICA 



• — Decadenza del commercio italiano nel XV secolo - Perchè appariscono gli 
scrittori coi::putistici Kagioni per cui le prirr:e opore appariscono a Ve:iezia. — I primi 
scrittori non sono Qua ernieri di professione — Perchè la a. d. fu detta tnetodo vene' 
siano — I tre cicli della letteratura computistica italiana. — 7«3* Benedetto Cotrugli 
e la sua opera « Della Mercatura e del Mercante perfetto n Come spiega la tenuta dei libri^ 
— ^C6» Fra Luca Paciolo e il suo u Tractatus de computis et scripturis ^ — Di un'altr'o- 
pera attribuitagli — Come insegna il metodo veneziano - Di un'epigrafe al Paciolo. — 
^T^J. 6. A. Tagliente e dei vari argomenti disparatìssimi da lui trattati — Del u Lumi- 
iiario d'Aritmetica « — ^0« Di un altro autore anonimo che trattò di scrittura sem- 
plice nel 1525 — Domenico Manzoni e il suo u Libro Mercantile» — W« Gerolamo Cardano 
e il u De ratione librorum tractandorum n — Fontana Bartolomeo terzo trattatista della 
scrittura semplice — Alvise Casanova e il suo ^ Specchio lucidissimo n — 7S» Considera- 
zioni su questo primo ciclo. 



7^. Un fatto, che a nostro avviso merita attenzione, specialmente per 
alcune considerazioni che venimmo facendo, è questo: che le scritturo 
computistiche cominciano ad aver trattatisti non già nell'epoca in cui 
commercio ed industrie raggiungono il massimo loro sviluppo, cioè 
nel 300; bensì nel secolo seguente, quando commercio e industrie co- 
minciano a declinare. 

Le conquiste dei Turchi e la caduta di Costantinopoli, avean 
chiuse molte vie al commercio di Venezia, obbligandola a guerre lunghe 
e dispendiose, nello stesso tempo che avean rovinato completamente il 
commercio dei genovesi, specialmente dopo che questi perdettero il ricco 
emporio di Gaffa nel 1475. Aggiungansi i torbidi interni di Genova per 
l'ambizioni degli Adorni e de' Fregosi, che portarono agli scialacqui 
delle pubbliche e private ricchezze, nonché le continue e alternate sot- 
tomissioni ai francesi e al duca di Milano ; aggiungansi ancora la ruina 
di Pisa, i progressi d'incivilimento fatti dalle altre nazioni d'Europa, 
Che entrarono in concorrenza colle città italiane; e a tutto questo si 
metta assieme lo spostamento del commercio avvenuto in seguito alle 



360 



STORIA DELT.A EAGIONEEIA ITALIANA 



miove scoperte d'America e del passaggio marittimo alle Indie, per cui 
Il Me<literraneo ce«sò d'essere il centro del commercio mondiale, e si ar- 
guirà quale epoca di decadimento fu mai per il commercio italiano il 
A \ secolo. 

I E 1 primi scrittori eomputistici appariscono appunto nella seconda 
metii (li questo secolo I 

Stando quindi al principio di coloro, che ne" primi trattatisti di un 
metodo, vosliono o fissarne gì" inventori, o quanto meno stabilire l'epoca 
della prima applicazione a questo o a quel -enere d" aziende, si dovrebbe 
ritenere che il perfezionamento delle scritture mercantili avvenne q„an,lo 
le condizioni esterne, d" ambiente e di fatto, meno erano propizie a uno 
sviluppo razion,ale del pensiero computistico. 
/Perchè vennero gli scrittori ? 

/ , /''":<";:' ''^'■''' ''™'*' «-^ *'»«« « tanto pro^rcnta. che riesci facile 
^a talum d. hssarne in trattati, le norme reffolatrici e fondamentali. 

L evoluzione storica d'altre scienze, conferma l'evi.lenza di questa 
verità. Cosi nel diritto romano, le opere memorabili di . li„stini.ano e dei 
Ke Tedeschi m occidente, appariscono nel periodo di deca.limento della 
ixmrisprudenza) ma la scienza del diritto erasi ormai formata e aller- 
mata, pesando da un primo periodo, in cui i giuristi non avevano nem- 
meno ufficio speciale ; a un secondo, in cui si hanno semplicemente dei 
rofessiomsti; poscia a un terzo, nel quale un Oajo, un Emilio l'apiniano. 
un Comizio I Ipiano. un Erennio Modestino, lasciano quelle opere da cui 
e «.lustiniano e i Re Tedeschi trassero i loro .'odici 

Vennero gli scrittori, perchè in questo periodo di tempo che stiamo 
esaminando, e che segnA il primato letterario, scientilico ed artistico d'I- 
talia con 1 Ariosto, col Tasso, col Bemi. col Trissino, con r.VIamannl 

col Zi-'t'";- T' ^"'"""''"'' ""' «•"'^'^'"'•'^'"i. «>■> Leonardo da Vinci', 
tal w , T ? ! '""*' ' ^^^^ ^•"•'' ""^«^'^ necessariamente, in 

.amo del scibile, iniziarsi anche la letteratura computistica. 

Dal fatto che le prime e più importanti opere di questo primo 
e co apparvero a Venezia, si volle dedurre - come ve.lemmo _ che 

A noi pare che 1 aflenuaz.one si fondi troppo sul sofisma latino: ,.o,.V 
hoc. ergo pi-opter hov. 'm. pos, 

Vedemmo nel fatto esser ciò contrario alla verità storica. 

nrin,» f * »!''?°','""'"'^ ''■"'""' '" q»«"'«Poca Venezia si presentava 
prima fra tutt, gì, altri stati per vastità di dominio, di credito, di ricchezza, 



CAPITOLO DKCniOTERZO 



361 



di potenza marittima e commerciale. In questa superiorità, il maggior 
ambito di vita politica e commerciale vissuta, doveva contribuire a una 
maggiore applicazione pratica del metodo in discorso; ma applicazione 
non vuol dire formazione. 

« L'arte è cosa spontanea — dice Settembrini — e nasce da tutti: 
la scienza è cosa riflessa, e nasce da uno: quindi la lingua dell'arte ri- 
sorge per opera di mcdti, la lingua della scienza per opera d'un solo ». 

Poi è duopo osservare, che allorché la stampa fu trasportata in 
Italia, qui dove la civiltà era molto più progredita che non nella stessa 
patria di Guttemberg, si cominciarono subito a stampare i primi libri 
in Subiaco, Roma, Venezia, San Sepolcro e Pinerolo. (1) 

E Venezia ebbe il primato. Nel 1488, come si disse (2) vi si stampa 
y Aritmetica di Boezio « per Erhardu Ratdolt, nri noi ertissimi esi- 
mia imlustria et mira imprimendi arte: qua nup reneiiis nunc au- 
fptste excellet no miniali sui mun. » Altra edizione vi si fa nel 1491. 

Venezia era il principal centro di vita commerciale: come tale, 
Venezia doveva quindi possedere un numero ragguardevole di aziende 
\aste ed importanti. È naturale che, qui più che altrove, potesse aver 
trovato applicazioni, su larga scala, la perfezione delle scritture compu- 
tistiche; più naturale ancora è che qui apparissero le prime opere a 
stampa in materia computistica. 

K chi sono i primi che pub})licano queste opere per le stampe?"^ . 

Non quadcrnieri di professione, che trascorrono la loro vita nelle 
aziende; ma un Paciolo, che gira l'Italia passando di città in città per 
l'insegnamento della matematica; un Tagliente, maestro di tutto un po', 
e che sa un po' di tutto ; un Cardano, medico, filosofo e matematico, che 
seguendo l'orme del Paciolo, dedica un capitolo d'una sua opera di ma- 
tematica, alle scritture mercantili. ' 

In questi dotti noi potremo trovare, computisticamente considerati, 
la lingua della scienza; ma l'arte era già sorta per opera di molti, e 
non solo a Venezia, ma dappertutto in Italia; e sono quegli stessi scrit- 
tori che ce lo dichiarano nelle loro opere. 

E v'ha di più. Il primissimo fra gli scrittori conosciuti, che trattino 
di scritture computistiche, e precisamente di s. d. non è un veneziano: 



(1) Pare che il primo libro stampato sia il celebre Salterio di Magonza, nel 1457 ; poi 
la Bibbia pauperum a Bamberga nel 1462. In Italia si ebbe anzitutto ii Lattanzio a Sii- 
l«iaco, nel 1465; i Miracoli della gloriosa Yerzene Maria nel 1469 a Milano; la Batracho- 
miomachia a Verona nel 1470; il Tractato utile et salutifero nel 1470 a Sansepolcro; nel 
U7() a Firenze la Vita di S. Caterina da Siena ecc. ecc. 

(2) Parte I Gap. IV §. 21. 



362 



STOKIA DELLA BAGIONIBLÀ. ITALIANA 



non è un matematico, né un mercante; è Benedetto Cotrugli — un dal- 
mata, che fu auditore della Ruota napoletana sotto re Alfonso e amba- 
sciatore <lel figlio di questi, Ferdinando, presso principi e repubbliche. 

Nel 1458 egli scrive <^ Della mercatura e del mercante perfetto » ; e 
nell'opera sua tratta del metodo a scrittura doppia. 

Che l'opera del Cotrugli sia venuta in luce solo nel 1573, sta bene: 
ma non troviamo giusto, per l'evidenza storica, che nell' « Elenco crn- 
ììologico delle opere di ragioneria renute in luce dal 1202 al 18H8 ^ 
pubblicatosi a cura della Ragioneria dello Stato (1) siasi messo quest'o- 
pera sotto la data del 1573, cioè si faccia figurare 115 anni dopo che 
fu composta. 

Se oggi si scoprisse un quadro sconosciuto di Raffaello, dovreni' io 
metterlo in una galleria d'arte moderna pel solo fatto che slam venuti 
a conoscerlo nel secolo decimonono ? 

L'importanza di quest'opera del Cotrugli non sta tanto nel valore 
intrinseco dell'opera stessa, quanto nell'epoca a cui risale, e nel fatto 
ch'essa è la prima fin' ora conosciuta, che si occupi di scritture compu- 
tistiche, e precisamente di scrittura doppia. 

Ci pare quindi che i compilatori di ({ueW Elenco non avrebbero 
dovuto commettere una tale trasposizione, in omaggio appunto a quegli 
elementi storici della dottrina, per cui diedero mano al paziente e<l 
utile Elenco. 

A Frate Luca Paciolo va dato il merito di aver generalizzato e 
fatto conoscere con chiarezza di esposizione e di dettagli quel metodo, 
usato anche a Venezia, e che appunto ed essenzialmente per ciò, acquistò 
il titolo di veneziano. 

M2l come a Lorenzo de' Medici taluni vollero assegnare il merito 
«lì aver fatto risorgere la lingua e la poasia italiana, mentre egli la fece 
risorgere in Firenze, ma non in tutta Italia <^ perchè il Boiardo e il 
Sannazaro, per tacere degli altri, non poetarono in italiano per impulso 
avuto da Lorenzo •» (2) cosi a Luca Paciolo si può, ed anzi si deve as- 
segnare il merito di aver dato impulso alla letteratura computistica, 
dando per il primo alle stampe una trattazione copiosa e interessante di 
materia tanto arida; ma egli né creò il metodo, né ere/) la letteratura, 
perché potremmo ancora ripetere un'osservazione analoga del Settem- 
brini: « se tra i primi libri stampati ce ne sono di volgari, dobbiamo 



(1) Roma — Tip. Nazionale 18% 

(2) L. Settembrini — Lez. di letteratura. 



!-j3^2a"^? 



CAPITOLO DECIMOTERZO 



363 



conchiudere che opere in lingua volgare se ne scrivevano, e in tutte le 
città d' Italia. » Ciò che — parafrasando — ^ possiamo ripetere noi : se i 
primi libri stampati trattano di scrittura doppia, dobbiamo concludere 
che di opere su tale materia se ne scrivevano, e il metodo doveva essere 
conosciuto in tutte le città mercantili d'Italia. 

Ed infatti, 1* opera del Cotrugli non è forsa anteriore a quella di 
Paciolo ? 

Ribadite cosi alla meglio, anche nei rapporti della letteratura com- 
putistica, le considerazioni da noi sparsamente esposte nei capitoli pre- 
cedenti, veniamo ad esaminare un po' analiticamente l' opera degli scrit- 
tori, nello svolgimento del pensiero computistico. 

La nostra letteratura computistica può dividersi in 3 cicli, che si 
estendono : 

— il primo, dal 1458 al 15.58 — e si occupa solo oggettivamente della 
pratica mercantile tradizionale. Gli scrittori non riproducono, copiandosi 
Tun l'altro, che la parte meccanica delle scritture computistiche; ma 
nessuno assurge ad un'indagine teorica, nessuno va oltre i confini del- 
l'azienda mercantile; 

— il secondo, <lal 1559 al 1795 — e qui cominciasi a scorgere un no- 
tevole passo in avanti, giacché un elemento nuovo fa capolino: la cri- 
tica computistica. 

La pratica si estende fino a tentativi d'applicazione alla più vasta e 
complessa delle aziende, quella dello Stato; dopo che già erasi estesa 
alle aziende domestico - patrimoniali ; e con la critica e con l'applica- 
zione estesa, cominciano gli albori dell'indagine teorica; 

— il terzo, dal 1796 a' nostri giorni — e qui si entra in un vero campo 
di analisi, di lotta intellettuale, da cui anche l' arte dei conti, come 
tutte l'altre discipline umane, dovea trarre la sua base scientifica. 

Noi esamineremo ora il primo di questi cicli storici. 

73. — Benedetto «'otrugli (D — L'opera <^ Della Mcr- 
raiura e del Mercanle perfetto » fu dal Cotrugli dedicata a certo 
Francesco Stefani, mercante ragusino, per preghiera del quale anzi, Co- 
trugli scrisse l'opera stessa. Ciò egli as.serisce nella lettera dedicatoria: 
in cui avverte pure di aver più volte interrotta la compilazione per le 



(1) Prendiamo questi appunti da una recensione del Prof. P. Rigobon: Di un contri- 
buto ae Prof Vittorio Al/Ieri alla Storia della Ragioneria e di Benedetto Cotrugli primo 
espositore deUa partita doppia - (Bollettino del Collegio dei Ragionieri di MUano 

£*• 14 — lo - Io) 



:u'A 



STORIA DELIA RAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOTEBZO 



365 



o 



molte occupazioni sue, e di esser stato, per qualclie tempo, incerto in 
quale lingua dovesse scrivere l' opera, se in latino o in vnlpare italUmo: 
in ((uello, perchè molto più de^rno del vol<.^are: in questo, perchè molt 
più intelligibile ai mercanti. 

Certo Giovanni Giuseppi da Ragusa, fece trascrivere il manoscritto 
o lo portò a Venezia per la pubblicazione, che si fece nel 1573; e la 
-Marciana di Venezia ne conserva appunto un esemplare, nell'ultima pa- 
^'ina del quale è detto che l'opera fu Unita il 25 agosto 1458. 

Pochi anni dopo, nel 1582, se ne faceva a Lione una traduzione in 
francese da certo Jean Boyron. 

Il Giuseppi dava incarico a certo l'Yancésco Patrizio, dalmata, di 
correggere quest'opera; il che faceva, e l'esemplare asistento presso la 
Marciana ha appunto la dedica del Patrizi a certo Messer (iiacomo 
Kegazzoni, negoziante veneto, nella quale, dopo aver detto del Cotrugli 
come « uomo in ogni dottnna eccellente et mercante praticissimo >^ 
viene a parlare delle correzioni costategli fatica « che piccola non fu di 
levare dall'opera infinito numero di errori, che non dirò ogni capo, ma 
ogni parola, haveano ripieno ». 

Giustamente quindi il Prof. Pietro Rigol)on fa quest'osservazione: 

« Ora, è evidente che se il Patrizio avesse modilicato non soltanto 
l'ortografia, ma il testo in qualche sua parte, egli avrebbe l)en volentieri 
accennato alla parte avutavi ». 

-L'opera è divisa in quattro libri, cui l'autore fa questa premessa: 

« Nel primo, tratteremo della inventione, forma et essentia d'essa 
mercantia. Nel secondo, il modo e' ha da osservare il mercante circa la 
religione et il culto divino. Nel terzo, delli costumi del mercante, circa 
le virtù morali et politiche. Nel quarto et ultimo, del mercante et del 
^\\o governo circa la casa et la famiglia et il viver economico.... » 

Ma quella che nei rapporti della Ragioneria ha maggior valore, è 
la parte Prima, nella quale al capitolo XIII tratta « Dell' oirline dì le- 
cere le sc7v'ttu?'e mercanlilmente » 

Il Cotrugli riconosce tutta l'importanza di una buona registrazione, 
e al mercante che non sa tenere i libri, suggerisce di farselo insegnare 
o di provvedersi di <. un sufficiente et pratico giovene quaderniero ». 

Al mercante, che chiamato arbitro in taluna controversia, vedesse 
« prodotti libri e conti che avesser tutto in die dar e niente in die 
Jiaver » cioè libri alterati o non conformi al vero, egli consiglia di 
cooperare a che venga usata la massima severità contro il falsario. 

E perchè il mercante non sia inadatto all'ufficio suo, trova necessario 



che esso, oltre che buono scrittore, sia abbachista, quadernisia ed an- 
che letterato o buon rettorico; e che sappia di geografìa; gli usi mer- 
cantili dei vari paesi, e le gabelle. 

Egli avverte il mercante che negli affari suoi non deve fidarsi della 
memoria per sola guida, ma deve tenere scrittura .non solamente per ri- 
cordare gli affari conchiusi, ma ben anche per evitare molti litigi. E 
suggerisce la tenuta di tre libri : il Qìiaderno, il Giornale ed il Me- 
moriale, ' 

Il (htaderno 'Mastro) dev'essere sussidiato (ìaW Alfabeto 'Rubrica] 
per trovare sollecitamente le partite; nella prima pagina dev'essere fatta 
l'invocazione religiosa, nonché l'annotazione del nome del mercante alla 
cui azienda si riferisce, e il numero delle carte di cui si compone. 

II Quaderno deve contrassegnarsi con la lettera A, con la quale 
pure si segneranno il Giornale, l'Alfabeto e il Memoriale. 

Non è fatto alcun cenno alla compilazione dell'Inventario in libro ] 
separato; ma parlando del Giornale, si dice: « Nel Giornale formerai l 
per ordine cosa i)er cosa tulio 7 cappitale, et lo ripoì^terai nel Qua-] 
derno. Col qual capjriiale potrai tu a tuo beneplacito intrarc in 
maneggio e con esso mercantare -i>. 

Ogni sera o mattina, prima di uscir di casa, il mercante deve fare 
annotazione nel Memoriale di tutto quello che avrà negoziato durante ' 
il giorno, come « vendite, compre, pagamenti, ricevute, mandati, asse- 
gnamenti, cambi, spese, promesse ed ogni altra faconda, inanzi che vi ; 
nascano partite nel Giornale ». 

È consigliato il mercante a tenere con sé un libro delle ricordanze, \ 
per annotarvi quanto occorra, fino i più minuti negozi, e riportare poi i 
le necessarie scritture agli altri libri; e il riporto delle scritture dal 
-Memoriale al Giornale e da questo al Quaderno, consigliasi di farlo sem- 
pre nello stesso giorno. 

Alla fine d'anno si fa il riscontro delle partite del Quaderno col 
<Uornale « lecando il bilaneioiie d'esse et riportando tutti gii 
avanzi ocrero disavanzi alla partita del tuo cappitale ». 

E finito tale riporto, si salderanno tutte le partite accese, riportando 
i resti, si di debito che di credito, all'ultimo foglio, dopo l'ultima partita; 
e questi resti si riporteranno quindi su un nuovo Quaderno. 

È consigliata ancora la tenuta di due libri per copiarvi le lettere 
spedite e ricevute, e di conservare in ordine la corrispondenza, secondo 
usano i veri mercatanti. 

Le norme che il Cotrugli dà per la tenuta dei libri a partita dop- 






36(> 



STORIA DELIA H.VGI0NKRL\ ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOTEBZO 



367 



11 



pia sono, come si vede, invero, vaghe e ristrette; egli stesso osserva: 
x^ a voler narar '1 tutto minutamente sarei troppo prolisso et quasi im- 
I)ossibile a esprimerlo, che, senza la viva voce, per scrittura dillicilmente 
si può imparare sull'ordine de' libri et scripture ». 

Ciò che è curioso in quest'opera, e che molto probabilmente sarà 
rimasto inascoltato dai mercanti, è il capitolo 19: Il saldo si de' fare 
ogni sette anni, ultimo del libro primo. 

In esso il Cotrugli dimostra la necessità del riposo dopo il lungo 
lavoro: «il mercante debbe sempre alla fine del sesto anno, riposare d'o- 
gni esercitio, et quell'anno non fare alcun contratto, ma saldar li conti 
suoi et ridurre tutto in saldo et scodere.... et ordinare et disponere 
quello ha fare l'anno seguente ». 

La quale curiosa regola ci fa qujisi supporre, che il Cotrugli fosse 
israelita, e come tale intendesse ripristinare, nella pratica, l'antico pre- 
cetto della legge mosaica, per cui — a ricordare che anche la privata 
proprietà apparteneva a Dio — il settimo giorno (sabbatoj doveva ces- 
sare ogni lavoro; e il settimo anno [anno di sabato; anche le terre do- 
vevano riposare. (1) 

7-1. — Fra T^uca Paeiolo. — Della vita e delle opere di Pa- 
ciolo come matematico, demmo brevemente notizia nella prima parte di 
questa storia (2). Or qui verremo, ancor brevemente, accennando al frate 
toscano, non considerandolo come raoiomen^e (che non lo fu mai); ma come 
il primo vero illustratore del metodo a scrittura doppia; e non solo il 
primo, ma il piìi importante fra tutti gli scrittori del primo ciclo della 
nostra letteratura. 

La prima edizione della ^^ Smnma de Arithmetica, Geometria, Prc- 
portìoni et proportionaliiàyy apparve nel 1494, la seconda nel 1523: 
ma divennero entrambe rarissime, donde la difficoltà di poter, non solo 
leggere, ma conoscere e giudicare l'esistenza di quest'opera. 

Unicamente da queste difficoltà, noi crediamo derivi il fatto che più 
d'uno, o volle trovare inccntori del metodo a S- D. in scrittori anche 
posteriori al Paeiolo, o ne fecero inventore il frate stesso. 

Assai opportunamente quindi, il prof. Vincenzo Gitti, servendosi de- 
gli esemplari delle due edizioni esistenti nella Biblioteca Marciana <li Ve- 
nezia, ristampava nel 1878 quella parte del libro che si riferisce al modo 



<ìi tenere la contabilità delle aziende, e che il Paeiolo intitolò Tractatus 
de coìnpidis et scr'ìpimnx. 

La dotta prefazione e le diligenti note con cui il Gitti corredò la 
ristampa, costituiscono una sintesi chiara e pregevolissima dell'opera pa- 

ciolana. 

Da lui sappiamo che nel frontispizio di quest'opera non apparisce il 
nome del"autore, ma se ne fa cenno però in fine, dove è scritto che /-•>•<?- 
ier Lucas de Burgo Sancti Sepulcri ordini s tninorum et sacrae tlico- 




(l) Parte I — Gap. V «. 2>. 
(2; V. Cap. 2. - S. IO. 



Fra Lura Paeiolo 



togi/te humilis professor, ha dato fuori quel compendio di aritmetica, geo- 
metria, proporzioni e propo)'zionalità « col suo poco ingegno e per compas- 
sione degli ignoranti » ^Siio parvo ingenio ignaì^is conipaiiens liane 
Surnmaìn Aritmeticae et geonietriae, Proportìimwnique et ProporiiG- 
nalitaium ediditj. 

Il proprio cognome, pare che Luca l'adoperasse soltanto nelle lettere 
e nelle dediche ; infatti nell'ai tr'opera sua. Divina Proportione, non si 
ha cognome nel frontispizio, e nemmeno nella chiusa, ma vi apparisce 
nell'introduzione e nelle lettere. 






368 



STOEIA DELLA EAGIONEBLA. ITAUANA 



Oltre alle suddette due edizioni, della Snmma, parrebbe, al dire di 
qualche autore, che del Paciolo esistesse un'altra opera intitolata La 
scuola dei mercaniì di Fra Luca Paciolo di liurgo Sancto SepiUcìtro, 
che sarebbe apparsa in Venezia ne! 1504 o nel 1514. 

Osserva però il Gitti « che di quest'opera in Italia non se ne conosce 
copia, ma dato anche che esista, il che non è provato, egli condivide 
col Jiiger r opinione eh' essa non sia altro che una contraffazione del 
Tracfafus de Computis et scripiuns , perchè il Paciolo non metteva , 
come s'è visto, il suo nome sul frontispizio e perchè ancora cessando 
col 1504 il privilegio accordato alla Stiitima, può darsi benissimo ciie 
([ualche libraio l'abbia ripubblicato togliendone quello che credeva su- 
perlluo e cambiandone il titolo , servendosi pur sempre del nome di Pa- 
ciolo, conosciutissimo allora nelle principali città italiane ». 

Un'altra ragione ancora, però, noi troviamo a suffragare la poca 
attendibilità di chi vorrebbe attribuire quest'opera del 1504 al frate d.i 
S. Sepolcro. 

Chi è Paciolo ? un matematico insigne , un teologo chiarissimo , che 
non coltivava però, professionalmente , come più tardi il Pietra ed il 
Fiori, l'arte dei conti. Ed egli, come matematico, volle completare la sua 
opera magistrale, introducendovi anche la trattazione di una materia. 
ch9, se non aveva attinenza diretta con la matematica, si svolgeva però 
in quelle aziende dove trovano largo campo di applicazione le regole 
matematiche nella funzione del calcolo. 

« Raccolto dalla pratica viva de' veneti mercanti — scrive il Ger- 
boni [ì] — e a scopo più che altro di erudizione immortalato nelle in- 
signi loro enciclopedie da alcuni sommi matematici, il pensiero compu- 
tistico e r arte relativa si isolò ben presto in un ramo di studi a sé , 
|)iù per esercizio della professione di ragioniere che non per amore della 
scienza. » 
f Queste Saimne o compendi sono, per cos'i dire, la caratteristica in- 
tellettuale di quei tempi, in cui non essendo ancor bene- delineati i con- 
tini delle scienze, anche le professioni erano indeterminate, confuse le 
une a le altre. 

È questa un' età, in cui — come già a\ emmo occasione di dire — 
predomina un grande spirito di osservazione: di tutto si faceva tesoro, 
nelle Summe, nelle Cronache, nei Trattati ; dalle osservazioni vennero 
le applicazioni, ed ecco sorgere delle professioni speciali con nomi propri. 



(1) G. Gerboni — La ragioneria scientifica — pag. 33S. 



CAPITOLO DECIMOTERZO 



369 



Dalla Summa Thcologica di S. Tommaso d'Aquino (1220-1274), alla 
Stimma Agricolturae del lx)lognese Pier Crescienzio 1232-1320), all'altra 
Summa Theologica di S. Antonino Arcivescovo di Firenze (1389-1455) 
eccoci alla Summa Arithmetica di Paciolo; opere tutte, in cui talvolta 
la vastità dell'indagine, dell'osservazione, portano i loro autori fuori dai 
confini della materia che trattano. 

Ecco perchè nella Summa di Paciolo ha trovato posto un Capitolo 
sulle scritture computistiche; ma noi non crediamo che il Paciolo scri- 
vesse altre opere speciali su questo argomento, e ciò per due motivi. 

Primo : perchè gli scritti successivi d'altri autori, dimostrano che il 
pensiero computistico non aveva gran fatto o punto progredito: quindi 
il Paciolo nulla aveva di nuovo da dire o da aggiungere a quello che 
già con tanto lusso di dettagli aveva detto nella Summa. 

Secondo : perchè il Paciolo non era qaaderniere di nessuna azienda, 
di nessun convento; i suoi studi, le sue occupazioni normali e favorite 
erano le matematiche e l'insegnamento di esse; ed è quindi assai poco 
proì)abile che egli dasse mano ad un'altra opera, tutta speciale per le 
scritture mercantili. 

Il Trattato dei Compi'ti e delle Scritture, è compreso nella Distitir- 
tione 2.^ Tractatus 11.° della prima parte (Aritmetica); mentre le di- 
stinctiones precedenti trattano argomenti svariatissimi. Vi si parla di 
numeri e di misure, delle chiavi o evidenze delle parti dell' algorismo , 
•Iella regola del tre, delle tre regole di Catayn, di tutte le sorta di binomi, 
di tutte le regole dell'algebra, delle compagnie e dei loro modi, delle 
soccide di bestiami , dei fitti e delle pensioni , dei baratti e delle loro 
specie, dei campi e dei resti, dell'oro e dell'argento, delle tariffe di tutte 
le usanze e costumi, della pratica e della teoria della Geometria. 

Dopo di che viene il Tractatus 11<» che comincia a parlare dì quelle 
cose che sono necessarie al cero mercante e dell'ordine a sapere tenere 
hene un Quaderno con lo suo Giornale in Vinegia e anche per ogni 
altro luogo. 

Il Paciolo avverte anzi tutto, che a conseguire lo scopo di fare del 
mercante un buon ragioniere e pronto computista « dal principio alla 
fine avemo indotto regole e canoni a ciascuna oparazione requisiti , 
in ìnodo che da sé, ogni diligente lettore, tutto potrà impremlere. E 
cìii a questa parte non fosse bene armato , la seguente invano gli 
sarebbe ». 

E quindi dichiara che «il presente trattato ordinai, nel quale si 
« dr'i il modo a tutta sorte di scritture a capitolo per capitolo procc- 
io 



370 



STORIA DELLA BAGIONEBIA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOTKRZO 



371 



<^ dendo. K benché non si possa cos'f appunfo tutto il Insogno scncere, 
« non dimeno jìcì' qnel che si dirà^ il peregrino ingegno a qualunque 
<t. altro V applicherà, E seì^i'oretno in esso il modo di Vinegia , quale 
« certamente fra gli allH è molto da commendai^* e mediante quello 
« in ogni altro si possa guidare. \> 

Dalla quale premessa scaturisce all'evidenza che — se nell'opera del 
Paciolo manca, come vedremo in se<ruito , V esix)sizione d' una qualsiasi 
teoria della scrittura doppia — pur tuttavia, dallo stesso autore è am- 
messo : 

1« che un buon ordinamento amministrativo non solo richiede l'o- 
pera d* un bravo ragioniet^e e d'un pronto computista, ma è necessaria 
la padronanza di tutte quelle coj?nizioni ch'egli viene esponendo in quella 
miscellanea di roba che costituisce le prime distinctiones del suo libro. 

Ora, questa miscellanea, che cosa rappresenta? 

Non altro che un sunto d'aritmetica, e di quei principi che oggi 
entrano a far parte del diritto e della scienza economica. 

È il pensiero economico-amministrative- computistico, che infiorma la 
moderna ragioneria, ma che in Paciolo non «'' ben definito, non ben pre- 
cisato, per la semplice ragione che in quel temjìo le leggi non erano 
alla portata di tutti, e l'economia politica, non soltanto non era assurta 
a dignità di scienza, ma non si con<»sceva né si pensava tampoco a nes- 
suna regola governatrice di ciò che oggi chiamasi ricchezza. 

Questo pensiero esisteva quindi embrionalmente in Paciolo , tanto v 
\ ero che mentre nessuno mai, prima di lui, pensò a coordinare le regole 
I>er la contabilità di un'azienda, egli non soltanto lo fa, ma lo fa prece- 
dere, come cosa fondamentale e necessaria, dalle « regole e canoni a cia- 
scuna operazione requisiti » concludendo che « Cn.i a questa parte non 
fosse bene armato, la seguente insano gli sarebbe. » 

E in ciò noi crediamo che stia la gloria maggiore del Paciolo; quella 
gloria, che lo fa il precursore della moderna scienza computistica. 

2.<» Che gli ordinamenti contabili dovevano essere già dà ben 
molto tempo in uso, e in forme svariate, specialmente nell'applicazione 
al commercio, se Paciolo stesso ci avverte che nella sua esposizione seguirà 
V il modo di Vìnegia, quale certamente fra gli altri è molto da com- 
v^ mendare e mediante quello ogni altro si possa guidare » 

f In tre libri si tenevano le scritturazioni : 

I. — nel memoriale o squartafoglio , o vacchetta che era <^ un 
v libro nel quale tutte le faccende sue il inercadante, piccole e grandi che 



« a mano gli vengono giorno per giorno, a ora per ora, scrive, nel 
« qual diflusamente ogni cosa di vendere e comperare (e altri maneggi; 
.i scrivendo si dichiara non lasciando un jota, il chi, il che, il quando, 
<•. il dove con tutte sue chiarezze e menzioni...» 

II. — nel Giornale, che è la bella copia ordinata delle operazioni 
<.<, notate nel memoriale, ma nel quale libro però le partite si « convengono 
« formare e dittare per altro modo più leggiadro, non superfluo, neanche 

«. troppo di minuto... » 

III. — nel Quaderno grande, che corrisponde al nostro mastro e 
l)el ([uale il Paciolo dà queste istruzioni : « nella prima sua carta dentro 
«. porrai debitrice la Cassa, siccome ella è la prima nel Giornale, cosi deve 
« essere prima nel Quaderno. E tutta quella facciata si costuma lasciarla 
V. stare per ditta Cassa, e in dare né in avere si pone altro ; e questo 
« perchè la Cassa si maneggia più che partita che sia, a ora per ora, in, 
v^ mettere e cavar danari; e poi si lascia il campo largo. E questo Quaderno 
« conviene che sia rigato di tante righe quante parti di monete vuoi trar 
« fuori... ed innanzi alle lire ne farai un' altra per mattervi il n.o delle 
<> carte delle partite che insieme di dare e avere s' incatenano.... ^> 

Oltre questi libri si aveva poi : 

L' Inventario eh' era <^ un foglio ovvero libro da parte » nel quale 
il commerciante doveva trascrivere << tutto ciò che si ritrova a\ ere al 
v^ mondo di mobile e di stabile, comminciando sempre dalle cose che sono 
« più in pregio e più labili a perdere come sono i danari contanti , cioè 
N< argenti ecc., perchè gli stabili, come sono case, terreni , lagune , valli, 
^^ peschiere e simili, non si possono smarrire come le cose mobili... e tutto 
s< detto Inventario si deve tenere in un medesimo giorno perchè altra- 
v^ mente darebbe travaglio nel maneggio futuro » 

Il Copia-lettere, non certamente nella forma nostra, ma come la 
spiega il Paciolo : « avrai in tuo studio ovvero scrittojo una tasca nella 
V. quale riporrai lettiere che gli amici ti dessero, che tu con i tuoi man- 
^ dasti a loro, se dici che la mandi a Roma, mettila in tasca di Roma, 
x^ e se a Firenze in quella di Firenze ecc.... 

Curiosi sono questi avvertimenti sulla data da porre alle lettere : 

<^ Altramente, non vi ponendo il di sarebbe confusione, e di te sarian 
N. fatte beffe, perchè si dice che la lettera non ha il di notato che l'è 
<<. fatta di notte, e quella che non ha notato il luogo si dice che l'è fatta 
v< nell'altro mondo e non in questo; e oltre le beffe che peggio e ne segue 
v^ lo scandalo ut dixi » 

Degno di nota è poi, come osserva il Paciolo. che questi libri « con- 



et- 






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372 



STORTA DELLA RAGIONERIA. ITALIANA 



« vengonsi secondo l'usanze bone di diversi paesi, ne lì quali luoi^lii mi 
« son.4itrovato, portarli e presentarli a certo ufficio di mercatanti conio 
« sono consoli nella città di Porosa, e a loro narrare come questi sono 
«i tuoi libri, nei quali tu intendi scrivere ovvero far scrivere di man 
« del tale oj?ni tua faccenda ordinatamente... Lo scrivano poi, di tutto in 
« menzione in registri di detto uffizio, come in tal di tu presentanti tali 
« e tali libri segnati del tal segno, chiamato Tun così e l'altro così ecc., , 
« de" quali il tale ha tante carte, il tale tante ecc.. E allora ditto scrivan 
« di sua propria mano in nome dell'ufficio scriverà il medesimo nella prima 
<^ carta de' tuoi libri e farà fede di tutto e bolleralli del segno del ditto 
« ufficio in fede autentica per tutti li giudizi che accadesse produrli ^> 

Nel Memoriale, le operazioni venivano segnate semplicemente, senza 
indicazione di conti debitori e creditori. 

' In Giornale invece, gli articoli si compilavano come ancora si fa al 
presente, indicando prima il coir^ debitore, cui però si premetteva la 
voce l*er, indi il ronto tiebitóre, cui si ant3poneva la voce A , e divi- 
dendo i duo conti, così indicati , con due virgolette ( ^ ). 

Le scritture venivano aperte con un conto CaredaU il quale com- 
prendeva .^ tutto il tuo monte corpo di facoltà presente » ; all'avere e al 
dare del qual conto si portavano tutte le Attività e Passività delFAzienda. 
Tale conto corrispondeva, come si vede, all'attuale Fondo Capitale, 
tranne che in allora si faceva assai meglio e più logicamente di quanto 
si è fatto e da molti si continua a fiir ora, che al conto Capitale portano 
soltanto la differenza fra le Attività e le Passività, le quali vengono 
specificate nell'inutile conto Bilancio d'Apertura, che tosto aperto, si 
chiude senza nulla dire, nulla giovare. 

Tutto il meccanismo di siffatta scrittura contabile, viene dal Paciolo^ 
spiegato al Capitolo XIV, dove dice : « sappi che di tutte le partite che 
« tu avrai poste nel Giornale, al Quaderno grande, te ne convien senjpre 
« far due, cioè una in dare e l'altra in avere, perchè lì si chiama lo 
« debitore per lo Per e lo creditore per lo ^ , come di sopra dicemmo ; 
« che dell'uno e dell'altro si deve da per se fare una partita, quella del 
« debitore ponere alla man sinistra e quella del creditore alla man destra, 
•« e in quella del debitore chiamare la carta del tuo creditore, e cosi in 
« quella del creditore chiamare la carta di quella dove si trova il suo 
<^ debitore ; e in questo modo sempre vengono incatenate tutte le partite 
« del ditto Quaderno grande, nel quale mai si deve mettere cosa in oare 
«che quella ancora non si ponga in avere, e cosi mai si deve mettere 
« cosa in avere che ancora quella medesima con suo ammontare non si 



CAPITOLO DECIMOTEU/O 



373 



v^ metta in dare. E di qua nasce poi il bilancio , che del libro si fa nel 
s< suo saldo : tanto conviene che sia il dare quanto Pavere, cioè sommate 
<^ tutte le partite che saranno poste in dare, se fossero bene 10.090, da 
s'. parte in su un foglio, e dippoi sommate tutte quelle che in avere si 
N<. trovano, tanto deve fare l'una somma quanto l'altra; altramente dimo- 
v< strerebbero essere errore nel ditto Quaderno, come nel modo di far suo 
V. l)i lancio si dirà a pieno. » 

In fine d' esercizio, per chiudere le scritture si riassumevano tutti i 
conti delle spese e delle rendite in un conto riassuntivo Prò e danno 
ovvero Acanzi e Disavanzi, e questo conto poi lo si chiudeva portan- 
done lo sbilancio al conto Cacedal. Il procedimento quindi era precisa- 
mente quello che si usa ancora oggidì. 

Però nel Paciolo (Gap. XXVII) trovasi indicato il procedimento così: 
« Seguita dopo ogni altra partita una chiamata di Prò e Donno o vuoi 
« dire Utile e Danno ovvero A canzi e Disavanzi secondo alcuno paese 
« nella quale/uitte le altre del tuo Quaderno sempre si hanno a saldare... 
« E questo non bisogna si metta a Giornale, ma basta nel solo Quaderno, 
« perchè là nasce in quello delle cose avanzate, ovvero mancate in dare 
« e avere, per la quale dirai : Prò e Danno deve Dare e Prò e danno deve 
« Avere, cioè quando d'alcuna roba avessi perduto, la cui partita più nel 
« nel tuo Quaderno restasse in Dare che in Avere, allora ajuterai il suo 
« Avere per pareggiarlo al Dare , acciò si saldi , di quel tanto che gli 
« mancasse, djcendo e deve avere per Prò e Danno qual qui metto per 
v^ saldo di questa partita per danno ^ seguito... e segnerai le Carte del 
<i Prò e Danno nel trar fuori la partita. E al Prò e Danno anderai di- 
s'- cendo e Prò e Danno dee «lare a dì... per la tal roba, per danno se- 
V. guito, tanto... posto in quella al dee avere per suo saldo a sé a carte... 
« E se la fosse più in avere che in dare, allora faresti per l' avverso, v> 

11 Paciolo non dice che nelle vendite si debba volta per volta cal- 
colare il profitto la perdita, ma la liquidazione dell'utile dovevasi fare 
in una sol volta al chiudersi dell'esercizio ; opperò del modo' di calcolare 
questo utile, il Paciolo non fa cenno menomamente. 

Nella chiusura dei conti, il giro dei saldi a Pro e Danni, e a Ca- 
redal facevasi soltanto a Quaderno, senza stendere il relativo articolo a 
Giornale; e così pure, in questo libro, il Paciolo insegna di non portar 
tutte le registrazioni che eventualmente si dovessero fare a Quaderno 
per storno o modifica di registrazioni erronee già fatte. * 

Il che, se è giusto perchè in tal moao il Giornale riesce la pura 
storia cronologica dell'azienda, è però altrettanto vero che viene in tal 
modo a mancare il suo cotrollo numerico col Quaderno. 



374 



STORIA DELLA RAGION KUL\ ITALIANA 



In conseguenza di ciò, ed anche dalla reprola data pel riporto di un 
conto ad altro foglio, d'iscrivere cioè in questo il solo saldo fpercui^vi. 
dentemente viene a mancare il predetto controllo numerico) Paciolo è 
costretto a prescrivere, come regola fìssa di buon sistema, la spunta delle 
registrazioni fra Giornale e Quaderno , prima di chiudere le scritture ^ 
funzione questa, che invece ora si fa solo quando il bilancio di verifìca- 
zione indica l'esistenza di errori. 

Nel Maggio 1878 i cittadini di S. Sepolcro si ricordarono di questo 
illustre loro compatriota, in onore del quale si celebrarono fjste e si pose 
un'epigrafe nella casa ove nacque. 

L'epigrafe suonava così : 

A Luca Paciolo — Che ebbero amico e consultore — Leonarffn 
da Vinci e Leon Battista Alberti — Che primo die aWalgebì^a — 
Linguaogio e struttura di scienza — Amò il gran trovato — Di ap- 
^dicarla a la geometria — Insegnò la scrittura doppia commerciale 
— Dettò opere di juateìnatica — liase e norma invariate — A le 
postere tucubrazioni — Il popolo di San Sepolcro — Vergognando 
AIO anni di oblio — Al grande concittadino — Pose. 

E in tale occasione, il prof. Luigi Mangoni, allora insegnante in quelle 
scuole tecniche, colla scorta di una stampa antica , modellò in creta e 
riportò in gesso un busto del Paciolo. 

75 — Oiovamii Antonio Taglit^nte. ^ — Il Tagliente, 
senza essere un'aquila, dovette essere uno di quegl' ingegni <v bazar » , 
che ancora ai tempi nostri riescono a far fortuna in tutto senza alcun 
solido fondamento in checchessia. 

Egli infatti non fu un mercante; ne tanto meno fu un matematico 
della forza di Paciolo; ma per trentun anni fu <<. provvisionato dell" 
serenissima per insegnar a scrivere alti giovani della Cancelleria » ; 
aiutò il parente Girolamo Tagliente nella compilazione del Litrro d'Abaco 
che insegna a fare ogni raxon mercadaniile (Tesauro Universale); 
fu uno dei primi a stampare libri di calligrafìa; fLa vera arte de lo 
eccellente scrirere — Venetia 1524^ ;^ inventò un suo metodo speciale , 
per cui chiedendone il privilegio alla Serenissima, cosi si esprime: 
«. ho ritrovato una nova inventione, con non poca mia spesa e fatica. 
<i a metter in istampa ogni qualità di lettere, che far si possino con 
«la vivace man; non stampando però al modo consueto, ma con uovo 



(l) - TogUamo questi appunti da un articolo del prof. P. Rigobon nel Bollett. Collegio 
di Milano N. i» — Gennajo 1894. 



CAPITOLO DFXIMOTKRZO 



375 



« modo che mai fo stampato in questa nostra città, né etiam in ninna 
« terra di vo^^tra Serenità. » 

A lui devesi ancora un « Componimento di Parlamenti » eh' <'- 
una raccolta d'esempi per lettere d' ogni argomento. Nf» di ciò contento, 
compilò anche una raccolta di lettere amorose i Opera amorosa che in- 
segna a componcr lettere e la qual si chiama il Rifugio degli amanti 
— Brescia 15.38.) 

Scrisse finalmente un Ojìera waova che insegna alle donne a cu- 
xcire, a raccamare et a disegnare — A'enezia 1530 — ed un « IJìtro 
maistrevole » per insegnar a leggere in breve tempo, con metodo nuovo. 

E in mezzo a tanta disparità di argomenti, vediamo apparire anche 
un'opera «Luminario d'At^itmetica» in cui si svolgono le regole pra- 
tiche per la tenuta del libro ugnolo o sempio e del libro doppio. 

Né Cotrugli, né Paciolo accennano anche lontanamente al libro 
sempio ugnolo: resta quindi Tagliente il primo autore conosciuto a 
tutt'oggi, che abbia trattato di questo metodo, nell'applicazione alle 
aziende del piccolo Commercio; e le regole ch*egli dà in proposito (L. 
si riducono a norme per l'apertura dei Conti nel Quaderno, ai soli cor- 
rispondenti, senza alcun accenno al Giornale, 11 che lascia indovinare che 
fin d'allora nelle aziende del piccolo Commercio, tale libro non si teneva. 

Nel Luminario d'Aritmetica, libro doppio, l'autore non dà nulla 
aff"atto di nuovo che già non si ritrovi meglio e più compiutamente svolto 
dal Paciolo. La stessa contabilità analitica o a conti estesi; la stessa ap- 
idicazione ristretta all' aziende mercantili. 

Nel Libro delle spese s' annotano quotidianamente le spese ; le quali 
vengono riportate mensilmente, nel loro totale, a Giornale e Quaderno, 
come ancora usano far molti oggidì. 

Nessun accenno al Memoriale; nessuna regola od esempio per la 
chiusura dei conti, per la verifica delle registrazioni, per le correzioni 

degli errori. 

La solita e nota regola riferentesi al Per e all' A con 1" avvertenza 
non meno solita che il Dare va a sinistra e 1' Avere a destra : un esem- 
pio imperfetto di Aventario, senza distinzione fra Attività e Passività, 
ma le une colle altre commiste, e quindi senza i rispettivi totali e conse- 
guentemente senza determinazione della netta sostanza; lo stesso conto 
chavedal che raccoglie tutti gli elementi patrimoniali all' inizio della 
scrittura e che rimane sempre aperto ; esempi vari, ma slegati, per fatti 
di gestione, ma ninna esemplificazione completa per un intero esercizio. 



(1) Vedi Appendice Parte II Nota 8. 



376 



STORIA. DELLA EA.GIOXEBIA. ITALIANA 



^Cco tutto ciò che costituisce questo Luniìnarw d'aritmetica, libro 
doppio, che il Rigobon non ha trovato in nessuna biblioteca per quante 
ricerche abbia fatte, e solo potè esaminare in quella privata dell' Ing. 
Francesco Fiorenzi, illustre bibliofilo di Osinio. 

f "y^- — Due libercoli, e? autori anonimi, si hanno ancora, Tuno del 
1525, r altro del 1529. 

Del primo, la Marciana di \'enezia possiede un esemplare incompleto, 
di cui la data figura solo nelle esemplificazioni ; ma doveva essere ben 
poca cosa, se in origine era, in tutto, un opuscolo in 4» di dieci pagine, 
delle quali ne rimangono, alla biblioteca suddetta, soltanto sei. 
. E ancor qui è svolta la registrazione a scrittura semplice. Dunque 
il Della Gatta non fu né il primo, nò il secondo a trattare di questo 
metodo di registrazione! 

Nella prima pagina di questo opuscolo si legge: 
« Opera che insegna a tener conti de libro secondo lo consueto di 
« tutti li lochi della Italia, al modo mercantile. La qual opera, prima vi 
« insegna a notare le partite delle comprede et vendite. Et de sapper no- 
« tar le partite del schotere et del pagare. Et ancora a sapper notare le 
« partite delle pigione delle Case et Possessioni. Et ancora a sapper te- 
« ner conto de spese de Casa ordinariamente per poter in capo dell" anno 
« render buon conto a cui fusti obbligato. Et più a saper notare molte 
« altre partite, come nell' opera vederete. ^> 

E come si vede, se manca il nome dell' autore, v'e però grande ab- 
bondanza di titolo. 

I Anche qui, del resto, niente più in là della pura meccanica. 
« L' ordine ed il fondamento di ciascuno che voglia tenere un libro 
ordinario di tutto quello che per giornata lui andasse facendo, questo è 
che lo debitor si debbe mettere in libro a man sinistra et il creditor si 
debbe mettere in libro a man destra.... ^ 

E con questo, anche T ottimo anonimo, espone tutta la teorica scrit- 
turale. 

Non certamente di maggior importanza è l'altro libercolo del 1.529, 
pure d' autore anonimo, che trovasi nella Collezione Zoppi di Udine! 

Porta per titolo: <. Opera che insegna a tener libro doppio et a 
far partite, e ragion de' Banchi, e de Mercnntie, a riportar le par- 
lite ecc. » 



f 



La prima opera, dopo quella di Paciolo, che meriti considerazione, 



CAPITOLO DECIMOTERZO 



377 



è il Libro Mercantile di Ooiueiilco iflanzoni da Oderzo, ch'ebbe 
]ùù edizioni, di cui la prima risale al 1534. 

E forse questi il primo scrittore, che fosse anche ragioniere di profes- 
sione. Lo dichiara lui stesso in un punto della sua opera, asserendo di 
aver tenuto « certi libri di qualche importantia » in Venezia ; abbenchè 
risulti pure che fu maestro « nell' arte dolio scrivere. Abaco e Quaderno ». 
In quell' epoca infatti, quasi tutti i maestri di tenuta dei libri erano 
anche maestri di abaco e calligrafia <^ materie che — come dice l* Alfieri {\) 
— nella pratica non si disgiungevano quasi mai. » 

Il Libro Mercantile non è però che una riproduzione quasi fedele 
del Tractatus di Paciolo. Taluni Capitoli vi sono tolti di peso. 

Tuttavia egli, parlando delle famose due particelle Per e A, fa 
una distinzione sufficientemente chiara fra debitore e creditore, cui si 
riferiscono le particelle stesseTjE dopo di aver avvertito che in tutte le 
oi)erazioni del mercante, quattro sono gli elementi che vi concorrono: 
« l.o uno che dà, 
« 2.0 r altro che riceve, 
« 3.0 et quella cosa che vien data o ricevuta, 
« 4.0 et anche la causa, perchè » 
soggiunge : « .... tu dei prima sapere, che il venditore, tutte le cose 
« che lui vende, o sia a danari contanti, ò in credenza, ò a banco, ò 
« a promission d' altri' ò baratto, ò in qualunque altro modo esser si vo- 
« glia sempre in regola ferma, nelli suoi libri, deve far creditrice quella 
« tal robba. che lui rende ; et così per il contrario del compratore, che 
« (juando lui compra una cosa.... sempre deve far delntrice quella tal 
<^ cosa, che compera. 

« Ma in questo conto non vengono quelle cose che si comprano 
« per uso di casa, perchè queste non si chiamano mercantie, nella qual 
« si deve far debitrice quella tal spesa, ò sia per viver, ò sia per ve- 
« stir, ò per altro conto , et non la robba, come nella marcantia » 

In queste parole, chi non vede adombrata la regola fondamentale, 
data da teoristi moderni per la scrittura doppia: addebitare chi riceve 
o si obbliga di dare un valore e accreditare chi dà o acquista il di- 
ritto di avere un valore? 

Manzoni è forse il primo scrittore che dia una classificazione dei 
conti ; classificazione basata ^iù che altro sulla forma, giacché egli dice : 
« Per le cose vive qui s' intende ogni creatura animata. Et per le morte 
« s' intende robe aver ogni altra cosa » 



(1) Prof. Vittorio Alfieri - op, oit. 



378 



STORIA DELLA EAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOTERZO 



379 



Eo^li sarebbe inoltre il primo, che - senza esplicitamente adoperare 
le «lenominazioni di scrittura o imrtita senìptice e scrittura o partita 
(ìoiìjiin, distinj^ue però, incidentalmente i libri semplicemente tenuti dai 
lilytn (toppi, laddove viene a parlare dell" Alfal)eto (rubrica). 

Dove però il Manzoni, in confronto del Paciolo, dimostra di essere 
un vero ragioniere pratico, ò in ciò che tralascia di riprodurre dal Pa- 
ciolo stesso. 

Questi infatti, insegna che il conto Pro e Danno « non bis<)gna si 
^< metta in (Giornale, ma basta solo nel Quaderno, perchò là nasce in 
« quello delle cose avanzate, ovvero mancate in dare e avere » 'Gap. XXVIIy; 
mentre ciò non insegna il Manzoni, ijerchè egli sapeva, come ben osserva 
r Alfieri « che il conto dei profitti e delle perdite si accendeva anche 
prima della chiusura delle scritture, non computandosi sempre in una 
sola volta 1* utile o la perdita e che tenevasi spesso distinto il suo saldo, 
per pili anni, dal conto del capitale. » (1) 

La parte nuova del JAbro Mercantile, e che manca in Paciolo, ò 
Tesemplificazìone. 

Il Manzoni è infatti il primo scrittore che dia un esteso svolgimento 
di caso pratico. 

Nel Giornale egli adopera il famoso Per davanti al conto debitore, 
e l'A davanti al conto creditore, soltanto nel primo articolo con cui 
inizia le scritture di questo libro ; negli articoli successivi invece, il I*€»r 
è soppresso. Fra i conti debitore e creditore poi. vi sono due segmenti 
di retta. Così : 

Per Cassa A Cavedal <li me Luigi Valereaso del 
q. ser Zaccaria, ohe di contadi mi trovo al presente fra 



oro et monete, duo. 4'jOO 



L. 450. s. — d. — p. — 



[ 

77. — Come il Paciolo, anche Oerolaiii» Cartlaiio (2) nel 1.53W 
dedica un capitolo della sua Practica Arithnieticae alla tenuta dei libri. 
Il Honalumi riprodusse e tradusse anche questo capitolo, nel 1880 (3; : 
e nel 1882 il Prof. Vincenzo Gitti ristampò egli pure il solo testo latino , 
servendosi dell'esemplare esistente nella Biblioteca Nazionale dell'Univer- 
sità di Torino (4). 

Bonalumi dice di questo Capitolo, che <^nel suo genere è un vero 
gioiello. È letteratura scientifica, più che arte computistica... » ; e il Gitti 



(1) Prof. V. Alfieri - op. olt. - pag. 117. 

(2) Vedi Parte I, Cap. V, § 27. 

(8) F. A. Bonalumi — Sullo svofyimento del pensiero Computistico in Italia. 
(4) Prof. V. Gitti — Del modo di tenere i libri (De ratione librorum tractatorum) — 
Torino, 1882. 



COSÌ si esprime : <^ // viodo di tener i libri del Cardano non è, conside- 
rato storicamente, che un sunto dell'opera di Fra Luca Paciolo. Quan- 
tunque l'Autore non lo dica ed anzi in parecchi punti del suo lavoro 
confuti non pochi errori di matematica in cui il frate di S. Sepolcro 
era caduto, pur tuttavia ciò risulta evidente quando si considerino un 
po' da vicino i due lavori. 

« Ne in altro modo il Cardano poteva imparare l'arte della tenuta dei 
conti, poiché a lui medico, filosofo, matematico, mancava di certo quella 
pratica che avrebbe potuto dargli tali nozioni, né altri libri, all'infuori 
di quello del Paciolo, erano stati fino allora pubblicati. » 

Effettivamente, noi vedemmo che altre opere furono invece pubbli- 
cate dopo quella del Paciolo e prima di questa del Cardano ; ma è ovvio, 
che s« Cardano confuta Paciolo nella parte matematica, egli deve aver 
pur avuto tra mano l'opera del frate, e di essa si servì anche per la 
parte computistica, che espone in forma brevissima, in un vero sunto, 
che non va oltre i dodici paragrafi, l'ultimo dei quali termina appunto 
cosi: «Queste cose a chi n' è pratico e vi dà opera bastano; a chi 
non trattò inai cose simili j quando anche impiegassi tutto quanto 
questo libro in tale materia, 'penso non gioveranno a niente. » (1) 

Che il De_ ratione li brorMjn_à^ Cardano sia l'unico lavoro latino 
fìn'ora conosciuto, sta bene ; ma esso dobbiamo quindi accettarlo come 
un prodotto della tendenza di quel tempo : il ritorno al latinismo, come 
vedemmo ed accennammo nella Storia dell'Aritmetica. 

Il Cotrugli stesso non dichiara forse d'esser stato in dubbio se scri- 
vere l'opera sua in latino o in a' olgare ? 

Dato il talento enciclopedico di Cardano, e — come si disse già 
— in quell'epoche in cui scienze e professioni non avevano ancora con- 
fini ben determinati, era naturale che anche il medico, matematico, filo- 
sofo e giureconsulto pavese, dedicasse nella sua Practica Arithmeticac 
un capitolo alla tenuta dei libri. 

Epperò è fuor di dubbio, che l'espressione del Bonalumi, esser que- 
sto capitolo « letteratura scientifica più che arte computistica » va intesa 
nel senso della forma letteraria adoperata dallo scrittore, non già che 
questo assurga a un'esposizione scientifica del metodo. 

Cronologicamente, dopo il Cardano, apparisce Bartolomeo Fon- 
tana, che nel 1551 dà in luce un « Ainmaestr amento novo che inse- 



(l) Trad. Bonalumi nell'op. cit. 






380 



STORIA DELLA lUGIONERU ITALIANA 



f/H'i a tener libro ordinare uneìì le ad uso di questa città di Veneiia, 
come etiam di tutta Italia ->>. 

Il RiiTobon ha potuto esaminare anche questa operetta nella biblio- 
teca privata dell'In^?. Fiorenzi di Osimo; e da lui sappiamo che trattasi 
di un'operetta microscopica (otto facciate} la quale riducesi a un sunto 
mal fatto dell'opera di Tagliente. 

Così ne parla il Rifjobon: « il fatto che il Tagliente ac- 
cenna al libro ordinario, e il Fontana adopera la frase te- 
ner l/'hro ordimiriamcììte, può far supporre che con queste frasi si vo- 
lesse a quei tempi intendere il libro ugnolo o sempio, ossia il mastro 
a partita semplice. » (1) 

Dunque dopo il Tagliente, dopo l'anonimo veneziano del L525, ec- 
coci a un terzo trattatista della scrittura semplice ! Che ne dicono coloro 
che affermarono esserne il Della Gatta il primo trattatista? 

Nel 1558 apparisce un'opera pregevole di Alvise Casanova, 

veneziano: lo « SpeccJiio lucidissimo» dedicato al «Serenissimo ed Il- 
lustrissimo Principe di Venetia, Lorenzo di Prioli ». 
t Casanova fu maestro di tenuta dei libri, ragioniere della Repubblica 
e ragioniere privato. 

La parte che vorrebbe essere, diremo cosi, teorica, non è che una 
riproduzione di quanto vennero dicendo il Paciolo e il Manzoni. ' 

Accennando alla meccanica scritturale originata dalla naturale du- 
plicaziorie delle partite, per cui ad ogni debito corrisponde un credito, 
osserva : « che in ciascuna partita di necessità bisogna che vi sia il 
vero agente et il vero patiente, perchè, altrimenti facendo, esse partite 
st:'riano confuse et vane; che in le partite in le quali sono posti agenti 
et patienti suppositi, non si può tenere il vero ordine delle principali 
osservantie, perchè sono contrarli alla veritade. ^^ 

A differenza di Paciolo e di Manzoni, il Casanova porta a Giornale, 
in tanti articoli semplici, i saldi dei conti, riferendole ai due Conti dei 
resti, come sono da lui chiamati, e che sono in ultima analisi, una prima 
forma dei due conti Bilancio di apertura e di Chiusura, apparsi più 
tardi con questi nomi. 

Inoltre il Casanova, porta in conto nuovo anche il resto della par- 
tita Pro e Danno, assieme alle rimanenze delle consistenze patrimoniali; 
ammettendo così implicitamente il civanzo di questo conto, come parte 
del patrimonio che 1" ha originato. ;\^v^ V 



(l) Nel oit. BoUett. del CoUetiio di Milano — Gennaio Vi&l. 



CAPITOLO DECIMOTERZO 



381 



«Alvise Casanova — scrive TAlfieri (I) — sopratutto buon pratico, ' 
non vuol dare grande importanza alla teoria; nondimeno, sinteticamente 

ospone, qua e là, tutte le norme spiegate dai predecessori gli 

esempi di scritture che egli dà, fra cui pone, ogni tanto, moduli di let- 
tere d'avviso e di cambio, computi diversi, dati sulle consuetudini mer-f 
cantili e anche norme di registrazione, sono così numerosi, svariati e 
verisimili ciie possono fornire un'esatta idea dell'antica tenuta dei libri.» 

'*^- — Abbiamo visto, dai pochi documenti riprodotti, quale si fosse i 
la pratica in materia di conti, fino ai primi anni del XV secolo. Abbiamo / 
ancora passato in rassegna, brevissimamente sia pure, ma nelle linee loro ( 
i'ondamentali, le opere venute in luce ffno al 1458. 

Noi ora domandiamo : ffno a quest'epoca, la Ragioneria ha progre- 
dito solo nella pratica viva delle aziende, o ad essa hanno apportato 
qualche cosa di nuovo, qualche idea, qualche progresso le opere di que- 
gli scrittori ? 

Niun dubbio, crediamo possa restare, che gli scrittori furono molto ,: 
inferiori alla pratica. 

Le opere di questo primo ciclo nulla dicono di nuovo, che già non\ 
sia usato e fatto dai quadernieri : anzi, diremmo di più : sono i quader- 
uìeri che insegnano agli scrittori, i quali non si estendono a trovare la 
ragione del perchè si deve fare cosi, ma si limitano a constatare che in 
pratica si fa cosi. 

E se ciò è davvero poca cosa per la letteratura computistica, é però '^ 
altrettanto sorprendente vedere come il controllo economico fosse venuto 
organizzandosi per sola opera di pratica viva, senza il concorso di opere 
speciali che ne aiutassero lo sviluppo e il progresso. 

Scrisse il Leopardi : « È sentimento, si può dire universale che il 
sapere umano debba la maggior parte del suo progresso a quegl'ingegni 
supremi, che sorgono di tempo in tempo quando uno, quando l'altro, 
quasi miracoli di natura. 

« Io per lo contrario stimo che esso debba agFingegnì ordinari il 
più, agli straodinarì pochissimo. Uno di questi, ponghiamo, fornito che 
^'gli ha colla dottrina lo spazio delle conoscenze de' suoi contemporanei, 
procede nel sapere, per dir cosi, dieci passi più innanzi. 

« Ma gli altri uomini, non solo non si dispongono a seguitarlo, anzi 
il più delle volte, per tacere il peggio, si ridono del suo progresso. In- 
tanto molti ingegni mediocri, forse in parte aiutandosi dei pensieri e delle 



(1) Prof. Visorio Alfieri — op. cit., pag. 117. 



382 



STORIA DELLA RAGIOXERL\ nALL\NA 



scoperte di quel sommo, ma specialmente per mezzo degli studi propri, 
ianno congiuntamente un passo, nel che per la brevità dello spazio, ci<v 
per la poca novità delle sentenze, ed anche per la moltitudine di quelli 
che ne sono autori, in capo di qualche anno, sono seguitati univer- 
salmente. » (1) 

Per le scritture computistiche avvenne precisamente così : la molti- 
tudine fu quella che le formò; la moltitudine fu quella che le adattò ai 
})isogni della pratica; e adottandt forse più tardi qualche innovazione 
di forma, introdotta per bramosia di novità o di capriccio da questo o 
quello scrittore sopravvenuto, la moltitudine ne venne modificando anche 
la struttura meccanica complessiva, d'onde scaturirono le scritture rias- 
suntive e le forme sinottiche. 

E prima ancora che si divulgassero le prime opere computistiche, 
dimostranti Futilità pratica della tenuta dei libri, i legislatori da un 
capo all'altro d'Italia avevano riconosciuta la importanza di esse, e san- 
cito norme pei libri dei banchieri e dei morranti. 

Ciò vedemmo nel capitolo precedente. 



(l) Oiac. Leopardi — Il PàHni, ovvero Delia Gloria. 



Capitolo IDeoimoqLAJiarto 



GLI ORDINAMENTI DELLE FINANZE PUBBLICHE 

e il conseguente sviluppo della Ragioneria 

dal 1559 al 1700 



'^& — Cause deUa maggior esplicazione del pensiero computistico dopo il 1559 - 
**t> — Predominio dell'elemento spagnuolo in Italia - La s. d. all'estero SI — Siniont; 
Stevin e il suo u Libx-o di conto di Principe n - SS — Gli ordinamenti finanziari in 
Olanda. Inghilterra, Austria e Francia - Sully - Idee bizzare in fatto di finanza - Col- 
bert - S» — La Ragioneria pubblica in Italia • I Libri dei Tetorìeri Generali in Si- 
cilia - Operazioni di questi Tesorieri • La contabilità del K. Patrimonio in Sardegna - 
**-* — Pier Soderini, gonfaloniere di Firenze - Il suo rendiconto - I decreti del Senato 
veneto pel riordinamento contabile della Signoria - S55 — Sull'origine deUe forme ta- 
J)ellari e sinottiche • Del Qiornal-Mastro - Se debbasi ritenere d'origine americana. 



70 — A due cause deve essenzialmente il pensiero computistico 
la sua maggior importanza di esplicazione dopo il 1559: 

1° al riordinamento della finanza pubblica, reso necessario dalle , 
maggiori spese prodotte dai fastosi governi subentrati all'aristocrazia 
feudale ; 

2° allo sviluppo dell' amminibtrazione economica, derivato dalla ' 
maggior ampiezza delle idee generalizzatesi in questioni economiche, 
come pure dal riordinamento agricolo avveratosi principalmente nelle 
grandi possidenze della Toscana, dell'Emilia e della Lombardia. 

In rapporto alla prima causa, lo sviluppo della ragioneria si ve- 
rifica più fuori d'Italia, che non in Italia. Ma trattasi più di sviluppo, 
di estesa applicazione, '•he non di progresso propriamente detto. 

In rapporto invece alla seconda causa, più che sviluppo, è vero 
progresso quello che si verifica, perchè il pensiero computistico esce da 
quel primitivo concetto e da quella forma primitiva che a^eva assunto 
nell'azienda mercantile, per adattarsi, sia nei concetti che nelle forme, 
alle diverse specie d'aziende. 



384 



STOBIA DELLA EAGIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOQUAETO 



385 




Tuttavia siamo aDcor lungi da una completa e sistematica tratta- 
zione della dottrina. Noi troveremo negli scrittori, un principio di cri- 
tica; troveremo pure degli accenni a qualche idea teorica, ma sono 
tutte idee che non si collegauo al loro principio generativo; a quelle 
funzioni cioè, dell'Amministrazione economica, che doveano soltanto in 
quest'ultimi anni portare la Ragioneria a un grado elevato, ponendola 
nel novero delle scienze. 

Nel presente capitolo verremo quindi esaminando lo sviluppo della 
Ragioneria in rapporto al riordinamento della finanza pubblica. 

«O — Dal 1559 fino al 1700, ben si può dire che l'Italia fu 
priva di vita propria, tutta imbevuta com'era, nella lingua, nfgli usi 
per fin nel vestire e nella grande abbondanza di nobiltà, dell'elemento 
spagnuolo, il cui predominio in Italia consolidossi appunto dopo il 
trattato di Castel Cambresi nel 1559. 

Ciò tuttavia l'ingegno italiano seppe imporsi egualmente; e men- 
tre in patria un Tasso, un Ariosto, un Davila, un Sarpi, un Bartoli, 
e Galileo, e Redi, e Magalotti, e Magliabecchi, e Giordano Bruno, e il 
Campanella, e Sigonio, Baronio, Salviati, Tartaglia, Cassini, Cavalieri e 
tanti altri, illustravano il nome italiano nelle lettere, nella scienza e 
nelle arti; all'estero ancora, il nome italiano brillava nelle Corti con 
gli Strozzi, gli Ornani, i R<ìtz, il Mazzarino; e i nostri ingegneri spe- 
cialmente, erano ricercatissimi pei loro sistemi di fortificazione; e me- 
dici, e artisti, e banchieri italiani appariscono — sorti a nome e a po- 
tenza—in Inghilterra, in Fiandra, in Germania, in Turchia, in Russia. 
-La fatuità dei dominatori aveva inquinata, o peggio, distrutta la 
nazionalità italiana; ma il genio di questa povera Italia si palesava e 
imponeva egualmente, e meravigliosa, con gli sforzi individuali d' un 
gran numero de' migliori suoi figli. 

Facilmente quindi si comprenderà, come di fronte anche alla po- 
tenza commerciale delle città italiane, che avevano sparso per tutta 
Europa i frutti benefici della loro attività (1) e di fronte all'altro fatto 
non meno influente che astigiani, toscani e lombardi, stabilitisi oltr'Alpe, 
divennero banchieri di principi stranieri, cui amministravano le entrate 
e tenevano i conti, facilmente si comprenderà — diciamo — come ar- 
che il sistema di scrittura doppia, col quale si affermò la primitiva 



(1) Fu già un tempo in cui i soli fiorentini avevano 51 case commerciali in Levante, 
24 in Francia, e parecchie in Spagna, Inghilterra, Portogallo ; e da essi era tenuta in 
appalto la zecca di Londra mentre già tenevano '|uella di Napoli. 



quanto modesta arte del ragioniere^ doveva passare all'estero, e in 
tutto il mondo, col nome di metodo italiano. 

Tuttavia, è d'uopo riconoscerlo, dopo che l'arte computistica 
nacque ed ebbe lustio in Italia, da quest'epoca fino al principio del 
nostro secolo, essa ebbe maggior studio e tentativi di grandi applica- 
zioni all'estero, che non qui da noi. 

E la causa di ciò ? 

Politicamente l'Italia era divisa in un'infinità di Stati e staterelli, ? 
di Ducati, Principati, Signorie e Feudi impellali, che una carta che li 
volesse graficamente rappresentare, gareggerebbe con l'abito d'ar- 
lecchino. 

Oltre i possessi Spagnuoli (Sicilia, Sardegna, Napoli e Lombardia), 
eranvi 9 stati maggiori (il Papa, le repubbliche di Venezia e Genova, 
i ducati di Toscana, Savoja, Parma e Piacenza, Ferrara, Modena e 
Reggio, il Monferrato e Mantova, Urbino) e dieci stati minori, più le 
Signorie di Correggio, del Finale, di Masserano ecc, e i feudi impe- 
riali in Lunigiana, nel Genovesato e nelle Langhe. 

Per contro, dal 1492 al 1559, in Francia, Spagna, Austria, In- 
ghilterra, eran sorte, sulle ruine della nobiltà feudale, monarchie 
potenti. 

I regnanti s'imparentano fra di loro: i matrimoni fra principi 
portano a una fusione degl'interessi dello stato con quello delle ri- 
spettive famiglie; le alleanze iniziano il sistema dell'equilibrio e della 
controlleria reciproca. 

Predomina il lusso nelle corti: crescono inoltre i bisogni dei go- 
verni, cui provvedono i principi coll'aumentare le imposte senza 
neppure più curarsi di ottenere il consenso dei sudditi. 

Dal 1559 al 1700 l'organismo generale degli Stati in Europa, con 
gli eserciti permanenti, e il lusso sempre crescente e talor smodato 
delle Corti, fa rivolgere il pensiero de' governanti, non diremo già al- 
l'assetto delle finanze, ma precipuamente al modo di far quattrini il 
più che è possibile, per sopperire agli impegni sorgenti da quell'or- - 
ganismo. 

Nel tramestio finanziario derivatone, era naturale che i governanti 
sentissero la necessità di organizzare anche le proprie scritture con- 
tabili in modo, che tenendo in evidenza i molteplici impegni, rispon- 
dessero, il meglio possibile, ai bisogni di quelle vaste amministrazioni. 

Ma nella pratica attuazione non trovasi altra via che di venir 
svolgendo l'ordinamento della scrittura italiana, la quale andava pure 

9S 



386 



SrOaiA. DELLA BàGIONEBLà. ITALIANA 



(liifondpndosì o con traduzioni delle opere de' nostri migliori tralfatisti, 
con altre opere originali, a quelle però informantisi; come in Olanda 
con Rogier, De Konimk e Geestewelt; in Inghilterra con Ugo Oldca- 
stle e Giacomo Peel; in Francia con Martino Fustel; in Germania con 
Giovanni Gottlieb; in Fiandra con Simone Stevin. 

Ma ii metodo, nella sua essenza e nelle sue applicazioni, rimaneva 
pur sempre circoscritto entro i limiti e i bisogni di quelle aziende 
mercantili, per le quali era nato, o meglio, al cui sviluppo doveva pure 
lo sviluppo proprio. 

La scrittura doppia mercantile fu insomma il primo carrettone, col 
quale tirò innanzi la contabilità delle aziende; e come nei mezzi di 
trasporto, il primitivo carrettone andò perfezionandosi e modificandosi 
in varie sorta di veicoli, cosi nei mezzi per tirar avanti la contabilità 
delle aziende, la primitiva scrittura doppia commerciale doveva adat- 
tarsi alla natura delle aziende stesse, creando in processo di tempo la 
scrittura baronale^ la domestica, di possessioni^ per ciò che si riferisce 
al contenuto; la scrittura riassuntiva e la tabellare^ per ciò che si ri- 
ferisce alla forma. 

81 — Volendo accennare come, fuori d'Italia, si intendesse e si 
trattasse il metodo italiano, intorno all'epoca che stiamo esaminando; 
non è possibile passare sotto silenzio ciò che di esso scrisse Simone Stevin 
amministratore e ragioniere di Maurizio di Nassau, principe d'Orange (1), 
in un'opera davvero importante e bellissima, venuta in luce nel 1607, 
col titolo: u. Memoires Maiìu'matiques, contenent ce en quoti s'est exercé 
le trés ' illustre, trés - exelUnl Prince et Seigneur Maurice^ Prince d' 0- 
idnge etc.^ etc. n (2). 

Lo Stftvin, dopo dì aver premesso come tra i Principi ed i loro 
Ricevitori (ben altrimenti che tra i mercanti e i loro Cassieri) non si 
fa mai chiusura di conti con la riconsegna dei resti, se non quando 
s'abbandoni l'ufficio della Rcevitoria; e che ogni volta che i Principi 
chieggon denari ai loro esattori, se questi rispondono che non ne 
hanno, si potranno bene aver de' sospetti, ma come provarlo ? trova 
possibilissimo ai Principi l'imitare in tale contingenza i mercanti, e 
perciò conclude a pour ainsi prevenir à une difficullé, dont le monde 
depuis les plus vieux siécles desquels il uous est demeuré mémoire a 



(1) Vedi Parte i. «ap. \ - §. 27 - pag. 8U. 

(2) Prendiamo questi appunti da F. A. Bonalumi (Srofyitnento del pensiero compu- 
tisUco), che potò esaminare 1' opera in discorso. 



CAPITOLO DECIMOQUARTO 



387 



eu des tres grandes facheries, à cette fin j'ay applique ce trai tee de / 
Domaine et Finance ". 

Tal' è lo scopo dell'opera, che si divide in due parti. 

Nella I, suddivisa in dieci capitoli, è svolta la scrittura doppia 
mercantile. 

Circa le forme grafiche usate, eccone un saggio: 

GIORNALE 

Anno 1600 







Genn, 



Di^'erse partite debet per Capitole di me D'eric B 
2667 L. 9 s. 8. d. perchè in detto giorno facendo 
il mio Stato, trovo che m'appartengono: e cioè.... 

Cassa di contante 

Chio'U 4 balle pesanti 

N. 3 — 87 — tar 1.2 



« 5 — 90 1/8 

« 4 — 86 1/2 
« 7— 9 2/4 



1.4 
1.2 
1.0 



netto 350 m. lOB. la libra, fa 



880 



175 







D 











etc. etc. etc. 



MASTRO 







Genn 



1600 
Capitale debet 

Dar diverse 
Partite . . 



534 



s'd' 















Genn, 



1600 
Capitale credito 

Da partite di- 
verse . . . 



2067 



8 



8 



L'opera segue la forma del dialogo, che avviene fra lo scrittore 
e il principe. 

Dove parla della funzione dei conti, il principe chiede perchè in 
vece di dire Denaro deve si usi dire Cassa deve-^ e inoltre perchè si 
addebiti la Cossa e non il Cassiere, che è il vero debitore. 

Ed ecco la risposta notevolissima: « Se al Denaro si potesse at- 
« tribuire il nome del Cassiere, che ne ha V Amministrazione, ne se- 
" guirebbe che al Pepe si potrebbe attribuire il nome del Fattore che 
« l'ha in amministrazione: e così d'altre merci, ciò che sarebbe assurdo. 
« La causa per cui si fa ciò per la posizione di Cassa invece di De 



-^'^ 



:«« 



STORLV DELL.\ RiVGIONERIA ITALIANA 



3 






!' 



u naro non ha difficoltà di sorta, seguendovisi l'uso volgare di pren- 
u dere il contenente per il contenuto; mentre sarebbe oscuro se si 
u volesse indicare il Denaro col nome degli uomini che l'hanno in cu- 
u stodla. Del resto se si ponesse il cassiere al posto della Cassa, non et' 
tt sarebbe più posto dove collocare il Denaro. Gli è così: poiché met- 
u tendosi Tun dei due, l'altro resta fuori ; e bisogna tenerne una me- 
u moria particolare ". 

E il principe s' fa a domandare da che dipenda, che il Cassiere, 
il quale deve al suo principale, non debba aver conto aperto nel libro. 

« Io penso - risponde Stevin - che la si potrebbe spiegare così. 
« Un Cassiere, avendo ricevuto dal suo principale mille Fiorini, se il 
u padrone ne conchiudesse così: questi mille Fiorini sono miei, nella 
« mia Cassa, e quindi il mio cassiere mi deve mille Fiorini poiché gli 
« ha ricevuti da parte mia; e conseguentemente debi tasse la Cassa 
u di mille Fiorini e il Cassiere eziandio di altrettanto: ciò sarebbe 
tf manifestamente erroneo e duplicherebbe il capitale. Perciò essendosi 
tt messa debitrice la Cassa non si può più addebitare il Cassiere quan- 
u tunque ei sia il vero debitore ^. 

Poscia il principe domanda la ragione per cui, se un negoziante 
dà, per esempio, una dote vistosa alia figlia, ne addebita il Capitale, 
e se dà invece un soldo al suo bambino per comprar noci, ne addebita 
Spese di Cassa. 

E Stevin risponde, che il conto Spese non é che la continuazione 
del conto Capitale — che i conti di spese sono conti di Capitale, pre- 
cisamente come quei de' Profitti — e che veramente non ne dovrebbero 
formare a Mastro che uno solo, mentre se ne fanno due nell'unico 
scopo di tener distinto dal Capitale originario, l'annuo guadagno. 

E alla domanda, perché se il debito di Piero o di Zenzero é mio 
credito, il credito di Capitale e di Spesa è mio debito, Stevin risponde: 
u Parce que Capital debet signific autant comme si le Maistre disait. 
u le N. suis debet. Mais, tant plus q'un homme mesme est débiteur, 
u tant plus cela tend à son arriérage et tant plus créditeur, tant 
tt plus à son advantage: pourquoy il faut que ceci sort le contrair 
tt de l'autre ". 

Spiegato così, in modo certamente nuovissimo per questi tempi, il 
metodo italiano, lo Stevin passa a studiarne l'applicazione alla Conta- 
bilità di Stato. 

— Com'è mai possibile, domanda il principe, tenere in partita dop- 
pia, migliaja e migliaja di particelle, per censi sui fondi d'un soldo, 
1/2 soldo, d'un quattrino e anche di 1/2 quattrino? 



CAPITOLO DECIMOQUAETO 



389 



— Si fa, risponde Stevin, come fanno i mercanti per le minute 
spese di casa, pel soldo dell'insalata, il 1/2 soldo di senape, ecc. Se ne 
fa nota su di un libretto ad hoc, e si passano a libri cumulativamente 
una volta al mese. 

— tt Mais — replica il Principe — ceux de notre Chambre de 
tt compts, Thrésoriers et Recevreurs n'estant point stilez en livre de 
tt coropte à la manière d' Italie, diront qu' ils n' entendent poin le 
tt compte ainsi descrit, et que toutes besoignes qui la dessus se doivent 
« faire, seront obscures et facheuses, comme aussi il serait veritable. 
« Quant à de leur proposer d'apprendre à celle fin le tenir livre de 
tt compte on s'en mocqueroit ». 

— Meglio, risponde Stevin, così metterem loro ai panni un te- 
nitor di libri che se n'intenda, e controlleremo così le loro scritture. 

Dice poi, che facendosi dare ogni mese la nota dello scosso e del 
pagato, poi ogni tre mesi tirando il saldo dei Debitori - Creditori, 
quiudi mandando aiorno uscieri per verificare i loro versamenti fa- 
cendosene mostrar le quitanze degli esattori, sarà possibile saper sem- 
pre quanto hanno in Cassa Tesorieri ed Esattori. 

L'applicazione del metodo italiaLO a quest'azienda importante, egli 
insomma la ritiene possibilissima, sia per la laconicità delle spiegazioni 
finanziarie in confronto delle mercantesche, sia pel numero relativa- 
mente esiguo di conti nelle amministrazioni pubbliche al confronto 
delle private; sia finalmente per la facilità di ridurre il lavoro con- 
tabile alla portata anche d'un sol uomo con una buona gerarchia di 
responsabilità. 

« Entrando in materia — dice il Bonalumi — definisce, come la 
s'intendeva allora Dominio e Finanza: Finanza significa suppeditazione 
dei mezzi comuni pel mantenimento dello Stato. Dominio era finanza 
ordinaria — la finanza straordinaria quella occasionata principalmente 
dalla guerra. 

« Parla della Camera dei Conti e degli Argentieri, che divide in 
due specie, i Ricevitori o Cassieri e i Pagatori o Tesorieri 

« Ma la Camera dei Conti era piuttosto un Consiglio di Stato e 
un Tribunal supremo, i cui amministratori erano Consiglieri o Maestri 
de' conti. 

tt E notevole la netta distinzione fino d'allora tra il Ricevitore 
(Agenti di riscossione) — qui livre les deniers amassez à un Thrésorier, 
et ne paye pas par iceux point les debtes du seigneur; — e il Tesoriere 
— qui les amasse quand un Receveur luy apporte de l'argent — 



I 



390 



STORIA DELTA KAOIONEBIA ITALIANA 



I Ricevitori rispondevano dello scosso come del non riscosso, dietro 
un certo premio; salvo a scontrare in fin d'anno le partite riconosciute 
inesigribili; ciò parò che dava sempre luogo a de' riscontri difficili e 
di transizione. 

tt Le B^ntrate (Recepte) sono divise per capitoli: e distinte in or- 
dinarie (quelle che hanno un cflpitolo aperto) e straordinarie (le even- 
tuali): l'esercizio è biennale 1604- 1C06. 

tt II Capitale iniziale è il denaro in cassa e i crediti verso i Con- 
tribuenii — diminuito dai debiti verso i Creditori dello Stato: — è 
dunque una Contabilità finanziaria la sua e non patrimoniale. 

« E i modelli infatti dei Giornali che esemplifica lo metton fuor 
di dubio — il Giornale dell'Entrata a) Debitori; b) Creditori; e e) 
Riscossioni e Pagamenti. 

tt Forma grafica come la mercantile soprannotata ". 



Wi — In quest'epoca, come dicemmo, l' ordinamento della finanza 
pubblica fu generale in Europa. 

Vi provvede l'Olanda, non appena consolidate le sue istituzioni 
repubblicane. Qui il commercio vi aveva raggiunto il suo massimo svi- 
luppo, ed Amsterdam era divenuta la capitale del traffico europeo. 

Ciò che ostacolava, era la confusione derivante dalla moltiplicità 
di monete in circolazione, giacché ne circolavano di Spagna, di Francia, 
d'Inghilterra, di Germania, le quali variavano continuamente di valore; 
e gli Stati Generali, che governavano la Repubblica, seguendo l'andazzo 
dei tempi, avevano alterato la moneta olandese. 

Ma ecco, che ad ovviare a tale ine» eveniente e per secondare i 
bisogni della pubblica finanza, in seno alle Provincie Unite si orga- 
nizza una Banca, e con Ordinanza del 31 Gennajo 1609 viene istituito 
il Banco 'Giro di Atnsrerdam] la cui gestione è peiò tenuta segreta. 

I suoi amministratori doveano, con vincolo di giuramento, serbare 
il più rigoroso silenzio su tutto quello che aveva rapporto con la 
Banca, nella tema che, divulgandosi, andasse a beneficio dell' altre 
nazioni. 

E come l' Olanda, vi pro'^vide l' Inghilterra, che con Elisabetta 
nel 1584, riforma la Corte dello Scacchiere, già istituita fin dal 1079 
da Guglielmo I, e le cui attribuzioni eran quelle di trattare tutte le 
cause riguardanti le rendite del re, i dazi, le imposte, ecc. 

Vi provvede l'Austria, che sviluppando e adattando alla pubblica 
amministrazione la scrittura semplice, già in uso estesissimo nell'a- 



CAPITOLO d:^cimoquabto 



391 



ziende patrimoniali delle sue antiche signorie e baronie medicevali, 
dava origine a quel Metodo Camerale, cui più tardi Maria Teresa ten- 
tava sostituire la scrittura doppia, ma al quale poi si ritornò, ed 
ancor ogi,^i rimane, direni così, la contabilità ufficiale dell'impero 
Austro - Ungarico. 

E la Francia però quella fra le maggiori nazioni, che nella storia 
del riordinamento delle proprie finanze, offre i maggiori e più interes- 
santi tentativi per l'applicazione della scrittura doppia italiana alla 
contabilità drllo Stato. 

Massimiliano di Baihune, duca di SuUy, entrò nel 1596 come 
ministro di Enrico IV (del quale era amico e consigliere fidato) a far 
parte del Consiglio delle finanze, e fu lui il primo che tentò questa 
applicazione. 

Qu-st'uomo, che con l'ingegno e lo slancio, tanto aveva cooperato 
allo sviluppo economico delia Francia, doveva necessariamente rivol- 
gere la propria attenzione alla prima sussidiaria d'una buona ammini- 
strazione : la contabilità. 

Quand'egli ebbe il carico del controllo, lo Stato aveva un debito 
di 16 milioni, mentre non poteva disporre che d'un terzo solo all'in- 
cirea, dei 23 milioni delle sue entrate pubbliche. 

Queste erano affidate, per la percezione, ad appaltatori, a gentil 
uomini e perfino a stranieri. Sully accertò quest'entrate e ne diede la 
percezione direttamente al Governo ; accertò i debiti ; annullò i crediti 
incerti ; abolì molte cariche inutili, e rimborsò una parte del debito 
riducendo le reniite, mentre diminuì le imposte e favori l'agricoli ura. 

Più che buon finanziere, Sully mostrossi buon amministrHtore ; 
e n'è prova il fatto, che dopo quindici anni di sua gestione, la Fran- 
cia aveva ridotfo il proprio debito a 6 milioni circa, e l'entrate pre- 
sentavano un'eccedenza di 4 milioni sulla spesa, mentre nella Bastiglia 
lasciava un tesoro di 22 milioni. 

Queste sue qualità di buon amministratore, Sully le aveva già pa- 
lesate per suo conto, arricchendosi enormemente con ben riescite opera- 
zioni commerciali, che gli procurarono enormi guadagni, cui aveva sa- 
puto agg ungere, con un grande ordine nel governo della propria casa, 
l'accumulazione delle rendite portategli dalla moglie, una ricchissima 
Courtenay. 

Da buon amministratore quindi, egli aveva riconosciuto tutta l'ef- 
ficacia del metodo italiano di scritturazioni. Ma ben altri sono i bisogni 
di un'amministrazione economica privata, in confronto a quelli di una 
azienda vasta e complessa, qual'è quella di uno Stato. 



392 



STOKIA DELLA BAttlONEBIA ITALIANA 



Per ciò quindi che si riferisce all'applicazione della S. D. alla 
pubblica azienda, quelli di Sully rimasero semplici tentativi. 

Dopo ch'egli si ritirò dal Governo, sia per le guerre civili, sia 
per gli arbitri delle Corti e del Governo stesso, il disordine riapparve 
nelle finanze francesi. 

11 tentatrvo fu ancora in seguito ripreso da G. B. Colbert, lo sta- 
tista che del famoso sistema della Bilancia del Commercio, basato sul 
principio che la « ricchezza di una nazione è proporzionale alla quan- 
tità di numerario ch'essa possiede v doveva farne l'esperimento più largo, 
importante ed ingegnoso, con l'applicazione al governo del suo paese^ 
si da dare il suo nome al sistema stesso (Colbertismo). 

Il Colbert, che già era stato scrivano del Banco di S. Giorgio in 
Genova, doveva necessariamente conos.-ere e comprendere tutta la bontil 
del sistema scritturale, ch'egli aveva avuto campo di veder splendida- 
mente funzionare nel più celebre banco di quei tempi. E quando nel 
1661 venne a capo del Governo francese, come Controllore generale della 
finanza, non si ristette dal tentarne a sua volta Tapplicazione alla con- 
tabilità di Stato. 

Ma anche questi, come successivamente i tentativi di Turgot e di 
Necker, ebbero egual risultato ; rimasero cioè semplici tentativi d'ini- 
ziativa personale; non che fossero il portato di studi suggeriti dalle 
esigenze amministrative dell'organismo cui si riferivano. 

E quale incentivo poteva mai esservi, d'ordine generale, che 

cessate quelle iniziative personali — si continuasse nello studio di un 
razionale sistema di contabilità, da applicarsi alle finanze dello Stato ? 
I processi verbali degli Stati Generali del 1614 e 1615, dimostrano 
l'idea bizzarra che avevasi in quei tempi, in fatto di finanza. 

Avendo il terzo Stato mormorato perchè la Corte erasi rifiutata 
di comunicare per iscritto le sue proposte, il Clero gli fece dire: 

«Le finanze sono il nervo dello Stato; ora, al modo stesso che i 
nervi sono nascosti sotto la pelle, così è uopo tener nascosta la forza o 
la debolezza della finanza. Quando anticamente trattavasi di levar d velo 
all'Arca, non oravi che il sommo sacerdote che potesse entrare nel San- 
tuario del tabernacolo, gli altri stavano fuori. Le finanze sono la manna 
chiusa nel vaso dorato. 

Ma il popolo, che quando vuole le sue ragioni le sa dire, rispon- 
deva a tono, con queste parole : 

« Poiché Gesù Cristo aveva dichiarato di voler manifestare a tutto 
il popolo ciò che aveva appreso dal Dio padre, pareva naturale che si do- 



CAPITOLO DECIMOQUAETO 



393 



vesse altresì aspettare dalla bontà del re die facesse conoscere al suo 
popolo la maniera con cui era governato. y> 

Vana speranza però; giacché il popolo avrebbe conosciuto soltanto 
questo : che per favorire e mantenere la classe privilegiata, per soppe- 
rire alle spese smodate della Corte, da Sully in poi il debito pubblico 
era salito a 52 milioni, e il deficit era spaventoso. 

Perchè insomma la contabilità di Stato potesse organizzarsi, e si 
imponesse la necessità generale, anziché la semplice iniziativa privata, 
per una riforma, occorreva fosse riconosciuto il principio che la nazione 
ha il diritto di sindacare e sorvegliare l'erogazione del danaro pubblico, 
che è poi danaro della nazione stessa. 

E questo principio fu uno dei benefici prodotti, derivati un secolo 
circa più tardi, dalla rivoluzione francese. 

« 

83. Come si vede, la scrittura doppia nella sua applicazione, 
aveva varcato i suoi antichi confini, per adattarsi anche all'organismo 
della pubblica azienda. 

E mentre all'estero il metodo italiano camminava su questa via, 
relativamente rapido, segnando un progresso soddisfacente, e autorevoli 
scrittori ne formavano oggetto di pregevoli studi, in Italia il progresso 
seguiva per questa medesima via, non per opera di scrittori, che que- 
sti mancarono affatto in materia di contabilità pubblica, ma per pratica 
viva, per organizzazione e riordinamento di aziende, e — diremo così 
— per disposizioni legislative e tendenti al miglioramento della conta- 
bilità nei rapporti de' pubblici servizi. 

I libri dei Tesorieri generali di Sicilia, dimostrano come il sistema 
a partita doppia vi fosse praticato fino dal XV e XVI secolo. 

Questi Tesorieri non maneggiavano il danaro pubblico; giacché i 
veri Cassieri della R. Corte erano i banchieri. Lo dimostrano i volumi 
dei Tesorieri generali, dei Tesorieri del Regno, dei Mastri secreti delle 
diverse Provincie, dei Maestri Portulani dei secoli XV e XVI, dai quali 
risulta chiaramente che non solo la Corte, ma pure il Senato dipendeva 
dai banchieri, tanto pei pagamenti per banco, che per le compensazioni. 

Nelle diverse Provincie, ogni Tesoriere poteva tenere un conto a 
parte col banchiere, per un ramo dell'amministrazione, ed un altro conto 
generale, conto corrente, per tutti i proventi fiscali che si riscuotevano 
nelle Provincie. 

I con'i a parte eran tenuti con lo stesso sistema di registrazione 
seguito dai banchieri, cioè col dare e con l'avere, e quindi servivano 
stupendamente alla Compensazione. 



394 



STORIA DELLA RAGIONERL\ ITALL\NA 



Il Cusumano (l), dal quale prenliamo queste notizie, ci offre una 
copi.», di Conto a pxrte, del 1478-30 fra il Tesoriere Generale e il ban- 
chiere (Guglielmo Ayutamicristo, che noi riportiamo in appendice. (2) 

I banchieri ricevevano in deposito le entrate comunali, e per mezzo 
di banco eseguivano il pa-amento d^lle spese col denaro incassato : dal 
che ne derivavano le compensazioni, la cui formula era data dall'espres- 
sione mi fa boni, che vediamo usata anche nel documento surriferito. 

Non sappiamo se i Maestri Razionali del Senato tenessero gli stessi 
ordinamenti contabili dei tesorieri; certo è che questi, nel disimpegno 
delle vane loro attribuzioni, contabilmente si attenevano, come si disse, 
al meto lo de* banchieri, ch'era la scrittura doppia. 

La R. Corte o il Governo, nell'intento di assicurare l'approvvigio- 
namento del frumento alla popolazione, faceva frequenti e abbondanti 
acquisti, di cui gli ordini relativi di pagamento venivano passati al te- 
soriere, il quale — senza sborsar danaro — compieva la compensazione 
nel conto a parie del banchiere, che aveva fatto incassi per conto del 
Governo. 

Come circolazione monetaria poi, anche la Sicilia non andò immune 
dall'alterazione e falsificazione delle monete. 

Dal Conto del Tesoriere Generale del 1439-40, come pure dal Conto 
di Cassa del Tesoriere stesso, del 1457-58 risultano registrati gl'in 
troiti delle multe per la fabbricazione, uso e cambio di monete false. 

Inoltre, nei conti che vanno dal 1472 al 1525, quasi tutti gli in- 
troiti sono registrati in parvulis e in pìchuH e assai raramente in mo- 
nete d'oro e d'argento. II che dimostra la forte circolazione di moneta 
alterata in quell'epoca. 

E mentre nel 1486 il Senato stesso fissava punizioni severe pel 
reato di vendita di monete a un prezzo superiore al legale, nel Conto 
Cassa del Tesoriere Generale, appunto del 1486 87, figura che i teso- 
rieri accettavano ducati veneziani in cambio d'incoronati d'argento al 
prezzo di tari 12 e grana 2, che non era il legale. Non solo; ma 'nei 
Conti stessi, che vanno dal 1479 al 1539, apparisce come, ma'grado la 
proibizione in proposito, i Tesorieri esigessero l'aggio, o come dicevasi 
Vavantarjio, della moneta buona sull'alterata, il quale oscillò dal ] 50 «/ 
fino al 12 °/o. * '" 

La R. Corte poi, si provvedeva di molto rame pei bisogni della 
monetazione, come apparisce dal Conto del Tesoriere del l624-:5. 

(1) Prof. V. Casamano — op. cit. - pag. a09. 

(2) Vedi - Appendice Parte II - Nota 9. 



CAPITOLO DECIMOQUAETO 



395 



Tutte queste operazioni, cui sommariamente accennammo, lasciano 
intravvedere quale si fosse l'ufficio di questi tesorieri e come funzio- 
nasse fin dal XV secolo in Sicilia, sotto la dominazione di Casa d'Aragona. 

Ed è per ciò, che poco dissimile doveva essere rorg;inismo conta- 
bile anche in Sardegna, dove dominava la stessa Casa, e dove la Pram- 
matica 26 Maggio 1645 prescriveva, per la buona tenuta dei libii del 
Regio Patrimonio (1): 

1.® Che il libio Manuale dovesse dividersi in 5 parti, come se 
fossero 5 libri in un volume. 

Nella prima parte registra vansi le partite dovute al patrimonio 
reale e riguardanti gli arrendamenli, le composizioni, i parlamenti, le 
vendite di schiavi e di ogni altro genere del quale davano attcstati i 
Segretari della Procura Reale, della Reale Udienza e del Vicario in 
ragione dei capisoldi ed altri resti risultanti dai conti tenuti nell'ufficio 
del Razionale ai collettori dei diritti, e a tutti coloro che amministra- 
vano l'Azienda reale. 

Nella seconda, le partite riguardanti le entrate della Cassa reale. 

Nella terza, i pagamenti che mercè i mandati si facevano con 
questi fondi. 

Nella quarta, le entrate provenienti dai dazi di esportazione che 
entravano nella Cassa reale. 

Nella quinta, le entrate ed uscite della Cassa reale per lo straor- 
dinario, il servizio grazioso ed altri arbitri dei Viceré, che non entra- 
vano nella Tesoreria generale. 

Chi teneva il manuale, registrando le partite addebitava la persona 
presso la quale entrava la cosa, e accreditava la persona dalla quale usciva. 
2° Che il Libro Maggiore (Mastro) ricavato dal Manuale, do 
vesse contenere i Conti di Cassa separati, con destinazione delle ma- 
terie, come nel Manuale, colla relativa rubrica. Le partite che regi- 
stravansi nel Libro Maggiore, cioè i debiti, nella prima scrittura 
doveansi porre ad literam, come nel Manuale. Quando poi entrava qual- 
che cosa per questo debito nella Cassa reale, si doveva registrare il 
credito di front3, succintamente, specificando il giorno, il mese. Tanno 
e il pagatore. I conti correnti e generali dcUa Cassa, sia di debito che 
di credito, doveansi registrare succintamente, dichiarando solamente i 
giorni e i nomi delle persone pagatrici o percipienti e citando i numeri 
della contropartita alla quale si riferivano. 



(l) Caro Leone — luogo cit. 



396 



STOHIA DELIBA. BAGIONEBIA ITAUAKA 



3.« Che quando la partita era stata riferita al libro Maggiore 
ìq debito, si tirasse una mezza linea in cima di essa nel Manuale, per 
indicare ch'era stata già passata al Mastro, e quando si era riferito 
anche il credito, si tirasse l'altra metà della linea, per dimosL-Hre 
che la partita era stata intieramente registrata. 

4.° Compiuta cosi la registrazione, chi teneva il libro Maggiore 
ponesse al margine della partita nel Manuale un numero indicante il 
loglio del libro Maggiore dove si era registrato il debito, ed un altro 
che indicasse dove era registrato il credito, e lo stesso si facesse nel 
margine delle partite del Mastro per confrontarlo col Manuale. 

5.° Che una volta registrate le partite nel Manuale, si dovesse, 
con la scorta della rubrir-a, vedere se il debitore aveva altri conti col 
patrimonio Reale, e quindi registrarsi ivi consecutivamente nella stessa 
pagina, e se questa non bastava, portarsi alla seguente, lasciando talora 
due tre pagine in bianco affinchè tutti i debiti riguardanti una stessa 
persona si trovassero dì seguito gli uni agli altri. 

6.° Che alla fine di ogni partita di debito nel libro Maggiore si 
riferisse il numero della pagina aello slesso libro Maggiore ^dove si 
trova il credito e viceversa. 

7.° Che alla fine di ogni anno, nelle ferie di Natale, chi teneva 
il libro Maggiore passasse brevemente tutti i saldi alla fine dello stesso 
libro, sia in debito che in credito, citando e riferendosi alle pagine dove 
erano i conti, per passarsi poi al libro dell'anno successivo ; ma se le 
somme di debito e di credito non coincidevano, fosse anche di un da- 
naro, non si poteva andare avanti, ed occorreva un rigoroso esame ed 
una minuta verificazione. 

8.° Che ogni mese il coadiutore del Razionale, cui spettava di 
ricevere i certificati degli appalti ed altri atti dell'azienda reab, do- 
vevano instare presso lo scrivano della Procura Reale perchè glieli con- 
segnasse, e dentro tre dì dalla consegna si registrasse nel suo libro il 
contenuto per esteso, facendone avvisato il Cassiere per la compilazione 
delle scritture. 

9.» Che il più giovane dei coadiutori, avendo meno esperienza 
tenesse il Manuale. ' 

10.« Che il Maestro Razionale scegliesseil coadiutore più pratico 
per tenere il libro Maggiore, e secondo l'abiMà di ognuno, ripartisse 
I rimanenti libri : però chi teneva il Manuale non poteva tenere il libro 
Maggiore. 

ll.« Che nell'ufficio del Razionale si tenesse il libro delle muni- 



CAPITOLO DBCIMOQUABTO 



397 



zioni e delle «pese di guerra, registrando il debito e il credito di ogni 
cosa partitamente. 

12.° Finalmente che si dovesse pure tenere un libro partico- 
lare delle spese straordinarie, distinguendole e notandovi le relative 
deliberazioni della Giunta Patrimoniale. 

Noi vediamo adunque che le disposizioni contenute in questa Pram- 
matica, in quanto concernono la materiale tenuta dei libri di contabilità, 
non facevano che riprodurre ciò che già si eseguiva nella pratica delle 
aziende mercantili. 

@4. ^- E se altre prove occorressero a dimostrare come non 
solo la contabilità pubblica erasi imposta quale necessità indispensa- 
bile al retto funzionamente amministrativo, sì da richiamare le cure e 
l'attenzione dei reggitori la pubblica cosa, ma come altresì a questa 
necessità si supplisse coU'adattare le scritture nel loro meccanismo ori- 
ginario, basterebbe ricordare il caso di Per Soderini, Gonfaloniere di 

Firenze. 

Eletto a questa suprema carica il 22 Settembre 1502, egli fu cer- 
tamente il primo che dasse un esempio nuovo, inaudito in quell'epoche, 
sottomettendo ai 22 Dicembre 1510 al Gran Consiglio della Repubblica 
il rendiconto de' suoi otto anni di gestione, e presentando al sindacato 
de' suoi concittadini i prospetti delle entrate e delle spese della Repub- 
blica, accompagnandoli coi relativi libri tenuti in scrittura doppia. 

Il medio-evo in generale, e i primi tempi dell'età moderna, ci 
danno splendidi esempi di buone applicazioni in materia di contabilità 
pubblica; e oltre Firenze, anche Psa, Genova, e Venezia si possono citare. 

n È invero mirabile — scrive il Prof. Besta (1) — la serie degli 
ordinamenti mercè di cui nel giro dei secoli, e con vicenda non mai 
interrotta, la Veneta repubblica ha saputo tutelare il pubblico erario. 
Qui è continuo il sindacato sugli agenti, o ministri subalterni e sui 
magistrati, e quasi costante l'efficace attrito di opposte tendenze fra 
essi, qui nessuno dispone ad arbitrio del pubblico denaro, e ciascuno è 
astretto a rendere ragione della propria gestione, qui pienezza di re- 
gistri e di conti tenuti ab antico a partita doppia « 

Ed è infatti Venezia quella fra le repubbliche italiane, che avendo 
raggiunto e mantenuto più a lungo d'ogni altra, il primato della potenza 
e della ricchezza, in conseguenza degli estesi e fiorenti suoi traffici. 



(l) Fabio Besta — La Ragioneria • 1890. 



398 



STOBIA DEIJA BA.GIONEEIA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOQUABTO 



399 



a >'■ 



B,''«' 




riconoscendo come le risorse derivanti dall'iniziativa privata costitui- 
vano la principal base delle risorse della Repubblica, provvede all'as- 
setto della pubblica contabilità con gran numero di appositi decreti 
e desigfian io al rispetto e alla fiducia del popolo i suoi BagiunatL che 
nominò Fidelissimi (1). 

Ed ecco il Senato Veneto, emanare al 4 Marzo 1500 un Decreto 
concili provvede alla nomina del Gran y^/zr/iom/^o del Consiglio dei X; 
e ai 2 Giugno 1523, nominare un ragionato ispettore della Contabilità 
ilella Repubblica « d quale sia tenuto andar ogni giorno per gli officy 
et veder d Vigentemente le razon della Signoria nostra^ Et imprimis sol- 
lecitar li Cassieri ad aportar il danaro integralmente al Officio dei Ca- 
merlenghi et de la sorte in stessa de oro et moneda che averano rice- 
vuta Juxta la forma de la leze et ordeni nostri, et non altramente veder, 
e referir se le Ctsse serano sta saldate, et far tutte qwlle altre cose che 
li sarà commesso cussi dal Serenissimo principe come dal Collegio nostro 
per la effectual edere et integra exaction del danaro. 

Ecco ai 19 Dicembre 1551 un altro decreto, col quale ai ftdeli 
ragionati si deferisce speciale incarico per ordinare le scritture della 
Repubblica e specialmente che « in termine di tre mesi prossimi, deb- 
òono haver tirato in resto li l,bri, sopra li quali scriveno al presente Mettendo 
quanto si deve a debito e credito di ciascun nome, et quelli tutti liqui- 
dati debbano riportarli ben distinti et separati l'uno dell'altro in libri 
novi da esser tenuti con quel ordine dt Zornal siche el Savio de Terra 
ferma che per tempora se trovarti deputato alla scrittura debba swivtr 
in uno Zornal quelle partite che fu statuito per questo Consiglio per le 
sopradite deliherationi del 152S et 1537, riducendo essi razonati il tutto 
ad un ordme così chiaro et particolar che levato ogni confusione si possa 
veder di tempo in tempo la esattione del danaro deputato allt ditti paga- 
menti, così per conto delle limitationi delle camere nostre come de altri 
offici di queda città, et che insieme si jmsu veder il credilo et debito di 
quei a chi sconta etc » 

E il Besta, nelle sue «Lezioni di Contabilità di Stato y> afferma 
cheli più vecchio registro da lui esaminato, appartenente all'ufficio delle 
Hazon vecchie, ha scritture del 1540 al 1561, tenute, meno che in prin- 
cipio, inappuntabilmente a partita doppia (2). 

Il che non meraviglia, quando sia noto che quel Senato, con de- 
cr eto 2 Novem bre 1500, confermato il 14 Aprile 1505, ordinava ai pub- 

(1) Vino. Campi — // Ragioniere - pag. 76. 

(2) Prof. V. Rigobon - La Contabtlita dt Stato, ecc. - pag. 123. 



blici Cassieri di tenere i libri col modo e con le regole che usavano 
gli scrivani de' banchieri; e con altro Decreto del 1 Febbraio i515, 
ordinava che a cominciare dal 1.° Marzo 1516 si tenesse nell'ufficio 
dei Camarlengni « un libro or<linario novo con un Zornal novo .... si 
come fanno i Banchi nostri de Scripta n. 

E il Rigobon , nella già lodata sua opera dopo avere notato 
come i tentativi fatti dalla Repubblica fioreniina pel ragg'ungimento 
di conti consuntivi e per l'applicazione della scrittura doppia, per quanto 
irrazionale, non costituirono certamente piccoli passi nella via dei buoni 
ordinamenti di ragioneria, soggiunge: u Ma essendoché la contabilità di 
Stato di quella Repubblica tocca appena l'Evo moderno, e vede intral- 
ciato il suo cammino aalla mancata luce della libertà, essa non può 
presentare quei progressi meravigliosi che nei secoli seguenti Venezia 
impresse al suo controllo finanziario. 

tt Nelle condizioni in cui si trova oggidì la Contabilità di Stato, 
non è pos'iiibile fare un raffronto, basato su ampia messe di dati, fra le 
contabilità dei vari stati italiani. Ad ogni modo si può asserire, con 
certezza di cogliere nel vero, che Lodovico Bianchini errava allorquando, 
dopo aver detto che in Napoli sin dal tempo dalla sveva dominazione . . . 
venne istituto wi Ufficio di tesoro pubblico ove la pia parte della rew 
dita e della spesa dell'erario univasi iu un centro, ufficio che fu assai 
meglio regolato sotto la dura dominazione Angioin'i, affermava che, nel 
resto dell' Europi non s'erano ancora né conosciute né fatte quelle istitu- 
zioni di contabilità tanto utili e necessarie a qualsiasi sistema dt finanze.n^ì) 



\ 



85. — Le forme tabellari e sinottiche fecero, senza dubbio, av- 
vantaggiare di molto la efficacia delle scritture computistiche. 

Il metodo a Giornal-Mastro, è infatti una delle più proprie e più \ 
semplici, riguardo all'economia delle scritture, per conoscere quasi is'an- ■ 
taneamente i risultati giuridico-economici delle avvenute registrazioni. 

Noi non sappiamo però con quanto fondamento siasi dato a questo 
metodo, il qualificativo di americano. 

Lo stesso Gerboni l'accetta e lo passa per buono con queste pa- 
role : tt Né il nuovo mondo, che il nostro Colombo scopriva appunto in 
quel torno di tempo in cui il buon Paciolo meditava sulle bellezze delle 
venete scritture, mancò di portarci il suo contributo. Con quella fibra 
pronta ed energica che distingue le giovani generazioni ai di là dell'A- 
tlantico, i msrcadanti ed i banchieri di America seppero, scosso appena 



(1) Lod. Bianchini — Scien:a del ben viceré sociale. 









400 



STOBIA DELLA BAGIOINEBIA ITALIANA 



Jl giogo della vecchia Europa, rimandarle il primo modello delle doppie 
scritture, sotto le spiccie forme tabellari e sinottiche. « (1) 

Non potrebbe, per avventura, esser avvenuto ciò che appunto av- 
venne pel nuovo mondo : che Colombo lo scoprì, e Amerigo Vespucci 
gli »3iede il nome? 

« 

Noi, invece, propendiamo a credere che la forma tabellare siasi 
adattata alle scritture, senza bisogno che queste valicassero l'oceano 
per darci in un corpo unico scritturale le risultanze del pensiero am- 
ministrativo, collegate a quelle del pensiero computistico. 

Tanto pili lo crediamo, quando pensiamo che fu qui, in questa vec- 
chia Europa dove da' più antichi tempi di Augusto, erasi compiuto un 
prospetto, nel quale era descritto con somma sapienza tutto l'impero 
romano ; qui, dove gli Arabi, fin dall'VlII secolo procedevano a una 
statistica della Spagna; qui, dove nel XVI secolo, il Concilio di Trento 
dava, inconsapevolmente, tanto sviluppo alla statistica, ponendo l'ol- 
bhgo ai parroci di tener nota rigorosa delle nascite, delle morti e 
dei matrimoni in ciascuna parrocchia; qui, insomma, dove le stati- 
stiche civili e commerciali furono una delle cure principali dei no- 
stri Comuni, delle nostre Repubbliche medievali e delle città della l-^ra 
Anseatica ; e dove la statistica divenne finalmente oggetto di studilo 
come dottrina a sé, talché già fin dal 1656 Seckendorf dettava la prima 
opera statistica con « Lo shto dt' principi tedeschi i.. 

E se tutto ciò avveniva in questa vecchia Europa, appunto qui — 
diciamo — potevasi benissimo concepire, senza il bisogno d'andar in 
America, la pratica utilità di unire l' analisi statistica alle scritture 
contabili. 

Certo è, che perchè ciò avvenisse, occorreva prima che le scritture 
SI organizzassero, si divulgassero, e di esse, sia pure empiricamente, si 
incominciasse ad avere un concetto esatto, non soltanto del loro conte- 
nuto, dei loro procedimenti, ma anche dell'elasticità delle loro forme 
grafiche. 

Da ciò dipese il ritardo nell'applicazione delle forme tabellari- ma 
quando noi pensiamo alla grande influenza ch'ebbero sulle buone s'tati- 
stiche della Repubblica veneta quei Ragionati fidelissimi, ai quali con ap- 
positi decreti il Senato demandava l'incarico d'impiantare, rivedere 
ispezionare e coordinare i conti tutti della Signoria, per avere un chiaro' 
e pronto concetto della situazione patrimoniale e finanziaria della Re- 



CAPITOLO DECIMOQUAETO 



401 



pubblica, noi siamo indotti a credere, che qui, dove ebbero sviluppo e 
perfezionamento le scritture, poteva e doveva ben intravvedersi ed ap- 
plicarsi anche la forma sinottica a quelle scritture medesime. 

E giacché oggi non si parla di arti o di scienze senza parlare di \ 
evoluzioni^ fermiamo un poco la nostra attenzione sul Giomal-Cassa^ ' 
che fino dal 1655 proponeva Bastiano Venturi nella sua « Scrittura di 
possessioni » e nell'evoluzione delle forme computasti che, vedremo quanto 
facile e breve doveva essere il passaggio" da quel G iornal-Cassa al 
Giornal-Mastro. 

Molto più ci capacitaremo della facilità di questo passaggio dalla 
scrittura dé^scrittiva alla sinottica, quando esaminando l'opera di Pu- 
gliese Sbernia Onofrio da Palermo (1671) vediamo ch'egli omette la 
parte descrittiva nel conto Cassa della Tavola o Banca e in altri conti 
del Mastro, ch'egli esemplifica (1). 

Ora, che a far ciò sia stato primo il Pugliese Sbeinia, o siano 
stati gl'inglesi, come taluni vogliono, a noi poco importa. Ciò che monta 
è questo : che già fino dalla seconda metà del XVII secolo, le vecchie 
forme scritturali cominciavano a modellarsi con criterio statistico, donde 
sortirono i metodi tabellari e sinottici. 



(i) Quest'opera è intitolata u Prattica economica numerale ed anche GiOi'nale del libro 
Maestro « in cui è svolta la scrittura signorile, suirorme del Pietra, Fiori e altri. 




(l) Gius. Gerboni - La Rauioaeria scieutf/fca - pag. 118. 



I 

f 



il 



I 



Capitolo I3eoin:iOQ Olinto 



LO SVILUPPO DELL'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA 
E IL SECONDO CICLO DELLA LETTERATURA COMPUTISTICA 

(1559-1795) 



V ^^r ~ " «-ivolgimento economico sul principio del XVI secolo - Lo sviluppo del- 

LXnale'V ■ '""''''^^° °'' '''''"'' ^' ''''''^'^ " Miglioramento nell'ecromU 

nazionale - ^uov. orizzonti per l'ente .conomlco-amministrativo _ Conseguente svi- 

ooZ t . ^*^^°"«"* - f — ^^'«««iflcazione delle aziende private - L'antico pensiero 
computistxco non sottxUzzù in distinzione di aziende - Inizio delle forme grafiche all'e- 
...genze dell-a.ienda domestico-patrimoniale - DifTerenza fra la contabilità patrimoniale 
dalla mercantUe. - «s. Sull'applicazione della s. d. - Primi trattatisti della conta! 
hilità domestico -patrimoniale - Perchè s'iniziò questa letteratura computistica. - 
«O. - Don Angelo Pietra e 1' alndirizzo degli Econon^i . _ P. Lodovico Fiori e il . Libro 

Su?r° .T, °°; ì7 """ "• ^- ^""'"'" - *^*^- considerazioni su questi scrittori - 
•sulla contabilita delle corporazioni religiose in Toscana. - »i. Bastiano Venturi - 
< Giacomo lenturoh - Lod. CorticelH - C. D. lireyHa. 



«6. - A tutto lo sconvolgimento di fatti e d'idee che apportarono 
le scoperte geografiche, Tinvenzione della stampa, il rifiorimento agri- 
colo, la ripresa dello studio di classici antichi, avvenimenti questi che 
segnarono il passaggio dal medio evo all'età moderna, noi abbiamo già 
accennato nel corso di questo lavoro. 

L'Agricoltura fu quella che subì una vera rivoluzione dalle sco- 
perte dell'America e dell'India. 

I prodotti che s'importarono dall'America dopo il 1500 e si propa- 
garono in tutto il mondo antico, e specialmente le nuove coltivazioni 
introdotte, diedero un nuovo indirizzo e un nuovo metodo ai sistemi di 
<'oltura. 

Specialmente il maiz, che in principio era coltivato come una ra- 
rità nei giardini e negli orti di Spagna, Francia e Germania, dopo il 
ifiOO divenne comune; e nella valle del Po la .uà estera coltura 



CAPITOLO DECIMOQUINTO 



405 



404 



STORIA DELLA RAGIONEUL\ ITALL\NA 



produsse una doppia rivoluzione, aj?ricola ed economica, sostituendosi ai 
precedenti mezzi di nutrizione, quali erano il milio, il panico, la spelta, 
la fa\'a, il farro, la sejxale, 1 orzo. . 

« Per la copia del suo prodotto — scrive il Ghisleri (1) — special- 
mente nelle terre dissodate e fresche, si chiamò il farmaco delle carestie, 
e si diffuse ratto dopo le pesti del 1575 e del 1630, preceduto da care- 
stie venute in ])arca, ossia prodotte da soverchia umidità non temuta 
dal mais. » 

E coll'importazione dei prodotti americani avvenne l'esportazione 
dei prodotti nostri, come il frumento, l'orzo, il cotone, la vite, l'olivo, 
i bachi da seta sconosciuti all'America; i buoi, gli asini, i cavalli ecc. 

Da ciò tutto derivò, un mii^lioramento sensibile nell'economia nazio- 
nale; uno sviluppo considerevole nel movimento commerciale in genere, 
che veniva contemporaneamente a imprimere un'importanza nuova al- 
l'agricoltura. 

D'onde venne eziandio che molti reggitori della cosa pubblica, come 
il Suily in Francia, rivolgessero le loro cure più che altro all'agricol- 
tura, come la principale sorgente di ricchezza per una nazione, e s'ini- 
ziasse così quella scuola economica, che fu poi detta dei fìsincrntL 

Se a questo nuovo indirizzo economico si aggiungono le influenze 
portate dal sorgere e dal moltiplicarsi degl'istituti di credito; le conse- 
guenze derivanti al commercio e ad ogni sorta d'industria dalle nuove 
e molteplici imposte create pei bisogni sempre crescenti delle finanze 
pubbliche; le riforme degl'istituti di beneficenza, richieste dalle peggio- 
rate condizioni del proletariato; l'incameramento dei beni delle corpo- 
razioni religiose negli stati protestanti; la nuova economia monetaria 
impostasi coll'importazione dei metalli nobili dall'America; se di tutto 
questo, diciamo, si tien calcolo, facilmente si comprenderà come un 
nuovo e ben vasto orizzonte d'idee e di metodi si presentasse all'ammi- 
nistrazione economica, la quale doveva necessariamente allargare il mec- 
canismo delle proprie funzioni ; quelle funzioni, che — se non erano an- 
cora nò classificate, né in alcun modo accertate — erano però insito 
nella natura dell'Amministrazione economica stessa. 

Come la storia non può registrare sviluppo di civiltà se non là dove 
l'ambiente di cui essa prende a narrare le vicende politiche, economiche 
o intellettuali, ha subito l'influsso benefico di riforme radicali nell'ordi- 
namento della società, delle sue istituzioni, de' suoi commerci, de' suoi 



studi ; così le ragioneria ch'è — per cosi dire — la storia dell'Ammini- 
strazione economica, non poteva segnare un passo in avanti se non quando 
l'ambiente che ne forma l'oggetto, non fosse a sua volta progredito nel 
campo delle idee e delle istituzioni che lo sorreggono. 

In ogni età, in ogni epoca l'uomo ha sempre mirato al migliora- 
mento della propria posizione: e i mezzi coi quali egli arriva a questo 
scopo supremo della sua esistenza, sono i falli amministrativi. 

Ora, siccome la Ragioneria come scienza di controllo economico, 
non prende ad esaminare se non questi fatti, è troppo evidente ch'essa 
non può segnare sviluppo e progresso se non quando l'ambiente svilup- 
pato e progredito dell'Amministrazione economica, offra maggiori mezzi 
per ideare, per preparare e per condurre ad esecuzione quei fatti me- 
desimi. 

*7. — Oggi che la Ragioneria elevatasi a scienza, ha saputo de- 
terminare il proprio campo d'azione, accertandosi le attribuzioni, e clas- 
sificando gli enti dei quali siudia, dal proprio punto di vista, i fatti am- 
ministrativi, ben può essa fare una prima e fondamentale distinzione fra 
le aziende private; e a seconda ch'esse mirano a ricavare o ad erogare 
una rendita, distinguerle in aziende di i» riduzione e aziende ()i eroga- 
zione. 

Meglio ancora poi, nel campo delle sue applicazioni, la Ragioneria 
oggi può suddistinguere le aziende di produzione in Commc7^cìali, In- 
tlustrialiy Affrorie e Patrimoniali. 

Ma quando il pensiero computistico, ben lungi ancora dal conoscere 
i propri confini, non aveva saputo esplicarsi se non per la pura neces- 
sità di seguire e tener nota dei rapporti sorgenti dallo scambio dei pro- 
•lotti e servir di guida in quella tal rete di Dire ed Avere, che come 
dice il Bonalumi, vanno intrecciandosi tra i membri della società pel 
«•onnubio del pensiero economico con quello amministrativo, Varie com- 
putistica non poteva sottilizzare in distinzioni di aziende. Essa trovò 
ima formola soddisfacente, che rispondeva a quei bisogni, e nell'impo- 
nente massa di attribuzioni, cure, pratiche che importava la divisione 
del lavoro amministrativo, si fermò davanti alla più antica e più impor- 
tante: quella del commercio. 

D'onde venne che le scritture mercantili furon quelle che servirono 
l>er ogni specie di aziende. 

Ed infatti vedemmo, che quando in Roma la riforma tributaria rese 
necessario ad ogni dominus, padrone o capo di famiglia, di tener conto 



(1) Are. Ghisleri — L'Agric. nella atoria - pag. OS. 



sp- 



406 



STOBIA DELLà BAGIONEBIA. ITATJANA 



CAPITOLO DECIMOQL'INTO 



esatto del rispettivo patrimonio, essi uniformarono la tenuta dei loro 
libri a quelle dei trapeziti o banchieri greci, che dalla Magna Grecia 
eran passati a compiere le loro operazioni anche nel Lazio. E da allora 
il concetto e la forma commerciale per le registrazioni nelle aziende in 
genere si conservò fino a ritrovare lo stesso concetto e le stesse forme 
nei libri delle Repubbliche italiane. 

Ma ecco delinearsi un nuovo ordine di cose; le condizioni del mondo 
economico si modificano ; nuovi bisogni sorgono ; nuove idee e più vasto 
si affacciano alla mente dei nuovi uomini; ed anche la Ragioneria sì 
r-erca di soddisfare alle esigenze nuove delle diverse aziende; e al veccliio 
sistema delle scritture mercantili, s' aggiunse il sistema delle, scritture 
patrimoniali, e delle domestiche. 
; Dove, e quando cominciassero precisamente ad adattarsi le forme 

j grafiche delle scritture all'esigenze di questa aziende, non è facile rin- 
tracciarlo. Di certo sappiamo soltanto che fu in questo torno di tempo, 
e precisamente nel 1.586, che sMnizia la letteratura computistica della 
contabilità patrimoniale, con Don Angelo Pietra; ma noi sappiamo anche 
che gli scrittori appariscono quando la pratica è già molto avanti. 

In questa contabilità, e nelle opere de' suoi primi trattatisti, noi 
non troveremo gran che di diverso, nella forma processuale delle scrit- 
ture da quella che si riscontra negli autori del primo ciclo. 

Ma é la materia nuova, il contenuto delle scritture, che invano cer- 
cheremmo in Paciolo, in Manzoni, in Casanova, quello che ci fa paleso 
il nuovo indirizzo preso dall'arte scritturale, nonché l'estensione del pen- 
siero computistico nell'adattarsi alle nuove esigenze dell'ente ammini- 
strativo. 

Là, in quegli autori, troveremo che scopo precipuo delle scritturo, 
è di seguire le mutazioni patrimoniali nell'avvicendarsi febbrile dei traf- 
fichi; è l'originario Cavedal, che nel Quaderno di Paciolo, nel Libro 
Mercantile di Manzoni, nel Libro Magno di Cardano, e via dicendo, 
viene svolgendosi nelle sue parti, nei conti di Mercanzie, di Debitori, di 
Creditori ecc. e che raccoglie i propri aumenti e le proprie diminuzioni 
nel conto Pro e Danno, 

Qui, invece, non sono più i rischi del traffico quelli che impongono 
la necessità di seguire attentamente le sorti del patrimonio ; l'occhio del 
computista segue i redditi e le spese, l'entrate e l'uscite dell'anno, e 
— - naturalmente -— anche i debiti e crediti. 

Quella insomma, è la contabilità del Capitale, questa, la contabilità 
di ciò che il Capitale produce e consuma. 



407 



Là, il Proprietario è quello che dirige, che opera, che agisce nell'a- 
zienda; qui, tra l'azienda e il Proprietario si ritrova l'Agente, il Fattore, 
il Ministro, in una parola l'Amministratore. 

Là, l'Inventario ci offre la sene dei beni, che la speculazione per- 
muterà con altri nel giro degli affari; e scopo delle scritture è quello di 
«lirci se queste permutazioni, questo giro d'affari ci hanno portato un 
aumento o una diminuzione, che aggiunto o' detratta dal capitale origi- 
nario, verrà a darci la nostra situazione finale. 

Quj, l'Inventario è invece il documento, con cui il Proprietario dice 
all'Amministratore: prendi, questi sono i beni che io ti affido, e che tu 
mi renderai alla line dell'anno, dandomi conto di quanto mi fruttarono, 
e di quanto ho speso. 

HH. ~ In una classificazione, per indole e scopo, l'azienda dome- 
stica entrerebbe nel novero dell'aziende di erogazione. 

Ma è ovvio che senza un capitale d'azione che produca i mezzi da 
erogare, che cosa si erogherebbe ? 

Se non saranno immobili, saranno mobili (valori, capitali, crediti) ; 
saranno i proventi professionali; ed anche questi voglionsi considerare 
un patrimonio, che richiede cure e fatiche per conservarlo, aumentarlo 
come qualunque altro bene materialmente esistente e amministrabile. 

Per cui, se l'azienda patrimoniale può anclie non essere domestica, 
questa è però sempre anclie patì'inioniale. 

Riesce quindi difficile voler stabilire se cronologicamente siasi prima 
assestata la contabilità patrimoniale o quella domestica. 

Secondo il Cerboni (1), la s. d. uscendo dal banco, entrò nei cenobi 
« dove lo spirito di ordine e disciplina ò anche più accentuato che nei 
negozi e nei banchi », e qui considerò le sole cariazioni annue del 
capitale. 

Dai cenobi, passò alle famiglie private, sempre nell'intento d'illumi- 
narle sull'«7?,>?wo ìm)mmenio delle loro finanze » ; indi, più tardi, pe- 
netrò nelle aziende patrimoniali, baronali, signorili e complesse, dove 
v<si die cura finalmente di tener dietro non solo alle annue oscillazioni 
della spesa e della rendita, ma anche alle variazioni della sostanza in- 
ventariata ». 

Il Cerboni, però, dev'essere arrivato a queste conclusioni, giudicando 
dall'ordine cronologico in cui appariscono i primi scrittori in questa 
materia. 



(1) O. Oerbani — Ragioneria Scient. pag. ;c«-3a». 



408 



STOEIA DBLLA BAGIONEEIA ITALIANA 



E infatti, sono il Pietra nel 1580, e il Fiori nel 1030 (entrambi re- 
lij?iosi) che primi prendono a trattare l'applicazione della s. d. ai biso- 
irni dell'economia ccnóbiiìca. 

Dopo di essi, viene il Venturi, Computista della Principessa d* Trbino 
-randuchessa di Toscana, che nel 105:3, \\q\\^%m^ Scrittura conleggianie 
fli possessione applica il metodo a s. d. all' azienda sigììorilc. 

Ecco poscia il Venturoli nel 1000, che nella Scorta di economia, oc- 
cupandosi in ispecie di Amministrazioni Tutelari o sia Economiche, en- 
tra neir applicazione del metodo all'azienda nobile o baronale. 

Ecco il Corticelli nel 1090 e il Vergani nel 1735, e il Brejxlia nel 
1751, il primo col suo Mastro di casa /amigliare il secondo colla sua 
Pratica della scrittura doppia econornicn, il terzo colla sua Idea dello 
scì-itturale, istruire chi « desidera di aprofìttarsi nelP Amministrazione di 
qual si voglia Azienda » e insegnare « il vero ed universale metodo di 
regolare qualsivoglia Libro doppio Mastro, Libri Ausiliari ecc. », o pian- 
tare e regolare qualunque sorta di scrittura a stile «loppio. » 

^la dall'ordine cronologico degli scrittori, noi non vogliamo trarre 
conclusione così recise come fa il Gerboni. A noi sembra che, se davvero 
neir applicazione air azienda patrimoniale, il pensiero computistico se- 
gui quest' ordina di sviluppo, dovrebbero anche, paralellamente, essersi 
sviluppati, nello stesso ordine cronologico, i relativi tipi d'aziende. Di più 
starebbe ancora la massima, da noi avversata, che l'inizio o la trovata 
di un determhiato genere di applicazioni, si del)ba cercare nei primi scrit- 
tori che di queste applicazioni trattarono. 

D'onde verrebbe, che prima del 1580 non dovrebbero esservi state 
aziende patrimoniali, né domestico-patrimoniali, contabilmente ordinate! 

Il che non si può ammettere. 

Noi già affermammo, più addietro, che dall' enfiteusi alla colonia 
I)arziaria, e più tardi al sistema feudale, si ha tutto il passaggio storico 
delle primitive forme di proprietà, le quali forniscono pure un criterio 
suir evoluzione storica delle diverse forme d' aziende domestico-patrimo- 
niali. 

Le aziende cenobitiche (noi lo vedemmo^ furono senza dubbio le prime 
a organizzarsi amministrativamente; epperò facilmente si può arguire 
che in ^se, prima che in ogni altra specie d' aziende, si sviluppasse la 
contabilità domestica o la patrimoniale. 

Ma anche ricchissime famiglie patrizie eran sorte dominatrici di 
♦^tensioni vastissime di territorio, già qualche secolo prima della com- 
parsa del Pietra. Mstosissime sostanze immobiliari . eransi già formate ! 



CAPITOLO DKCIMOOriNTO 



409 



Se poi, il Pietra, il Fiori, il Venturi, il ^'e^gani e tutti gli altri, vennero 
con le loro opere ad attestare lo sviluppo del pensiero computistico an- 
che in questo genere di aziende, gli è perchè, come scrive Pellegrino 
Ros«i : « senza una proporzionata capacità non è possibile alcun progresso. 
(vHiesta capacità è il risultato dello sviluppo della nostra intelligenza, e 
di circostanze esterne poste in armonia col progresso della scienza. » 

E le circostanze esterne, che determinarono la comparsa de' nuovi 
scrittori, noi le riassumemmo nel principio del presente capitolo. 

ftO. l>oii Aii;;elo Fietra — cosi scrive il Gitti(l) — «era nomi- 
nalmente mastro di cantina nel Monastero d' Oriana, su quel di Mantova, 
ma realmente, come osserva il Jàger, ragioniere del Monastero stesso, 
poiché colui che d' un tale ufficio era incaricato, sembra che di tenuta 
dei conti non se ne intendesse di molto. Il Pietra quindi non fece altro, 
nel suo libro, che riprodurre il caso pratico eh' egli aveva per le mani 
ed aggiungere al medesimo alcune spiegazioni teoriche. » 

Col suo « Indirizzo degli Economi » (Amministratori), egli vuol dar 
mano a « opera nuora, non meno utile che necessaria a' Religiosi 
^i. che vivono delle proprie f^endite, et ad ogni Padre di Famiglia che 
v^ si diletti del Libro Doppio. » 

Tutti gli incaricati de' diversi servizi nel monastero tengono delle 
sjìecie di prime-note o Vacclictte, su cui, in scrittura semplice, registrano 
i fatti che riguardano il loro ministero. 

« Una volta al mese, il padre celleraro fi' economo, lo spenditore, 
r amministratore, diremmo noi) li raccoglie, e, dopo aver verificato se 
vadano d' accordo tra loro, cio(' se le partite date dal primo al secondo 
celleraro e da questo ad un' altro ministro sieno scritte uniformemente, 
sbarra le partite d' un celleraro di grado inferiore trovate conformi a 
(juelle dell'immediato suo superiore: poi quelli di questi già riscontrate 
in un altro di lui più degno; e compita sulle non sbarrate la lista cro- 
nologica dei fatti, avvenuti in quel lasso di tempo, la passa poi a Gior- 
nale (2). » 

11 Celleraro (ministro maggiore) <<. costituito solenne avvocato e ijro- \ 
« duratorc del monastero ->> tiene dunque riassuntivamente il Giornale e 
il Libro Nobile. 



(1) Discorso cit. pag. 131. 

2) F. A. Bonalurai — Svolgim. del pensiero computistico in Italia — pag. Ili 
vara 1880. 



No- 



-JUIllÉf^A;' 






410 



STORIA DEI.LA R\GIONERIA ITALIANA 



CAPITOLO DECLMOQUINTO 



411 




Nel <j:iornale, le solite particelle A^r ed A con le quali s' iniziano ?li 
articoli ; e anche qui, niente somme nelle colonne dei montanti. 

A Giornale poi, il Pietra non passa f?li estremi degl' Inventari, che 
I distingue: a] Inventario dei beni stabili; fj) Inventario degli effetti; e) In- 
ventario dei beni mobili ; ma le risultanze di essi le passa addirittura 
al Libro Nobile. 

Questo libro poi « s'apre con l'iscrivervi nel primo foglio in bianco 
l' Introno, il quale non è altro che un princìpal fondamento di esso 
libro Maestro dedotto dall' esito dell' anno antecedente, capovolto come 
fanno del bilancio d'Entrata i nostri partiduplisti d'oggigiorno, poiché 
dove l'esito è scritto debitore all'intuito si fa creditore ecc. con rife- 
rire poi tutte le partite in a^edito dei creditori e deinton alla partita 
Monastero Nostro, la quale è quella che non solamente salda 
l' Introito e r Esito: ma è come chiave e suggello di tutto il libro 
Doppio (1) ^> 

In Pietra finalmente, si può trovare un principio di classilicazione 
della materia amministrativa nel fatto, che nel suo Libro Nobile i conti 
si seguono con online di affinità, sulle norme degli esercizi precedenti. 

Tra l'avvertenze d'indole amministrativa, egli pone anche quella di 
ripartir sempre le spese sui rispettivi capitali d'entrata, e ciò per tre 
ragioni principali : « La prima acciocché nel fine di ogni anno confron- 
tando l'entrata con quella degli anni avanti, si veda quale è cresciuta 

e quale è diminuita, e per qual ragione La seconda è perchè 

trattandosi d'affittare si possa imant inente veder l'entrata netta di 
molti anni, dedotte le spese, e risolversi all'utile del Monastero. La 
terza finalmente, ed ultima è questa acciocché non si mostri per gli 
ìstessi nostri libri, entrata m/)lto maggiore di quella che noi effettual- 
mente habbiamo. » 



11 Padre T^iidovlco Fiori, della Compagnia di Gesù, scrive nel 
163:^ il suo Libro doopio domestico « per uso delle Case e Collegi della 
medesima Compagnia nel Regno di Sicilia ^^ e segue in massima le traccio 
del Pietra, però con maggior dottrina e con un'applicazione più vasta 
delle regole di scrittura doppia. 

Egli, nel Giornale, alle due note particelle Per ed A, sostituisce la 
dizione : 

Tale // a Tal altro 



(1) F. A. Bonalnmi — op. cit. pag. 115. 



e vi distingue le partite in semplici e collettive : quelle, in cui havvi 
un solo conto debitore e uno solo creditore ; queste, in cui havvi più conti 
debitori e uno solo creditore, o viceversa. E per queste adopera le dizioni : 

Li appresso // a late 
Tale // agli Appresso 

Anche lui però, non eseguisce le somme nella Colonna dei montanti. 

Pel Fiori il Libro doppio «è quello nel quale per mezzo del suo 
Giornale si scrive ordinatamente e regolarmente tutto quello che, secondo 
il grado e la professione di ciascuno, entra ed esce e tutti i debiti e cre- 
diti di qualsivoglia persona o cosa surrogata, con le quali si tenga conto. 

Egli è il primo scrittore, che nei conti del Mastro cambia le parti- 
relle Per ed ^ o In con cui s'incominciavano gli addebitamenti e gli 
accreditamenti, nelle due, ancora in oggi adoperate Da e A. 

Nella terminologia è poi di una precisione che non si riscontra in 
altri scrittori anche moderni. 

Non fa confusione fra partita e conto. 

Quella «.è una somma di danari o di robba dovuta da qualcìnm 
Oli un'altro con la sua dichiarazione scritta una volta in Giornale 
e due volte nel Libro, » Il Conto invece « è una o più partite nel Li- 
bro spettanti a qualche persona particolare o a qualche cosa su9-ro- 
f/ata, scrittagli a debito o a credito.» 

Anche nell'Azienda del Fiori i vari incaricati registrano su vari li- 
bri ausiliari i fatti che li riguardano, i quali poi vengono periodica- 
mente e riassuntivamente riportati dal Padre procuratore a Giornale e 
a Libro doppio. 

E questo, come il Libro nobile del Pietra, è annuale, cioè non tien 
conto degli Stabili e dei Capitali di rendita, ma soltanto di ciò che da 
essi annualmente si ricava ; sicché la Contabilità del Fiori assume il ca- 
rattere di vera contabilità domestica. 

La classificazione della materia amministrativa, che trovasi iniziata 
dal Pietra, qui è assai più estesa, semplificata. 

Il Fiori è inoltre il primo che parli dell'utilità dei calcoli, o ciò 
che noi ora diciamo preventivi. 

A differenza del Pietra, non apre il Libro doppio coll'Introito, ma 
addirittura col conto Collegio nostro, che chiude poi, addebitandolo 
verso sé stesso, in conto nuovo ; ma, come il Pietra, non passa a Giornale 
queste registrazioni, né d'apertura, né di chiusura. 

La scrittura doppia del Pietra e del Fiori, é dunque, come si direbbe 
oggi, a sistema parziale ; che taluni autori moderni non vorrebbero ani- 



412 



STOKIA. DBLLA. KVGIONEBIA. ITALIANA 



mettere come sistema razionale. Ma a questo proposito bene osserva il 
P.esta:(l) «Quando ve^^go chiari autori come il Pietra e il Fiori, sugge- 
rire nelle classiche loro opere sistemi di, scritture che non si estendono 
al patrimonio fermo, ma solamente a quella parte che muta per reflet- 
tuarsi dell'entrata e della spesa: quando veggo imprese svariate senza 
line, che pur procedono ordinalissime e con ottimi risultamenti, le quali 
non giudicano espediente sciupar tempo per tenere in evidenza quella 
parte della ricchezza che la gestione non rinnovplla con vicenda assidua ; 
quando bado alle difficoltà, spesso insormontabili, che si oppongono ad 
una esatta valutazione di taluni elementi patrimoniali, e agPinconve- 
nienti che possono seguire dal riunire insieme, in numeri compendiosi, 
dati sicuri con altri che sono incerti; quando considero tutto ciò, io som» 
spinto a concludere che anche 1 sistemi parziali possono essere, in alcune 
aziende, commenda))ili, e che può essere in taluni casi razionale lo scin- 
dere le scritture di un'azienda in più sistemi ed ordini distinti.» 

Ma esaminiamo in qual modo, specialmente nel Fiori che ne ò il primo 
e più esteso trattatista, viene ordinato questo sistema di scritture parziali. 

Egli fa distinzione fra la Contabilità dei Capitali e la Contabilità 
delle Entrate e delle Spese. 

« Per soddisfazione di alcuni che mi hanno richiesto (cosi il Fiori) 
noterò qui con una brevissima abbozzatura il modo, o per meglio dire 
una semplice idea del modo di tenere il libro dei Capitali, riservandomi 
a farne un breve e chiaro trattato col suo esemplare quando vedrò che 
(juesta mia fatica sia per esser grata ai professori di quest'arte. » 

A quanto risulta però, questo nuovo trattato non venne mai in luce. 

Il Fiori, intendendo per Capitale tutte le proprietà da cui rica- 
vasi un'entrata, fa questa distinzione ; Ca,ntalì di Stahili, Ca}nfali di 
rendita e Capii ali di liediami^ che sono poi i tre conti con cui apre 
la sua Coniabilitn dei Calcitali, E secondo lui, questi conti si possono 
tenere in evidenza nel IJfyì'o dei Capitali, eh e un libro ben distinto da 
quello delle entrate e delle spese annuali, senza istituire un Giornale ap- 
posito, ma registrandovi soltanto le partite col solito mezzo della dupli- 
cazione delle registrazioni. 

Per ottenere questa duplicazione come fa il nostro autore ? 

Viene scindendo i tre suddetti conti fondamentali, nelle loro parti, 
e mentre nell'avere del conto Capitali di Stabili porta il valore corn- 



ei) Prof. Fabio Bestti — C'Oé'so di Ragioneria • Voi. I. 



CAPITOLO DECIMOQUINTO 



413 



plessivo di tutti gl'immobili, contrappone nello stesso libro, e nel Dare 
di Conti aperti ad ogni singolo stabile, il rispettivo valore. 

Insomma, se per questa Contabilità avesse adottato il Giornale, che 
invece esclude, egli avrebbe compilato articoli come questi : 

Li appresso a Capitali di Stabili 
pel valore dei seguenti Stabili : 

Territorio di Belvedere ..../. 

Giardino d'Altoììelln ^^ .... 

Molino Grande degli Sperelli . . » .... 



I.. 



e per qualsiasi aumento : 

Giardino d'Altobello a Capitale di Stalìili 
come per qualsiasi diminuzione : 

Capitali di Stabili a Territorio di Belvedere 

Ma questi aumenti e queste diminuzioni non possono a meno che 
d'influire, nei loro eftetti, anche sull'altra contabilità, quella delle Entrate 
e delle Spese. 

Come vi provvede il Fiori ? per mantenere il bilancio delle scritture, 
che cosa contrappone all'uscita del danaro, nel caso di un nuovo acqui- 
sto di stabili? 

Apre nel Libro douieMicOy un conto Acquisti e Alienationi il cui 
saldo finale gira poi all'altro conto Spesa generale dell'Esercizio. 

Torna evidente, che a questo modo il saldo finale di quest'ultimo 
conto è ben lungi dal fornire la vera cifra di avanzo o disavanzo, ma 
dimostra solo «un accrescimento o una diminuzione nel cumulo di quei 
beni che all'aprirsi dell'esercizio vennero compresi fra le rimanenze at- 
tive e passive. » (1) 

»0. — Il Pietra ed il Fiori, adunque, iniziarono la letteratura com- 
putistica dell'Aziende domestico -patrimoniali, raccogliendo, ordinando, 
migliorando fors'anco, il caso pratico che avevano sotto'mano, ne' rispet- 
tivi monasteri. Ma essi non discostaronsi gran fatto da ciò che la pratica 
computisi ca faceva già da più di un secolo, prima della loro comparsa. 

Nel già citato suo lavoro : Cenni sulla Contabilità delle Antictic 
corporazioni religiose in Toscana, il Prof. Rigobon, scrive: 

« In relazione agl'insegnamenti dei due antichi scrittori (cioè il 
Pietra e il Fiori) fu la pratica nelle corporazioni religiose toscane; invero 



Prof. Giov. Cova - Il Ragioniere - 1891, pag. 239. 



414 



STORIA DELLA ILVGIONERLV ITALLVNA 



nei molti anticlii registri da me veduti non fu mai inte-ralmente appli- 
cato il sistema patrimoniale compiuto, ne fu riconosciuta la necessità di 
aflermare tratto tratto con inventari compiuti la consistenza di ìhIH \ 
beni posseduti dalle corporazioni e quindi anche di quelli che subivano 
contmui mutamenti e formavano ogpretto del sistema di scritture; si ri- 
conobbe bensì r utilità di tenere in evidenza le notizie relative ad una 
loro parte soltanto, senza però alcun'ombra di valutazione, e ancora di 
ricordare i rari mutamenti che essi andavano subendo. Oneste notizie 
però furono affidate nella maggior parte dei casi a registri deputati in 
modo speciale ad altro scopo. 

«Nell'involto 150 delle corporazioni trovo una raccolta importante 
dei libri del procuratore, registri che contengono oltre a conti di debi- 
tori e creditori e delle educande, altresì la descrizione dei beni stabili 
del monastero, naturalmente senza indicazione di valore; il più antico di 
questi libri va dal 1442 al 1448. Talora tali notizie sui beni stabili sono 
alfermate nei libri dei pigionali e degli affittuari, e spessissimo vedo in 
libri giornali o debitori e creditori, una parte del registro sotto il titolo 
di ricordi o ricordanze destinata alla descrizione <lei beni Stabili pos- 
seduti dall'Azienda con particolari relativi specialmente alle variazioni 
subite dai beni medesimi nel tempo pel quale durava il libro Giornale o 
quello debitori e creditori, e con riferimento alle pagine dello stesso re- 
gistro ove apparivano notizie sulle mutazioni corrispondenti nei beni che 
formavano oggetto del sistema di scritture. 

« Altre volte ai beni stabili si deputavano registri speciali i quali 
con spazi vuoti fra le scritture relative ai singoli beni e alle singole 
categorie di essi ofl-rivano modo di tener memoria dei mutamenti che 
andavano man mano verificandosi, servendo così per un periodo d'anni 
abbastanza lungo. Tali sono ad esempio i libri di ricordi di ca^e, che 
SI trovano neir inv. 79 (il più antico di essi è del 1375); i registri dei 
heni stabili, lasciti, Umii, il più antico dei quali ò del 1.3G3; i libreUi 
dì effetti di vestiarHo e cosi via. 

« Fra le poche raccolte di inventari esistenti in registri speciali 
quella che sembrami la più importante appartiene al Convento di S. Maria 
<lel Carmine in Firenze, e giunge con qualche lacuna al 1798. L' inven- 
tario più vecchio esistente in tale raccolta ò del 1391; in esso, come in 
quelle di epoche successive, riscontro essere deputate pagine diverse alle 
^arle specie di beni, e trovarvisi la nota particolareggiata degli arredi 
sacri del Convento, dei mobili, dei libri della biblioteca, delle case dei 
po<leri, dei lasciti ecc. 



'-rfc: 



CAPITOLO DECIMOQUINTO 



415 



« In altre filze più recenti, vi sono inventari di canova, di cucina e 
({uelli particolari di ogni camera pei mobili e gli altri oggetti ivi esi- 
stenti ; quest' ultimi inventari dovevano esser muniti della conferma e 
della firma dei rispettivi Monaci ». 



Ol. — Gli scrittori che vennero dopo il Pietra e il Fiori, ben poco 
di notevole apportarono, sia nel campo della pratica, che in quello delle 
idee. — 

Rastiano y«>iitiiri nel 1655, è forse l'unico che si renda inte- 
ressante con la sua Scritturi conteggiatile di possessioni, la quale nei 
ì'iflessi di questo genere di Contabilità, è davvero pregevole dove svolge 
la revisione dei conti di una fattoria. 

Per avere un criterio esatto sui contratti d'affitto, livelli ed enfiteusi 
da concludersi in avvenire, il Venturi raccomanda la compilazione di 
medie decennali dei raccolti lordi, delle spese e del prodotto netto 
d'ogni podere. 

Ma, sovratutto, al buon andamento dell'Azienda, egli trova indispen- 
sabile il buon accordo Ira il Ministro principale (Amministratore) e il 
«""omputista, perchè nel primo * sta la macchina movente del buon servizio 
V. e interasse dell'Azienda. E nella penna retta dalla coscienza, dalla pe- 
N^ rizia e dal zelo del secondo , sta l' assicurare al possibile , che tutte le 
« entrate della medesima Azienda rieschino interamente rassegnate. ì\ 
v^ ben riconosciute nella realtà le spese dell' istessa; e finalmente che il 
V. tutto sia distintamente e con ogni Conteggiato ne i libri a i luoghi 
V dovuti al dovere ed alla giustìzia ». 

Come meccanica scritturale, il Venturi è il primo che segni un pro- 
gresso, uno sviluppo di forma nel Giornale, nello intento di risparmiare 
tempo e spazio nelle registrazioni, specialmente in quelle Aziende, come 
quella di cui si occupa, nelle quali havvi un forte o frequente movi- 
mento di danaro. 

E cosi egli, in detto libro, alla Colonna dei montanti , ne aggiunge 
altre due, una per VEn Irata l'altra per V Uscii a, sicché lo stesso Gior- 
nale può servire di libro Cassa, risparmiando l'apertura di un apposito 
<()nto nel Mastro. 

Questa forma, cosi vantaggiosa, rimase in uso sempre, nella pratica ; 
anzi recentemente fu proposto di chiamar questa santtura doppia a 
l>artite zopjje (1) appunto perchè mancando il Conto Cassa nel Mastro, 



(l) Fu cosi oliiiimitta dal Sij,'. ( . Steidl in nn u Saggio di scrittura doppia con partite 
aoppe n 1. Voi. Roma 1S77. 



jGOuiaar» 



416 



STORIA DELLA BAGIONEBTA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOOriNTO 



41 



i 



(la questo non può ricavai^si il bilanciamento delle rejxistrazioni, se non 
jiffpriunprendovi le partite di Cassa risultanti dal libro Giornale. 

Dove però il Venturi inizit un fatto nuovo nella letteratura compu- 
tistica, ò dove sorge ad attaccare Toscurità della Iraseolojria in materia 
di rej?istrazioni , talché se uno non «'• dell' arte, difficilmente vi capisc*^ 
qualche cosa. 

É questo il primo vagito della critica computistica; eppen') ecco le 
parole del Venturi: 

«Non deve alcun scritturale Gonteggiante , e massime i computisti 
^^più Periti ed Assennati; procedere a stravaganza alcuna, oa stupore: 
«se io ho lasciate le forme e le fattezze introdotte, son già moltissimi 
«anni, nei libri Conteirgianti ; perchè il mio particolar pensiero è stato 
«e sarà sempre in questa mia Operetta ed in altri miei scritti ancora: 
«di levarmi di mente al possibile le medesime dettature: e tanto più in 
« in quella parte, che in loro portano Equivoci, o varietà di senso e forma 
« ancora non bastantemente adeguata a dimostrar le necessarie distin- 
« zioni e particolarità, che ne richiedono le Cose varie Aziendali. 

« Oltre che, ristesse dettature, e forme del conteggiare in stil antico; 
« che i più oggi usano, e maggiormente costumate ne i libri Conteggianti, 
« Negozi mercantili ; sono talmente descritte , e dimostrate collo stile , 
« Frase e Forma dell'uso vecchio; che nella lor lettura confondono 
«anche gl'Ingegni più dotti e speculativi. 

« Se lo scrivere non è che un parlar pensato ? perchè, non abbiamo 
«noi da scrivere con termini, e frasi nobili e adattate alla Espressiva 
« moderna, e chiara, e verisimil mente in modo da essere bene intesi da 
«chi non è Mercante o Computista? So, ch'ogni Novità nel principio 
« par dura a riceversi, è vero ; ma poi chi l' usa e disinteressatamente 
«ben la considera, scuopre la sua virtù, la gradisce, ed abbraccia. Cosi 
« giornalmente ne conferma la Esperienza, in tutte 1' arti ritrovate per 
«uso de'i Mortali; le quali, deboli son state riconosciute nel di loro 
« incominciamento, e di poi di Secolo in Secolo venute a perfezione , o 
« poi in eccellenza, ed ammirate ancora dagli uomini di maggior Ingegno: 
« Onde chi credesse altrimenti troppo vana, e leggieri riuscirebbe la sua 
« Opinione ; perchè sarebba un voler prescrivere i termini al volo 1ìIm> 
« rissimo dell'ingegno come se altro trovar non si potesse a benefìcio do 
« i Viventi e de i Posteri ». 

Nulla di nuovo nella Scorta cT Economia del sacerdote bolognese 
Giacomo Yentnroli , apparsa nel 1666 ; nella quale in forma di 



conversazione tra padre e figlio, viene svolto il sistema di registrazione ^ 
a scrittura doppia; ma « quel libricino però — così scrive il Bonalumi'l 
— ci è utile in quanto che, essenzialmente didattico, c'informa di 
tutti i piccoli perfezionamenti , che la pratica dei conti aveva fatto a 
quei tempi ». 

E così dicasi del Mastro di Casa famigliare (libricino di 39 pagine) ' 
dell'altro bolognese l.odovieo Corticellf, apparso nel 1696, e nel 
quale si legge, a proposito del libro da lui chiamato Coina-Saldi, perchè 
vi si copiano tutti i saldi che si fanno agli Operai: « La causa di fare 
« questi saldi è, che per trascuraggine, od altra cosa che potesse succe- 
« dere l'operaio non possa alterare la somma, né che mai possa dubitare , 
« essere egli defraudato ». ! 

Chi mai sì sarebbe occupato, ne' secoli precedenti, dell'operaio agri- 
coltore, quando l'uomo era servo della gleba; quando, non avvenuta 
ancora l'emancipazione della terra, meno ancora erasi avverata quella 
dell'Uomo? 

Il napoletano Tonia$«o Doiiienìco Rre^lia nel 1751, con un 
Trattato di scrittura doppia Baronale, segue essenzialmente le orme del 
Fiori, giacché da libri tenuti in modo semplice, deduce periodicamente e 
riassuntivamenfe i dati che passa poi a Giornale (ancor qui senza somma 
di colonna dei montanti) e a Mastro. Nella parte pratica, eh' è la piii 
sviluppata e la migliore dell'opera, viene a svolgere un esempio d'' regi- 
strazioni applicate a una grande baronia, cominciando anzitutto dall'in- 
segnare come si debba fare la pianta della scrittura. 



(l) F. A. Bonalumi — Svolgim. del pensiero comp. ecc. pag. 188. — 



TaKaiifirii -T li 



Capitolo Deoimosesto 



ANCORA IL SECONDO CICLO DELLA LETTERATURA COMPUTISTICA 

I PRIMI ATTACCHI AL SISTEMA ITALIANO 

E LA PRIMA TEORICA DELLA S. D. ALL' ESTERO. 

(1609 — 1795) 



osa. — TI progresso delle idee in materia computistica è lento. — I,a ristrettezza 
4eir indagine analitica e delle applicazioni portano a opere di casistica computistica — 
•Sugli scrittori di questo ciclo. — S>i3, — Simone Grtsoyono e u 11 mercante arricchito n 
— 6- A. Moschetti % V a Universal trattato de' libri doppi r. — Matteo Mainardi e la u scrit- 
tura doppia mercantile r. (r. D. /'eri — Antonio ZamOe/n. — G. Della Galla. — P. I'. 
Si-ali. — G. Forni. — O*. — La contusione delle idee aumenta in ragion diretta del 
numero degrli scrittori. — Conseguenze — E. T. Jonnes. — S. G. Maissnev. — i>2S. — Per- 
diti fino a quest'epoca mancò una teorica. — Gli studi computistici in Francia. — De 
I.» Porte. — Edmondo De Grunrjcs e la teorica del cinica coati generali. 



S>2. — V. No Ogni epoca —- scrive lo Sclieel (1; —non dovesse, infondo 
dirsi un' epoca di transizione in quanto «'^ un movimento continuo, per 
quanto più meno rapido, di evoluzione quello che ha luo^o, il secofo 
XVII ed i decenni che lo precedettero e lo seguirono." sarebbero (iiielli 
cui appunto si converrebbe la qualilìcazione di pen'odn ili Iransizìorn' 
imperocché per effetto della rivoluzione economica determinata dalle vie 
marittime, la economia sociale del medio evo ffeudale; si andò dissolvendo 
e si svolse via via uno .stato sociale del tutto nuovo: la ho,-r)Iiesìa ; ed 
una nuova categoria economica : il capitale mobile ; che solo allora po- 
terono trovare le condizioni acconcie ad una completa loro allermazione ^^. 

Ed infatti la feudalità, toltone il regno di Napoli, andava perdendo 
terreno ogni giorno più nelle varie provincie; il lavoro manuale e in- 
dustriale, gli opifìci, la navigazione, il commercio, salirono a grande svi- 



(l) H. von Scheel — Stona delVEcon. poi. - Nel Manuale del Boecardo - 



420 



STOBIA DELLA BÀGIONEBIA ITMilANA. 



I 



hippo; e appunto per la mobilizzazione del capitale, noi vedemmo Ve- 
nezia, Genova, Pisa, Firenze e la Sicilia rivaleggiare nella banca, nel 
commercio e nell'industria, dopo che i nuovi tempi avevano portato alla 
abolizione di certe forme irragionevoli di giudizi, e ad una maggiore sicu- 
i-ezza p'^r la proprietà e per il commercio, 

Epperò, mentre vediamo in quest'epoca rifiorire le arti per prote- 
zione di potenti, estendersi Tidea del bello, e nel campo economico, ac- 
centuarsi la lotta tra i fautori della liilnncin del Commercio e i parti- 
giani del 1 Altero scamìno^ relativamente breve è invece il passo in avanti, 
o per lo meno, se non breve, assai lento, il progresso delle idee nel campo 
«Iella Ragioneria. Il pensiero computistico rimane stazionario fra l'azienda 
patrimoniale e la mercantile, senza forme nuove, senza nuovi concetti, 
ed anzi con un marcato ritorno ai concetti e alle forme dei vecchi scrit- 
tori, per ciò che specialmente riguarda la Contabilità commerciale. 
' Inutilmente quindi cercheremmo un'opera intorno a quest'epoca, che 

tratti di Contabilità nei rapporti di aziende industriali, di grosse aziende 
bancarie o assicuratrici. E si che fu appunto quest'epoca, che scuotendo 
il giogo posto al Capitale dalle proibizioni canoniche circa l'interesse, 
diede inizio all'associazione dei Capitali, alla Società Anonima, questo 
potente quanto altrettanto pericoloso istrumento d'azione economica. 

E così, mentre in tutto il periodo di tempo, che si estende dal prin- 
cipio del 1000, alla line del XVIII secolo, vediamo sorgere Compagnie 
potenti d'assicurazioni come quella delle Indie Orientali in Olanda, in 
Inghilterra, in Francia, e Banche poderose, talora vere follie, come la 
nanca Generale di Giovanni La^v in Francia, troviamo invece gli scrit- 
tori di Ragioneria esplicare tutto lo loro regole pratiche e teoriche con 
esemplificazioni, estese fin che si vuole, ma riferibili tutte ad aziende 
normalissime, nel ristretto campo della mercatura comune. 

Si direbbe che gli scrittori di quest'epoca, o non sapessero, o aves- 
sero paura di affrontare il tema dell'azienda vasta, uscente dai confini 
della bottega o del podere. 

Ben sappiamo, che la vastità dell'azienda nulla ha a che fare col- 
r intrinseca bontà o colla razionalità del sistema di scrittura in queir a- 
zienda svolto ed applicato. 

Ma quando poniam mente che la Ragioneria pura è tutt'affatto mo- 
derna, che « la parte di essa che è mera contemplazione di idee ed enun- 
ciazione di principi fu di molto preceduta dalla parto che si esplica 
in norme e precetti » (1) ; quando insomma consideriamo che tutte le 



(:) Prof. V. Alfieri - op. cit, pag, 1(B 



CAPITOLO DECIMOSRSTO 



421 



opere venute m luce ne' secoli scorsi, sono opere di casistica compiitf- 
stìcaf non già di scienza dei conti, perchè « tutti codesti autori non sono 
intenti che alle pratiche scritturali ; nessuno di loro assorge nel mondo 
delle idee per rintracciarvi le cause e le radici dei fatti, per scoprire 
leggi e formular principi, per indurne le ragioni delle loro esperienze » (2) ; 
lecito è dedurre, che se la Ragioneria progredì, il suo progresso non fu 
però correlativo all'importanza e allo sviluppo di quel mondo esterno 
aziendale ch'essa prendeva oggettivamente a considerare, chiedendogli di 
volta in volta l'esempio, il fatto amministrativo, il caso pratico col quale 
aiutarsi a dimostrare i propri congegni, i propri canoni fondamentali. 

Ristretta quindi entro i confini di una oggettività che non spingeva 
a indagare i principi generali reggenti tutto un ordine di fatti e di cose, 
ma soltanto a regolarsi e contenersi di volta in volta a seconda dei sin- 
goli fatti e delle singole cose, la Ragioneria era forzatamente obbligata 
a non varcare i confini di una semplice arte, era insomma impotente a > 
formulare un sistema di cognizioni atte a ridurre la materia empirica 
a idee e leggi generali. 

Tuttavia in ogni scrittore, in ogni opera, noi troviamo accenni alla 
V. teorica » delle scritture. 
Ed era naturale. 

Se la pratica precede la teoria, pure, talune volte, quando questa si 
basa su analogie costanti, è la teoria che precetle la pratica. 

Newton, già un secolo prima che la scienza chimica scomponesse 
l'acqua, non aveva forse detto che l'acqua contiene un principio combu- 
stibile ? 

E in materia nostra, la personalità dei conti, che oggi dà vita a 
varie teoriche personalistiche, non era già stata intravveduta dal Paciolo, 
<|uando scriveva: «Fa tua immaginatione che questa bottega sia una 
persona tua debitrice di quel tanto che le dai e per lei spendi in tutti 
i modi »? e meglio ancora dal Manzoni, quando parlando del venditore 
lo ammoniva « che deve far creditrice quella tal robba che lui vende » 
e che il compratore « sempre deve far debitrice quella tal cosa che com- 
pra » ? e più esplicitamente dal Fiori, quando'accennando alle mercanzie, 
ai granai, alle cantine, alla cassa, esclama ; « E queste si chiamano cose 
supposte o surrogate, perchè nella scrittura tengono il luogo di tante 
persone »? e giù giù, fino allo Zambelli, del quale diremo più avanti ? 



(2) Gias. Cerboni — op. cit., pag. 117. 



422 



S TOBIA. DELLA BAGIONEBLà. ITALIANA 



Ma se questi accenni vi furono, essi — perchè non erano collegati 
ai loro principi fondamentali — portarono a opere, che costituiscono, 
per così dire, un complesso di monojrrafie, ma non a un corpo di dottrina. 

Epperò critica e teorica rimasero strozzate dalla ristrettezza d'inda- 
gine analitica e d'applicazione. 

»3. — Basterà accennare agli scrittori, che oltre a quelli di cui 
si di«se nel precedente Capitolo, costituiscono la schiera di questo se- 
condo ciclo, per convincerci di quanto venimmo fin ora dicendo. 

8iiiioiie OrlKOfToiiodi Zara ax-ilmazia), che allora facevrr parte 
dello stato repubblicano di Venezia, inizia nel 1609 il secondo periodo 
della letteratura computistica mercantile, o meglio — più che iniziare - 
riproduco quasi fedelmente, adattandola ai nuovi usi, l'opera d'Alvisa 
Casanova, ciò che del resto confessa lui medesimo; e come sub-titolo ar- 
riva a dare all'opera sua lo stesso titolo che ha quella del Casanova. 

Il m-rcante arricchito dal perfetlo Qufiderniere ovvero Specchio 
lucidissimo di Grisogono, nulla quindi aggiunge di nuovo a quanto il 
Casanova (che a sua volta aveva riprodotto il Manzoni e il Paciolo 
scriveva nel 15.58. 

Unica novità è questa: che alla dizione degli articoli nel Giornale: 
Lana della tal sorte per Cassa. 
egli sostituisce quest'altra: 

Lana della tal sorte a Cassa 
e da lui probabilmente, l'avrà presa il Fiori, nel 1033. 

Anche nell'opera del Grisogono, la parte migliore è l'esercizio pra- 
tico fmale, in cui si compendiano le regole precedentemente esposte. 

Segue, nel 1610, (^iiovaiini Aiifoiiio .no«elietii, veneziano 
coWUniiJcrs^l trattato de' Wm doppi, esclusivamente di contabilità 
mercantile, e nel quale la forma paciolana, ò in tutto e per tutto ri- 
prodotta fedelmente. 

E ne è cosi fedele riproduttore, che mentre andava generalizzandosi 
in pratica l'uso di sommare in Giornale la colonna dei montanti, egli 
non lo fa, e solo limitasi a numerare progressivamente gli articoli. ^E 
perchè non eseguisce queste somme? 

« Per questa ragione, che una partita di Giornale deve supporre 
« qualche sostanza ed attione precedente, da sé realmente aistinta, come 
« in una partita di pagamento si suppone l'attione precedente di aver 
« pagato la somma di quel debito al creditore. Hor quella del riporto non 
« suppone alcuna attione reale ». 



CAPITOLO DECIMOSESTO 



423 



E questa è V idea fondamentale del Paciolo^ sulla tenuta del (Gior- 
nale, giacché egli infatti, parlando (come già si disse] del modo di sal- 
dare i diversi conti con Pro e Danno, dice : « E questo non bisogna si 
metta in Giornale, ma basta solo nel quaderno, percliè là nasce iu 
(juello delle cose avanzate; ovvero mancate in dare e avere. » 

Ma se nel Paciolo il concetto è che a Giornale si mettano i soli fatt^ 
amministrativi realmente avvenuti, e non i giri interni <li partite, in 
Moschetti questo concetto viene esagerato ed anche mal compreso, lino 
ad estenderlo alla somma dei montanti, la quale, se non è un fatto am- 
ministrativo reale, è però una base di controllo fra Giornale e Mastro. 

Moschetti subì l'inlluenza caratteristica del suo tempo; e leggendolo 
si capisce che fu contemporaneo di G. B. Marini, di Claudio Achillini, 
di Gerolamo Preti. 

La metafora e l'ampollosità sono in lui all'ordine del giorno. Egli 
paragona il libro doppio & a quella Musica, della quale consistono i 
Cieli y le Sfere, gli Elementi, tutte le cose create e lo stesso lor crea- 
tore Iddio » E tutte le varietà di Dare ed Avere le assimila alle varie 
diverse voci della Musica « com'è l'Alto, il Basso, il Soprano, l'Acuto, 
« il (ìrave, il Medio, il Tenore et che so io, hanno tra loro una rela- 
is tione così bene ordinata, che non solo non recano fastidio agli ascol- 
<<. tanti, ma ancora apportano seco grata, dolce et soave melodia. Così nel 
« LIBRO DOPPIO tanta varietà di dare et bavere .... et si come 
<^ nella Musica tutte le dette voci et il lor concerto si reggono per la 
« chiave et per la battuda; così et non altrimenti tutti i negotii, tra- 
tt (ìchi, et faccende nel libro doppio à quelli due termini riguardano 
« Capitale et Pro e Danno. » 

E come di regola, due copiosissime esemplificazioni, chiudono l'opera. 

Essenzialmente pratico è il bolognese Matteo Maiiiardl, che\ 
nel 1632 dà La scrittura mercantile formalmente regolata, operetta j 
minuscola (34 pagine; senza alcuna regola, così detta teorica. Niente somme 
o numerazione d'Articoli in Giornale; niente Bilancio d'Entrata e di Chiu- 
sura surrogati. La chiusura dei conti si fa con Avanzi e Disavanzi . 
il cui saldo non vien portato a Cavedal, ma a una partita nominativa- 
mente intestata al proprietario. 

Dell'opera II Negoziante, di Giovanni Domenico Peri, ap- 
parsa a Genova nel 1636, già abbiamo tenuto parola in altra parte di 
questo lavoro. (Ij In essa si esaminano quali sono i requisiti necessari 



(Ij Parte P Cap. VII §. 41 — p«g. Il6. 



424 



STORIA DELLA RAGIONERLV ITALIANA 



1 

I a un buon negoziante; epperò alle scritture è dedicata, diremmo quasi 
: per incidenza, una piccola parte dell'opera; nella quale però l'autore ar- 
{ riva in tempo a insegnare questa brutta dizione: 

Tale per .... vanno per L 

-negli articoli del Giornale. 

Le Mercaniesc/fe dicliiarazioni della Scrifinra doppia, apparse nel 
ir.71, del bresciano Antonio Zainbelli, sono senza dubbio l'opera 
pia importante, fra quelle apparse fino a quest'epoca, in materia di con- 
tabilità mercantile. 

Lo Zambelli non esemplifica, ma spiega. 

Combatte l'uso invalso di tenere il solo Mastro, senza il Giornale. 

Distingue i conti in primH ed aperth ossia in servizio proprio o 
d'altrui, suddistinguendo ancora i primi, cioè i privati, a seconda che si 
riferiscono a cnm animata o mannnata. 

E sono animati i Contratti Correnti o a tempo fìsso, o in parte- 
cipazione, o forestieri, o in fiera, o per cambio. 

Loda l'introduzione nel Conto Merci di una colonna pel quantita- 
liro oltre a quella pei montanti, perchè la quantità che entra e che 
esce è il vero debito e credito del conto « e non li denari che vale, » 

Mette in rilievo la personalità del Consegnatario della Cassa. Deno- 
mina semplicemente con Avoi7izi il conto Pro e Danno, del quale mette 
m rilievo il carattere d'interferenza. 

Lo Zambelli insomma, porta l'indagine critica un po' più avanti del 
^'enturi. Non si occupa della fraseologia, ma di qualche cosa teoricamente 
vm po' più importante, cioè della ragione, del perchè si dovessero asse- 
gnare obbligazioni giuridiche (debiti e crediti - diritti e doveri^ 2. cose 
luoghi ed enti astratti. ' ' 

( Ha un principio di critica sull'impersonalità dei Conti. 

<. Vorrebbe forse alcuno per miglior distinzione, farsi più capace di 
V poter dar debito a materia, a luogo. Perciò dico che materia inten- 
V. diamo essere qualsivoglia merce, o cosa materiale, che si compri o si 
v^ vendi, la quale con l'occasione d'haverla, o compra o venduta diventa 
V. come persona che di quella ha^'esse cura carico, et si chiamasse 
N^ per il medesimo nome di lei. 

^< Il luogo, nel quale intendiamo che diventi, o debitore, creditore 
s. sarà come o' Cassa, 0' Partimento, ovvero Avanzi, o' Banco, o' cose 
s< smiili, che non sono persone né merci ; ma luogo tale, che intendiamo 
V. tener quello del debitore o creditore. 

« Onde venendone il bisogno si faccia del suo nome, come s'è detto 
x< fare delle merci. » 



CAPITOLO DECIMOSESTO 



425 



Cosi scriveva lo Zambelli; epperò il Bonalumi (1) osserva: «Tutti 
sentono l'insufficienza di quelle ragioni: ma la mancanza di critica ra- 
zionale le fece menar per buone, o non ispinse a, cercarne di migliori : 
e quell'accusa ritornò pur sempre più prepotente a galla, e tutti sanno 
il M giuoco che fece tra le mani dell'acre pesniatino.» 

E con ciò il Bonalumi accennava a Francesco Marchi. 

Dopo lo Zambelli si arriva fin quasi alla metà del secolo seguente 
senza uno scrittore un po' di costrutto. 

Nel 1744 Giacomo Isella Gaafta. milanese, nella « Nuova pra- 
tica di Aritmetica mercantile » s' occupa anche di scritture nell' applica- 
zione alle aziende mercantili e alle signorili ; e svolge anche il metodo a 
scrittura semplice, nel quale consiglia introdurre il Conto Avanzi e Di- 
« mvanzi perchè con questo conto si salda tutte le altre partite , altri- 
menti mài i saldi, sì trovariano giusti. » 

E se il Della Gatta consiglia questo, dove sta allora tutto il perfe- 
zionamento portato alla Scrittura semplice dall'inglese Jones, come di- 
remo in seguito? 

Il livornese Pietro Paolo Scali nel 1755, scrive in forma dia- 1 
loghizzata un Trattato del modo di tenere la scrittura dei mercanti, \ 
nel quale, come arte, siamo al solito punto: nulla di nuovo, nemmeno la 
fincatura nei libri principali (Giornale e Mastro) Tiene due Giornali: uno, 
per le operazioni di Cassa, e un altro per tutte le altre. 

E ancor qui domandiamo: o dove sta allora tutta la novità del me- 
todo ideato più tardi dal tedesco Maissner, al quale pure accenneremo 
in seguito? 

Lo Scali è pero il primo scrittore italiano che divida i conti in ' 
tre serie generali: 

1. Conti propri, cioè che non esprimono alcuna persona (Capitale. 
Avanzi e Disavanzi, Spese di Mercanzie, Spese di Negozio, Provvisioni, 
Sicurtà, Tocchi di esse, Cassa contanti). 

' I 

2. Ef['etti in natura (Mercanzie di nostro conto, Merci a mano di 
altri, di amici a mano nostra, di compagnia. 

3. Corrispondenti, o nome di quelli con cui si jiegozia (Lettere, ^ 
Biglietti, Obbligazioni a riceversi, Contratti dì vendita. Denari a cambio,! 
biglietti da pagarsi. Tratte e rimesse). 

Chi però, più d'ogni altro dei precedenti scrittori, diede una maggior 
trattazione teorica alla scrittura doppia, fu il pavese Giuseppe Forni vK^ 

(1) « Il Bisveglio degli studi oomputistioi n - nella Rivista di Contabilità - Novara, 18T9 
pag. 8Ir. 



'/ 



4-20 



STORIA DELLA ll.VrTlONKRIA ITALLVNA 



nel 1790, col suo Traitrito teorico prniico dcUa vera scrittura doppia. 

Ma per quanto il Forni fosse « raf?ioniere altre volte collej^iato di 
Milano » e^li era pur tuttavia « pubblico ingeg^iere di Pavia » e quest'ul- 
tima sua qualità ha, ne' suoi scritti, sopravvento sulla prima. 

Basterà a convincere questa sua dimostrazione: 

«Sia la totale attività A-f-B (compresa la somma A dello stato dei 
« debitori). I i debiti precedenti pagati, N i rimasti da pagare : H i pesi e 
« le spese pagate e M i pesi e le spese rimaste da pagarsi e<l il totale dei 
« debiti precedenti sia D = I -[- N: il totale dei pesi e delle spese, sia 
« E = H -f M ; ed i residui crediti contanti e generi F. 

«Dalle nozioni (già date; si avrà: 

A + B = I r II -f 1'^ 
« ossia la totale attività eguale al pagato, più i residui crediti contanti e 



<\ generh 



« Se si aggiungono a tutti e due i membri della detta equazione 
« SI li debiti precedenti rimasti da pagarsi N, che quelli i)er pesi e speso 
« dell'anno corrente M, le somme del dare ed avere saranno ancora eguali 
« e perciò si avrà : 

A -r B + (N + M) == I -f H -r F -f (N -r M) 

« ^la I + N = D, e H -f- M - IT, dunque sostituendo al loro po- 
« sto si ha A -r B f N 4- M. = 1) + E -f F ossia si avrà la somma 
^<. delle attività dell'anno corrente, più la somma dello stato dei debitori, 
« colla somma delle sostanze passive ; ossia i debiti rimasti da pagarsi alla 
« fine dell'anno eguale al totale dei pesi e spese dell'anno cori-ente, più le 
V. sostanze attive, ossia i crediti, contanti e generi rimasti alla fine del I'anno.^> 

Il Forni scrisse im'altra o[)era : « Corno di istruzioni relatice alla 
militazione della professione di ragioniere» che l'Elenco cronologica 
più volte citato, e il Bonalumi fi) dicono del 1814, e che invece France- 
sco Marchi (2) segna coll'anno 1794 :MI)CCXCIV). 

Qualunque sia l'anno però, siccome questa seconda opera non è che 
una rifusione della prima, come progresso d'idee non sarà, crediamo, grave 
anacronismo il nostro, facendone cenno in questo capitolo. 

^"ella prefazione di questo Corso d'istì'uzioni, il Forni dimostra di 
aver compreso davvero che debba essere il Ragioniere, più di quello che 
forse l'intendano molti stessi ragionieri oggidì. 

«Dall'applicazione di queste due scienze (l'Aritmetica e la scrittura 
« doppia) » cosi scrive (3) « provengono infiniti risultati che rilevanti 



(1) Nello " Svolgimento del pensiero computistiro in Italia n pag. 307. 

(2) Nell'opera « / Cinqiiecontisti n — Prato, 1860 - pag. 94. 

(3) Prefazione — pag. III. 



CAPITOLO DECJMOQUARTO 



427 



« vantaggi alla società apportano. Ne l'Aritmetica, m» la scrittura doppia 
« insieme formano la detta professione, ma sibbene la loro applicazione 
« alle leggi civili, alle massime adottate e introdotte nella società, l'adat- 
« tarsi alle diverse circostanze , ed ai vari rapporti, il rappresentare i 
« vari risultati in ordine, e colla maggiore semplicità e chiarezza, il 
« ragionarli e dimostrarli , ed il ridurre si le operazioni di calcoli che 
v<, le corrispondenti analoghe espressioni al minimo possibile. » 

11 Forni distingue tre specie di scritture: \aLdoppirf,\a,7nezza scrit- 
fnra doppia^ e il Registro in semplice perfetto. 

E doppia ({uella « che sotto stabilite leggi, e convenzioni dirige i 
Registri nel modo il più acconcio, e regolare a fare risultare col mag- 
gior accerto, e colla più possibile semplicità e chiarezza, tutti gli oggetti 
relativi alla diversa natura delle attività e passività a norma delle mas- 
sime, che si possono stabilire per la costituzione del primo stato, ossia 
del sistema adottato e dei diversi rapporti che si possono cercare. ->> E 
dice che si addimanda scrittura doppia « per i rapporti che ogni partita 
tanto attiva che passiva, deve avere nei registri, onde venga considerata 
e registrata sempre attiva e passiva a norma delle leggi sta bili te in pro- 
jiosito. » 

Distingue poi la scrittura doppia commerciale che <^ riguarda i ne- 
gozi », {\di\V economica, che « tratta dei Beni tanto di un privato, quanto 
di un pio pubblico stabilimento. » 

La mezza scrittura doppia invece è quella « in cui si omette il 
primo e l'ultimo stato, le Categorie delle Rendite e Passività fìsse, e i 
Riassunti, e conseguentemente il richiesto rapporto registrando tutto il 
rimanente in scrittura doppia.» 

Finalmente il registro in semplice « è quello che comprende tutte le 
partite dei debitori e dei creditori, ed i Magazzini, senza alcuna re- 
lazione alle categorie delle Rendite e delle Passività, anzi queste si tro- 
vano del tutto omesse.» E alla domanda se mancando i Magazzini, il 
Registro sarebbe imperfetto, risponde che « purché nelle occorrenze ri- 
sultassero tutti ì dati opportuni per formare i detti Magazzini, il Regi- 
stro sarebbe ben irregolare, ma non imperfetto. » 

E all'infùori di queste tre specie di scritture, egli dice che «tutti 
gli altri Registri confusi ed imperfetti si ritengono dai Periti per sem- 
plici annotazioni.» 

Notisi che il Forni, già nel 1790, nel « Trattato tmrico pratico » 
insegnava a non passar scrittura del valore Capitale degl'immobili e dei 
mobili, essendo questo accertabile solo in base a perizia, operazione co- 
sa e non da computista. • 



428 



STOMA DELLA RAGIONERIA ITALIANA 



Ma poi nel «Corso (Vistrnziom » e.?li distinjrue le partite tvrc 

(luelle dei debitori o creditori personali) dalle partite morte, le quali 

ultime le suddistingue in aftire (Casse contanti e di generi, I3eni stabili, 

diretti Domini, Mobili, Scorte vive e morte, Fitti posticipati, ecc.) e in' 

passive (Capitali passivi, Fitti anticipati, ecc.). 

Quando la contabilità viene aperta in base a un primo sfato com- 
prendente tutta la sostanza fruttifera, il sistema lo denomina con Ilef/i- 
slrì delle sostanze fruttifere e delle Entrate. 

Quando invece detta sostanza vi ò esclusa, la denomina semplice- 
mente con Registi-i delle Entrate. 

Ammette poi un sistema misto, che chiama con Reoistri delle en- 
trate comprensimmente ni Capitali attim e passiri. ed al valore delle 
scorte l'ire e morte. 

Al « primo stato >> dà conseguentemente varie denominazioni. 
Lo chiama « Sfato Generale delle sostanze » quando vi è compresa 
la sostanza fruttifera. 

Con « Primo Stato .^ semplicemente, o con « Sfato delle Attinta e 
Passi ri tà » quando vi è esclusa. 

Se trattasi di Negozio lo chiama « Stato degli Effetti. » 

Come metodo di registrazione, egli dice che la scrittura doppia esige 
che ogni partita, sia in dettaglio o in cumulo, debba registrarsi sempre a't- 
tiva e passiva ; e determina due modi per considerare attiva e passiva 
una partita: il primo, per via dt confronto, cioè registrandola: 

Se attira, prima in dare delle sostanze reali, poi in avere, de' rami 
corrispondenti ; 

Se pa^sira, prima in avere delle sostanze reali e poi in dare dei 
corrispondenti ; 

Il secondo per ria di direrso ordinamento, cioè registrandola : 
Se attira, prima in avere delle sostanze reali, poi in dare dei de- 
bitori ; 

Se passiva, prima in dare delle sostanze reali, poi in avere dei ere- 
di tori. 

Pa landò poi dei bilanci consuntivi, il Forni scende ancora a un'in- 
lìnità di distinzioni, in conformità a quanto venne dicendo pel Primo 
Stato. 



« J. - Dobbiamo convenire che se la scrittura doppia aveva avuto 
fnvora molti trattatisti, la confusione delle idee e dei principi intorno 
ad essa, aumentava anche in ragione diretta del numero degli scrittori - 



CAPITOI.O DECIMOSESTO 



429 



sicché riesciva quasi più difficile formarsi un criterio esatto su che si 
fondasse e in che consìstesse questo metodo, che non comprendere tutti i 
trascendentalismi della metafisica. 

Naturalmente ne venne, che contro queste difficoltà, queste incer- 
tezze, questa moltiplicità d'idee, di metodi, di definizioni, i meno capaci 
a intendere, riordinare e spiegare il metodo nella sua vera essenza e nel 
suo giusto carattere, insorgessero a combatterlo, denigrarlo e indicarlo 
(juasi come causa di rovina per le aziende. 

Cominciò la serie un inglese, nel 1795. 

E. T. Jones di Bristol esce con un « Metodo nuovo e facile dì te- 
nere i libri di Commercio in scrittura semplice » nel quale, parlando 
della scrittura doppia, dice: ^< Con questo modo di tenere i libri, èsem- 
« pre in potere degli uomini scaltri di far comparire che un commercio 
v^ profittevole sia rovinoso per impegnare i loro associati a ritirarsi o di 
« addimostrare l'apparenza di benefici quando non vi sono che perdite se 
s\ vogliono indurre qualcuno a farsi rimpiazzare, e finalmente con qualche 
\v mira cattiva, possono ingannare i loro soci con falsi stati di situazione, 
v^ fino a che li abbiano interamente rovinati. 

« Di frequente succede che dei libri a scrittura doppia non bilan- 
x< ciano, e più mesi ogni anno sono impiegati in vari banchi per iscoprir 
^^ la cagione. 

« Il metodo della scrittura doppia è generalmente cosi complicato che 
v« molti di coloro incaricati di tenere i libri si trovano spesso trattenuti 
V. alla metà del lavoro, senza poter rendere ragione di quello che hanno 
v\ fatto, né di quanto loro rimane a fare. Di sovente accade che delle per- 
V. sene fanno un commercio estesissimo senza conoscere coi libri la loro 
vv situazione, non avendo mai saputo dare a questi un giusto compartimento.^"» 

Tali corì)ellerie dovean però servire di motivazione alla necessità di 
un nuovo metodo, che togliesse via gli errori, le colpe e le viltà della 
scrittura doppia. 

E il nuovo metodo — chi ne dubita ? — doveva esser quello ideato 
dal Jones stesso, il quale con una portentosa reclame e una sfacciata 
presunzione (che arrivò al punto di stabilire la tariffa di una ghinea 
per poter usare del metodo) ottenne una certa quale diffusione e rino- 
manza. 

E questo nuovo metodo, era poi davvero la salvezza delle aziende ? 

•lones migliorò il metodo a scrittura semplice introducendovi un ele- 
Juento di controllo fra le registrazioni cronologiche e le sistematiche, e 
adottando il Conto del proprietario. 



430 



STORIA DILLA RAGrONERU ITALIANA 



« Quando un nejjroziante comincia gli affari — cosi scrive Jones -- 
- sia solo con soci , la prima cosa da osservare si è di stabilirgli nel 
« riiornale un Conto esatto del Capitale o dei fondi che mette in Com- 

V mercio; ed in seguito, di descrivere in detto Giornale, nell'ordine che 
V. esso determina, ogni e qualunque operazione che produce un cambiamento 
^< in questo Capitale. Se è denaro debitatene poi il Cassiere e non la Cassa: 

V so sono merci datene debito parimenti al custode e non al Magazzino 
\^ ecc. » 

Ma dopo questi miglioramenti — invero ben poca cosa — nello 
svolgimento del metodo lo Jones non tien conto del movimento delle 
merci; il Libro Magjx/zino è soppresso, e tutto s'affida all'Inventario per 
la constatazione delle esistenze. 

Via, per un metodo che doveva essere la salvezza delle aziende, ci 
pare che la semplicità fo?s3 portata ad un colmo ! 

E il metodo Jones non fu l'unico. 

Se l' Inghilterra doveva iniziare la rivolta contro i metodi classici 
italiani, con le accuse infondate di quéìV « eminenie scrivano >> (comò 
lo chiamò poi Francesco Marchi) che fu il ragioniere di Uristol, la Ger- 
mania anch'essa doveva pcìrtare ai nostri metodi il suo contributo di 
demolizione con un altro scrittore, il Mahsncr, il quale intorno airepoca 
di Jones, con la sua <. Arie dìdirmiar rnoìoniere in Ire ore » iniziava 
la serie di tutte quelle moltiplicità di forme, e nuli' altro che di formo, 
nella applicazione del fondamentale principio della scrittura doppia, pro- 
ponendo di tenere due Giornali, uno per le operazioni a contanti, l'altro 
per tutte le operazioni non rillettenti movimento di danaro. 

Jones e Maissner ebtero il loro quarto dora di celebrità: e siccome 
tutto il male non viene per nuocere — essi almeno ebbero la virtù di 
ridestare i ragionieri italiani, feriti nel loro orgoglio; sicché non a torto 
il IJonalumi ebbe a scrivere che « la critica spietata di Jones non è stata 
una malaventura per l' arte italiana, che, troppo facilmente, come suole 
avvenire nella terra classica del dolce far niente, si addormenta sui vecchi 
allori. Fu una specie di violento vescicante, che la scosse ruvidamente 
in su suoi molli guanciali e le riaccese in petto l'antica favilla del genio 
dei Conti ». 

Noi non seguiremo tutto ciò che si fece all'estero o in Italia, nell'in- 
tento di modificare o migliorare il metodo italiano. Non faremmo che ri- 
cordare, senza utilità alcuna, forme e riforme ormai dimenticate e sepolte. 

Nella sua « Scuola perfetta dei Mercanti » fin dal 1876 il Tonzig 
accennava infatti all'enorme confusione creata da questo periodo di libi- 
dine riformativa nel campo dei metodi scritturali. 



CAPITOLO DECIMOSESTO 



431 



« .... 11 metodo di registrazione — così scriveva — insegnato dal Pa- 
ciolo tuttoché abbastanza chiaro e semplice in sé stesso, venne coll'andar 
«lei tempo, dai sedicenti ragionieri e dagli scrittori o per Aaghezza di 
riforme, o per manìa di varietà, o per mira di guadagno e di vanagloria 
e più poi per mal intelligenza de' suoi principii e per ignoranza dello 
spirito della scrittura doppia in mille forme alterato, svisato e convertito 
in un sistema tanto involuto ed oscuro da non poter essere compreso e 
superficialmente compreso se non dopo molti anni di studio e di esercizio 
pratico ». 

E così in tanta confusione di idee e di forme, e con una viva ed 
olllcace agitazione, doveva iniziarsi, pel mondo della Ragioneria, il di- 
ciannovesimo secolo. 

!>5 — Chi affermasse, che dal Paciolo venendo fino al principio del 
se<v)lo nostro, non si ritrovano negli scrittori classici della partita dop- 
ila, enunciati tutti i principi che formano la base scientifica del metodo, 
direbbe cosa contraria al vero. 

Chi da tutti questi principi, sparsi un po' qua un po' là, in quella 
trentina circa dì opere venute in luce, e più o meno chiaramente intrav- 
veduti od esposti da quegli scrittori , volesse inferire che il metodo a 
scrittura «loppia , aveva ormai la propria base teorica formata , si da 
renderlo facilmente inteso e applicato da tuHi, s'ingannerebbe a partito. 

Che cosa dunque mancava, perché questa base teorica ci fosse? 

Che tutte le cognizioni di fatto venissero coordinate a sistema, ca- 
nonizzate in leggi generali: e perché ciò fosse possibile, era necessario 
che si avessero idee precise e ben determinate sulla natura dei conti e 
sui rapporti che fra di essi creavano le registrazioni inscrittevi. 

Ma finché preoccupazione degli scrittori fu quella, non di indagare 
che cosa rappresentassero i conti e quali rapporti sorgessero fra di loro, 
ma di ricavar norme da fatti singoli e particolari , era materialmente 
impossibile che una teorica si formulasse. 

Quei principi, che qua e là ritroviamo accennati negli antichi scrii- j 
tori, nuli' altro scopo avevano se non quello di meglio far comprendere / 
volta per volta, il caso pratico cui si riferivaii^^e cosi, come l'uso delle 
cose viene prima della scoperta delle leggi che le governano, anche l'e- 
same oggettivo , per quanto minuzioso dei fatti , quali si trova in tutti 
«picgli scrittori, che insegnano il metodo, fingendo « a guisa de' Casisti 
la nuriade delle operazioni che posson darci in pratica e dirti per ognuna 



432 



STOMA DELIA BAGIOXBEIA ITALIANA 



CAPITOLO DECIMOSESTO 



433 



(li esse come devi scritturarla (lì », portò alla formulazione di quei prin- 
cipi slegati; il pensiero computistico insomma non si organizzò a corpo 
di dottrina, ma semplicemente si regolamenlà. 

Ne venne, che invece della scienza, si ebbe Tarte; invece di una 
teoria, si ebbero dei rade - mecum del Computista. 

In Francia per tanto, la Contabilità aveva ottime applicazioni, e al 
pensiero computistico portarono efficace sviluppo l'opere di parecchi scrit- 
tori, tra cui notevole il De la Porte, con « La science des Nègocians ^> ap- 
parsa verso il 1750, e il quale a guisa del nostro Scali, divideva tutti i conti 
di un'Azienda in tre classi generali a seconda del loro soggetto, e cioè: 
1.» Il Capo il Negoziante stesso. 
2.0 Gli effetti in natura. 
3." I corrispondenti. 
Ma il De la Porte come lo Scali, non si spinsero più oltre, a inda- 
gare quali relazioni sorgevano tra questi conti dai fatti di gestione. 

Doveva essere un finanziere francese, Edmondo Depranoe^ di Bor- 
deaux, quello che - consit'.erando la scrittura doppia nelle sue applica- 
zioni air azienda Commerciale, doveva darne la prima teoria nd 1705 
con l'opera « L% tenue de^ livres rendue facile, ou nouvelle mèihodc 
d'eineifjnement de la tenu^ des livres en sìniple ei doublé pariie ». 

K innegabile, che Edmondo De Cxranges portò un forte contributo di 
atti \ ita all'arte computistica. 

Nel 1808 veniva in luce una sua « Bnlance annerale ^implifwe. on 
«mclhode pour ohtenir ious les mois, ainsi que dans l'inlermlle de 
« Pan à Vanire la balance generale des cómptes tenus en pariie doublé ». 

Nello stesso anno pubblicava « La tenue des Livres en pariie doublé 
« appliquèe à la comptabitiie d'un receccur general » ; nell' anno se- 
guente « La tenue des Lic-es generalisee , ou, avis awr negoiiants ri 
nv.r compiables ». 

\el 1821 « De l' araniage des parties doubles sur les auires me- 
llndes »; nà 1824 « Li, tenue des Lim^es des Maiires de L'orges »; nel 
1825 « De la Tenue des Livres des Agenis de Change et des Courtiers 
de Commerce ». E oltre a ciò diede opero Aritmetiche pregevoli , tra 
cui nel 1810 un'Aritmetica commerciale analizzata e dimostrata nelle 
vTrie sue applicazioni agli usi del Commercio. 

Il figlio suo riunì poi tutti questi trattati speciali del padre col titolo 
«. Ktudes Commerciales » e tradusse inoltre in lingua spagnola la prima 
oi)era del 1795. 



ì 



Si comprenderà quindi facilmente, come il figlio De Granges (che a 
sua volta chiamavasi Edmondo) potesse scrivere queste parole; « Mio padre 
« scrittore di una capacità ben superiore alla materia che trattava , ha 
« creato per così dire il metodo a partita doppia, facendola sortir dal caos 
« in cui si trovava allorquando pubblicò la sua piccola opera nel 1795, 
«sotto il nome della tenuta dei libri resa facile, e che per conseguenza 
V ad esso bisogna attribuirne il merito della prima invenzione ». 

All'affetto di figlio molto si perdona! 

Quale fu la teoria del De Granges ? Dall'esame delle operazioni prin- 
cipali che avvengono in commercio, egli dedusse la necessità di aprire 
cinque conti generali: Cassa — Merci — Effetti da riscuote/ -e — Effetti 
da pagare — Perdite e Profdti : — questi cinque conti li ritenne de- 
composizioni del Conto generale del Proprietario, e dal modo pratico di 
compilare gli articoli nel giornale (con la dizione Tale a Tale) dedusse 
la regola fondamentale: addebitai e chi riceve, e accreditay^e citi dà. 

In tal modo, sotto brillanti apparenze, questa teoria veniva fallace 
mente ad ascrivere al proprietario conti, che in realtà si riferivano a 
tutt'altri. 

Deciprmur specie recti! Le apparenze brillanti attrassero la con- 
siderazione di molti, e la teoria francese ebbe proseliti e fautori dovunque, 
non esclusa Tltalia, dove fin oltre la metà del nostro secolo, trovò posto 
perfino nei programmi ufficiali d'insegnamento degli Istituti tecnici. 



(l) F. Marchi - I Gin lueoontisti — pag-94. 






,'wrrt»'i5 



Capitolo IDeoimosettlm.o 



VICENDE POLITICHE D' ITALIA 

e condizioni della Ragioneria pubblica 
nella prima metà del XIX secolo. 



(^O — Due esempi eccezionali di rendiconti pubblici - Xeker e Pier Leopoldo di 
Toscana - £>-? — I sistemi tipici della Contabilità di Stato - Vicende del sistema fran- 
cese - il sistema inglese - 8t^ — Influenza napoleonica in Italia - Kepubblica Cisalpina 
e Hegno Italico - Eiordinamento del Regno - Mollien direttore del Tesoro francese - ap- 
plicazione della 8. d. - L'azienda del tesoro francese - Gli ordinamenti contabili del 
Hegno d' Italia - OO — Stati che adottarono la scrittura semplice - La s. d. in Austria 
<» 11 sistema camerate - L'autorità dell'Austria in Italia dopo il 1814 - Il Segno Lombardo 
- Veneto - Influenza del sistema camerale sulla vita computistica italiana - La contabilità 
nel Veneto - lOO — La contabilità di Stato nel Regno di Napoli. 



06 — Il 1789 segnò, con la rivoluzione francese, l'inizio di quel 
grande rivolgimento politico e so^'iale, che trasformò radicalmente go- 
verni, opinioni, finanze, leggi e costumi. 

E la Francia servì di modello al nuovo ordinamento sociale. 

Finché la finanza pubblica fu oppressa dal pregiudizio antico del 
mistero, sanzionato, come vedemmo, nei Verbali degli Stati Generali 
del 1614 e 1615, potevano bensì finanzieri insigni, quali il Sully, il 
Colbert, il Turgot, il Necker, fare dei tentativi d'iniziativa personale 
per riformare la contabilità pubblica, adattandola a' bisogni dell'erario ; 
ma quale stimolo mai poteva esistere, all'infuori di quelle iniziative, se 
la nazione non possedeva il diritto di revisione de' rendiconti ? 

Tuttavia, prima ancora che questo diritto venisse conquistato dal 
popolo, a prezzo del proprio sangue, già il Necker in Francia, e Pier 
Leopoldo in Toscana, ave\ano dato il provvido esempio di render pub- 
blico lo stato delle finanze. 

Nel Gennaio 1781 infatti, Necker, quale direttore srenerale della 
finanza francese, pubblicava ii suu Compi^n rtndu un Hot; e sette aum 



'j^^^S^grs:^??:^:^;?!;?^' 



436 



STOBIA DELLA KAGIONEBIA ITALIANA 



più tardi; nel 1788, in risposta al conto (Etat general) presentato da 
M. de Calonne nel 1787, pubblicava Sur le compie rendu au Boi en 1781^ 
in cui, accennando ai vantaggi derivanti dalla pubblicità dell'ammini- 
strazione delle finanze, profettizza che nel secolo seguente u une suite 
(l'observations et d' intéréts actifs auront familiarisé tous les ésprlts 
avec les comptes de finance et d' administration » 

Circa poi V influenza dell* opinione pubblica suU' opera de' pub- 
blici amministratori, egli era d' avviso che la critica è « la seul puis- 
sance avec la quelle on puisse au nom de la justice et de l' honneur 
diriger les administrateurs et les assouplir, tot ou tard, au joug de 
la raison, quand il leur arrive de vouloir s' eu affranchir » (1). 

Pier Leopoldo Granduca di Toscana, fratello ed erede presuntivo 
di Giuseppe II d'Austria, imperatore di Germania, aveva in modo re- 
ciso espresso il suo avviso sul diritto nel popolo di deliberare le leggi 
« votare d'anno in anno le imposte. In una sua lettera del 21 Gen- 
iiHJo 1790 (2) alla sorella Maria Cristina, così s'esprimeva: 

« Io credo che al sovrano spetta il potere esecutivo, il legislativo 
al popolo e a suoi rappresentanti; credo che il sovrano non ha il 
diritto d' imporre arbitrariamente tasse, gabelle o imposizioni ; che il 
solo popolo ha questo diritto, dopo che il sovrano gli ha esposto i 
bisogni dello Stato e che il popolo per mezzo de' suoi rappresentanti 
ne ha riconosciuta la legittimità, e che le imposte non possono accor- 
darsi se non come sussidi e per un anno ". 

E allorché, nello stesso anno, Leopoldo lasciò il Granducato per 
cingere la corona imperiale, egli rese pubblico il celebre rendiconto 
compilato principalmente per merito di Luigi De Cambray-Digny, 
[)rimo computista della Depositeria generale e di Giulio Piombanti, di- 
rettore dell'ufficio di Revisione. 

Fu questo il primo resoconto che veniva reso pubblico (3) in 
Italia, e tale fatto non poteva a meno che di levar rumore. 

Dividevasi in cinque prospetti o dimostrazioni. 

Il 1° era il conto generale per annualità dello Stato di Toscana 
secondo il risultato dell'anno 1765. 

Il 2» era il prospetto generale delle entrate e delle uscite che 



(1) Prof. V. Rlgobon — Siilla contabilità di Stato, ecc. pag. '25S-259. 

(2) Pubblicata dal Rcumont nell'Arch. stor. ital. 1870 &. Ili t. -Jl pag. 435. 

(3) Nel libro u Qoverno della Toscana sotto il Itegno di S M. il re Leopoldo I. 
Firenze 1790. 



CAPITOLO DECIMOSETTIMO 



437 



appartengono ?.l conto dello stato, appurate e classate nei loro veri 
titoli e somme di annualità, desunte dai risultati dell'anno 1789 e 
calcolate con le vedute probabili di previsione. 

Il 3° era la dimostrazione degli assegnamenti e pesi ordinari dello 
Stato per la depositeria generale nel corso dell'anno 1789, e dal quale 
si rilevava il Conto di Gassa dello Sfato. 

Il 4« era una dimostrazione generale degli avanzi fatti dalla Cassa 
della R. Depositeria. 

Il 5° lo stato attivo e passivo della Depositeria generale al ter- 
mine dell'anno 1789. 

Né la giusta idea costituzionale s'arrestò in Leopoldo a questa 
pubblicazione; che, quando il fratello Giuseppe II avanzò la pretesa 
di avere in eredità dal padre anche i danari esistenti nelle casse di 
Toscana, Leopoldo, rifiutandosi, rispose: ^ appartenere al pubblico e 
non al Principe quei capitali «. 

E il Rigobon (1) soggiunge: « Qualcuno potrebbe però dubitare 
che tale ultima asserzione di Pier Leopoldo fosse non interamente in 
conformità alle convinzioni di lui, perché a quell'afi'ermazione era in 
quel momento legato l'interesse personale di Leopoldo. Ad ogni modo 
l'idea costituzionale era forte e sentita in questo sovrano, ben più forte 
ad esempio, di quello che fosse in Giuseppe 2° ». 

Certo è che in 25 anni di regno, Leopoldo aveva ordinato e mi- 
gliorato notevolmente ogni ramo della pubblica amministrazione, in- 
troducendovi specialmente due doli essenzialissime : l'economia e la 
giustizia. Due soli difetti gli furono imputati: l'indulgenza allo spio- 
na;}-gio, e la trascuranza della milizia. (2) 

^7 — La Contabilità pubblica poggia essenzialmente sulla riscos- 
sione delle imposte e sull'erogazione de" fondi riscossi pel funzionamento 
de' pubblici servizi. 

La legge di contabilità d'uno Stato si connette quindi intimamente 
alla legge sulla riscossione delle imposte. 

Due pertanto furono i sistemi tipici, ai quali s'informarono presso 
che tutte le nazioni nell'ordinamento della propria contabilità di Stato : 
il sistema francese e il sistema inglese. 



(1) La contab. di Stato, ecc. pag. 180-181. 

(2) Ercole Ricotti — Breve Storia d' Europa — pag. 508. 



438 



STOMA DELLA HAGIOKEBIA ITALIANA 



Quello provvede a tale riscossione ed alle erogazioni, direttamente, 
cioè con agenti propri, più o meno responsabili; questo invece vi 
provvede col mezzo di una Banca, cui dà norme e carattere con spe- 
ciali provvedimenti legislativi. 

L'Assemblea costituente francese già aveva compreso tutta la ne- 
cessità di organizzare la contabilità dello Stato; e quando nel 1701 
fu presentato alla prima legislatura francese il primo bilancio ministe- 
riale, tale bisogno si fé' più che mai sentito. 

Il 17 settembre 1791 si promulgò la legge che sopprimeva le 12 
Camere di Conti e istituiva il Bureau di contabilità nazionale, al 
quale si sostituiva, nel 24 Agosto 1793, la Commissione di contabilità 
nazionale. 

Con la costituzione del 22 Agosto 1795, che portava alla nomina 
(li varj Commissari pei diversi servizi dell'entrata e della spesa, ve- 
niva dato alla Corte dei Conti un carattere d'indipendenza e di con- 
trollo pubblico. 

Dal 1799 al 1804, cioè col P Consolato, fu ripristinata l'unita 
del potere esecutivo: ai Commissari successero i ministri e direttori 
preposti a quei servizi. 

Col primo impero, i cardini della finanza pubblica s'imperniano 
sulla teoria di Martino Gaudin, il più illustre finanziere di Francia, 
che fu ministro delle finanze con Napoleone fino al 1814, e del conte 
di Mollien, ministro del Tesoro, i quali volevano che il servizio di 
Cassa fosse responsabile e garantito per lo Stato. 

Nel 1807 Napoleone, riordinando la Corte dei Conti, sottoponeva 
alla giurisdizione della stessa i contabili dello Stato, nello stesso tempo 
che veniva a toglierle quei caratteri d'indipendenza e di controllo pub- 
blico che le erano stati dati dalla costituzione del 1795. 

Un'ordinanza 9 Novembre 1816 stabiliva definitivamente il prin- 
cipio che ogni contabile principale dovesse essere responsabile con 
cauzione degl'incassi e delle sj/ese de' suoi dipendenti, e conseguente- 
mente doveva sorvegliarne le operazioni e la scrittura. 

Con le ordinanze 20 Maggio, 23 Giugno e 9 Ottobre 1832 il servi,:io 
del Tesoro pubblico viene assegnato a una Cassa Centrale, sotto la 
direzione dì un Direttore Contabile, personalmente responsabile de' suoi 
dipendenti in corrispondenza coi ricevitori generali di ogni provincia, 
e che dovevano ogni sera rimettere al direttore generale dei fondi e a 
quello della Contabilità generale delle finanze, la situazione di Cassr, 
debitamente giustificato. Per l'ordinanza 9 Ottobre 1832, la Contabiliià 



CAPITOLO DECIMOSETTIMO 



4:39 



generale delle finanze doveva tenere le proprie scritture in p. d. con 
Giornale, Mastro e libri Ausiliari, sui risultati della Contabilità elemen- 
tare degl'incassi e delle spese, che dai diversi uffici subalterni venivano 
rimessi all'ufficio centrale. 

Una successiva ordinanza 8 Dicembre 1832 confermando il prin- 
cipio di responsabilità dei Contabili principali, sancito con l'ord. del 1816 
estendevalo ai ricevitori generali per le percezioni dirette ad essi af- 
fidate; conseguentemente questi ricevitori dovevano, nelle loro scritture 
e nei loro conti, comprendere a tutto loro rischio e pericolo, la totalità 
dei ruoli di riscossione ad essi affidati. 

La legge 9 Luglio 1836 della Ragioneria Generale, all' art. 17 or- 
dinava finalmente che, su proposta del Ministro delle finanze e con de- 
creto del Capo dello Stato, si dovesse, alla fine di ogni anno, nominare 
una Commissione di 9 membri presi dalle due Camere, dal Consiglio di 
Stato e dalla Corte dei Conti, la quale dovesse esaminare il Giornale 
e il Mastro della Contabilità generale al 31 Dicembre, verificando la 
concordanza dei conti fra la stessa e i conti tenuti dai vari ministeri. 

Non ci dilungheremo ora in una minuta disamina del sistema in- 
glese. Ricorderemo soltanto la legge 22 Maggio 1824, che rifletteva il 
passaggio del servizio di Tesoreria alla Banca d'Inghilterra. 

Materia dell'esercìzio finanziario erano le sole entrate e uscite che 
realmente si effettuavano nel corso dell'anno. Con legge 1 luglio 1856 
si mirò poi alla riunione e consolidazione, in un sol fondo, delle en- 
trate dello Stato. ^ 



98. Il nuovo secolo comincia, per l'Italia, sotto l'influenza francese, 
cioè sotto r invadenza napoleonica. 

Nel 1800, Bonaparte ristaura con savi provvedimenti la Repubblica 
Cisalpina, che reggesi però sempre a forma provvisoria. Dopo la pa- 
cificazione d'Europa, egli rivolse le sue cure a darle costituzione sta- 
bile. 

Nel 1801 convoca a Lione una Consulta straordinaria di notabili 
<lelle Provincie che la componevano ; fa approvare lo Statuto da esso 
predisposto; e muta il nome di repubblica cisalpina in quello di repub- 
blica italiana. 

Napoleone ne fu proclamato presidente, e con l'indirizzo ch'egli 
seppe imprimerle, non poteva che prosperare. 

Le finanze stesse, scosse da tante invasioni e spogliazioni precedenti^ 
andarono ristorandosi per opera del novarese ministro Prina. 



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440 



STORIA DELLA RAGIONERLV ITALLVNA 



CAriTOLO DECIMOSETTIMO 



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Nel 1804 fu pubblicato il bilancio preventivo dello Stato. Le spese 
ammontavano a 90 milioni di lire e apparivano distribuite fra i diversi 
ministeri. Soltanto quello della guerra n'ebbe 52; dei quali 22% per 
l'esercito nazionale e 25' I, pel mantenimento delle soldatesche francesi 

Ma Napoleone ambiva alla corona imperiale e un decreto del Se 
nato, nel 1804 realizzava il suo sogno; aspirò alla Corona regia d'Ita- 
lia, e la Consulta italiana, recatasi appositamente a Parigi gliela offri • 
e ai 17 Marzo 1805 veniva sancito lo Statuto ConsHtutlvo del Beano 
itahco. Nove giorni dopo Napoleone, nel Duomo di Milano ponendosi in 
capo la Corona di ferro che da 12 secoli serviva a incoronare i re 
d'Italia, esclamava: « Dio me l'ha data; guai a chi la tocca! .» 

Nominato a viceré Eugenio Beauharnais, deputata una Giunta alla 
compilazione di un codice di procedura criminale e di un codice penale 
riordinato il debito pubblico sotto il titolo di Monte Napoleone deter- 
minate le spese annue del regno in L. 88.660.000, Napoleone lascio- 
Milano, visitò le principali Città del regno, e dopo aver dovunque prov- 
veduto e disposto per l'amministrazione e la sicurezza dello Stato ri- 
tornò in Francia. ' 

Nel 1806, dopo battuti Austriaci e Russi, e dopo cacciati i Borboni 
dal regno di Napoli, Napoleone riordina il regno d'Italia. 

Crea re di Napoli il fratello Giuseppe. Unisce la Venezia e la Dal- 
mazia al regno italico, e vi pone viceré il Beauharnais. Vi distacca in- 
vece il ducato di Guastalla, conferendolo in feudo alla sorella Paolina 
Borghese, e il principato di Massa Carrara, dandolo all'altra sorella 
J^iUsa Baciocchi, principr.ssa di Lucca e Piombino 

Crea 12 ducati negli Stati Veneti, 6 nel Regno di Napoli, 3 nel 
dominio di Parma e Piacenza. E venuto nuovamente a Milano nel 1807 
fra 1 vari provvedimenti amministrativi da lui presi, stabilì il bilancio 
del regno in 114 milioni. 

Direttamente o indirettamente quindi, in mezza parte d'Italia 
alla pubblica cosa sovrastava la grande influenza di Napoleone- il quale 
quando si presentò la necessità di una riforma nella Contabilità 'dell'Im- 
pero per soddisfare al bisogno di render ragione alle nazioni del danaro 
pubblico, chiamò alla suprema direzione del tesoro il più illustre Con- 
abile di trancia, il Conte di Mollien, che se non arrivò ad applicare 
la scrittura doppia a tutta la gestione dello Stato, vi riesci però pel 
servizio de la Cassa dei Depositi e degli Ammortamenti e più Ldi pei 
servizio del Tesoro. y y^iyn ì^k.ì 

E le ragioni per cui egli volle introdurre la p. d. le espose nelle 



sue « Mémoires d'un ministre du tesor » con parole che costituiscono 
in pari tempo il più bell'elogio che mai siasi scritto di questo s stema(l). 

Adolfo Thiers nella sua Storia del Consolato e dell' Imj^ero dice che 
« agli egregi provvedimenti fatti nell'anno 1807 per le finanz*', l'Impera- 
tore diede compimento coli' istituzione del novello modo di scritturazione 
di conto a Partita Doppia, per cui si finì ad introdurre nelle finanze 
francesi quella mirabile chiarezza che tutt'ora vi regna. y> 

V Giuseppe Pecchio nel « Saggio Storico dell'Amministrazione finanzia- 
ria dell'ex regno d'Italia dal 1802 al 1814 n dice che « i Conti che pure 
ogni anno uscivano alla luce in Francia sull'amministrazione delle finanze 
sia nella precisione sia nel dettaglio e nelle osservazioni, non sostene- 
vano il paragone di quelli del ministero italiano. E Napoleone I in- 
fatti, nella sua privata corrispondenza col Beauharnais, lodava i Ragio- 
nieri italiani che facevano camminare l'azienda del Tesoro con tal or- 
dine, che a mala pena si poteva introdurre in Francia (2). » 

Certo si è che l' Amministrazione del Regno Italico fu illuminata 
ed ordinata, a merito specialmente del ministro Prina; e come docu- 
menti di buona Contabilità rimasero celebri i rendiconti del Regno d'Ita- 
lia pubblicatisi a Milano nel 1811; rendiconti che pur venivano alta- 
mente lodati dalla Commissione dell'Accademia dei Ragionieri di Bolo- 
gna nella sua relazione 23 Dicembre 1866 intorno agli studi SidUi 
Contabilità di Stato. 

Non sappiamo perc'ò se possa giustamente dirsi che i buoni ordi- 
namenti contabili pa^^sarono dalla Francia in Italia col governo napoleo- 
nico (3).; forse sarebbe più corretto di dire che Napoleone portò nel- 
l'Amministrazione pubblica quegli ordinamenti rigidi e severi, che prima 
mancavano e che accoppiati alle esigenze del nuovo ordine di cose, die- 
dero mezzo al pensiero computistico italiano di saggiamente esplicarsi 
senza bisogno di prendere da altre nazioni le norme per ordinarsi con- 
tabilmente. / 

90 — Non dappertutto però, nelle pubbliche Amministrazioni, la 
scrittura aoppia trionfava. 

La semplice era adottata in Austria, nelle Spagne, nelle Asturie, 
e nel 1797, per opera di Jones, anche in Inghilterra, Scozia, Irlanda, 
Olanda e Stati Uniti. 



(1) — Vedi Appendice Parte II — Nota 10 

(2) A. Gentile - Cenni Storici - pag. 14. 

(3) V. Campi - pag. 40. 



442 



STOBIA DELLA BAGIONEBIA ITALUNA 



CAPITOLO DECIMOSETTIMO 



443 



^0 



V In Austria però, nel 1761, Maria Teresa nominava una Commis- 
sione di economisti, amministratori e giurisperiti, perchè assieme al 
Presidente della Corte dei conti, studiassero un sistema di scritture 
pili rispondenti pei vari rami del reddito pubblico; e verso il 1770, 
dopo nove anni di studi, detta Commissione adattò e introdusse la s. d. 
DeirAmministrazione pubblica", i 

Già fin dal 1761, il ragioniere aulico Schwarzer dava lezioni di 
questo metodo, con applicazioni alla pubblica azienda; poi nel 1770 le 
continuò il Consigliere dei conti G. G. Brandt. 
V_ Il progetto elaborato dalla Commissione suddetta, ebbe attuazione 
assai breve, dal 1770 al 72; indi, dopo tutti gli sforzi possibili per 
adattarlo convenientemente, si ritornò all'antico sistema camerale, che 
appartiene — benché migliorato — alla famìglia delle scritture semplici. 

Quale differenza caratteristica esiste, per tanto, fra la scrittura 
doppia e la Camerale ? 

Quella segue il movimento degli affari, le trasformaz'oni dei Capi- 
tali n-i traffichi; questa segue i vari titoli d'entrata e di spesa che 
ai Capitali si riferiscono. 

La s. d. è quindi eminentemente mercantile; la camerale eminen- 
temente patrimoniale. 

In questo sistema, le voci infroiti e pagamenH sono voci prese in 
senso lato; indicano tutte le variazioni originate dai fatti ammini- 
strati vi sulla sostanza; esse corrispondono a aumenti e diminuzioni. 
Perciò, allo scopo che le registrazioni c'illuminino suU'andameuto del- 
l'azienda, que-to metodo esige che tutti gl'introiti s ano distinti a se- 
conda della provenienza, e i pagamenti a seconda della destinazione; e 
ciò si ottiene mediante speciali divisioni delle rubriche. 

Il motodo camerale ha due periodi storici: l'antico, ormai dimen- 
ticato; e il moderno, che risale al 1762, cioè all'epoca in cui apparve 
a Vienna l'opera di Puechberg « Einleintung zu einem verbesserten Ra- 
merai liechnunqsfusse » che servi di guida a tutte l'altre pubblica- 
tesi di poi in Austria e in Germania. 

Gli effetti del carattere ufficiale assunto in Austria dal metodo 
Camerale , doveano influire anche sulla vita computistica italiana, per 
gli avvenimenti politici che s'andavano preparando. 

Già fin dal 1789 l'Austria aveva grande autorità in Italia; questa 
autorità triplicò nel 1814, anno in cui — tranne Genova tenuta dagl'in- 
glesi, le Marche e il regno dì Napoli, in mano di Murat — l'occupazione 
di tutto il resto della penisola passò agli Austriaci. 



Dopo che il popolo furente aveva comesso, ai 20 Aprile 1814, 
l'uccisione del ministro